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Appunti sulla Decrescita
Liberazione, il quotidiano di Rifondazione Comunista, di domenica
3 luglio 2005 riportava un articolo di Gianni Ventola Danese dal
titolo Obiettivo Decrescita. Il decalogo è questo. Dopo qualche
giorno inizia sempre sullo stesso quotidiano un dibattito sulla
Decrescita. Un dibattito simile era stato fatto l'anno scorso sul
tema della nonviolenza conclusosi con la pubblicazione di un libro
dei i vari interventi fatti da militanti di Rifondazione Comunista,
del Movimento no-global e altri militanti. Questo argomento della
nonviolenza è stato anche trattato dal settimanale Carta
Cantieri Sociali che ha pubblicato un libro del marxista John Holloway
dal titolo Cambiare il mondo senza prendere il potere, quindi senza
ricorrere alla violenza ma con pratiche pacifiche, positive e costitutive.
In questo contesto si colloca in continuità il tema della
Decrescita. Il dibattito nella sinistra radicale è stato
iniziato dal responsabile economico di Rifondazione Comunista, Andrea
Ricci, che in sintesi così commenta le sue ragioni di critica
sul tema della Decrescita:
"che il modo di produzione capitalistico operi attraverso
uno sfruttamento distruttivo degli uomini e della natura è,
tra di noi, una verità talmente ovvia da non meritare discussioni.
Così come altrettanto scontata è la critica al Pil
come indicatore di benessere e la necessità di realizzare
praticamente nuove forme di produzione e di consumo che liberino,
insieme agli uomini, anche la natura dalla rapina sistematica operata
dai meccanismi economici capitalistici, garantendo la riproduzione
integrale dei cicli ecologici. La novità e lo straordinario
interesse del dibattito aperto da Liberazione consiste nel tentativo
di andare oltre la pura ripetizione di queste verità ormai
per noi acquisite e di avviare un confronto interno al pensiero
"alternativo" in merito ad una posizione che sta conoscendo
una rapida diffusione anche a sinistra, quella che va sotto il nome
della "decrescita", in particolare nella versione sostenuta
dal suo principale esponente, il sociologo francese Serge Latouche".
In un suo precedente intervento Andrea Ricci ha tentato di spiegare
l'incompatibilità tra la teoria della Decrescita e "l'ipotesi
di fuoriuscita da sinistra dal modello neoliberista". Per Andrea
Ricci:
"ciò che ha sollevato i maggiori risentimenti è
stata la frase circa il carattere talvolta reazionario che si nasconde
dietro l'apologia della decrescita [
] Tra i principali adepti
e ammiratori della decrescita e, in particolare del suo nume tutelare
Serge Latouche, troviamo in Francia la corrente della "nouvelle
droite" di Alain de Benoist e in Italia il Movimento leghista
dei Giovani Padani e il vasto arcipelago della "nuova destra",
di matrice pagana e comunitaria, che si raccoglie intorno ad intellettuali
come Marco Tarchi, Marcello Veneziani, Franco Cardini, Massimo Fini
ed Eduardo Zarelli, ispiratori di numerose riviste e associazioni
politico-culturali di chiaro orientamento neofascista [...] Latouche
ama ripetere che l'obiettivo del suo movimento è la fuoriuscita,
non dal capitalismo, ma dalla mentalità economica tout court,
e per far ciò propone un modello di organizzazione sociale
fondato su micro-comunità locali autosufficienti, rese fortemente
coese da un profondo senso di appartenenza identitaria ad un territorio
e ad una cultura autoctona. E la strada per giungere a questa armonia
è indicata nella volontaria trasformazione psicologica interiore,
nella "decolonizzazione dell'immaginario" attraverso un
processo di progressiva sottrazione individuale dalle macroreti
del mercato e del denaro. Il retroterra ideologico di Latouche,
facilmente rintracciabile da chiunque abbia confidenza con i suoi
lavori, è il frutto di un eclettico miscuglio delle principali
correnti spiritualiste e antimaterialiste del Novecento [...] Il
filo rosso che unisce queste differenti ispirazioni culturali è
un viscerale anti-illuminismo, che si traduce in un rifiuto radicale
della modernità in nome di un richiamo nostalgico ad un immaginario
passato di armonia e di equilibrio dell'uomo con la natura e con
se stesso, come quello che sarebbe valso nelle comunità tribali
africane, non a caso oggetto di numerosi lavori di Latouche. Non
sorprende allora che le sue idee possano trovare insospettabili
sostenitori nei nuovi teorici del razzismo differenzialista [
]
D'altra parte Latouche è un fervente sostenitore dell'insignificanza
delle categorie destra/sinistra, ritenute vecchie e superate, in
nome di un nuovo spartiacque politico fondato (ah, la modestia!)
sul binomio crescita/decrescita e a tal fine ha organizzato un nuovo
movimento politico-culturale, molto attivo in Francia ed ora anche
in Italia, che ha trovato spazio soprattutto in alcune frange no-global".
A questa lettera-articolo di Andrea Ricci risponde il direttore
responsabile di Carta, Pierluigi Sullo, che si dice:
"molto interessato alla discussione che si è aperta
su Liberazione a proposito della "decrescita", in quanto
la rivista Carta sostiene le tesi di Serge Latouche, dalla critica
all'utilitarismo all'analisi del post-sviluppo, ad esempio in Africa,
fino appunto alla decrescita". A Pierluigi Sullo "pareva
che su Liberazione, fino ad oggi, gli argomenti degli uni e degli
altri (essendo gli altri i post-neo-keynesiani tuttora legati alla
dottrina dell'aumento della produzione, cioè dei salari,
cioè dei consumi, come indice del benessere di una società)
avessero potuto svolgersi con una certa pacatezza. Finalmente, mi
dicevo, si accetta un confronto così spinoso, per la cultura
di sinistra, così duramente ancorata allo "sviluppo
delle forze produttive" da "liberare" dai vincoli
imposti da quel "rapporto sociale" che passa sotto il
nome di capitale. E nemmeno il disastro ambientale, o la crisi generalizzata
della democrazia, o la catastrofe sociale globale, o la scelta -
per molti versi obbligata - della guerra come motore dell'accumulazione
hanno scalfito, negli ultimi anni, la convinzione di molti "economisti
marxisti" (denominazione che a me suona come un ossimoro) che
la soluzione a tutti i guai stia nella ripresa dello "sviluppo",
purché al posto di guida della macchina infernale ci sia
la "politica", essa sì in grado di orientare gli
"investimenti", "redistribuire la ricchezza",
ecc. Ma insomma, mi dicevo, questo problema si è finalmente
aperto anche in un partito comunista come Rifondazione. Merito,
pensavo, delle aperture culturali dell'ultimo congresso, sulla nonviolenza
(che non è solo una maniera di fare gentile, ma un'altra
possibile forma delle relazioni sociali nonché una critica
del potere), sulla democrazia municipale (basata sul presupposto
che le "classi" sono state sparpagliate sul territorio,
che è la "fabbrica" neoliberista, oltre che su
un diverso rapporto tra città e campagna, tra produzione
e consumo), e su altre acquisizioni dell'altermondialismo. E dello
zapatismo, aggiungerò". Per Pierluigi Sullo seguendo
il ragionamento di Andrea Ricci, basato sull'equazione "l'amico
del mio nemico è mio nemico", "i sostenitori della
decrescita, primo tra tutti Serge Latouche, sono alla meglio reazionari,
sennò direttamente fascisti o nazisti, o ambedue le cose[
]
Nei miei anni giovanili mi sono anche molto occupato della corrente
di pensiero che fa capo ad Alain de Benoist e, in Italia, a Marco
Tarchi, con il quale - lo segnalo a Ricci come dichiarazione di
colpevolezza - ho perfino tenuto, in anni lontani, un carteggio
che aveva al suo centro le rispettive, molto diverse, interpretazioni
di Antonio Gramsci. Di questo tema ebbi modo di dibattere, con Tarchi,
a un "Campo Hobbit", sorta di camping estivo dei neonazisti
che ero andato a visitare per scriverne sul manifesto, di fronte
a duecento camerati in tuta mimetica e con il cranio rasato. Ricci
ne ricaverà un ulteriore teorema: ecco da dove viene Carta,
dove nasce la sua passione per la decrescita. Io cito questi fatti,
invece, per dire che so bene di che cosa stiamo parlando, e quanto
vecchia (inizio anni ottanta) è la "scoperta" del
comunitarismo di stampo neonazista (il fascismo c'entra poco, faccio
notare a Ricci). Da allora molta acqua è passata sotto i
ponti e molto neoliberismo ha frantumato e ristrutturato (sto citando
Marcos) le nazioni, i popoli, gli Stati e, va da sé, i modi
della produzione. Ed è francamente inquietante che vi sia
chi, come Ricci, evidentemente smarrito in una scolastica "marxista"
(ma lasciamo in pace Marx), come quel tale cavaliere, che non se
n'era accorto, andava combattendo ed era morto. Seguissi lo stesso
stile, potrei "dimostrare" che gli appelli allo "sviluppo"
o alla "crescita" di questa sinistra-economista sono identici
a quelli del presidente del Fondo monetario o, più modestamente,
del capo della Confindustria o del governatore della Banca d'Italia.
E che infatti il sostegno della sinistra più "responsabile"
a privatizzazioni, ponti sugli stretti e altri orrori antisociali
germina da quella medesima radice".
Il dibattito sulla Decrescita all'interno del quotidiano Liberazione
è continuato con diversi interventi che riguardano il rapporto
tra ecologia e crescita economica. La Decrescita è un tema
economico che accomuna diverse posizioni sia a destra sia a sinistra,
ovviamente radicale. Da un punto di vista politico è accaduta
la stessa cosa per il referendum francese alla Costituzione Europea.
Il filosofo sloveno Slavoj Zizek commenta questo evento politico
sul settimanale Internazionale constatando che:
"gli unici partiti che hanno sostenuto ufficialmente il no
sono stati quelli agli estremi opposti dello spettro politico, cioè
il Front national di Le Pen a destra e i comunisti e i trotskisti
a sinistra [
] Da sinistra dobbiamo respingere l'insinuazione
carica di scherno dei liberal, che ci accusano di andare a braccetto
con i neofascisti. La nuova destra populista e la sinistra hanno
in comune una cosa sola: la consapevolezza che la politica vera
e propria è ancora viva".
Il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti, in
un suo articolo apparso sul mensile Aprile dal titolo "Attenzione,
il voto di Francia e Olanda non é solo di destra", osserva
che:
"la vittoria del No al referendum sul Trattato costituzionale
in Francia e in Olanda rappresenta uno straordinario successo. Il
segno di sinistra di questo voto è inequivocabile. Basta
saper leggere i dati per rendersene conto. Il segno di classe che
si è espresso è davvero impressionante. Attraverso
lo studio dei flussi del voto francese emerge una mappa sociale
del voto. Solo pochi esempi: l'80% degli operai e oltre il 60% dei
tecnici hanno votato No al Trattato. Con il No si è espressa,
sostanzialmente, la "società in basso", esprimendo
attraverso il voto, l'opposizione popolare alle politiche neoliberiste.
Accanto a quella sociale, c'è una mappa politica del voto
che va nella stessa direzione: si è espresso per il No compattamente
tutto l'elettorato della sinistra radicale (il Pcf, la Ligue) e
in tal senso si è espresso il 60% di quello socialista. Attorno
al No al Trattato si è coalizzato un rassamblement che ha
visto assieme tutte le forze della sinistra comunista e critica,
la sinistra socialista, i più significativi movimenti della
società francese (da Attac fino al movimento di Bové)".
Ritorniamo a questo punto in ambito economico e lo facciamo con
il contadino no-global José Bové che ha scritto un
articolo dal titolo "Progresso privo di futuro? Una cultura
del limite anziché l'obbligo del sempre di più".
José Bové (come Serge Latouche, Massimo Fini, Edurado
Zarelli, Acues Testart, Albert Jacquard, Majid Rahnema, Paul Ariés,
Alain de Benoist, Mauro Bonaiuti, Maurizio Pallante, Marco Deriu,
Jacques Ginevald, Vincent Cheynet, Pierluigi Sullo, Georgescu-Roegen,
Vandana Shiva, Helena Norberg-Hodge, insieme a tanti altri ecologisti,
comunisti, comunitaristi, comunardi, anarchici, populisti, militanti
no-global, spiritualisti e materialisti, reazionari e rivoluzionari)
si vede d'accordo nell'affermare che:
"Il grande mito del XIX secolo è stata l'ideologia
dello sviluppo, costruita al tempo stesso da liberali e marxisti:
due sistemi identici, basati su scientismo, Stato e mercato [
]
Ciò che costituisce la base del movimento planetario attuale
della rimessa in discussione della globalizzazione e della volontà
di dire che occorre disfare lo sviluppo è la necessità
di farla finita con l'ideologia del progresso. Questo grande mito
del XIX secolo è stato l'ideologia dominante, costruita al
tempo stesso dai liberali e dai marxisti, costituendo la faccia
e il rovescio di una stessa medaglia. Oggi esiste un nuovo pensiero;
si è compreso che quei sistemi erano rigorosamente identici,
basati al tempo stesso sullo scientismo, sulla logica della produzione
e del mercato e sulla glorificazione dello Stato o delle istituzioni.
Oggi dobbiamo affrontare una ridiscussione globale dell'insieme
di questo schema. Ciò spaventa, evidentemente, e ritornano
i vecchi demoni, le vecchie ricette del passato. Presto ci spiegheranno
che di fatto, all'inizio del XX secolo, non si era ben compreso
che cosa si dovesse fare, ma che il modello è sempre valido:
solo gli uomini che lo hanno messo in atto non erano validi. Non
possiamo più accettare questa logica delle avanguardie e
questa logica scientista applicate all'economia e alla politica.
È ciò che dobbiamo rimettere in discussione, unitamente
alla logica della battaglia. In questa visione, qual è la
speranza? Ebbene, le speranze sono gli uomini e le donne che oggi,
ovunque, si muovono per denunciare questa situazione, ma anche per
costruire le alternative al quotidiano e non attendono l'indomani
per cominciare a costruire".
Ebbene, come mai Fausto Bertinotti considera di sinistra un José
Bové che Andrea Ricci definirebbe "reazionario"?
Ma ritorniamo al dibattito su Liberazione che ha preso toni così
estremi da superare ogni limite e portare Pierluigi Sullo a riscrivere
un'altra lettera al direttore responsabile di Liberazione Piero
Sansonetti. Il direttore di Carta inizia la sua lettera definendosi
un "nemico di classe" perché:
"il dibattito che si sta svolgendo sul giornale di Rifondazione,
a proposito di Prodotto interno lordo e di "decrescita",
ha assunto toni che - almeno a me pare - debordano da quelle pagine
[...] Emiliano Brancaccio - altro economista di sinistra - aggiunge:
quel genere di ambientalisti sono "nemici di classe" [
]
Il deputato europeo di Rifondazione, anch'egli ambientalista da
tutta una vita, Roberto Musacchio, commenterà: vedo aggirarsi
gli spettri del Novecento. Come si spiega, questa violenza nei toni?
Perché, dopo anni in cui, tra un Forum di Porto Alegre e
uno di Firenze, la discussione tra neo-post-keynesiani e sostenitori
della decrescita si era svolta in modo pacato, improvvisamente questi
ultimi diventano "nemici di classe", Latouche uno che
"farnetica", anzi sospetto di essere un pò nazista?
Non sarà che il governo all'orizzonte, e dunque la "politica
economica" da elaborare, hanno fatto perdere la bussola agli
economisti di sinistra? Fossi Rifondazione, partito che cerca -
come ripete Bertinotti - un comunismo tutto nuovo, mi preoccuperei
molto di questo precipizio verso il passato di persone che, per
altro, non militano nella minoranza più tradizionalista.
E mi preoccuperei anch'io: Carta regalerà ai suoi abbonati,
dalla fine di agosto, il nuovo libro di Serge Latouche [edito da
Bollati Boringhieri]: subiremo forme di antifascismo economista-militante?".
Serge Moscovici, mentre negli anni settanta stava creando il movimento
ecologista avvertiva che:
"come se non bastasse, la vulgata marxista, mascherata o
palese, rifiutava queste nozioni come decisamente reazionarie. E
poiché quelli che hanno letto Marx sono infinitamente meno
numerosi di quelli che hanno letto qualcosa si Marx, il nostro naturalismo
era visto come un antisocialismo o un antimarxismo".
Vincent Cheynet, direttore della rivista francese La Décroissance.
Le jounal de la joie de vivre, considera:
"la decrescita come un concetto che rompe un insieme di comportamenti
sociali già da tempo accettati da tutte le formazioni politiche,
dall'estrema destra fino all'estrema sinistra. I suoi difensori
saranno immancabilmente attaccati. Cosa c'è di più
umano che insultare un interlocutore fastidioso, piuttosto che rimettersi
in discussione".
Serge Latouche dice che
"Lo sviluppo sostenibile è il proseguimento della
colonizzazione con altri mezzi. Organizzare la decrescita significa
rinunciare all'immaginario economico, cioè alla credenza
che "di più" significhi "meglio". La
riscoperta della vera ricchezza nella pienezza delle relazioni sociali
conviviali in un mondo sano può realizzarsi con serenità
nella frugalità, nella sobrietà e addirittura in una
certa austerità nei consumi materiali. La nostra eccessiva
crescita economica supera già di gran lunga la capacità
di carico della Terra. Se tutti gli abitanti del mondo consumassero
come l'americano medio, il limite fisico del pianeta sarebbe di
gran lunga superato. I ricercatori che lavorano per il World Wide
Fund (WWF) hanno calcolato che lo spazio bioproduttivo disponibile
sarebbe di 1,8 ettari a testa. Un cittadino degli Stati Uniti consuma
in media 9,6 ettari, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. La decrescita
dovrebbe essere organizzata non solamente per preservare l'ambiente,
ma anche per restaurare quel minimo di giustizia sociale senza il
quale il pianeta è condannato a esplodere. Il 14 febbraio
2002, a Silver Springs, davanti ai responsabili americani della
meteorologia, Gorge W. Bush ha dichiarato: "La crescita è
la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse
che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è
la soluzione, non il problema" . Di fondo, questa posizione
"pro-crescita" è condivisa dalla sinistra, compresi
anche molti "altermondialisti", che nella crescita vedono
la soluzione del problema sociale, attraverso la creazione di posti
di lavoro e una più equa ripartizione dei redditi. La società
della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: perché
incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie, perché dispensa
un benessere largamente illusorio, e perché non offre una
possibilità di vita conviviale neppure ai "benestanti".
È un'antisocietà malata della propria ricchezza e
il miglioramento del tenore di vita di cui crede di beneficiare
la maggioranza degli abitanti dei paesi del Nord si rivela sempre
più un'illusione. Indubbiamente, molti possono spendere di
più per acquistare beni e servizi mercantili, ma dimenticano
di calcolare una serie di costi aggiuntivi che assumono forme diverse,
non sempre monetizzabili, legate al degrado della qualità
dell'aria, dell'acqua, dell'ambiente, spese di "compensazione"
e riparazione imposte dalla vita moderna (farmaci, trasporti, intrattenimento),
o determinate all'aumento dei prezzi di generi divenuti rari (l'acqua
in bottiglie, l'energia, il verde...). Difatti, mentre si cresce
da un lato, dall'altro si accentuano le perdite. In altri termini,
in queste condizioni la crescita è un mito, persino all'interno
dell'immaginario dell'economia del benessere, se non della società
dei consumi! Ma tutto questo purtroppo non basta a farci scendere
dal bolide che ci sta portando diritti contro un muro, per cambiare
decisamente rotta. Intendiamoci bene: la decrescita è una
necessità, non un ideale in sé. E non può certo
essere l'unico obiettivo di una società del dopo-sviluppo,
o di un altro mondo possibile. Si tratta di fare di necessità
virtù e di concepire la decrescita, per le società
del Nord, come un fine che ha i suoi vantaggi; mente quest'obiettivo
non è all'ordine del giorno per le società del Sud
perché, pur essendo influenzate dall'ideologia della crescita,
il più delle volte non sono "società della crescita"
in senso proprio. Adottare la parola d'ordine della decrescita vuol
dire innanzitutto abbandonare l'obiettivo insensato di una crescita
fine a se stessa. Ma attenzione: il significato di decrescita non
è quello di crescita negativa, espressione antinomica e assurda
che è un po' come dire "avanzare retrocedendo",
e che riflette in pieno il dominio del concetto di crescita nell'immaginario.
Possiamo immaginare gli effetti catastrofici di un tasso di crescita
negativo! Così come una società fondata sul lavoro
non può sussistere senza lavoro, non vi può essere
nulla di peggio di una società della crescita senza crescita.
Ecco perché la sinistra istituzionale è condannata
al social- liberismo, finché che non osa affrontare la decolonizzazione
dell'immaginario. Saverio Pipitone 13 settembre 2005 Torna a Antispecismo ed ecologismo Da Carta:
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