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Può un non vegetariano dirsi comunista?
(Seconda parte)
Il petrolio e le guerre. A sinistra, chi si
definisce comunista, ha pochi dubbi che le attuali guerre,
preventive o meno, convenzionali o meno, che si sono fatte o si
stanno scatenando nella ex-Yugoslavia, in Medio Oriente, in
Cecenia ed in Afghanistan, così come la destabilizzazione politica
del governo democraticamente eletto del Venezuela, hanno come
origine la ricerca spasmodica del controllo del sistema di
produzione e di distribuzione del petrolio e degli altri
idrocarburi fossili, le cui riserve si stanno rapidamente
esaurendo. Pochi, però, vogliono sapere che, dato il dispendio
energetico più volte ricordato per produrre la carne, servono
circa 9 litri di benzina per produrre 1 kg di carne bovina. Da ciò
discende necessariamente che chi consuma carne contribuisce
significativamente ad esaurire il petrolio (che come l'acqua è
presente in quantità definita sul nostro pianeta e non si crea dal
nulla) e, pertanto, ad acuire le tensioni internazionali associate
al suo controllo. Molti comunisti si definiscono pacifisti e,
nello stesso tempo, organizzano le loro feste a base di salamelle.
Costoro sono pacifisti credibili?
La globalizzazione. La globalizzazione è
l'estrema manifestazione del rapace capitalismo occidentale e,
normalmente, pensiamo che sia resa possibile dal perseguimento
tenace dell'interesse di pochi privilegiati a capo degli istituti
finanziari mondiali e delle multinazionali. Ora, è bene sapere che
poche multinazionali controllano l'alimentazione carnea in tutti i
suoi aspetti, dalle sementi geneticamente modificate per produrre
alimenti animali agli animali geneticamente modificati per
incrementare al massimo la loro produttività, dagli erbicidi per
facilitare la produzione delle sementi per l'alimentazione animale
agli antibiotici ed agli ormoni necessari per la "crescita" ed il
mantenimento in vita degli animali nelle condizioni innaturali
dell'allevamento intensivo, dalle catene di "smontaggio" pre- e
post-macellazione al marketing su vasta scala ed alla
distribuzione al dettaglio. Ma questo sistema è mantenuto grazie
alla quantità di consumatori finali di carne. Che direste della
coerenza di chi si definisce no-global e, contemporaneamente, come
consumatore di alimenti industriali di origine animale sostiene
uno dei principali meccanismi del fenomeno che dice di avversare?
Gli organismi geneticamente modificati (ogm).
Una delle spinte maggiori ai tanto (giustamente) vituperati ogm è
la necessità di creare vegetali più resistenti a micro-organismi
patogeni (ad esempio, virus o batteri) e ad erbicidi e pesticidi
(prodotti dalle stesse multinazionali che producono gli ogm per
contrastarli!) e di disporre di animali più produttivi (ad
esempio, maiali e pesci giganti grazie all'inserimento di ormoni
della crescita). Il tutto per cercare di migliorare la più volte
ricordata inefficienza del sistema di trasformazione di proteine
vegetali in proteine animali, al fine di poter abbassare i prezzi
dei prodotti animali al dettaglio e, conseguentemente, il guadagno
delle poche multinazionali a spese dei consumatori, degli animali
e dell'ambiente. Che direste di chi si oppone agli ogm ed allo
stesso tempo sostiene il sistema consumando prodotti animali in
ragione direttamente proporzionale al loro essere "a buon
mercato"?
I diritti dei lavoratori e dei migranti.
Nell'ottica del miglior profitto, i lavoratori dei macelli sono
tra i lavoratori peggio pagati, con minore tutela sindacale e con
il maggior tasso di incidenti gravi sul lavoro. I lavoratori delle
grandi catene distributive non stanno meglio (i loro contratti
lavorativi sono tipicamente flessibili e limitati nel tempo).
Vista la scarsa specializzazione richiesta, questa tipologia di
lavoratori è reclutata tra gli emigrati di recente arrivo, per
definizione, privi di diritti, e spesso anche incapaci di parlare
la lingua del paese "ospitante". Che ne direste di un'attivista
sindacale impegnato a difendere l'articolo 18 ed il referendum a
favore della sua estensione anche ai lavoratori attualmente non
protetti, mentre si mangia un panino all'hamburger comprato da
qualche catena alimentare americana?
La sanità privata. Senza alcun dubbio, il
consumo di proteine animali è sicuramente associato ad un
incrementato rischio di cancro, infarto e malattie
cerebro-vascolari (le tre più gravi minaccie per la salute nei
paesi ricchi). In ossequio alle logiche del massimo profitto, i
moderni allevamenti hanno aumentato esponenzialmente questi
rischi. Senza parlare dei rischi per la salute umana connessi
all'alimentazione animale con sementi modificate geneticamente e
con farine di origine animale (che sono responsabili della
malattia della mucca pazza) e senza parlare dei residui di
antibiotici, di ormoni e di altri farmaci o sostanze chimiche le
più disparate (ad esempio, la famigerata diossina) nelle loro
carni, andrebbe ricordato che le carni "moderne" contengono 7
volte più grasso delle carni non industriali. L'aumento di
malattie facilmente prevenibili ha come conseguenza, da un lato,
il distogliere le poche risorse sanitarie per la cura di altre
malattie più "naturali" e, dall'altra, di creare un interesse per
i privati a trasformare la sanità in un business. Che credibilità
può avere chi si oppone ai ticket sui medicinali ed alla
privatizzazione della sanità e, nello stesso tempo, ha le arterie
occluse dal grasso accumulato in decenni di sregolata dieta
carnea?Alla luce di quanto riportato esiste una sola
risposta alla domanda del titolo. E questa è un secco e definitivo
"No". Questo è il motivo per cui un comunismo militante che uscisse
da una tradizione medioevale e si adeguasse alla visione di alcuni
dei suoi teorici più avveduti (come i filosofi marxisti della Scuola
di Francoforte) sarebbe più credibile e, forse, vincente. Un noto
slogan materialista recita "l'uomo è ciò che mangia". Chi mangia
carne, per quanto detto, non è un comunista, bensì il cultore
d'una robusta e coerente pratica del fascismo.
Massimo Filippi
Da: Oltre la Specie
Questo articolo è presente anche su: Rinascita Animalista
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