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Un piccolo, grande dolore.

Forse è perché io ti parlo che tu giudichi ch’io abbia il sentimento, la memoria, delle idee? Ebbene! Non ti parlerò: tu mi vedrai rincasare con aria afflitta, cercare una carta con inquietudine, aprire l’armadio dove mi ricordo di averla rinchiusa, trovarla, leggerla con gioia. E tu ne deduci che io ho provato il sentimento della afflizione e quello del piacere, che ho memoria e conoscenza. Giudica dunque allo stesso modo questo cane, che non trova il suo padrone, che lo ha cercato per tutte le vie con grida dolorose, che rincasa inquieto e agitato, sale, scende, va di stanza in stanza, trova infine nel suo studio il padrone che egli ama, e gli testimonia la propria gioia con la dolcezza del suo mugolio, coi salti e le carezze.

(Francoise-Marie Voltaire, Dizionario filosofico)

Il 31 dicembre 2002 una persona che mi è molto cara subì un grave lutto in famiglia. Un parente, uno zio cui era molto affezionata, che era stato per decenni una presenza costante e positiva nella sua vita, morì improvvisamente. Quella persona volle raccontarmi della presenza perduta, e mi scrisse fra l’altro: «Penso a mio zio: oggi sarei dovuta andare al mercato di Merate per comprargli una camicia di flanella ("Ma di quelle che costano poco, 10 euro, eh... e se proprio proprio vuoi regalarmi qualcosa, anche quella non è necessaria", mi aveva detto proprio una settimana fa)...».

Diciotto giorni dopo, la mattina del 18 gennaio alle 11.30, una mia gatta, altrettanto improvvisamente, morì. Esattamente 4 mesi prima era stata la volta di un altro gatto, il primo ad andarsene del gruppo che ormai da un decennio accompagna la mia vita, anche lui nel giro di una sola giornata, anche lui dopo un decennio di vita in comune con me. La sera del 18 gennaio al telefono quella persona mi disse: «so che per te queste cose rappresentano un piccolo, grande dolore. Anzi no», si corresse subito dopo, «un grande dolore».

Fu pronta, quella persona, a rimuovere il primo di quei due aggettivi, "piccolo", fu pronta a comprendere quanto fosse inadatto. Pochi al suo posto lo sarebbero stati.

Perché dunque solo la morte di un nostro simile merita d’essere per noi un "grande" dolore? Perché siamo così propensi ad attribuire un tale valore solo alla vita umana, perfino nel propugnare il rispetto di tutte le altre?

Nei casi più deteriori, ovvero nella maggior parte dei casi, c’è l’arroganza di volersi a tutti i costi sentire i migliori, il vertice della creazione. C’è insomma l’hybris più basso e forsennato. A volte - ed è questo il caso su cui mi soffermo adesso - c’è un’insuperabilità della distanza fra noi e loro. Perché comunicare con un nostro simile è facile: abbiamo tutto in comune con lui, e soprattutto abbiamo in comune con lui il linguaggio. Ne consegue una intensità dei rapporti, una complessità della comunicazione che con un membro di un’altra specie non può avvenire. Spesso egli viene percepito, accanto a noi, come una presenza silenziosa e sorda: non ci parla di sé, non si può confidarsi con lui. Pertanto, non è una persona. La sua morte, per quanto possa essere percepita come una perdita sul piano affettivo, non spalancherà mai quel vuoto che si aprirà invece davanti alla morte di un essere umano che ci era caro.

A meno che non si sia riusciti a superare, in qualche modo, quella barriera, a parlare al non umano, ad ascoltarlo. Non è impossibile, perché il linguaggio verbale, quel linguaggio che usiamo quando ci rivolgiamo a un nostro simile, a un umano, è ben lontano dall’essere l’unico mezzo di comunicazione possibile fra gli esseri senzienti. Tutto comunica; tutto ciò che è pensiero tradotto in una azione parla di sé.

Così dunque, come quel chiedere una camicia di poco prezzo parla di una vita umana semplice, fatta dell’accontentarsi di poche cose e saperne vedere la preziosità, allo stesso modo il giocoso saltello con cui mi accoglieva la gatta ora morta, unito all’inarcarsi della schiena e allo strusciarsi contro di me, o il rapidissimo balzare sulle mie ginocchia dell’altro gatto non appena la sera mi sedevo per cenare e il colpirmi con un brusco movimento della testa (era brusco lui, brusco in tutto, comprese le sue manifestazioni di affetto) raccontano, senza bisogno di pronunciare parole, i loro piccoli mondi fatti di affetti, gioie, apprensioni. Diversi dai nostri mondi, diversi in complessità, in peculiarità, in identità. Non in valore. Poiché non esiste l’unità di misura del valore di una vita.

Un’altra gatta del mio gruppo, la sorella gemella di colui che è morto il 18 settembre, è sorda. Il 18 settembre 2002 dunque ella perse il fratello gemello, anche lui sordo, cui era molto legata. Forse a causa della sua sordità è molto timida, schiva; suo fratello era l’unico, fra gli altri gatti, che stesse spesso insieme a lei. Essendo sorda non sa dosare il volume della voce, e spesso il suo miagolio risulta un urlo penetrante, sgraziado e sgradevole. Per molto tempo quel miagolio mi ha irritato, esasperato: era un urlo fastidioso e basta. Poi una sera l’ho ascoltato in un altro modo: era il suo modo, l’unico che conosceva, per dire al mondo: eccomi, ci sono anch’io. Qualcun’altra, una persona della mia specie, mi ha raccontato che molti anni fa diceva la stessa cosa tacendo e sorridendo. Quella sera, mentre lavoravo nel magazziono, pensando a quella persona, capii dopo l’ennesimo urlo della gatta sorda, che stava accadendo la stessa cosa. Qualcuno lì vicino a me era solo e chiedeva di non esserlo. Ogni irritazione passò (perché in ciò non c’è alcun motivo di irritarsi), uscii dal magazzino e le dissi: «Lo so che ci sei anche tu. Ci sei sempre stata. E ci sono anch’io, eccomi qua. ti darò io le carezze che non può più darti tuo fratello». Glielo dissi non con le parole del mio linguaggio ovviamente, ma in un modo che le riuscisse comprensibile. Glielo dissi accarezzandola, prendendola in braccio e portandola con me nel magazzino. C’era lì una sedia pieghevole. La aprii, vi misi sopra un cuscino e misi lì la gatta. La accarezzai ancora un po’, poi ripresi il lavoro. Lei rimase. Ogni pochi minuti mi voltavo verso di lei e le davo una nuova carezza («non mi sono dimenticato di te. So ancora che ci sei. E fra pochi minuti lo saprò ancora, e poi ancora»). Adesso lei dorme ogni notte.non più nascosta in un cesto sotto il letto ma sul letto insieme a me e agli altri gatti, quelli rimasti. Non miagola più, se non quando ha fame. Non ne ha più motivo. Adesso sa che per noi anche lei c’è.

Chi sa osservare queste vite che ci accompagnano sa di cosa parlo. Saperlo fare è probabilmente un dono del caso. Sono convinto che questa capacità sia molto sviluppata nei bambini: una consapevolezza istintiva della comunanza di tutti gli esseri viventi, che li spinge con identica disinvoltura verso l’umano e il non umano e che poi l’addestramento alla superstizione antropocentrica cancella. Una consapevolezza istintiva, dicevo. Che però a volte rimane. E viene poi affiancata dalla ragione, da un’etica culturalmente elaborata. In null’altro che in questo consiste quella futura cosa che, senza aver ancora capito cosa sia, chiamiamo civiltà.

Filippo Schillaci.

Nota non marginale.
Quanti lo avranno notato? In questo articolo una parola non appare mai: la parola "animale".