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I diritti degli esseri senzienti
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Può un non vegetariano dirsi comunista?

(Prima parte)

"Se un uomo si accinge ad un'opera e non fa per finta, ma desidera veramente condurla a termine, agirà in modo conforme; cioè compirà le sue azioni secondo una successione precisa, pertinente all'opera stessa. Se fa dopo quello che, secondo logica, avrebbe dovuto fare prima, o se tralascia del tutto un passaggio necessario, si può esser sicuri che non sta facendo sul serio, ma finge".
(Lev N. Tolstoj)

Credo che una delle caratteristiche più interessanti e condivisibili del comunismo sia l'intransigente difesa dei più deboli. Il comunismo dovrebbe essere per sua natura internazionalista ed inclusivo.
Tuttavia, il pensiero marxista classico per motivi storici (non ci si può dar pena in un sol colpo di tutti i mali del mondo) e per le sue radici filosofiche (il marxismo prende le mosse dall'hegelismo, filosofia eminentemente antropocentrica) ha drammaticamente limitato la propria sfera protettiva e rivendicativa alle necessità ed ai diritti dei membri della nostra specie.
Ma oggi è ancora possibile essere comunisti e non considerare la sorte dei nostri fratelli minori che, in silenzio, abitano con noi questo pianeta sperduto nell'immensità dello spazio cosmico? E' possibile ancora oggi non riconoscere che lo sfruttamento degli animali è la premessa e la giustificazione logica dello sfruttamento umano? Leggendo i filosofi marxisti della scuola di Francoforte (tra gli altri, Adorno, Horkheimer e Marcuse) sembrerebbe proprio di no. Ad esempio, Adorno afferma che "Auschwitz inizia quando si guarda ad un macello e si pensa: sono solo animali". Con questo, Adorno intendeva dire che il mantener fuori dalla sfera della considerazione etica un'intera classe di esseri senzienti, fornisce non solo la giustificazione etica per le nostre pratiche infernali di trattamento degli animali, ma anche la possibilità ideologica di equiparare dei gruppi umani "indesiderati" agli animali stessi, presi come sistema di riferimento negativo, al fine di poter riservar loro lo stesso trattamento, cioè lo sterminio.
E' un caso che i coloni europei chimassero "scimmie" i nativi africani o i pellirossa, che i nazisti definissero gli ebrei "ratti" o che gli americani, in tempi più recenti, hanno definito i vietnamiti e gli iracheni rispettivamente "termiti" e "scarafaggi"?
L'accettazione e la diffusione delle teorie darwiniane sull'evoluzione naturale ed il conseguente riconoscimento scientifico della comune capacità di percepire il dolore ed il piacere sono stati tra i fattori principali che hanno permesso al marxismo di andare, almeno teoricamente, oltre Marx. Se accettiamo questa linea di continuità tra mondo animale umano e non-umano (e, per un comunista genuino, non dovrebbero esserci motivi perché non sia così), dovremmo iniziare a basare i nostri principi etici non su differenze effimere (quali il colore della pelle, il numero di zampe, la capacità di parlare l'inglese o quella di trovare tartufi), ma l'essere tutti, umani e non-umani, viventi e senzienti. Come esseri viventi dovremmo, come minimo, aver tutti garantita sia la capacità di vivere una vita adeguata alle caratteristiche etologiche della specie di appartenenza sia la possibilità di passare alla prole il nostro patrimonio genetico. Come esseri senzienti non dovremmo essere sottoposti a procedure dolorose, quali ad esempio la tortura. E' difficile non vedere come negli allevamenti intensivi e nei macelli (ma anche nei laboratori di vivisezione, nell'industria delle pelli, nella pratica della caccia, ecc.) questi principi minimi di tutela, a cui un comunista, per definizione, non dovrebbe derogare di un solo passo, non solo non siano garantiti, ma che proprio sulla loro sistematica violazione queste attività "umane" si basano e prosperano. Nei moderni allevamenti industriali, nel trasporto ai macelli e nei macelli medesimi, gli animali, infatti, non sono trattati come esseri senzienti, ma come macchine capaci di trasformare proteine vegetali in proteine animali, e pertanto da trattare senza riguardo al fine del massimo profitto economico. Questo senza considerare l'uccisione, che di per sé già costituisce un problema etico enorme (si calcola che per l'alimentazione umana vengano uccisi almeno 10 miliardi di animali all'anno). Se solo fossimo capaci di un minimo di immaginazione e riuscissimo a capire cosa significa vivere e morire in un allevamento intensivo e se solo introiettassimo la lezione della continuità nella capacità di provare dolore/piacere delle diverse specie, difficilmente sosterremmo pratiche, quali il mangiar carne, che sono alla base dei moderni allevamenti intensivi.
Ma è "solo" un problema etico quello che dovrebbe logicamente far sì che nessuno possa onestamente definirsi comunista senza essere vegetariano? Certamente no. Non è qui possibile, per motivi di spazio, elencare tutti gli aspetti negativi del mangiar carne. Mi limiterò, pertanto, a considerarne solo alcuni, scelti per gravità, per la loro pressante attualità e per il fatto che difficilmente dovrebbe sfuggire ad un comunista (o sedicente tale) la loro importanza:

  • La fame nel mondo. Decine di migliaia di nostri simili muoiono ogni giorno di fame e denutrizione, per colpa di un'iniqua distribuzione delle ricchezze. Purtroppo, ci dimentichiamo che "ricchezza" non significa solo dollari, ma anche proteine alimentari. E ci dimentichiamo di ricordare che per produrre un chilo di proteine animali occorrono 16 kg di proteine vegetali e che nei paesi sviluppati (compresa l'Italia) ogni individuo (compresi neonati e vegetariani) consuma in media circa 90 kg di carne all'anno. E' stato calcolato che il milardo e 300 milioni di ruminanti (quindi non tutti gli animali di cui ci cibiamo, ma solo una minima parte) consumano una quantità di cereali che sfamerebbero 9 miliardi di umani. Considerando che attualmente gli abitanti umani del pianeta sono circa 6 miliardi, cosa pensereste di qualcuno che, definendosi comunista, protesta contro la fame nel mondo mentre si mangia una bistecca?

  • La scarsità d'acqua. Siamo tutti preoccupati, ed a ragione, della scarsità d'acqua sulla terra e dei rischi della sua privatizzazione. Più di un miliardo di umani non dispongono neppure di una goccia di acqua potabile. Tuttavia, non ci preoccupiamo di come l'acqua (che è presente in maniera definita e quantificabile sul nostro pianeta e non si crea dal nulla) venga sprecata. Il 70% dell'acqua è, infatti, utilizzata per la zootecnia e per l'agricoltura (la maggior parte della quale serve a produrre alimenti per gli animali d'allevamento). Questo comporta che produrre 1 kg di carne costa all'ambiente 3150 litri di acqua. Siete ancora disponibili ad ascoltare sedicenti comunisti contrari alla privatizzazione dell'acqua, mentre si cibano di porchetta e mortadella?

  • Il disastro ecologico. Come detto, per alimentare 1.300.000.000 bovini, 2.000.000.000 tra ovini e caprini, 1.000.000.000 di suini e 12.000.000.000 di polli (tanti sono gli animali allevati al mondo senza considerare quelli che non vengono contati individualmente, come pesci e conigli, perché venduti a peso!) c'è bisogno di molto cibo. Questo fa sì che porzioni sempre più ampie del nostro pianeta diventino terreno per coltivare cereali per alimentare animali o terreno di pascolo per gli animali stessi. Tutto questo determina desertificazione, distruzione delle foreste pluviali, perdita della biodiversità vegetale ed animale, consumo delle riserve d'acqua potabile, aumento dell'inquinamento organico (ad esempio, una mucca produce 180 quintali di feci all'anno) (...). Alla luce di tutto questo cosa pensereste di chi si definisce preoccupato per l'ambiente (e molti a sinistra dicono di esserlo) e continua a mangiare senza problemi tutto ciò che si muove sotto il sole?

    Massimo Filippi



    Da: Oltre la Specie

    Questo articolo è presente anche su: Rinascita Animalista