Vorrei partire dalla situazione attuale, e credo che nulla la descriva meglio di questa testimonianza di un
allevatore:
I commenti che questo messaggio ha ricevuto da parte degli altri partecipanti al forum sono stati:
Considerata la struttura sociale - e produttiva - in cui esistiamo, la prima cosa da fare è sicuramente aderire anche noi all’oggettiva necessità che giustifica
la posizione di costui e… dargli senz’altro ragione: all’interno di questo sistema lo sfruttamento delle specie più deboli da parte dell’uomo, come
delle classi più deboli da parte di quelle più forti è obbligatorio perché insito nella sua struttura. La seconda cosa da fare è però mettere in discussione il
postulato da cui discende tutto il resto, ovvero che questo sistema sia l’unico possibile. Scopo di questo testo è tentare una prima messa a fuoco delle
conseguenze che la nostra critica allo specismo ha sul piano della produzione di beni e del modo di vivere di ciascuno. Non farò distinzione fra individuale e
collettivo perché i due piani non sono distinti (la collettività non è che una somma di individui), o, quando lo farò, sarà solo per evidenziare le analogie esistenti
fra i due piani.
Comincerò col dire che una delle caratteristiche del sistema attuale che rende lo specismo parte essenziale della sua struttura è la divisione totale del
lavoro. E’ una caratteristica progressivamente amplificatasi, dal neolitico in poi, fino a divenire totale con l’industrializzazione. Ciò porta a una
notevole quantità di conseguenze:
1) la gerarchizzazione, sociale in funzione del diverso grado di astrazione del lavoro svolto e interspecifica in funzione del grado di astrazione dei bisogni
umani che il non umano è chiamato a soddisfare (animale da compagnia, da lavoro, da macello…). In particolare:
2) la divisione fra lavoro concettuale (astratto e quindi “alto”) e lavoro manuale (materiale e quindi “basso”), che trova il
suo parallelo ideologico nella contrapposizione spirito-materia, cultura-natura ecc.
3) l’accentramento delle strutture produttive: pochi centri di produzione di grosse dimensioni hanno progressivamente
sostituito la produzione decentrata
4) l’annientamento dell’autosufficienza a ogni scala inferiore a quella del mercato globale, a partire dalla scala
individuale. E come conseguenza…
5) …l’annientamento della libertà, dell’individuo come dei popoli
6) la mercificazione dei rapporti sociali: io ricavo il necessario per soddisfare i miei bisogni (denaro) vendendo il tempo
della mia vita a un datore di lavoro e con il denaro guadagnato pago altri che vendono a me il tempo della loro vita per fornirmi tutto ciò di cui ho bisogno
(beni e servizi).
7) … sicuramente ho dimenticato qualcosa. L’elenco è aperto.
A livello individuale ciò ha avuto come conseguenza la cronicizzazione dello stato di inettitudine (in senso biologico, ovvero: incapacità di provvedere da sé alle
proprie necessità). L’uomo è oggi l’unico animale superiore che rimane inetto, e pertanto totalmente dipendente dal suo branco, per tutta la vita. Per trovare
situazioni analoghe bisogna scendere fino al mondo degli insetti (formiche, api), con la differenza che mentre per essi l’inettitudine cronica dell’individuo è
innata, per l’uomo è acquisita.
A livello collettivo ciò ha portato alla progressiva interdipendenza delle economie, e in particolare all’assoggettamento di alcune economie da parte di altre.
Questo processo ha raggiunto il suo compimento con la globalizzazione e l’imposizione di metodologie produttive estranee alle realtà locali che rendono queste
ultime dipendenti dai centri produttivi in cui hanno avuto origine queste metodologie (esempio drammatico: la sostituzione delle agricolture tradizionali nel terzo
mondo con le colture ibride o, peggio, OGM, concepite in funzione di metodi di coltivazione industriali e che pertanto rendono il contadino dipendente dalle
multinazionali agrarie).
Fin qui un primo abbozzo della situazione attuale. Occorre ora porsi il problema di quale sia la via per correggerla.
Torniamo innanzi tutto al nostro allevatore e notiamo che egli fa un rapido ma fondamentale parallelo fra la sua attività e l’agricoltura intensiva. Infatti
l’ipotetica conversione al veganismo più rigoroso dell’intera popolazione umana, fermi restando questa organizzazione sociale e conseguente sistema
produttivo, non risolverebbe il problema, lo attenuerebbe soltanto. La necessità di produzione intensiva rimarrebbe e con essa la filiera dello sfruttamento,
che semplicemente assumerebbe forme meno immediatamente (ed emotivamente) percepibili: finirebbero i massacri dei macelli ma continuerebbero i meno
visibili ma non meno cruenti genocidi conseguenti alle devastazioni degli habitat che l’agricoltura intensiva comporta. Quest’ultima subirebbe una temporanea
contrazione ma la progressiva crescita della specie umana (intesa sia come popolazione che come consumo individuale di risorse) la riporterebbe ben
presto ai livelli attuali e oltre.
Estendere il campo degli atteggiamenti “etici” (mi astengo dal consumare questo, quello, quell’altro…) a contesti diversi da quello alimentare ancora una
volta avrebbe efficacia parziale ed effimera per motivi analoghi. Non mi dilungherò su questo punto.
Occorre dunque rimettere in discussione il sistema produttivo e l’organizzazione sociale stessa a partire dai suoi due capisaldi: divisione del lavoro e
crescita. In realtà la prima in funzione della seconda.
Oggi io signor Rossi so fare due sole cose: vendere (una e una sola cosa) e comprare (tutto). Questo è il mattone con cui è costruito il grattacielo di
Horkheimer[1]. Tutti conosciamo la frase: “voti ogni volta che fai la spesa”. In realtà fai molto di più che votare: sostieni attivamente, concretamente, con
costanza e tenacia il sistema che nei tuoi slogan rivoluzionari o nei tuoi scritti teorici sostieni di voler smantellare. Da queste considerazioni nascono quei
movimenti che vedono nel localismo, nella biodiversità agraria, nel decentramento della produzione di beni e servizi spinto fino all’autoproduzione, nella
demercificazione dei rapporti produttivi la via attraverso cui costruire l’alternativa al WTO. E, aggiungo io, porre le basi per abbattere il grattacielo dello specismo.
Tutto ciò, pur senza alcuna consapevolezza antispecista, si è coagulato recentemente nel movimento che ha assunto il nome di “Decrescita Felice”.
Inserisco a questo punto i riferimenti a due fra i più significativi documenti della decrescita:
E' evidentissima la diversa impostazione dei due scritti: l’approccio di Latouche è sistematico e si comprende che la sua principale preoccupazione è quella
di dar forma a un sistema di idee coerente (parte insomma dalla totalità) mentre Pallante pone l’accento su un elemento di grandissima importanza: la
responsabilità individuale (parte cioè dal singolo mattone). Ho di recente saputo che questi due approcci vengono percepiti dai rispettivi fautori come
contrastanti. Credo sia un errore in cui non bisogna cadere: come molte altre cose essi sono complementari, l’uno non sta in piedi senza l’altro.
Una persona di formazione marxista, dopo aver letto questo testo, mi ha segnalato i seguenti articoli:
Appunti sulla decrescita di Saverio Pipitone
Ma la decrescita è di destra o di sinistra? di Serge Latouche
La grancassa della decrescita sostenibile di Michele Basso
Crescita, sviluppo, e disonestà intellettuale di A. Martocchia
Il primo, il più interessante, riassume i contenuti di un dibattito svoltosi lo scorso anno su Liberazione. Io però vorrei qui soffermarmi sugli ultimi due, che
contengono forti critiche di parte marxista al concetto di decrescita e in particolare a Latouche.
Intanto direi che non bisogna sovrapporre due piani che invece devono restare separati: quello dell’intrinseco valore di una tesi e quello delle
posizioni/interpretazioni soggettive di chi l’ha elaborata. Dunque distinguiamo fra le critiche a Latouche (che qui non mi interessano) e le critiche alla decrescita
(che invece meritano la massima attenzione, se non altro per la loro portata e perché mi paiono una applicazione particolarmente “legnosa” del materialismo,
che credo vada superata e aggiornata.
Comincerò dall’articolo di Michele Basso.
Mi limiterò ai punti che mi sembrano più importanti. Ad esempio, Basso scrive: «Latouche parla di “decolonizzazione del nostro immaginario e di una
diseconomizzazione delle menti, indispensabili per cambiare davvero il mondo”. Il cambiamento, quindi, sarebbe psicologico, un rivolgimento del nostro modo
di vedere. Lo psicologo, non il militante politico rivoluzionario, sarebbe la vera punta avanzata del cambiamento». In realtà, secondo Basso «non si tratta di
decostruire un concetto, ma di travolgere un sistema economico-sociale (...) questo sistema non può essere spazzato via con “sovversioni cognitive”, ma
soltanto da una rivoluzione».
Basso sembra del tutto inconsapevole di quante energie il capitale dedica alla “coltivazione dell’immaginario” del consumatore e del processo storico che ha
portato a ciò.
Il capitale per esistere ha bisogno di produrre, per produrre ha bisogno di vendere, e pertanto ha bisogno di una figura, il consumatore, che gli è necessaria non
meno di ogni altro anello della catena produttiva. E del consumatore ha bisogno in quanto portatore di una istanza che lo rende tale: il bisogno, da
soddisfare mediante l’acquisto di una merce.
Il capitale ha iniziato producendo merci che soddisfacevano i bisogni materiali. Sotto questo aspetto, in un primo tempo, non c’è stato un mutamento qualitativo
nella tipologia delle merci ma solo un mutamento nel modo di produrle. Questa fase equivale a quella che prima del neolitico era l’approviggionamento di risorse
mediante raccolta e caccia: il capitale si limitava a “raccogliere” i frutti che i bisogni (mercati) esistenti gli consentivano. Ma questo nuovo modo di produrre non
era in condizioni di equilibrio con se stesso, era dinamico e in particolare esigeva (ed esige) un continuo incremento quantitativo della produzione. Si giunse a un
punto in cui il pur vasto insieme dei bisogni materiali fu saturato e per mantenere la crescita fu necessario creare artificiosamente nuovi bisogni. Il capitale comincia
cioé a produrre bisogni (fase analoga all’introduzione dell’agricoltura, ovvero alla produzione delle risorse). E’ a questo punto che comincia la fase di
“colonizzazione dell’immaginario” poiché questi nuovi bisogni indotti sono totalmente estranei alla sfera del materiale, così come sempre più spessa è la
componente immateriale che accompagna le merci odierne. Pochi lo sanno ma esiste una “sezione comunicazione” della Confindustria il cui campo d’interesse
(e d’azione!) è concentrato esclusivamente sulla coltivazione dell’immaginario del consumatore (“sollecitazione dei bisogni potenziali” la chiamano). Ogni merce
è oggi rivestita di un guscio immateriale totalmente rivolto all’immaginario, preventivamente e intensivamente coltivato, fino all’estremo in cui la componente
immateriale/immaginifica costituisce la totalità della merce stessa. Esempio? Pensiamo alla più venduta di tutte le merci: il monotono zampettare, protratto per
quasi due ore, di 22 individui in mutande dietro le evoluzioni di una palla. In sé è il vuoto assoluto, ma ciò che la rende un businness di portata colossale è la
spessa coltre di immaginario che gli è stata costruita attorno (senso di appartenenza, proiezione della propria competitività repressa ecc.). Insomma,
sottovalutare questi meccanismi, assenti o secondari al tempo di Marx ma preponderanti oggi, significa svolgere analisi anacronistiche e pertanto prive di
aderenza alla realtà.
Quanto alla conclusione di Basso, egli dimentica che le grandi rivoluzioni del passato sono nate da pressanti esigenze materiali, dal fatto che la plebe, o terzo
stato, o proletariato viveva in condizioni materiali obiettivamente pessime. Ciò non è vero oggi nei paesi “sviluppati”, e non lo è per il banale motivo che il
consumatore per poter essere tale deve avere le risorse che gli consentano di comprare. Il benessere materiale di "una parte" [2] è cioé condizione necessaria allo
sviluppo del capitalismo. Ed è anche il più potente inibitore di ogni rivoluzione. Insomma, il signor Rossi dell’Europa o del nord America non potrà mai essere
indotto ad alcuna “rivoluzione” perché egli in questo sistema “sta bene”. Sul piano del benessere materiale, s’intende. Ecco la necessità di spostare il terreno di
lotta sul piano della “sovversione cognitiva”. Riprendere possesso delle menti, oggi colonizzate dai “comunicatori”/imbonitori confindustriali, è premessa
indispensabile a qualsiasi azione rivoluzionaria.
Digressione.
Ma cosa dobbiamo intendere oggi per “rivoluzione”? Se la immaginiamo ancora come il popolo in armi che dà l’assalto al palazzo d’inverno allora ce la
possiamo scordare, e non è nemmeno detto che sia auspicabile. Qui Basso dice una cosa giusta: «I mutamenti graduali, quasi impercettibili si accumulano per
decenni, a volte per secoli; giunto un certo limite, la “quantità si trasforma in qualità” (il cosiddetto salto qualitativo), e avvengono i mutamenti radicali, le
rivoluzioni». E’ la teoria matematica delle catastrofi, non a caso applicata, insieme alla teoria del caos, ai sistemi economici e sociali dai teorici borghesi e non a
fini filosofici ma a scopi eminentemente pratici. Non sarà il caso di cominciare a far nostri anche noi questi strumenti, visto che si sono mostrati così efficaci in
mano altrui?
Spostando la sua critica da Latouche a Clémentin e Cheynet Basso cita il testo in cui essi auspicano «la fine dei grandi centri commerciali a vantaggio dei piccoli
negozi di quartiere e dei mercatini, dei prodotti manufatti poco cari importati a beneficio dei prodotti locali». E’ il decentramento produttivo, e pertanto
distributivo (che abbiamo visto essere uno dei punti fermi della decrescita, nonché una delle condizioni essenziali per la realizzazione di una società antispecista).
Basso invece commenta: «E’ il sogno piccolo borghese del droghiere di altri tempi, trasformato in una pseudoteoria. Se fosse possibile (...) vorrebbe dire far
girare all’indietro la ruota della storia di oltre centocinquanta anni. Come nel passato però i piccoli mercatini e i negozietti di quartiere finirebbero, nel giro di
pochi anni, col riprendere l’infernale trafila della concentrazione e dello sviluppo capitalistico».
Intanto è del tutto gratuita l’equazione: piccola dimensione = piccola borghesia. Poi Basso mostra di avere una concezione della storia che ha ormai fatto il suo
tempo: ragiona in termini di “avanti” e indietro” come se la storia si muovesse su un binario obbligato, come se la direzione fosse una sola e lungo essa si potesse
andare soltanto in un verso o nell’altro. La storia (sia come storia umana che come storia biologica) al contrario non conosce alcun determinismo e nessuna
necessità. A ogni punto di essa si apre un ventaglio di possibilità, di innumerevoli storie alternative e il realizzarsi di una di esse piuttosto che di tutte le altre è
frutto di caso e contingenza. E, aggiungo io, di libera scelta, almeno potenzialmente. La concentrazione produttiva e distributiva, le grandi industrie e i grandi
ipermercati non sono un passo avanti rispetto al decentramento, alle piccole quantità, sono una via diversa, funzionale a certi interessi piuttosto che ad
altri.
Quanto alla seconda obiezione (in breve tempo il processo di concentrazione riprenderebbe), qui Basso rivela egli stesso, in contrasto con le critiche
precedentemente rivolte a Latouche, l’esigenza a priori di un diverso modo di pensare, di modellare il proprio rapporto con il mondo esterno. Giorgio
Nebbia definiva brillantemente l’ecologia lo studio dei nostri rapporti con gli altri. Bene, occorre una tale concezione dell’ecologia, che includa in sé lo studio
dei rapporti fra ogni genere di organismo biologico (fra cui l’uomo) e ogni genere di ambiente (fra cui l’ambiente storico infraspecifico dell’uomo). In una tale
visione ecosistemica della società non c’è spazio per alcun processo di concentrazione perché contrario al mantenersi di un equilibrio “ecologico”.
Basso infine cita Amedeo Bordiga ma non sembra accorgersi che gran parte dei 9 punti delle sue proposte sono in perfetta assonanza con i principi della
decrescita. E conclude affermando che «la scienza e la tecnica, liberate dal servaggio del capitale, potranno trovare le soluzioni che accorderanno industria e
natura». Questo è il vecchio concetto tipicamente borghese dello sviluppo sostenibile, l’idea della scienza come deus ex machina che ritroviamo in tanti pensatori
borghesi. Insomma, mi pare che ci siano non poche contraddizioni.
Ultimo capitombolo: Basso parla di “incipiente socialismo”. Bello, ma su quale pianeta? Sul pianeta Terra ciò che sta accadendo è l’esatto opposto, ci avviamo
verso una fase di grande barbarie dominata dai sempre più mastodontici centri del potere capitalista, ormai di dimensione mondiale. Sopravvivere a questa
tendenza e inserirvi elementi estranei capaci di svilupparsi in un ambiente così ostile non sarà facile, ma non è immaginando incipienti (e inesistenti) socialismi che
si troverà una soluzione.
Passiamo all’articolo di A. Martocchia. Qui troviamo una importante distinzione: quella fra crescita, sviluppo e progresso: «sviluppo indica un
movimento intrinseco ed una trasformazione. Esso può implicare o meno una crescita, ovvero un aumento quantitativo, a seconda della fase
storico-sociale che ci si trova ad analizzare. (...) Il termine progresso ha invece una valenza etica, indica miglioramento (...) Infine, sinistra è
quella parte della opinione pubblica che auspica tale miglioramento (progresso) attraverso il cambiamento (sviluppo)». Un altro termine è usato come sinonimo
di sviluppo: superamento. Latouche è qui accusato (fra l’altro) di fare confusione fra sviluppo e crescita e di negare, con la seconda, il primo. Di essere
insomma, un conservatore. E ciò, nonostante Latouche affermi (citato dallo stesso Martocchia): «anche se nessun programma di governo della sinistra mette
in conto la necessaria riduzione della nostra impronta ecologica, è comunque da quel lato che si trovano i valori di condivisione, di solidarietà, di eguaglianza e
fratellanza. Questi valori non si possono fondare sul massacro delle altre specie e sul saccheggio della natura, e conviene estenderne il beneficio alle generazioni
future. E’ per queste ragioni che la nostra lotta si colloca risolutamente a sinistra». Tutto questo a Martocchia non basta ma qui non ci interessa perché, ripeto, il
nostro argomento non è Latouche ma la decrescita (non necessariamente secondo Latouche). Ora, considerato che essa propone la più radicale delle
trasformazioni possibili - l’uscita dalla spirale della crescita esponenziale e dell’accentramento economico a favore di un decentramento totale e addirittura
dall’uscita, ovunque possibile, dai rapporti mediati dall’economia - e dunque un superamento totale dell’esistente (ovvero uno sviluppo) e che ciò
avrebbe l’effetto (e in alcuni autori ha lo scopo dichiarato) di un miglioramento delle condizioni generali di vita - umana e non umana - del
pianeta, ecco che la decrescita soddisfa alla definizione di sinistra che Martocchia stesso ha dato. Alla sinistra dunque il compito di elaborare una
teoria marxista della decrescita, se quella di Latouche è ritenuta insufficiente.
Ultima nota: Martocchia è così occupato a notare come Latouche faccia confusione fra crescita e sviluppo da non accorgersi che qualcun altro molto prima di
lui ha cominciato a imporci una confusione ancor più grave: quella fra crescita e progresso. Parlo ovviamente della grancassa delle forze
capitaliste. Fin da lattanti siamo stati abituati ad accettare il fatto che soltanto attraverso la crescita (espansione quantitativa) può esserci un aumento del
benessere (progresso). Non sarà il caso di occuparci soprattutto di questo? Non credete che questa confusione sia molto più pericolosa?
Filippo Schillaci
agosto 2006
Note:
[1]«Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così:
Su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari
terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi - suddivise in singoli strati - le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore,
della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome,
gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti gli altri, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai
disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati.
Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato
solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in
quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa
supera ogni immaginazione. Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza
degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali...
Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.»
(Max Horkheimer, Crepuscolo, 1933)
[2] L'orizzonte di questo discorso è confinato entro il cosiddetto "primo mondo", quello "sviluppato" e "ricco". E' questa la "parte" cui faccio riferimento.
Naturalmente questo "benessere" si fonda in realtà sul malessere di miliardi di sfruttati di cui il capitale ha ugualmente bisogno. Dal punto di vista del capitale
questa seconda condizione è una sorta di "scoria di produzione" ineliminabile e da tenere sotto controllo, cosa che puntualmente fa proprio in quanto essa sì,
rappresenta un possibile serbatoio rivoluzionario.