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Per Argo l'unica lacrima di Ulisse
La cosa angosciosa per i padroni (ma forse quella che li rassicura) è che i cani avranno una vita troppo breve. Più o meno un settimo di quella umana. Il mio cane ha sette anni. Se vivessi la vita media di un italiano maschio, tolga il cielo, sarebbe il penultimo dei miei cani: lascerei il prossimo ancora giovane. Ha sette anni perché quello che lo precedette, il valoroso Finn, era morto da poco quando venni in galera, e la mia compagna prese un successore per non aspettarmi da sola. Lo conobbi in un intervallo di libertà in mezzo a questi sette anni, e dopo un'ora mi trattava come se fossimo stati assieme da sempre. Si chiama Felix. Qualche giorno fa è stata trasmessa una conversazione fra me e Fabio Fazio in televisione, nella quale nominavo il mio cane. Ho avvertito Randi e Mihaela, le quali aspettandomi vivono con Felix, che tenessero il volume alto, e mi raccontassero come avrebbe reagito Felix quando avesse sentito la mia voce pronunciare il suo nome. A malincuore, mi hanno riferito: Felix dormiva (era la seconda serata), non aveva aperto gli occhi, e tantomeno sobbalzato, né sollevato il suo testone di pastore tedesco. Non ha nemmeno sventolato un po' l'orecchio sinistro. Niente. Nonostante Mihaela, che ha poco più della sua età, cercasse di dargli un calcetto nel momento fatidico. Per consolarmi, mi hanno fornito le giustificazioni scientifiche: i cani non vedono e non sentono la televisione, questione di ultrasuoni o chissà, guarda che non batte ciglio nemmeno quando Rex si mette ad abbaiare al colpevole. Mah. E' uscito un libro di Roger Grenier, tratta di cani e padroni, veri e letterari. Si intitola Le lacrime di Ulisse, edizioni E/o. Il titolo viene dal famoso incontro fra il ritornato Ulisse e il vecchio cane Argo. Argo, solo lui, riconosce Ulisse. Scuote la coda, abbassa le orecchie, ma non ha la forza di accostarsi al padrone, e muore. Ulisse volta la testa e si asciuga una lacrima. Grenier commenta che la sola lacrima di Ulisse ritornato è strappata dal cane. Anni fa avevo riletto l'episodio. Bisognava che Ulisse non fosse riconosciuto, ma mi sembrava un gran peccato che la mano di Ulisse non grattasse per l'ultima volta dietro l'orecchio il cane decrepito e pieno di zecche, e che Argo non leccasse per l'ultima volta la mano del padrone. Si possono amare i cani ed essere i peggiori farabutti. Adolf Hitler amava i suoi cani e se ne portò all'inferno una cucciolata. Non c'è nessuna ragione per fidarsi degli amanti dei cani. Però dei cani sì. "Né incluso, né escluso": così chiama il cane Rainer Maria Rilke. Mezza riga per dire la meravigliosa storia che Jack London racconta in due romanzi, Zanna bianca e Il richiamo della foresta. Io preferivo Il richiamo della foresta. Mi piacciono, i lupi. Una volta, tanto tempo fa, una giovane donna, poco più che una ragazza, camminava su un sentiero del Carso triestino, tra Monrupino e Orlek. Era una maestra e andava da un paesetto all'altro a fare scuola. Era d'inverno, e c'era la neve. La giovane camminava svelta, si voltò indietro e vide, a qualche decina di passi da lei, un grosso cane lupo. Affrettò ancora il passo, senza mettersi a correre (non si deve correre) e voltandosi di tanto in tanto: il lupo le veniva dietro. Aveva ormai il cuore in gola, quando sentì abbaiare alle sue spalle. Si voltò, e vide che il cane si era fermato e stava accucciato sulle zampe di dietro. Le abbaiò ancora, e la giovane donna vide qualcosa di colorato sulla neve, davanti alle zampe del cane. Era il suo foulard, l'aveva perduto nella corsa. La giovane donna tornò indietro, raccolse il fazzoletto, ringraziò e carezzò il bravo lupo. Mi pace questa storia. Mi piace ricordarmi di mia madre ragazza, tanti anni prima che mi mettesse al mondo. Qui ho una branda di ferro, un neon livido e parecchie zanzare. A casa avevo un letto di lusso su un soppalco, pieno di cuscini, libri, tappeti, lampade, quadri e una gran zanzariera. Ci si sale per una scala a vista senza ringhiera, con gli scalini di legno posati su un telaio di metallo. Felix aveva paura della scala. Adduceva vertigini. Però aveva un tal desiderio di non allontanarsi da me che, tremando costa a costa,come un gattino, si rassegnava a fare la scala, e poi non voleva più venire giù. Abbiamo dormito tanto, giorno e notte, in quella breve vacanza. Da quando non ci sono, non si è mai più arrampicato fino a quel letto vuoto. Anni fa, grazie a Giovanni Minoli, che di televisione è un vero maestro, imparai a usare la telecamera e la usai in giro nelle guerre. Il mio primo film, ospitato da Mixer, si intitolò I cani di Sarajevo. Erano cani che avevano perduto i padroni, perché i padroni erano morti, o non avevano niente per sfamarli. Giravano macilenti senza capire. Forse avevano capito tutto. Non scrivo per difendere i cani, neanche contro quelle classifiche di pericolità al garrese. Se un cane è stato tirato su male, restate immobili e fate finta di niente. Poi, passato il pericolo, andate a cercare il padrone. Dove abito ora, una volta l'anno più o meno viene una grande perquisizione, polizia, finanza e tutto. Noi ci ammucchiamo in uno stanzone, o nel cortile, e aspettiamo in pigiama e con le facce grigie che sia finita. Al rientro passiamo in fila indiana davanti a un cane lupo, o una cagna, che ci annusa. Cerco di carezzarle il muso. Benché addestrata, secondo me lei si accorge che sono un brav'uomo. Dal libro di Grenier, copio questo passo. «Emanuel Levinas, deportato in Germania e assegnato a una squadra forestale composta di prigionieri di guerra di origine ebraica, vede che agli occhi dei guardiani e perfino dei passanti non appartiene più alla specie umana. Poi un cane randagio viene a unirsi a loro. "Per lui - non c'era alcun dubbio - eravamo uomini"».
Adriano Sofri Su Gondrano dal 6 maggio 2004 Da: Panorama, 13 novembre 2003
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