Gli aratri.
Testo e illustrazioni tratti da: A. Uccello, Civiltà del legno in Sicilia, Cavallotto editore, Palermo, 1992
Il contadino abbatte l'albero alla stagione adatta, in gennaio o in agosto, quando la luna è criscimugna, cioé in fase crescente, perché il legno non venga aggredito dal tarlo e resista di piú: è,
infatti, il tempo del taglio che dà resistenza al legno, ché se l'albero viene invece abbattuto forattiempu, fuor di tempo, il legno s'attillisci,
si tarla da se stesso.
Il tronco, inoltre, non deve essere ruppa ruppa, tutto nodi come il pero selvatico (pràinu), né torcersi sotto le piogge insistenti come fa il fico.
Non si deve, poi, ricorrere a lignami ddèbbuli, stuccanti, facile a spezzarsi, ma a un legno compatto e resistente, "latino", e che si possa agevolmente sgarbari, cioé sbozzare, quale è quello, ad esempio, della quercia (cerza, dell'ìlice (ìlici), del bagolaro (favaràgghiu o minnicuccu).
Se si ricava da un ramo, l'aratro non resiste a lungo come fa, invece, quando è ricavato direttamente dal tronco: si dice, perciò, che deve essere piraluoru, cioè cavato dal "piede" perché l'aratro abbia lunghissima vita. Ma l'albero, oltre a tutti questi requisiti, deve avere soprattutto la caruta naturali (alla lettera la 'caduta naturale'), cioè una inclinazione tale da formare un angolo ottuso per la costruzione dell'aratro da un unico blocco come un pezzo di scultura. Il tronco si taglia in misura di 6 palmi, pari a un metro e mezzo circa, e si lascia su un muro a secco, nel cortile (bbàgghiu) della stessa masseria per circa 6 mesi: una volta stagionato, si dà inizio alla lavorazione dell'aratro, che di solito avviene nei periodi di riposo forzato, quando d'inverno si rovesciano fitte piogge che costringono il contadino a rimanere tappato in casa; oppure, a volte, d'estate, dopo la raccolta, nel mese d'agosto, prima d'incominciare i lavori dell'aratura.
Anzitutto il tronco s'inquatra, lo si squadra, cioè, sui quattro lati con un 'accetta piuttosto grande, quella di cianchiari, che serve cioè, a spaccare i grossi ceppi di legno, detti per l'appunto ciànchi. Successivamente si sbozza con l'ascia, fino a ridurlo all'essenziale, lasciando incompleta la parte dell'impugnatura, che di solito viene eseguita per ultima.
Sulla parte superiore, subito prima dell'inclinazione naturale del legno, si pratica con lo scalpello un piccolo scasso di forma rettangolare, detto casa, entro cui verrà fissata l'estremità del timone (pièrtica). A circa 20 cm dalla "casa", sul dentale, si apre con la virrina un foro nel quale si fissa il tirante (tinìgghia) di ferro, che in passato veniva eseguito in legno di oleastro, nodoso e resistente: il nervo o tirante aveva all'estremità terminazione a capocchia perché rimanesse fissato all'aratro.
I 20 cm corrispondono a un cosiddetto sbancu, una misura convenzionale che corrisponde all'ampiezza del palmo della mano misurata tra pollice e mignolo. Questa misura è fondamentale perché qualsiasi timone vi possa perfettamente aderire.
E' ancora l'ascia che il contadino adopera per intagliare la stiva (manuzza), a forma di pera capovolta, una vera e propria impugnatura, affusolata sull'incastro perché l'aratore possa tenervi salda la mano durante il lavoro. Sotto la stiva il legno viene intagliato in modo da formare una lieve protuberanza, detta per l'appunto bbarbàgghiu, che, oltre a far da rinforzo, costituisce un legno di riserva qualora si dovesse spezzare - come spesso capita - la manuzza: quando essa si spacca del tutto se ne intaglia una nuova, detta cuntramanuzza, che vi si innesta eseguendo uno scasso nell'aratro, e fissando bene il pezzo con chiodi o lamiera attorcigliata. Si procede, infine, a modellare, sempre con l'ascia, il dentale, si fa cioè l'ammassatura, in modo che il vomere di ferro, detto massa, vi aderisca perfettamente.
Gli aratri variano di misura a seconda degli animali che li devono tirare: sono piú grandi per i buoi, e via via si riducono per le mucche, le giumente, i muli, gli asini. Per scavare il solco che provocano i buoi, le mucche solitamente devono fare tre "giri". I buoi ncasati, cioè di sei o sette anni, muovono tanta terra quanta ne muove un trattore.
Oltre alla stiva, forse la parte piú fragile è la "casa" (...).
L'aratro ncavigghiatu (incavicchiato), messo in opera, si dice a scocca quando vi è aggiogato un solo animale: viene adoperato cosí da contadini poveri, che non possiedono bestie sufficienti, e che hanno poca terra da coltivare; specie in passato veniva adoperato anche quando bisognava arare lenzi, cioè strisce di terreno lunghe e strette, chiuse tra costoni e precipizi, dove l'aratro normale, trainato da due bestie, non sarebbe riuscito a penetrare. La scocca viene ricavata da un sol pezzo di legno: nell'inforcatura delle due staffe, della lunghezza di 2 metri circa, è attaccato l'animale. Dalla congiunzione delle due staffe il ramo prosegue per circa 5 palmi, ossia cm 125: l'estremità di questo timone, detta crucina, viene inserita nella "casa" dell'aratro. Sul timone, a circa 25 cm dalla crucina, si pratica un foro in cui va a inserirsi il nervo (tinìgghia). Anche questa misura convenzionale deve essere assai precisa: è infatti un palmo - cioè l'apertura della mano dal pollice al mignolo - con in piú la gniutticatura, la piegatura, cioè, di tutto il pollice.
Sul foro del timone s'inserisce un cavicchio di legno di approssimativa forma trapezoidale, detto cavadduzzu (alla lettera 'cavalluccio'), che fa da cuscinetto, onde meglio resistere ai contraccolpi e rendere piú saldo e sicuro il nervo. Sulle estremità delle stanghe della scocca sono fissate due boccole di fero - una per parte - alle quali viene assicurato il pettorale sul quale spinge direttamente la bestia per trascinare l'aratro.
Di solito la scocca è in legno di quercia o ì o bagolaro: occorrono, infatti, legni resistenti come per l'aratro. Certo è piuttosto difficile rinvenire dei rami dai quali ricavare la scocca in un solo blocco: spesso si congiungono, perciò, i tre pezzi - le due staffe e il timone - a mezzo di cavicchi, o altrimenti, come si suole far oggi, la scocca viene fatta di ferro.
L'aratro normale, trainato da due bestie, ha il timone lungo 12 palmi, circa m 3, ed è per lo piú in pioppo bianco (arannu) o in bagolaro (favaràgghiu), difficilmente in quercia o in ìlice perché sono legni pesanti, e difficilmente si trovano diritti.
La punta estrema, la crucina, s'inserisce nella "casa" dell'aratro, e il nervo nel primo foro del timone. Tra questo foro e quello della tira, dove si fissa il giogo (ivu), corre la distanza di 8 palmi, cioè m 2 circa: alla distanza di uno sbancu, cioè di circa 20 cm dal primo foro della tira se ne praticano altri tre, per regolarlo a seconda della grandezza degli animali da aggiogarvi.
Il giogo, ottenuto da un unico pezzo di legno leggero, di solito pioppo bianco o salicone, per non pesare eccessivamente, è lungo 6 palmi, un metro e mezzo circa. Ai due lati sono inseriti due anelli in legno che si conficcano sulle due prospicenze (purpa) dei due basti, di solito in legno di quercia, detti sidduna: è il giogo a mo' di sella che portano le giumente, i muli e gli equini in genere. I buoi e le mucche portano, invece, il giogo diritto, con due leggere incurvature dette spaddala, che si posano direttamente sugli omeri degli animali, ed è retto dal prospicente osso del collo, che tiene fermo il giogo a mezzo di una striscia intrecciata di palma nana (curina) o di liana (liama), detta pàila, che resta aderente al collo di ogni bue. La pàila viene eseguita di volta in volta su misura per ogni singola bestia.
Il giogo per i buoi è della stessa misura di quello precedente, ed è eseguito in genere in legno di pioppo bianco e lavorato con l'ascia.
Sul muro a secco che recinta la vasta corte della masseria ho rinvenuto uno strumento (...) che è in realtà un frangizolle, il cui cilindro è ottenuto da un tronco di ciliegio (gghirasa), e gli spuntoni (scorna) sono in legno di ìlice, di oleastro e di lentisco, fissati sul tronco a incastro.