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Un piccolo, grande dolore.
Il 31 dicembre 2002 una persona che mi è molto cara subì un grave lutto in famiglia. Un parente, uno zio cui era molto affezionata, che era stato per decenni una presenza costante e positiva nella sua vita, morì improvvisamente. Quella persona volle raccontarmi della presenza perduta, e mi scrisse fra l’altro: «Penso a mio zio: oggi sarei dovuta andare al mercato di Merate per comprargli una camicia di flanella ("Ma di quelle che costano poco, 10 euro, eh... e se proprio proprio vuoi regalarmi qualcosa, anche quella non è necessaria", mi aveva detto proprio una settimana fa)...». Diciotto giorni dopo, la mattina del 18 gennaio alle 11.30, una mia gatta, altrettanto improvvisamente, morì. Esattamente 4 mesi prima era stata la volta di un altro gatto, il primo ad andarsene del gruppo che ormai da un decennio accompagna la mia vita, anche lui nel giro di una sola giornata, anche lui dopo un decennio di vita in comune con me. La sera del 18 gennaio al telefono quella persona mi disse: «so che per te queste cose rappresentano un piccolo, grande dolore. Anzi no», si corresse subito dopo, «un grande dolore». Fu pronta, quella persona, a rimuovere il primo di quei due aggettivi, "piccolo", fu pronta a comprendere quanto fosse inadatto. Pochi al suo posto lo sarebbero stati. Perché dunque solo la morte di un nostro simile merita d’essere per noi un "grande" dolore? Perché siamo così propensi ad attribuire un tale valore solo alla vita umana, perfino nel propugnare il rispetto di tutte le altre? Nei casi più deteriori, ovvero nella maggior parte dei casi, c’è l’arroganza di volersi a tutti i costi sentire i migliori, il vertice della creazione. C’è insomma l’hybris più basso e forsennato. A volte - ed è questo il caso su cui mi soffermo adesso - c’è un’insuperabilità della distanza fra noi e loro. Perché comunicare con un nostro simile è facile: abbiamo tutto in comune con lui, e soprattutto abbiamo in comune con lui il linguaggio. Ne consegue una intensità dei rapporti, una complessità della comunicazione che con un membro di un’altra specie non può avvenire. Spesso egli viene percepito, accanto a noi, come una presenza silenziosa e sorda: non ci parla di sé, non si può confidarsi con lui. Pertanto, non è una persona. La sua morte, per quanto possa essere percepita come una perdita sul piano affettivo, non spalancherà mai quel vuoto che si aprirà invece davanti alla morte di un essere umano che ci era caro. A meno che non si sia riusciti a superare, in qualche modo, quella barriera, a parlare al non umano, ad ascoltarlo. Non è impossibile, perché il linguaggio verbale, quel linguaggio che usiamo quando ci rivolgiamo a un nostro simile, a un umano, è ben lontano dall’essere l’unico mezzo di comunicazione possibile fra gli esseri senzienti. Tutto comunica; tutto ciò che è pensiero tradotto in una azione parla di sé. Così dunque, come quel chiedere una camicia di poco prezzo parla di una vita umana semplice, fatta dell’accontentarsi di poche cose e saperne vedere la preziosità, allo stesso modo il giocoso saltello con cui mi accoglieva la gatta ora morta, unito all’inarcarsi della schiena e allo strusciarsi contro di me, o il rapidissimo balzare sulle mie ginocchia dell’altro gatto non appena la sera mi sedevo per cenare e il colpirmi con un brusco movimento della testa (era brusco lui, brusco in tutto, comprese le sue manifestazioni di affetto) raccontano, senza bisogno di pronunciare parole, i loro piccoli mondi fatti di affetti, gioie, apprensioni. Diversi dai nostri mondi, diversi in complessità, in peculiarità, in identità. Non in valore. Poiché non esiste l’unità di misura del valore di una vita.
Un’altra gatta del mio gruppo, la sorella gemella di colui che è morto il
18 settembre, è sorda. Il 18 settembre 2002 dunque ella perse il fratello
gemello, anche lui sordo, cui era molto legata. Forse a causa della sua
sordità è molto timida, schiva; suo fratello era l’unico, fra gli altri
gatti, che stesse spesso insieme a lei. Essendo sorda non sa dosare il
volume della voce, e spesso il suo miagolio risulta un urlo penetrante,
Chi sa osservare queste vite che ci accompagnano sa di cosa parlo. Saperlo fare è probabilmente un dono del caso. Sono convinto che questa capacità sia molto sviluppata nei bambini: una consapevolezza istintiva della comunanza di tutti gli esseri viventi, che li spinge con identica disinvoltura verso l’umano e il non umano e che poi l’addestramento alla superstizione antropocentrica cancella. Una consapevolezza istintiva, dicevo. Che però a volte rimane. E viene poi affiancata dalla ragione, da un’etica culturalmente elaborata. In null’altro che in questo consiste quella futura cosa che, senza aver ancora capito cosa sia, chiamiamo civiltà. Filippo Schillaci.
Nota non marginale. |