La scelta vegetariana porta con sè -
ovunque ci si trovi nel nostro percorso di crescita personale -
implicazioni etiche fortemente correlate alla compassione, non solo
verso gli animali ma anche verso gli altri esseri umani, proprio in
considerazione delle risorse di gran lunga maggiori implicite nel
consumo della carne e di conseguenza sottratte arbitrariamente ad altri
esseri umani che invece muoiono di fame.
Moltissimi gruppi religiosi attribuiscono da sempre, non a caso,
un'essenziale importanza alla dieta vegetariana, proprio in quanto mezzo
di purificazione ed elevazione spirituale: buddisti, induisti, jainisti,
gandhiani, cristiani delle origini (ed in seguito Catari e Valdesi -
entrambi ferocemente perseguitati dalla Chiesa come eretici, -
Avventisti odierni ed altre minoranze cristiane), molti padri della
Chiesa e tanti santi cristiani (tra cui San Francesco), Esseni,
sacerdoti dell'antico Egitto, filosofi dell'antica Grecia e molti altri.
Senza contare molte grandi personalità che hanno contribuito enormemente
all'evoluzione della civiltà umana e che hanno optato consapevolmente
per questa scelta di vita, andando contro i luoghi comuni ed i dogmi da
sempre un pò ovunque più diffusi.
Per tutti loro evitare la carne -
ritenuto cibo spiritualmente impuro - significa accostarsi maggiormente
al divino. In questo modo viene riconosciuto il diritto alla vita a
tutte le creature viventi, in quanto differenti espressioni di vita,
rispettandole consapevolmente anziché sacrificarle ed ucciderle per
farne il proprio cibo.
In quest'ottica l'atto sanguinario
dell'uccisione di un animale, necessario per cibarsene, brutalizza
l'essere umano e ciò pregiudica il suo contatto con il divino e/o
l'esperienza spirituale e trascendentale. Anche se non siamo noi ad
uccidere in prima persona l'animale, quando lo mangiamo siamo comunque
direttamente responsabili della sua morte e di contribuire al
mantenimento del terrificante mercato della carne. (...)
Nella Bhagavad
Gita - uno dei più antichi libri sacri ed uno dei principali testi
vedici dell'induismo - viene attribuita agli animali un'anima, della
stessa sostanza di quella umana, ma con un differente grado di
coscienza, capace anch'essa di raggiungere stati di spiritualità
elevata. In base alla visione del Movimento per la Coscienza di Krishna,
che si attiene fedelmente al testo originale, negare l'anima agli
animali è un semplice artificio che giustifica il fatto di mangiarli
liberamente, negando invece loro lo status che invece hanno nell'ordine
dell'Universo.
In questa accezione l'animale è ciò che è mosso
dall'anima, dalla vita dell'anima.
L'etimo stesso di "animale" deriva
da "anemos", anima, spirito, il soffio vitale presente in tutte le
creature viventi.
Del resto anche l'uomo appartiene al regno animale
e nutrirsi di animali è assai più vicino al cannibalismo di quanto non
lo sia nutrirsi di vegetali. Mangiare la carne degli altri animali
anziché quella umana è una differenza di grado ma non di genere e
facendolo restiamo comunque molto prossimi al cannibalismo.
Dal punto
di vista biologico e scientifico uomo e animali sono parte dello stesso
regno ed hanno le stesse necessità fondametali: mangiano, dormono, si
accoppiano, si difendono. E soffrono. In questo non c'è differenza.
Quando l'uomo proclama la propria superiorità sul regno animale,
proclama semplicemente la propria animalità intellettualizzata: mangia
in maniera più elaborata, dorme in giacigli più comodi, si accoppia non
soltanto per fini meramente riproduttivi (ma questo anche altri animali
lo fanno), si difende ed uccide in maniera più sofisticata. Ma la
sostanza essenzialmente non cambia.
Dal punto di vista evolutivo e
spirituale ciò che fa veramente la differenza tra l'animale e l'uomo, è
la capacità di quest'ultimo di porsi domande riguardo la vita, la sua
origine ed il suo scopo, con tutte le ripercussioni etiche che questa
ricerca inevitabilmente comporta. L'uomo che non si pone queste domande
resta sul semplice piano dell'animalità (per inciso, questo aspetto
viene particolarmente sottolineato ed approfondito nella Bhagavad
Gita).
Nei testi
buddhisti è la compassione il leit-motiv della scelta vegetariana, un
passo importantissimo per raggiungere ciò che noi occidentali conosciamo
come "illuminazione" - definita "satori" nel buddhismo zen (e "samadhi"
o "nirvana" nella tradizione induista). Basti sottolineare che una
grandissima parte della letteratura buddista verte proprio sulla
compassione per delinearne tutta l'importanza in questa tradizione
spirituale. A questo proposito viene attribuito allo stesso Buddha il
seguente insegnamento: "Se volete ottenere l'illuminazione, non dovete
studiare innumerevoli insegnamenti. Approfonditene solo uno. Quale? La
grande compassione. Chiunque abbia grande compassione, possiede tutte le
qualità del Buddha nel palmo della propria mano".
Il buddismo in
effetti "raccomanda", ai fini dell'evoluzione spirituale, di non
mangiare nessuna creatura che respira. Non essendo il buddismo
strettamente dogmatico nulla viene però imposto di prassi al praticante,
nondimeno la spontanea adesione a comportamenti di vita più
compassionevoli e spirituali è un oggettivo indice del grado di
consapevolezza soggettivamente raggiunto da ciascuno.
Trascendere la
dualità del mondo materiale attraverso la compassione è del resto un
punto fondamentale nella visione spirituale orientale.
La compassione nel cristianesimo diventa "amore", quell'amore che è
anche l'anelito dell'essere umano verso il divino e che contempla quindi
un profondo rispetto verso tutta la Creazione, che, per il Cristiano, è
sì posta nelle mani dell'Uomo, sotto la sua diretta responsabilità, ma
di cui egli in nessun caso può abusare.
In proposito riportiamo, a
semplice titolo esemplificativo, alcune citazioni tratte dal Vecchio
Testamento:
Poi Dio disse: "Ecco, Io vi dò ogni erba che produce seme
e che è su tutta la terra, e ogni albero in cui è il frutto, che produce
seme; saranno il vostro cibo. A Tutte le bestie selvatiche, a tutti gli
uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei
quali è alito di vita, Io do in cibo ogni erba verde." E Dio vide quanto
aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. (Genesi, 1. 29,31)
"Non
essere tra quelli che si inebriano di vino, né fra coloro che son
ghiotti di carne!" (Proverbi, 23, 20)
"Chi ha ucciso un bue è come se
avesse ammazzato un uomo." (Isaia, 66, 3)
I riferimenti alla carne
riportati nei Vangeli altro non sono che traduzioni forzate della parola
generica "cibo".
Del resto il quinto comandamento riporta
testualmente: "Non uccidere", in senso generico, senza specificare
"l'uomo". Perciò lo si deve intendere per quello che è, e cioè: "Non
uccidere" e basta, senza eccezioni.
Fedeli agli insegnamenti di Gesù
Cristo ed alle Sacre Scritture, i primi gruppi cristiani erano infatti
strettamente vegetariani, così come gli Esseni, tra cui visse per un
certo periodo anche Gesù. Diversi testi storici riportano in effetti che
Gesù era vegetariano, così come i 12 Apostoli.
Nella Bibbia
(Genesi, 1, 30) Dio stesso afferma che anche gli animali hanno un'anima
e, almeno teoricamente, nessuno potrebbe arrogarsi il diritto di
contraddire Dio!
Tuttavia la Chiesa introdusse l'uso di cibarsi di
carne nel IV sec. d.C. per soddisfare i desideri dell'imperatore
Costantino, gran divoratore di animali, al fine di ricevere da questi il
riconoscimento di Religione di Stato del Sacro Romano Impero, a seguito
della di lui "conversione".
Da allora in poi i cristiani non vennero
quindi più perseguitati ed impalati, anzi, iniziò una feroce
"conversione" forzata dei pagani, pena la tortura e la morte a chi la
rifiutava.
Tuttavia alcuni gruppi Cristiani - es. Catari e Valdesi -
nel tempo mantennero l'uso di non cibarsi di carne, sfidando così il
dominio incontrastato della Chiesa e la sua terribile autorità. Essi
vennero perciò sistematicamente e ferocemente trucidati: enormi roghi
collettivi - tra i tanti altri - arsero per secoli nelle campagne di
tutta Europa a severo monito di cosa significasse disobbedire
all'infallibilità del Papa. Una delle prove per identificare i
"colpevoli" era appunto quella di obbligare le persone ad uccidere un
animale e/o mangiare carne: chi si rifiutava veniva automaticamente
condannato a morte come eretico.
Così feroce è stata per gli
occidentali la repressione della libertà di alimentarsi senza carne, che
ancor oggi in molti di loro vige il paradigma - ed il terrore
psicologico - che "è impossibile vivere senza carne": e in effetti, per
certi versi, in passato lo è stato.
Invece l'esperienza di milioni di
vegetariani in tutto il mondo vivi e vegeti ed in perfetta salute
("vegetus" significa infatti "in salute"), dimostra - al di là di ogni
ragionevole dubbio - che questi timori non hanno alcun fondamento
razionale né scientifico.
Tornando invece alle tradizioni spirituali orientali, assai più
libere di sperimentare e quindi più diversificate negli approcci e nelle
conclusioni, per le varie scuole di Yoga, l'assenza di carne dalla
nostra alimentazione determina, oltre ad una purificazione sia sul piano
fisico che spirituale, anche una maggiore elasticità nei movimenti (e
quindi pure mentale), dovuta all'assenza delle sostanze tossiche della
carne per l'organismo umano - che fisiologicamente ed anatomicamente non
è carnivoro bensì frugivoro - , sostanze che si depositano nelle nostre
giunture causando irrigidimento e dolori nei movimenti.
Alla luce di
quanto sopra si può quindi evincere che non è un caso che in moltissime
tradizioni spirituali e filosofiche sia contemplato il fatto di evitare
il consumo di carne, proprio perché ritenuto cibo non più adatto per
l'essere umano spiritualmente "evoluto", mentre esso resta ancora cibo
comune per l'animale umano meno consapevole. Non va inoltre mai
dimenticato che gentilezza e compassione sono requisiti indispensabili
per qualsiasi percorso spirituale e, almeno nella teoria, tutte le
maggiori religioni si trovano in accordo su questo.
Emanuela Barbero
Tratto da:
http://www.vegan3000.info/DettInfoNutrizionali.asp?Cod=112
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