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Perché mi piace Il Signore degli Anelli

Elrond e Arwen

Non ho mai capito cosa attragga i seguaci della Destra più fanatica verso le opere di Tolkien. Forse essi vedono in personaggi come re Theoeden di Rohan o Aragorn l'incarnazione dell'eroe guerriero, della forza allo stato puro, vedono nelle vicende in cui essi sono coinvolti l'esaltazione di quella guerra a loro tanto cara (de gustibus…). E se vogliamo mantenerci su un profilo basso, al più infimo dei livelli di lettura possibili, quei personaggi e quelle vicende sono anche questo.
Saliamo però un gradino più in alto, e già troveremo qualcosa di diverso: vi troveremo l'apologia, più che dello spirito guerriero, della forza di volontà, del coraggio nel costruire e difendere il proprio mondo, lo spazio della propria libertà, un'apologia che ha il suo simile più nella splendida Se di Kipling che nella folle esaltazione guerrafondaia del demente in camicia nera (o rossa, o verde, o d'un qualsiasi altro colore).
Ancora un gradino più su, e troviamo quel vecchio proverbio siciliano che Eugenio Vitarelli cita nel suo penultimo romanzo, La chiurma: «quando coraggio e paura vanno insieme si chiamano necessità». E cos'altro se non quella necessità che fonde il coraggio alla paura troviamo in ogni passo degli Hobbit Frodo e Sam verso le terre nere di Mordor, verso la necessaria meta del vulcano nelle cui fiamme dovrà essere distrutto l'anello? Cos'altro è se non la necessità a guidare i popoli della Terra di Mezzo, Uomini, Elfi, Hobbit o Nani che siano? Cos'altro li spinge alla guerra se non la costrizione alla guerra?
Saliamo un ultimo gradino, e troviamo il vero senso di ogni cosa: nelle parole di pace che Aragorn pronuncia una volta divenuto re, nelle moltitudini di guerrieri che, insieme ad Aragorn stesso, si inchinano di fronte ai quattro minuscoli Hobbit la cui sola forza è stata quella di una volontà senza armi.
Ecco, se dovessi spiegare perché mi piace un film come Il signore degli anelli (dico il film perchè, lo ammetto, non ho ancora letto il romanzo e ho dunque solo il primo come punto di riferimento), direi che ci vedo la lotta della volontà di costruire un mondo di pace contro il caos cosmico. Perchè, in fondo, ogni cosa, tutto quell'enorme ammasso di effetti speciali, scenari titanici, morte, distruzione, ogni cosa confluisce nella dimensione intima, minuta, raccolta dell'immagine finale: la casa di Sam, della sua compagna, dei loro bambini, l'immagine della porta che si chiude a preservare il loro mondo. Una piccola casa circondata da un giardino che è riuscita a emergere dal caos dell'universo.

Un universo immaginario, ma in cui è inevitabile cercare il nostro, quello reale, nato per caso e che per caso finirà, quello in cui non ci sono Dèi o Stregoni, né alcun Fato che ci conduca ad un punto ben preciso del cammino, ma solo il labirinto senza centro e senza sortita di Borges e nel quale dunque solo dagli esseri senzienti dipende trasformare il caso in una volontà che realizzi, che costruisca, che dia un senso alle cose. Per debole che sia.

E' di questo universo che si offre come termine di paragone ogni opera d'arte, e dunque anche Il signore degli anelli. E poiché ogni opera d'arte si esprime attraverso il linguaggio della metafora, è naturale domandarsi di quali elementi del mondo reale siano metafora le parti dell'universo di Tolkien.
Se mi guardo intorno, non vedo in nessun luogo i pacifici regni di Gondor e Rohan, non vedo la verde contea degli Hobbit, non so immaginare dove e quando gli uomini del mondo che abitiamo possano esser stati affini a quelli di Tolkien, se non forse, a quanto si dice di esso, in quel Tibet ormai devastato dalle armate cinesi. E meno che mai vedo l'apollinea, composta, felina grazia degli Elfi. Se mi guardo intorno, comprendo che tutto ciò è in Tolkien non la raffigurazione del "bene" ma dell'utopia, dell'inesistente.
Se mi guardo intorno, o se apro a caso una pagina del più insanguinato di tutti i romanzi, una pagina di un libro di storia, della vera storia della vera umanità, allora è alle terre nere di Mordor che penso, è negli eserciti degli orchi, aggressivi sia verso i diversi che verso i propri simili, immersi nella violenza fin nel più remoto dei propri pensieri, carnivori, assassini, è in loro che vedo la metafora del reale, è nei loro comportamenti che rivedo il mondo quale è e quale Tolkien stesso vide nelle trincee di quella prima guerra mondiale che combatté, come i suoi futuri personaggi, per costrizione, non per eroismo. E dove non sono gli orchi - gli orrori delle trincee, della guerra, della tortura, dei lager - è il viscidume di Smeagol che vedo, nella quotidianità più sgraziata dei sorrisi falsi, dei sotterfugi, degli espedienti.
Ciò che infine non vedo è l'accendersi di un pensiero, uno almeno, capace di reggersi non sul gravare di pilastri di pietra ma, come scrive uno degli sceneggiatori, sull'intrecciarsi lieve e incessante di «piccoli fili argentati che corrono attraverso tutta la storia», attraverso tutti gli esseri che le danno vita, attraverso le innumerevoli vie che essi percorrono e che, tutte, conducono a quella piccola porta che si chiude davanti ai miei occhi nell'ultima immagine: non vedo il luminoso sorriso di Galadriel, la dolce determinazione di Arwen e di Eowyin, la bellezza silenziosa di cui hanno saputo circondarsi gli Elfi, la lealtà estrema e pulita di Sam. Non li vedo ma sono grato a Tolkien per averli evocati. Forse non era possibile fare di più.

Filippo Schillaci

19 febbraio 2004