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L'intreccio

Terza parte
Piccola cofana a fondo intero
(Cufanedda a funnu sanu)

Per cofana si intende un recipiente di grosse dimensioni, che può arrivare fino a un metro di diametro e ancor piú di altezza ed ha tipicamente 4 o più manici sagomati a maniglia. Noi realizzeremo una versione ridotta di essa, ovvero una piccola cofana a due manici del diametro di 29 cm alla base e 34 cm in sommità, come nella fotografia qui accanto.

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La differenza principale rispetto al caso del cesto a fondo rotto è che le armature verticali e quelle del fondo non sono fatte da spezzoni separati ma ciascuna da un unica verga. Da ciò la denominazione di questa seconda tecnica di intreccio, detta appunto "a fondo intero" e adottata, per le sue maggiori caratteristiche di robustezza, appunto per manufatti di medie e grosse dimensioni.

Nel seguito darò per scontato che il lettore abbia già appreso la tecnica di intreccio a fondo rotto e dunque non mi dilungherò sulle fasi di lavorazione in cui non vi sono differenze fra le due tecniche.

Una avvertenza preliminare: una volta iniziato l’intreccio del fondo non si può "mollare", almeno fin quando non si è giunti a buon punto, per cui è necessario preparare prima tutte le verghe necessarie, e avercele a portata di mano durante il lavoro. A questo proposito si tenga presente che oltre alle 16 verghe principali ne serviranno ancora, per completare l’armatura, ancora altre 10-12 di rinforzo, per un totale di 26-28.

Inoltre, si lavora a terra, per cui è necessario avere a disposizione uno spazio piano totalmente libero, di ampiezza almeno pari al doppio della lunghezza delle verghe utilizzate (nel nostro caso dunque un piano quadrato di circa 2 metri di lato al minimo). Si capirà fra poco perché.

Infine, si lavora a piedi nudi, perché, soprattutto nelle fasi iniziali, a essi è affidato il compito di tener ben ferme le verghe man mano che si va avanti col lavoro.

Prepariamo dunque le verghe: occorrono 16 fili di armature, realizzati con verghe di diametro poco minore di 1 cm alla base e lunghe circa 1 metro o poco meno se si vuole realizzare una cufanedda del diametro alla base sopra detto.

Si taglia longitudinalmente una parte di ciascuna armatura, per una lunghezza pari quasi al diametro del fondo (fig.15). Per la tecnica da usare si veda il capitolo sui materiali e la loro preparazione.

Fig. 15

Se si hanno verghe molto piú grosse di quanto sopra detto si possono tagliare in quattro, come mostrato in sezione in fig. 16, e usare i listelli cosí ottenuti per il fondo al posto dei rametti. Questa, per il fondo, è la soluzione migliore.

Fig. 16

Si può ora cominciare a disporre le verghe di armatura a terra. Si fa ciò cominciando dalle prime 4 e disponendole come in fig. 17, sotto i propri piedi, nell’ordine 1-2-3-4, indicato in figura stessa. Le verghe si dispongono accostate le une alle altre (in figura appaiono distanziate solo per chiarezza di disegno). Si veda la fotografia del fondo qui accanto.

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Un’altra raccomandazione: si lavora, come già per il paniere a fondo rotto, guardando da quella che sarà la parte inferiore, ovvero esterna del fondo (quella cioé che vediamo nella fotografia), dunque nel disporre le verghe la parte scortecciata di esse deve essere rivolta in basso, in modo che poi si trovi all’interno del cesto.

Fig. 17

Disposte le prime 4 verghe in tal modo, sempre tenendole ben serrate sotto i piedi con il peso del proprio corpo, si dispone il secondo gruppo di 4, ortogonalmente rispetto al primo. Mentre si fa ciò si ruotano progressivamente i piedi di 90 gradi, fino ad arrivare alla condizione di fig. 18.

Fig. 18

Sopra questi due primi strati se ne dispongono poi, in successione, altri due, inclinati però di 45 gradi, fino ad arrivare alla configurazione di fig. 19. Nel procedere si ruotano progressivamente anche i piedi affinché questi siano sempre orientati in modo da tener fermo l’ultimo gruppo di verghe aggiunto.

Fig. 19

Ogni gruppo di 4 verghe tiene fermi i gruppi sottostanti, mentre l’ultimo è tenuto fermo appunto dai piedi dell’intrecciatore.

Si può ora cominciare con l’intreccio vero e proprio. Sempre rimanendo in piedi sulle verghe prima disposte, si prende una verga fra le più sottili e si infila sotto il primo gruppo di 4 verghe (quello più basso dunque), facendo attorno a esso un anello (fig. 20) e procedendo poi a far passare la verga circolarmente e alternativamente sopra e sotto i gruppi di verghe seguenti, presi sempre 4 a 4.

Fig. 20

Si completa così il primo giro, realizzando un intreccio a un filo. Una nota pratica prima di andare avanti. Si lavora "professionalmente" con le gambe dritte, chinando completamente in avanti il busto. Per qualcuno tuttavia mantenere questa posizione puó risultare a lungo andare eccessivamente faticoso. Se ció dovesse accadere si puó ugualmente lavorare piegando completamente le ginocchia fino a mettersi in posizione quasi "fetale". Questa posizione non è assolutamente "canonica", tuttavia a me è risultata utile.
Concluso il primo giro si passa a due fili inserendo il secondo nel punto A di fig. 20. Come si vede in figura l’intreccio è realizzato in modo che dove il primo filo passa sopra, il secondo passa sotto e viceversa.

Si procede anche qui in senso orario e, a ogni passo, la verga più avanzata viene tenuta ferma con il piede destro mentre si porta avanti l'altra.

Si procede così fino a metà diametro, poi si passa a intrecciare non più ogni 4 verghe ma ogni due (fig. 21). In tal modo si comincia a distanziare le porte, che alla fine dell’intreccio del fondo dovranno essere equidistanti, come nell’intreccio a fondo rotto.

Fig. 21

Si noti che una porta non è qui costituita da una singola verga bensì da ciascuna coppia corta-lunga. In altre parole le due verghe che costituiscono ciascuna di tali coppie non si distanziano fra loro ma rimangono accostate (fig. 22). Si realizzano in tal modo 16 porte.

Fig. 22

Dopo un giro fatto facendo passare l’intreccio ogni due verghe si aggiunge il terzo filo, e lo si fa una coppia di verghe, cioé una porta, prima degli altri due fili, cosí come già visto nell’intreccio a fondo rotto. E sempre seguendo la stessa tecnica già vista per l’intreccio a fondo rotto si procede con l’intreccio a tre fili, ricordando quanto appena detto, ovvero che una porta è questa volta costituita da una coppia di verghe corta-lunga, mentre lì era una singola verga.

Si prosegue dunque a 3 fili fino a raggiungere il diametro voluto. A questo punto si capovolge il fondo (quella su cui si è lavorato, ricordiamolo, è la parte inferiore), lo si ripulisce delle punte eccessivamente sporgenti e, con le cesoie o il coltello, si eseguono sulle verghe, in corrispondenza dei punti in cui dovranno essere piegate, dei tagli longitudinali analoghi a quelli visti per il cesto a fondo rotto (fig. 22).

Se durante questa operazione una verga si rompe si sostituisce tagliandola e mettendo quella che dovrà sostituirla fra le due, come mostrato nel punto (a) di fig. 22.

Ora bisogna piegare le verghe, ma prima bisogna introdurre una seconda verga in corrispondenza dei 4 punti di attacco dei manici (fig. 23).

Fig. 23

Fatto ció si piegano le verghe e si legano in alto, come per il paniere a fondo rotto. Si procede quindi con l’intreccio, ora in verticale. Dopo 3 giri (4 se si vuole una cufanedda meno aperta) si sciolgono le verghe e si raddrizzano. L’intreccio in verticale con le canne è ancora a 3 fili, identico a quello del paniere, compresi i due o, meglio, 3 giri di verghe a due terzi dell’altezza, che servono anche qui a irrobustire la struttura.

Si deve porre anche qui parecchia attenzione al fatto che, affinché il diametro in sommità sia maggiore di quello alla base, mentre si avanza con l’intreccio della parte verticale si devono a ogni passo flettere, cioé tirare, le armature verso l’esterno.

Completata la parte verticale dell’intreccio si aggiunge una terza verga in corrispondenza dell’attacco dei manici, spingendola fino in fondo (fig. 24). Guardando poi il cesto dell’alto e andando in senso antiorario, si aggiunge una ulteriore verga sulla seconda porta, ed eventualmente sulla terza, successive a ciascun manico (porte b e c in fig. 24).

Fig. 24

Si parte ora dalla porta (b) di fig. 24 (la quale figura rappresenta lo sviluppo in piano della circonferenza superiore del cesto visto dall’esterno), si intrecciano fra loro le 2 verghe che la costituiscono, questa treccia si piega poi verso destra e si intreccia a sua volta a due fili con la porta successiva, la (c), eventualmente irrobustita con l’inserzione di una seconda verga (tratteggiata in figura) se la prima dovesse risultare troppo corta. Si procede in questo intreccio a 2 fili, portato avanti ancora una volta in senso antiorario (guardando il cesto dall’alto) fino ad arrivare a una porta prima della porta finale del manico opposto.

Adesso si fa il manico intrecciando fra loro le 3 verghe che costituiscono ciascuna delle sue due porte e poi intrecciando le due porte fra di loro, una volta, stringendo l’intreccio fino all’altezza desiderata per il manico stesso. La treccia a sinistra rimane adagiata all’interno del cesto, quella a destra si continua a intrecciarla insieme alle porte successive, fino a giungere a una porta prima della porta finale del manico di partenza.

Adesso si fa il secondo manico, come il precedente.

Si intreccia poi l'ultima porta rimasta, la (a) di fig. 24.

A questo punto si procede nell’intreccio col cannolo inserito alternativamente dall’interno e dall’esterno, si divaricano a ogni passo le verghe dell’intreccio già effettuato sollevando le due più in alto e inserendo fra esse le altre verghe. Si procede così fino a prima del manico opposto.

Si intrecciano ora i prolungamenti sinistri dei manici, sempre con l’aiuto del cannolo, incorporandoli nella treccia già esistente secondo la stessa tecnica ma andando questa volta a ritroso, ovvero in senso orario.

Si ripuliscono infine tutte le parti eccedenti delle verghe e delle canne.


Manuale redatto da Filippo Schillaci, dalle lezioni ricevute da
Santi Mangano
di San Filippo Superiore (ME)