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Marxismo e antispecismo: un incontro mancato ma necessario

Conferenza tenuta presso l'associazione Oltre la Specie il 3 dicembre 2006

Il titolo di questo intervento - suggerito dagli amici di Oltre la specie - è particolarmente azzeccato. Le riflessioni che vi propongo, infatti, intendono sottolineare come l'incontro tra marxismo e antispecismo sia necessario: sia al marxismo che all'antispecismo. Perché il confronto possa avere un minimo di respiro teorico vi pregherei di evitare obiezioni del tipo: "ma alla festa dell'Unità si mangia la porchetta" e simili. Il titolo non dice "DS e antispecisti", o "Bertinotti e gli animalisti" ma invita ad un confronto che è innanzitutto teorico.

1. Perché l'antispecismo è necessario al marxismo

Cominciamo ad affrontare la questione del perché l'antispecismo è necessario al marxismo. Non mi dilungherò sul problema - per altro fondamentale - di cosa sia da intendersi per "marxismo".[1] Diciamo però, per prevenire obiezioni abbastanza scontate, che non considero marxismo le deformazioni burocratiche e imperialiste che alla teoria di Marx sono state imposte dallo stalinismo e dal maoismo nel '900, né il riformismo statalista e buonista dei partiti socialdemocratici europei. Per sintetizzare al massimo dirò: il marxismo è una teoria della rivoluzione sociale che cerca di comprendere come si costituiscono e come funzionano le gerarchie di classe. Se questo è vero, allora nessuna cricca burocratica e nessun politicante riformista può parlare a nome del marxismo ma entrambi cercheranno di distorcerlo secondo i propri interessi.[2] Un'espressione equivalente a "marxismo", che, per quanto più oscura desta senz'altro minori reazioni epidermiche, è quella di "materialismo storico". Spero di riuscire a chiarirla meglio nel seguito del discorso.
Massimo Filippi ha sottolineato come sia una questione di coerenza per un comunista includere la lotta in difesa degli animali nella propria pratica quotidiana (con tutte le conseguenze che da ciò derivano anche riguardo al cosiddetto "stile di vita"). Io penso che si possa e si debba fare di più, ovvero giustificare l'inclusione degli animali nella sfera di interesse della politica marxista già a livello teorico. A mio avviso, non bisogna tanto dimostrare che il comunista che mangia bistecche a tutto spiano si contraddice nella prassi, quanto che il marxista che considera la questione animale una questione estranea alla sua lotta politica e se ne disinteressa, si contraddice nella teoria: ovvero non è un marxista.
Ma è vero che la questione animale è una questione essenziale al marxismo da un punto di vista teorico? Ritengo di sì e ritengo che ciò diventi particolarmente evidente se definiamo il marxismo, da un punto di vista teorico, "materialismo storico". È in quanto "materialismo" che il marxismo richiede un aggancio con l'antispecismo. Per comprendere ciò bisogna anzitutto fare chiarezza su cosa significa "materialismo" e fare piazza pulita di una concezione falsa e tendenziosa di esso. Secondo la concezione volgare e pretesca oggi diffusa il materialismo significherebbe anzitutto "desiderio di possesso di beni materiali". Un materialista sarebbe quindi uno che pensa solo al denaro o al puro appagamento egoistico: un uomo senza ideali e senza morale. C'è da dire che una simile concezione del materialismo potrebbe ben essere attribuita alle versioni degradate del marxismo. Una delle caratteristiche principali dello stalinismo era proprio la sua visione sviluppista che, in concorrenza con l'imperialismo americano, portava il Cremlino a preseguire un concetto di benessere inteso come produzione di beni materiali a cui si legava l'idea che lo sfruttamento della natura non dovesse conoscere ostacoli.
Si tratta tuttavia di una concezione volgare del materialismo non a caso messa in circolo soprattutto in ambienti religiosi per screditarlo. Il materialismo è infatti costitutivamente non antropocentrico. Il materialismo è una teoria che sottolinea l'unità e la continuità del vivente. Secondo il materialismo l'uomo non è un essere spirituale, non è diverso dagli altri animali e proprio per ciò non è il centro del mondo o il fine verso cui tutto si orienta.
In quanto materialisti (e darwiniani) Marx ed Engels furono fedeli a questo principio. Essi non negarono mai che tutte le facoltà umane per così dire "superiori" sono presenti in un certo grado anche nell'animale. Dalla coscienza al linguaggio, dall'uso di strumenti all'azione secondo un fine, tutto si trova, per così dire, perfezionato e potenziato nell'uomo, ma emerge da una realtà vivente che è fondamentalmente unitaria.[3] La frase di Marx: "l'anatomia dell'uomo è la chiave per comprendere l'anatomia della scimmia" può senz'altro essere intesa in senso antropocentrico: l'uomo come fine dell'evoluzione; ma in realtà dice anche esattamente l'opposto: attraverso l'uomo riesco a comprendere gli animali, cosa che non potrebbe accadere se l'uomo fosse totalmente altro da essi.
Tutti coloro che volessero giustificare il dominio dell'uomo sull'animale da un punto di vista marxista dovrebbero quindi prima fare i conti il proprio materialismo e spiegare in che modo è possibile giustificare tale sfruttamento. L'unico motivo che potrebbero addurre è quello della forza, cioè che il più forte opprime il più debole; ma si tratta, come è ovvio, non di un argomento - tanto meno di un argomento morale - quanto piuttosto del riconoscimento e della cieca accettazione di uno stato di fatto.
Certo, Marx ed Engels non negavano che l'uomo fosse un essere in parte eccentrico rispetto al regno animale. L'eccezionalità dell'uomo non starebbe però nel semplice possesso di determinate facoltà (ragione, linguaggio etc.) quanto piuttosto nella sua capacità di autodeterminazione. Tutte le caratteristiche che l'uomo ha sviluppato in un modo più differenziato e potenziato rispetto agli altri animali lo rendono cioè in grado di modificare la propria esistenza secondo leggi che in qualche modo trascendono l'ordine naturale. Sono le leggi della razionalità e della bellezza secondo le quali l'uomo potrebbe - ribadisco potrebbe perché finora ciò non si è ancora mai realizzato - progettare una società di uguali e liberi, in cui la lotta per l'esistenza, la penuria e la necessità del lavoro lasciano spazio alla solidarietà e al godimento non solo materiale ma anche estetico. E questo è l'ideale regolativo della società comunista che mosse Marx ed Engels. Ora, è importante comprendere che la capacità di autodeterminazione non è una capacità individuale, di specie ma è una possibilità sociale che si manifesta come possibilità storica. Quando Marx ed Engels parlano dell'essere umano come autocosciente e libero non parlano del singolo individuo ma dell'individuo in quanto essere sociale. È la società umana che potrebbe essere autocosciente e libera, cioè organizzata secondo criteri di giustizia e razionalità, e in tal modo potrebbe emanciparsi dalle cieche leggi della natura e porsi al di là di essa. Quando Engels scrisse: "l'uomo diventa uomo solo nella società comunista"[4] intendeva proprio questo. L'uomo si differenzia radicalmente dall'animale solo se riesce a pensare e crea le possibilità materiali di un ordine in cui non è la necessità, ma la libertà a indirizzare la società.

2. Perché il marxismo è necessario all'antispecismo

Questa concezione non solo non è specista ma la ritengo addirittura un presupposto dell'azione antispecista. La critica antispecista a Marx combatte il concetto di specificità dell'uomo come una forma di specismo.[5] Però ridurre l'uomo all'animale senza residui significa negare la possibilità di una società razionale (l'attuale società nonostante ogni apparenza è irrazionale). Nel suo manifesto per una sinistra darwiniana, ad es., Peter Singer "giustifica", cioè eterna, in nome delle leggi biologiche, la gerarchia politica, le differenze sociali, la xenofobia e le divisioni di ruoli tra i sessi.[6] Non afferma certo che esse sono giuste, però nega che essi possano essere debellate poiché sarebbero fenomeni "naturali". Qui si rivela perché l'incontro è necessario anche per l'antispecismo. Esso è necessario sia per la teoria che per la prassi antispecista.
Cominciamo dal punto di vista della teoria. Si è soliti dire che la società umana sfrutta gli animali e che tale sfruttamento va sempre indiscriminatamente a vantaggio dell'uomo. Sostengo che sia sbagliato parlare di un interesse generale della società umana allo sfruttamento animale. È importante sottolineare l'inadeguatezza di chi sostiene che lo sterminio del pianeta sia conseguenza del dominio sulla natura. In realtà esso è in primo luogo conseguenza del dominio sull'uomo.
Per comprendere questo è necessario porre attenzione al modo in cui il dominio sulla natura e quello sull'uomo sono sorti, ovvero aprirsi ad una comprensione storica della loro genesi. Il marxismo, in quanto "materialismo storico", è da questo punto di vista indispensabile all'antispecismo. Che cosa insegna infatti il materialismo storico? Esso insegna anzitutto a porre una distinzione tra ideologia e prassi.
Lo specismo è il pregiudizio legato alla specie e un'ideologia in quanto serve a mascherare e giustificare una prassi di sfruttamento e distruzione dell'animale a fini umani. È necessario distinguere entrambi gli aspetti per una definizione dello specismo. Non la semplice uccisione di un animale è specismo - altrimenti tutti gli animali sarebbero specisti - ma quella che viene giustificata in nome di una superiorità di specie. Nelle società di caccia e raccolta, ad esempio, il ricambio organico con l'ambiente è assoluto, l'uomo non si atteggia a padrone della natura e l'uccisione degli animali non viene affatto giustificata in nome della superiorità di specie. Anzi, l'animale è considerato un essere divino per la cui uccisione occorre chiedere perdono a potenze ancestrali. Se pensiamo che questo tipo di rapporto con l'animale ha segnato il 98% dell'evoluzione dell'uomo[7] e che il 90% per cento delle persone finora vissute sul pianeta hanno svolto attività di raccolta[8], si comprende quanto sia sbagliato definire lo specismo "l'ideologia della nostra specie".
In origine e per la quasi totalità del tempo trascorso sulla terra, tra l'uomo e l'animale c'è stato un rapporto di uguaglianza sia dal punto di vista della prassi che dell'ideologia. Tale rapporto è stato spezzato (1) dalla domesticazione dell'animale; (2) dal dominio di classe che è, a sua volta, una forma di domesticazione dell'uomo (l'uomo ridotto a strumento di lavoro). È importante sottolineare che il dominio sull'animale fu presupposto del dominio sull'uomo: la domesticazione di animali e l'invenzione dell'agricoltura resero possibile l'accumulo di risorse necessario alla schiavitù. Finché non si produce abbastanza perché il lavoro di uno possa sfamare due persone, infatti, la schiavitù è impossibile. E infatti nelle società di caccia e raccolta essa è un fenomeno sconosciuto, così come la guerra che è un fenomeno tribale legato al possesso della terra.
Verso la fine del neolitico nacquero le prime società divise in classi, in cui pochi vivevano del lavoro di molti, sfruttando al tempo stesso uomini e animali. Lo specismo nasce qui, è in realtà, un prodotto della società di classe in entrambe le sue forme: come prassi e come ideologia. La domesticazione degli animali - che fu un atto di violenza nei loro confronti - fu una sciagura che non tornò a vantaggio dell'uomo, perché creò differenze sociali che permisero la nascita delle gerarchie politiche e religiose. Dal momento in cui queste si imposero, però, lo sfruttamento animale andò a loro vantaggio. In altri termini non è mai esistito un interesse materiale comune degli esseri umani allo sfruttamento animale. Furono poi le stesse elite politiche e religiose a creare l'idea della natura divina dell'uomo, ovvero della radicale differenza tra uomo e animale. E ovviamente ciò non tornò a vantaggio dello schiavo - che era anzi visto egli stesso come animale - ma delle elite stesse. Dunque, anche dal punto di vista del pregiudizio di specie, occorre cercare l'origine nella società di classe.
Ma se questo è vero, il marxismo, che si pone come obiettivo la fine della società di classe, si rivela necessario all'antispecismo anche dal punto di vista della prassi. È vero che oggi le società occidentali organizzano il massacro di animali attraverso uno stile di vita che è trasversale, per cui è logico affermare che rispetto agli animali siamo tutti nazisti. Tuttavia, seppure di fronte agli animali l'uomo appare un oppressore come specie, è sbagliato dimenticare che ciò non annulla la differenza sociale tra oppressori ed oppressi. È sbagliato da un punto di vista tattico e strategico perché pone sullo stesso piano chi organizza lo sterminio del pianeta e chi ne è vittima. In tal modo ci si rivolge indistintamente agli uni e agli altri, agli oppressori e agli oppressi, per porre fine a tale distruzione; così, da un lato, ci si illude di trovare ascolto presso chi ha ogni interesse a lasciare intatto questo stato di cose; dall'altro, si colpevolizza chi avrebbe ogni interesse a mutarlo, provocando comprensibilissime reazioni di difesa nel fronte anticapitalista e collaborando alla sua divisione. Con questo non voglio dire che occorre tacere di fronte allo sterminio cui tutti partecipano, ma che bisogna pur cominciare ad agire nel senso di provocare un cambiamento reale e tale cambiamento non si può realizzare senza contrastare attivamente il dominio e la violenza sull'uomo. Per dirla con un linguaggio da parabola: come può l'uomo riconoscere l'animale come suo fratello se tratta suo fratello come un animale?

3. Alcune conseguenze pratiche

Vorrei infine trarre alcune conseguenze pratiche dal discorso teorico appena fatto. Trovandomi di fronte ad una platea di antispecisti mi limiterò alle conseguenze che da questo discorso derivano all'antispecismo.
Assumo come presupposto dell'azione antispecista che essa si ponga anche l'obiettivo di porre fine al dominio sull'uomo. Ora, può l'antispecismo perseguire i propri obiettivi senza comprendere che la liberazione animale - in quanto presuppone la liberazione umana - è un fatto essenzialmente politico? Non parlo qui di "politica" nel senso di partecipazione ad elezioni, del sostegno a determinati partiti, al lobbyismo etc. Tengo il discorso ad un livello più generale. Dire che la liberazione animale è un fatto politico significa che essa non può limitarsi ad essere una protesta etica individuale o anche fatta dalla somma di individui ma che deve pensare la propria azione nel senso di un rovesciamento degli attuali rapporti di potere. La liberazione animale non può avvenire all'interno del capitalismo, cioè in un contesto in cui dominano aristocrazie economiche, politiche e militari.
Ora, la prassi antispecista che si limita alla sfera del consumo - il veganismo - non si rende conto del limite di ogni azione etica che non metta in discussione lo sfruttamento del capitale nella sua interezza. L'esperienza del cosiddetto "commercio equo e solidale" ha già mostrato quali siano i limiti di questo approccio. Il tentativo di costruire un mercato etico che sia alternativo a quello basato sullo sfruttamento non mette realmente in discussione quest'ultimo e ne lascia inalterati i meccanismi. L'impresa capitalista opera nell'ambito del mercato mondiale e non può sottrarsi al meccanismo modellatore della libera concorrenza. La concorrenza incentiva per sua natura alla trasformazione di denaro in capitale e ciò non può avvenire che attraverso lo sfruttamento umano. La lotta per l'accaparramento di fette di mercato deve quindi prima o poi necessariamente contraddire la finalità etica di qualsiasi impresa che non voglia uscire dal mercato oppurre ridursi ad un ruolo marginale, cioè vivacchiare ai margini del mercato dello sfruttamento. Il mercato alternativo può allora ben avere un'espansione temporanea o rimanere una realtà locale ma non può diventare per sua natura un modo di produzione generalizzato.
Nella prassi di lotta allo sfruttamento animale queste difficoltà diventano insuperabili poiché il mercato "etico" è qui ancora più ristretto e la sua possibilità di espansione fortemente limitata anche dall'interno, cioè dalla disponibilità soggettiva a modificare i propri consumi. Qui, infatti, non si tratta solo di direzionare la domanda su alcuni prodotti alternativi ma di orientare l'intero comportamento al consumo verso le imprese che non sfruttano in modo diretto o indiretto gli animali e, in alcuni casi, di eliminare addirittura alcuni beni e servizi. I gesti quotidiani attraverso cui dovrebbe realizzarsi tale mercato etico si pongono obiettivi, come l'abolizione e la riconversione ecologica delle relative industrie di annichilimento e sfruttamento dell'animale, che ritengo assolutamente sensati e auspicabili ma che non possono essere perseguiti per questa via. Il cambiamento potrebbe qui avvenire solo sulla base di una conversione etica di massa caratterizzata da un rigore e da una continuità che stanno ben al di sopra di quelli che le stesse masse individualmente mostrano anche verso obiettivi più modesti e che li riguardino più da vicino. Detto in modo drastico: se il boicottaggio pur temporaneo e limitato verso un bene oggettivamente inutile come la Coca-Cola in nome della lotta allo sfruttamento umano non produce effetti di sorta, la speranza di ottenere risultati ben più impegnativi da una richiesta di modificazione totale dei propri consumi in nome dei non umani non può non apparire illusoria.
C'è infine da sottolineare la vaghezza con cui questa opposizione alle industrie di sfruttamento è condotta. Invece di concentrare l'effetto di una protesta particolare di molti individui contro singole aziende, essa concentra in pochi individui una protesta totale contro tutte le aziende che sfruttano animali. Ma se una forma di boicottaggio mirato può avere un qualche effetto di pressione, la protesta diffusa e vaga non colpisce in nessun punto specifico il sistema industriale. Da qui anche la difficoltà di misurare gli effetti di questa protesta.
Mi pare che da tutto ciò si possa trarre una lezione fondamentale: occorre agire non solo e non tanto nella sfera del consumo, ma in quella della produzione. Cominciare cioè a porsi il problema di un controllo dei mezzi di produzione, ovvero del modo in cui si produce. Solo quando la produzione è sotto il controllo della società - e non più di pochi privati che sfruttano uomo e natura in nome del profitto - è possibile sopprimere lo sfruttamento sull'uomo e indirizzare la produzione in modo da abolire lo sfruttamento animale. Chi prende la strada lunga, anzi lunghissima, anzi eterna, della modificazione dei consumi e non mette in discussione la proprietà dei mezzi di produzione agisce come chi si limita a svuotare la vasca con il cucchiaino, invece di chiudere il rubinetto.
Non si dica che l'obiettivo di espropriare gli sfruttatori è un'utopia perché lo sfruttamento c'è sempre stato, oppure che esso non potrà mai accadere perché è un'idea minoritaria. Se bastasse questo a fermare il pensiero e l'azione, nessuno di noi si sarebbe mai convinto della necessità di porre fine allo sfruttamento animale.

Marco Maurizi

novembre 2006


Note:
[1] Vedi M. Maurizi, "Quale marxismo per l'animalismo", Rinascita animalista - Officina della Theoria, 30/03/05
[2] Ovvero: il mantenimento di un regime di capitalismo di stato che permetta lo sfruttamento della classe lavoratrice da parte della burocrazia oppure, nel caso della politica riformista, la prosecuzione in aeternum del sistema parlamentare con tutti i privilegi ad esso connessi.
[3] F. Engels, Dialettica della natura, Editori riuniti, Roma 19784, pp. 183 e sgg. [4] F. Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, Laboratorio politico, Napoli 1992, p. 93.
[5] A. E. Charlton - S. Coe - G. L. Francione, "The American Left Should Support Animal Rights: A Manifesto", in Animals' Agenda, Jan/Feb 1993, v.b. Di Francione vedi anche G. L. Francione, Introduction to animal rights. Your child or the dog?, Temple University Press 2000, p. 121. B. Noske, Humans and Other Animals. Beyond the Boundaries of Anthropology, Pluto Press 1989, p. 73. R. Garner, The Political Theory of Animal Rights, Manchester University Press, Manchester-New York 2005. D. Sztybel, "Marxism and Animal Rights", in Ethics and the Environment 2, (1997), pp. 169-85. K. Perlo, "Marxism and the Underdog" in Society and Animals, Vol. 10, N. 3, 2002, pp. 303-318.
[6] P. Singer, Una sinistra darwiniana. Politica, evoluzione, cooperazione, Edizioni Comunità, Torino 2000.
[7] V. Gordon Childe, Il progresso nel mondo antico, Einaudi, Torino 19796, p. 21
[8] M. Ehrenberg, La donna nella preistoria, Mondadori, Milano 1995, p. 75.