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Antispecismo e "specismo speculare":
una distinzione sommersa

1. Le due giornate di Brugherio.
In occasione dell'edizione 2007 di Veganch'io svoltasi a Brugherio fra l'8 e il 10 giugno vi furono due giornate di discussione che, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbero dovuto essere dedicate a una riflessione sul mondo com'è (prima giornata) e su come dovrebbe essere (seconda giornata). Fui invitato a partecipare alla seconda giornata, dalla quale mi aspettavo che venisse delineato se non il progetto quanto meno un modello di massima dell'assetto dell'umanità sulla Terra secondo l'ottica antispecista. Nulla di tutto ciò accadde. Risultò anzi che né il pubblico né la maggior parte dei relatori si poneva il problema, o per non averlo mai considerato parte del proprio impegno antispecista o per aver già bollato il problema come improponibile.
Esemplari a questo proposito sono stati gli interventi di Aldo Sottofattori e Valerio Pocar. Il primo ha ribadito la sua proposta di un metodo di lotta fatto di "situazioni fortemente conflittuali", senza tuttavia descrivere la meta cui queste lotte dovrebbero giungere, anzi enunciando, sia pur come posizione puramente soggettiva e solo in risposta a una domanda del pubblico, una visione intrinsecamente negativa della presenza dell'uomo sulla Terra, giungendo ad auspicarne l'estinzione e ricavando dal pubblico un sentito applauso. Pocar dal canto suo, nel delineare il tipo di rapporto ideale fra l'uomo e le altre specie ha auspicato una "reciproca indifferenza" che non si vede come possa essere possibile nell'ambito di una casa comune quale dovrebbe essere la biosfera secondo una visione antispecista ma che al contrario diventa comprensibile e perfino auspicabile se si concepisce l'uomo come corpo estraneo, se si ribadisce, sia pur da un punto di vista diverso, il dualismo uomo-animale tipico del pregiudizio specista.
Singolarissima infine, nella seconda giornata, la presenza di Sara D'Angelo, creatrice di un rifugio per animali provenienti da situazioni di sfruttamento. Singolarissima per l'evidente motivo che realizzazioni come la sua sono necessarie e importanti in questo mondo, mentre in un mondo liberato persone come lei dovrebbero essere felicemente disoccupate.
Pochissime le eccezioni a questa tendenza, fra cui cito Marco Maurizi nella prima giornata, che ha delineato le linee generali della formazione dell'ideologia e della prassi specista e ha tracciato un abbozzo di una visione alternativa, ed Enrico Giannetto nella seconda giornata, che ha auspicato un ritorno all'assetto delle società preagricole che avrebbe meritato ben altro approfondimento, se non altro per sottrarlo all'apparenza di favolistico primitivismo di cui invece è apparso erroneamente ammantato (si pensi che il metodo permacolturale mira appunto a una coltivazione interamente fusa nell'ecosistema e autoperpetuantesi nel tempo, dunque al superamento dell'attuale concezione fortemente interventista dell'agricoltura proprio nella direzione indicata da Giannetto).
Quanto a me, sarebbe stata mia intenzione descrivere il modello produttivo della Decrescita Felice, che rappresenta a mio avviso nient'altro che la prassi perfettamente corrispondente alla teoria antispecista, ma ciò non è stato possibile perché i numerosi interventi del pubblico hanno deviato il discorso - complice la maggioranza dei relatori - su argomenti tipici dell'animalismo convenzionale mentre ciò di cui si sarebbe dovuto discutere come da programma, mi sono reso ben presto conto, risultava per gran parte del pubblico nella migliore delle ipotesi privo di interesse. Basti dire che quando ho domandato quanti conoscessero il Movimento per la Decrescita Felice pur essendo davanti a me non meno di 150 persone, si sono alzate al massimo una mezza dozzina di mani.

Riassumendo, la tendenza largamente condivisa fra relatori e pubblico si può delineare nei due seguenti elementi: assenza di un atteggiamento progettuale e conseguente assenza di analisi oggettiva tendente a risalire alle cause del presente (conseguente perché se non c'è un progetto da portare avanti è ovvio che non serve alcuna analisi). In particolare, con la sola eccezione della psicologa Anna Maria Manzoni (prima giornata), nessun tentativo è stato fatto per analizzare la genesi dei comportamenti socioculturali del "signor Rossi", dell'uomo qualsiasi, su cui è basata tanta parte dell'attuale sistema. Né c'è da meravigliarsi di ciò poiché un progetto di ampio respiro e un'analisi del presente implicano come condizione preliminare il pensare a un assetto ideale dell'umanità sulla Terra come eventualità appartenente alla sfera del possibile, in contrasto con la ferma visione nihilista della presenza dell'uomo sulla Terra che è invece emersa in entrambe le giornate.
E' questo l'antispecismo? O non è forse una visione parziale di esso, una fra le tante possibili? Oppure è una visione distorta di esso?
Secondo me non è nulla di tutto ciò. Secondo me non è antispecismo. Siamo in altre parole di fronte a un enorme, direi quasi storico equivoco mai fin qui percepito come tale e che è invece fondamentale chiarire. Chiariamolo dunque.

2. Antispecismo e "specismo speculare": definiamoli teoricamente, …
Tutti abbiamo imparato a distinguere fra "animalismo protezionista" (che mira a tutelare gli animali all'interno del sistema esistente che non viene messo in discussione) e "animalismo radicale" (che invece mette in discussione il sistema in quanto tale). Nell'ambito di quest'ultimo, spesso assimilato all'antispecismo, non è fin qui sembrata necessaria alcuna ulteriore distinzione teorica. Ci si è limitati al più a constatare una certa molteplicità di posizioni.
L'equivoco, quale è emerso dalle due giornate di Veganch'io, consiste nel considerare come posizioni diverse ma interne a uno stesso contesto etico-ideologico (animalismo radicale) quelle che sono invece posizioni appartenenti a contesti diversi e fra loro contrastanti, ripeto, a livello teorico, ovvero profondo.

Da una parte abbiamo l'antispecismo, che è quello espresso ad esempio da autori come Mason. L'antispecismo considera la biosfera secondo un modello orizzontale: una rete di relazioni di cui l'uomo è un nodo con pari dignità rispetto a tutti gli altri. Il male consiste nell'ipertrofia di questo nodo, conseguente a scelte che la specie umana ha fatto nel corso della sua evoluzione. L'uomo non è al di fuori della "natura" poiché ne è inestricabilmente parte (l'antispecismo nega la dicotomia uomo-natura) ma ha assunto lo status di una specie infestante all'interno della biosfera di cui è e rimarrà parte. L'attuale stato di cose cioè non è congenito ma è frutto di una, sia pur schiacciante, congiuntura storica, ed è pertanto potenzialmente reversibile. L'antispecismo porta a un'estensione del rispetto dovuto alla vita umana includendo in esso la totalità degli esseri senzienti. Non è alternativo al rispetto dovuto alla vita umana.
L'interesse dell'antispecismo per la decrescita è congenito perché il problema è progettare e realizzare un corretto insieme di relazioni fra il nodo-uomo e tutto il resto della rete. L'antispecismo è dunque per sua natura progettuale, propositivo, sistemico. Esso è inoltre non violento per sua stessa natura, oltre che per numerose altre ragioni tattiche, strategiche e culturali.
L'antispecismo infine porta con sé un notevole salto paradigmatico perché implica il passaggio dall'attuale visione verticale e gerarchica della biosfera (l'uomo sopra e tutto il resto ammucchiato sotto i suoi piedi), a una visione orizzontale ed egualitaria (la rete di relazioni).
Dimenticavo: ha tutte le potenzialità per inserirsi a pieno titolo all'interno del movimento alternativo di cui costituisce il naturale e necessario completamento.

Dall'altra parte abbiamo ciò che potremmo chiamare lo "specismo alla rovescia" o, con economia di sillabe, lo "specismo speculare" (nel senso che ne rappresenta l'esatta immagine speculare). Esso non mette in discussione il paradigma specista, semplicemente lo vede ribaltato: l'uomo nella sua visione si trova a essere sotto anziché sopra; sotto a una biosfera di cui continua a non far parte, di fronte alla quale è soltanto un corpo estraneo, un elemento di disturbo. Lo specismo speculare considera l'attuale stato di cose congenito alla presenza umana sulla Terra e vede nell'estinzione dell'uomo uno stato ideale, l'unica via d'uscita auspicabile. E' in altre parole irrimediabilmente nihilista. L'interesse eventuale dello specismo speculare per la decrescita è da intendersi solo come soluzione di ripiego, vista l'impossibilità di raggiungere lo stato ideale di cui sopra. Lo specismo speculare manca di una visione ecosistemica perché essa può derivare solo dal problema di una corretta relazione dell'uomo con il resto della biosfera. Ma se questa corretta relazione è impensabile non serve sapere come funziona la biosfera.
Lo specismo speculare non ha un progetto e non è propositivo: cosa c'è da progettare, cosa c'è da proporre di fronte a un'umanità che deve solo levarsi dai piedi?
Lo specismo speculare è antitetico al rispetto dovuto alla vita umana ritenendo che ciò sia incompatibile con il rispetto dovuto alla totalità degli altri esseri senzienti. Esso è estraneo al concetto di bene comune ritenendolo impraticabile. Ovviamente è conflittuale.
Lo specismo speculare infine non implica alcun salto paradigmatico perché il paradigma è ancora quello specista, solo visto da un punto di osservazione diverso. Esso è in ultimo antitetico e congenitamente isolazionista di fronte al movimento alternativo come a tutto il resto dell'umanità.
In estrema sintesi, per concezione del mondo e per metodi di lotta preferenziali è contiguo allo specismo convenzionalmente inteso, non all'antispecismo.

Volendo usare la terminologia di Edward Goldsmith, che trovo estremamente appropriata a questo caso, ovvero volendo ragionare in termini di omeotelia (situazione in cui il comportamento di una parte nel perseguire il proprio interesse è in sintonia con l'interesse del tutto) ed eterotelia (situazione in cui una parte persegue il proprio interesse parziale prescindendo dall'interesse del tutto) possiamo dire che specismo e specismo speculare sono contigui nel loro considerare l'uomo come intrinsecamente eterotelico rispetto alla biosfera. L'antispecismo invece considera l'attuale eterotelia dell'uomo come frutto di una congiuntura storica e ne indaga la genesi e i meccanismi allo scopo di individuarne i punti di reversibilità. L'antispecismo è omeotelico e pertanto tende ad agire all'interno di relazioni di cooperazione amplificandone la portata e gli effetti. Non accetta relazioni di competizione perché anche quando sono inserite in un contesto omeotelico prescindono dal rispetto dovuto all'individuo (digressione: quest'ultima è, fra l'altro, la differenza fra antispecismo ed ecologia profonda).

3. …differenziamoli praticamente, …
Antispecista e specista speculare partono da uno stesso punto: la constatazione del dolore animale. In considerazione di ciò assumono un certo numero di comportamenti comuni (il più vistoso dei quali è il veganismo) e di istanze comuni (di difesa e correzione - vedi sotto). Ma dopo di ciò le loro strade divergono immediatamente. Da ciò la situazione di disgregazione presente all'interno di ciò che fino a oggi abbiamo erroneamente percepito come movimento "antispecista": "è diviso", "è disorganizzato", "è litigioso", "è emotivo", "è contraddittorio", "non esiste". Non esiste, soprattutto. Perché tutto lascia credere che in realtà quella parvenza di movimento che a volte si manifesta sia in realtà non antispecista ma specista speculare. E a questo punto tutto torna.

Vorrei ora esemplificare la differenza fra antispecismo e specismo speculare con una circostanza reale in cui mi sono imbattuto di recente, che mi ha colpito molto in profondità perché mi coinvolge di persona.
Riassumo i miei precedenti per chi non li conosce: il mio argomento specifico è da alcuni anni la caccia vista come problema sociale. Ed è un argomento che conosco non per sentito dire ma per "intensa" (diciamo così) esperienza personale. Io sono una di quelle persone che sa quale suono hanno i pallini quando fischiano nel giardino di casa a due metri dalla propria testa, so cosa significa aver paura a uscire all'aperto, sentire i pallini che colpiscono i muri della propria casa, so cosa significa stare attento a non avvicinarsi troppo alle finestre. Un mio vicino sa cosa significa vivere da anni con un pallino nella testa (i chirurghi non sono riusciti a levarglielo). Io sono una persona la cui vita è stata deviata dalla caccia e, per alcuni anni, trasformata in un incubo. Io sono per l'esattezza una delle innumerevoli persone che ogni anno vivono questo incubo. E so che non è ancora finita. Nel 2003 ho scritto Se la caccia fosse un lavoro in cui analizzavo per la prima volta la caccia come problema di pubblica sicurezza e violazione dei diritti dell'uomo. Due anni dopo è venuto il libro Caccia all'uomo.
Mentre di quest'ultimo nessuno sembra ancora essersi accorto (sorvoliamo) il primo ha avuto una certa diffusione sul web. Lo ha pubblicato fra gli altri Rinascita Animalista, il sito web di Aldo Sottofattori. Un paio di mesi fa scrivevo a lui e Marco Maurizi che questo fatto lo interpretavo come indice della consapevolezza di Aldo che la questione dei diritti dell'uomo e la questione animale fossero due aspetti sinergici di uno stesso problema. La raggelante risposta di Aldo (rispetto alla quale Marco tenne a esprimere il suo dissenso) è stata: quel testo è stato pubblicato su Rinascita Animalista perché è stato ritenuto un valido argomento strumentale. Ora, premesso tutto ciò che ho premesso, rendermi conto che per qualcuno la mia vita non è un valore in sé ma è solo un argomento strumentale in funzione di tutt'altri fini (di ciò che egli percepisce come tutt'altri fini) lasciatemelo dire, mi ha colpito moltissimo. Potrei citare altri esempi ma credo che possa bastare. Credo che la differenza e l'incompatibilità fra antispecismo e specismo speculare a questo punto sia chiara.

Siamo così giunti al nodo centrale della faccenda: ogni iniziativa, ogni progetto, ogni qualsiasi cosa è prematura se prima non si è fatta chiarezza su questo punto, se prima non si è operata sui piani teorico e operativo, la necessaria separazione fra antispecismo e specismo speculare. Le due strade, ripeto, divergono fortemente ed è solo per un equivoco, diciamolo meglio, per una grave carenza di analisi, che ha potuto trascinarsi fino a oggi questa situazione ibrida e ovviamente paralizzante perché i due contesti parlano linguaggi reciprocamente incomprensibili (e fra l'altro è chiaro ora perché sia risultato incomprensibile e privo di interesse al pubblico di Veganch'io ciò che io avevo da dire: non parlavo ad antispecisti ma in prevalenza a specisti speculari, come si è ben visto).

4. …e ipotizziamo parziali parallelismi.
Ultima questione: pur nella enorme differenza di posizione, sono possibili momenti di lotta comune fra A (antispecisti) e SS (specisti speculari… faccio solo ora caso che l'acronimo è piuttosto inquietante)?
Francesco Gesualdi nel libro Sobrietà (che non a caso appartiene al contesto della decrescita, non dell'antispecismo) ha indicato due categorie di azioni: la desistenza (tirarsi fuori dal sistema e dunque non sostenerlo con i propri consumi) e la resistenza, a sua volta suddivisa in tre livelli: difesa (impedire che le cose peggiorino), correzione (migliorare aspetti parziali) e riforma (progettare un cambiamento globale).
Dubito che gli SS siano disposti a pratiche di desistenza, proprio perché esse presuppongono la fattibilità di un sistema sostitutivo ed eticamente sostenibile che appunto, ripeto, essi negano. Quanto alla resistenza, è possibile che, caso per caso, si possano valutare azioni comuni sui primi due livelli di lotta, fermo restando che occorre ogni volta avere precise garanzie che le forme di lotta siano compatibili con i principi dell'antispecismo, oltre che con ovvi criteri di opportunità. Sul terzo livello invece direi che non vedo quale collaborazione possa essere possibile, e analogamente per tutto ciò che è elaborazione teorica.

Concludendo, queste riflessioni mirano a dividere ulteriormente o ad unire? Credo innanzi tutto che sia impossibile immaginare uno stato di disgregazione più perfetto di quello che caratterizza oggi in Italia coloro che si occupano della cosiddetta "questione animale". Ebbene, io credo che una parte non trascurabile di questa disgregazione sia dovuta proprio all'equivoco che queste riflessioni mirano a chiarire, oltre che alla mancata distinzione fra i diversi livelli di lotta (*). Il vedere in maniera amorfa una situazione che al contrario è internamente differenziata conduce inevitabilmente a confusione, fraintendimenti, aspettative che vengono puntualmente disattese, con conseguente e inevitabile decadimento dei rapporti che con ciò fanno presto a divenire conflittuali. Comprendere le reciproche differenze dunque può essere utile a delimitare a priori gli ambiti comuni di lotta e portare avanti, almeno quelli, in maniera piana e, auspicabilmente, efficace.

E adesso possiamo cominciare.

Filippo Schillaci

19 luglio 2007

Note:

(*) Dalla mancata consapevolezza dei tre livelli di lotta nasce ad esempio la polemica fra animalismo "politico" e "apolitico" che da alcuni anni serpeggia in Italia. La polemica si risolve banalmente se si considera che azioni di difesa e correzione non implicano alcun progetto di mutamento sociale pianificato, e dunque nel loro ambito non si pone alcun problema di impostazione politica. L'azione di riforma al contrario, implicando un progetto di mutamento sociale, è squisitamente politica (il che non significa ovviamente partitica).


Commento di Aldo Sottofattori.

Trovo stimolante l'analisi di Filippo. La distinzione fatta tra antispecismo e specismo speculare, pur percepita da tutti noi già da tempo, è una autentica rivelazione per come è stata posta e penso che sia una notevole trivella per sondare il mondo di quell'animalismo radicale che ci stiamo sforzando da tempo di inquadrare e interpretare. Si sa che certe volte la fondazione di un concetto trova la sua stabilità in una parola giusta e mi sa che Filippo l'ha fatto. Leggete quanto segue:

+ scusa Xxxxxxx, puoi chiarire? Perché odi l'antispecismo?

l'antispecismo ha un un difetto interno : ritengo la specie umana un errore evolutivo, una specie in grado di distruggere tutto in pochissimo tempo. l'antispecismo mette sullo stesso piano uomo e altri animali il che, per me, è come mettere sullo stesso piano hitler e l'ultimo dei condannati dei campi di sterminio. Quasi tutti gli uomini sono dei nazisti per gli animali. metterli sullo stesso piano è per me cosa odiosa. io voglio togliere diritti all'uomo perchè piu' è libero di fare e piu' distrugge... il fatto che dico pubblicamente che "la caccia è pericolosa per l'uomo" è una tecnica per il raggiungimento di un obiettivo. Poi mi alleo e dialogo con tutti ma non accetto che, ideologicamente, carnefici e vittime siano sullo stesso piano.

Si tratta di un pezzo appena modificato di uno scambio che ho avuto con un tipo facilmente riconoscibile, ma di cui non rivelo l'identità. Filippo dirà: "Ecco chi ti ha condizionato, visto che tu hai detto la stessa cosa".

Dirò dopo perché non è vero che la penso come quel mio interlocutore, e perché l'attacco che Filippo ha portato al mio pensiero non è corretto. Per ora rilevo come l'analisi di Filippo sia pregnante per descrivere la presenza di questa componenente (dominante) nell'animalismo radicale. Invito dunque a una rilettura delle due definizioni di antispecismo e specismo speculare decisamente illustrative di due modi di uscita dal dolore animale. Si può vedere come il testo di Screaming Wolf (1), che sotto moltissimi aspetti contiene spunti di analisi interessanti, si ritrovi perfettamente in quelle caratteristiche delineate da Filippo nella sua definizione di 'specismo speculare'.

Dunque due descrizioni illuminanti. Tuttavia non prive di un grave difetto e di alcuni errori di interpretazione nei miei confronti.

Nell'illustrazione dell'antispecismo, si dice che per sua natura esso è

progettuale, propositivo, sistemico. Esso è inoltre non violento per sua stessa natura, oltre che per le numerose e tutt'oggi non confutate ragioni già dette due messaggi fa (2).

Ora è ovvio che i suoi attributi siano correttamente identificati, ma mi chiedo come si possa rovinare una analisi sostanzialmente corretta e portatrice di interessanti sviluppi ricorrendo alla pesante tiritera della non violenza. A parte il fatto che chiedere di essere non-violenti un po' sorprende coloro che, battendosi per la giustizia, tali non possono essere, rilevo che anche il più preciso invito di Massimo alla rinuncia della 'forza' (postfazione) (3) fa parte di un atteggiamento che descrive la condizione di sconfitta che investe ormai da tempo tutta quella buona parte dell'umanità che va sotto il nome di movimentismo o altermondismo o come dir si voglia.

La realtà che abbiamo sotto gli occhi è una terribile costruzione in cui il 'morto' è di gran lunga superiore al 'vivo'. Voglio dire che la realtà può essere paragonata a un iceberg in cui la parte immersa (il morto, il passato) non si vede ma nello stesso tempo supporta il vivo, il presente che è quello che si presenta ai nostri occhi. Ogni oggetto che ci capita tra le mani o ogni abitudine che ripetiamo in modo stereotipato ogni giorno, è il frutto di un processo storico lunghissimo, ma che si è acuito negli ultimi due, tre secoli. Ogni oggetto che capita fra le nostre mani di cittadini della società affluente, è impastato col sangue di uomini vissuti in tempi diversi dal nostro. Insomma viviamo dentro una megamacchina che considerare 'presente' significa non aver compreso quanto di questa sia stata costruita in un processo interminabile di 'fasi' (in proposito sarebbe interessante la lettura de La grande trasformazione di Polanyi, ma basterebbe anche ricordarsi dell'opera del Sommo (4) ). Di questa megamacchina fanno parte non solo gli oggetti, ma anche le idee. Ma perché si crede che sia tanto difficile modificare la testa della gente? Semplice: perché ciò che le persone pensano sono stratificazioni temporali mostruose. Che cosa vuoi sapere del signor Rossi, o Filippo? Il signor Rossi semplicemente

1) da una parte ha te che hai capacità di accesso temporizzato al suo sistema mentale mentre il sistema (anzi, il Sistema) accede al signor Rossi in modo continuativo (anche con i sogni)
2) da una parte ha te che parli con la tua voce, dall'altra ha il Sistema (sempre lui) che gli parla col megafono (forse sarebbe meglio dire: con il gigafono se non con il terafono)
3) da una parte ha te che gli proponi complesse elaborazioni causa effetto, mentre il Sistema, cosciente del principio dell'economia dello sforzo, gli propone archi riflessi (i vecchi con le loro pensioni ostacolano i giovani; gli stranieri sono tutti delinquenti; eccetera) più aderenti alla sua vera natura animale.

Ecco, se tanto ti interessa sapere come mai il sig. Rossi non ci caca, la spiegazione è tutta su quei tre principi uniti alla precisazione che il 'Sistema' è una costruzione morta nel senso che essa è essenzialmente stata costruita nel passato e perciò ha una poderosissima inerzia.

Questa megamacchina VA SMONTATA. Pensare che conoscendo il meccanismo del pensiero del sig. Rossi (come se ci fosse da dire qualcosa di più delle miserabili righe sovrastanti) lo si sottragga alla sua alienazione è l'errore che gli antipolitici di ogni risma continuano a fare. Smontare una macchina richiede forza, attrezzi, organizzazione del lavoro, altro che pensare quello che pensa il sig. Rossi! Quello che penserà il sig. in questione non sarà quello che io sarò capace di sussurrargli nell'orecchio per convincerlo, ma semplicemente l'effetto della mia azione sul mondo. Un mio amico, forse il mio guru marxista, mi ha ripetuto infinite volte che la "coscienza è un prodotto sociale come le ringhiere di ghisa". Mi piace questa definizione che riduce la quintessenza dell'astrattezza ideologica di questa società (la tanto richiamata e onnipresente 'Coscienza'), alla brutalità e alla pesantezza della ghisa, e soprattutto fa riferimento alla sua produzione, cancellando la speranza delle anime semplici che possa diffondersi per risonanza. Trovo che sia una formidabile immagine che spazza via l'illusione che ha trovato una assurda residenza in tutti i 'movimentisti' del nostro tempo. Certo non si può costruire la coscienza globale, perché vorrebbe dire vincere la guerra, ma si possono costruire delle coscienze in determinate nicchie, consolidarle e partire per altre conquiste, ma non con i metodi da "scienziato sociale" che guarda la realtà da lontano pensando di capire chissà cosa, piuttosto con quel 'conflitto' che a te pare una formula vuota. E' vero: è una semplice parola, ma illustrativa di un approccio ai problemi ben diverso da quello che tu proponi (ma guarda che da questo punto di vista sei vicinissimo alla pratica degli specisti speculari: infatti anche loro poi hanno la tendenza ad agire per trasmissione della coscienza con il metodo parabuddista bocca-orecchio [vedi un po' 'Agire Ora']), anche se la sua sostanzialità puo' nascere soltanto quando un gruppo decide di iniziare una strada nuova, altrimenti, e' ovvio che rimane una parola sospesa nel vuoto.

Passiamo ora alla questione relativa alla presunta mia omogeneità di vedute con l'anonimo di cui sopra. L'anonimo fa professione di fede specista speculare adottando ideologicamente un disprezzo per l'umanità e un uso strumentale della pericolosità della caccia. Forse gode se a prendersi la fucilata è un altro cacciatore. Situazione ben diversa è (mi sembra) quella di chi non disprezza affatto l'umanità, ma, come dici bene tu, ne rileva uno sviluppo distorto e 'potenzialmente reversibile' e lavora per rendere effettuale questa reversibilità. Quasi sicuramente non gode se un cacciatore ci lascia la pelle. Però, è vero, avrà una tendenza a considerare strumentale la pericolosità della caccia.

Qui, Filippo, bisogna intendersi. Se il massacro SISTEMATICO di milioni di esseri viene confuso con alcune decine di incidenti più o meno gravi, ci troviamo di fronte al caso di uno che confonde una guerra con gli incidenti automobilistici. Mi sembra che qui la caduta nello specismo sia ineluttabile. Ma non penso che sia il tuo caso. Perché è chiaro che tu stai usando strumentalmente la tua iniziativa. E' inutile che mi parli del vicino con un pallino in testa. So benissimo che il motivo che ti ha spinto a quel notevole lavoro è stato un tentativo di aggredire la caccia come istituzione specista per mezzo di un attacco laterale. E' evidente poi che la ricaduta sull'umano è sostanziale. Non solo perché un cercatore di funghi sopravvive, ma anche perché è l'umanità tutta che fa un passo avanti, si addolcisce nella prospettiva di una civilizzazione diversa. Ma è anche evidente che, pur tenendo presente questo, c'è qualcosa di impellente e primario nella mia battaglia. Primario nel senso che viene inevitabilmente prima.

Un'altra riflessione riguarda questa tua frase:

Dimenticavo:[l'antispecismo] ha tutte le potenzialità per inserirsi a pieno titolo all'interno del movimento alternativo di cui costituisce il naturale e necessario completamento.

Il non rispetto di questo principio mi è stato attribuito anche da Marco (Maurizi - N. d. C.) in una discussione a tre che ha avuto luogo qualche mese fa e che tu ricordi bene perché il tuo inserto sulla mia interpretazione del tuo lavoro deriva di lì. Questa è una critica che nei miei confronti diventa assurda e penso che Marco l'abbia capito (anche se non ho certezze J). Io non nego, anzi affermo che la questione animale debba (e possa) trovare posto solo all'interno di un rifacimento generale del mondo. Dico che mentre il movimento alternativo ignora completamente la questione animale, questa debba essere presentata con forza nella sua peculiarietà per due ragioni:

1) per fare da contrappeso al naturale (o innaturale, non so…) egocentrismo (antropocentrismo) degli interessi di cui gli 'alternativi' si fanno tutt'ora portatori,
2) perché giungendo per ultima ed essendo la più debole ha bisogno di più forza per essere imposta all'attenzione generale.

Non ci vuole molto per capire che se viene posta diluendola all'interno delle altre pratiche di dominio, viene semplicemente ignorata. Diciamo allora che si integra con le altre tematiche di liberazione nella misura in cui acquisisce forza e rappresentanza. Finché questo non avviene, la forza delle cose ci spinge a porre la lente sulla violenza sugli animali. Del resto RA o OlS non toccano né il femminismo né i migranti per ovvie ragioni, ma non si dica, per favore che i suoi esponenti (almeno quelli più in vista per OlS perché quelli di RA sono tutti vaccinatiJ) non hanno la chiarezza necessaria e la sensibilità per riconoscere la dimensione universale del problema dell'antispecismo.

Vorrei per ultimo dire due paroline sulla tanto vituperata questione dell'estinzione a Veganch'io. Filippo, non dare troppa importanza a questo fatto. Quel ragazzino bleck block mi ha semplicemente chiesto se ritenevo che la soluzione si potesse trovare solo nell'estinzione volontaria. Se ti ricordi bene, io mi sono limitato a dire che tutto sommato a me piacerebbe che l'umano non ci fosse. Punto. Che devo dirti… è così… mi piacerebbe che l'umano non ci fosse. Ohè, sarò libero di preferire un'opzione anzichè un'altra? Ma se avessi detto che questa è una soluzione allora sarei stato fuori di testa. L'ho presentata come un mio sogno segreto che dietro richiesta diventava pubblico, ma sempre come sogno. Al ragazzino ho detto che non aveva comunque senso politico ragionare in quei termini dato che l'umanità non avrebbe mai fatto questa opzione e quindi che occorreva uscire dal sogno e battere strade politiche. Le strade politiche non sono alternative ai sogni, sono le uniche strade che consentono di ottenere risultati concreti, anche se spesso parziali. Quindi non sono 'soluzioni di ripiego', ma la strada naturale da battere.

Infine, sostenere che:

… una visione ecosistemica … può derivare solo dal problema di una corretta relazione dell'uomo con il resto della biosfera

significa affermare una cosa dannatamente giusta. Purtroppo non avremo mai la certezza che l'uomo possa instaurare questa 'corretta relazione' finché essa non verrà realizzata. Anzi, attualmente sembrerebbe che l'umanità sia destinata proprio a sfasciare tutto (guarda la storia dei biocombustibili, ad exemplum) se qualcuno non incomincerà ad adottare quei metodi che a te, gandhiano di ferro, J non ti convincono proprio.

Concludo ricordandoti che nel tuo saggio che ha permesso a RA di iniziare la sezione 'Officina', hai diffusamente citato Gould il quale sostiene che se il film dell'evoluzione fosse riavvolto, nulla potrebbe garantire la ricomparsa di questa specie problematica. Ciò significa che qualcuno possa sognare una inesistenza non necessaria. E poi vorrei ricordare il tuo stupendo monologo di Lucifero. Anche tu sogni dunque, qua e là… non è vero? Anche a te piacerebbe un mondo VUOTO!!!

Aldo Sottofattori

Note (di F. S.):

(1) Anonimo, Dichiarazione di guerra, Ed. Nuova Etica, Torino, 2003.
(2) Il mio testo, qui rielaborato in forma di articolo, era originariamente parte di una corrispondenza fra me e Aldo Sottofattori,. Massimo Filippi, Alessandra Galbiati, Marco Maurizi ed Enrico Giannetto.
(3) Massimo Filippi, postfazione al libro Un mondo sbagliato di Jim Mason, Ed. Sonda, Milano, 2007.
(4) E' probabile che si tratti di Karl Marx.


Precisazioni sul testo di Aldo Sottofattori.

Comincio col notare che la citazione fatta in apertura da Aldo, e che esprime molto bene il punto di vista SS, ne esprime anche uno dei grandi equivoci di fondo. L'anonimo parla di "diritti" da togliere all'uomo non rendendosi conto che in realtà i diritti sono un'altra cosa. Quelli di cui parla si dovrebbero chiamare piuttosto abusi e sono, in quanto tali, appartenenti a tutt'altra sfera.
Trovo poi del massimo interesse le considerazioni preliminari sui meccanismi cui obbedisce il "Sig. Rossi" e sull'inerzia della "megamacchina". Qui Aldo, prendendo spunto anche da quanto avevo scritto in una precedente corrispondenza, ha centrato e definito ottimamente il problema dei problemi: ciò che con un linguaggio appartenente ad altri contesti potremmo chiamare la creazione delle "risorse umane" necessarie a dar vita alle "nicchie" di cui egli parla. C'è però da precisare che io non ho mai sostenuto che bisogna "agire per trasmissione della coscienza con il metodo parabuddista bocca-orecchio". Ho piuttosto sostenuto che il problema si pone in termini di tecniche di comunicazione, ma proprio per tale motivo esso è tutt'altro che semplice, non lo è di per sé ed è inoltre aggravato dalla disparità gigantesca delle forze in campo. D'altra parte non si comprende come la soluzione possa essere in quella "conflittualità" auspicata da Aldo che oltre tutto è proprio il metodo più efficace nell'attivare ciò che Piero Nigra in un suo ragionatissimo progetto di società alternativa chiama "gli anticorpi del sistema" (Piero Nigra, Il sistema federativo, si veda il paragrafo: Strategia virale). Lo stesso Piero Nigra fa nel suo testo validissime considerazioni cui rimando il lettore, c'è però da dire che anch'esse non risolvono il problema di fondo che ho sopra definito e che credo sia oggi ancora insoluto (1).
Da parte mia mi limito a notare a margine come l'affermazione: "chiedere di essere non-violenti un po' sorprende coloro che, battendosi per la giustizia, tali non possono essere" sia tautologica poiché l'argomento usato è proprio ciò che Aldo dovrebbe dimostrare.

Per quanto riguarda le obiezioni sulla pericolosità sociale della caccia, cominciamo col dire che la maggior parte delle situazioni di oppressione presenti e passate che si sono concretizzate nel mondo sono puramente collaterali, ovvero non sono il fine ma il mezzo o, forse ancor più spesso, un puro effetto secondario, non desiderato a priori ma in qualche modo congenito al fine, pur mirando quest'ultimo altrove.
Non a caso nel mio primo articolo scritto per la Veganzetta (Crescere per sempre?, Veganzetta n. 1, luglio 2007) citavo il genocidio ecosistemico del delta del Niger perpetrato dalla Shell, il cui obiettivo era ed è lucrare estraendo petrolio, e nient'altro. La devastazione dell'ecosistema, lo sterminio di innumerevoli popolazioni non umane e la cacciata violenta del popolo umano degli Ogoni non rientrano negli obiettivi della Shell, sono soltanto effetti collaterali congeniti al conseguimento del suo vero obiettivo. Ma forse per questo non dobbiamo applicare loro le categorie dell'oppressione, del genocidio, della violenza perpetrata al massimo grado? Possiamo anche dire che il danno subito dagli Ogoni, per quanto grave, non è numericamente paragonabile ai probabilmente milioni di vittime che il disastro ecologico ha provocato fra i non umani. Ma questo ci autorizza forse a non indignarcene? Ci autorizza a metterlo in subordine?
Il punto è che la violazione di un diritto per l'antispecismo è un valore in sé, indipendentemente dal numero degli individui che lo subisce, perché il centro dell'attenzione dell'antispecismo è ogni singolo individuo, umano o non umano che sia e questo è proprio ciò che lo differenzia da altri ambiti del pensiero alternativo, prima fra tutti l'ecologia profonda.
Il parallelo fra il caso del delta del Niger e la caccia è così evidente che ometterò di tracciarlo. Mi soffermerò piuttosto sulla "insinuazione" conclusiva di Aldo, ovvero che i miei veri moventi contro la caccia siano stati rivolti allo sterminio dei non umani.
Non sono così nobile; non sono un sant'uomo né uno spirito disincarnato. Esattamente come non lo sei tu (chiunque tu sia) che mi stai leggendo adesso. Sono (sei) più semplicemente un organismo biologico che, come ogni altro, mira a un solo scopo: la conservazione della propria struttura. Alla domanda: quale è stato dunque il mio vero movente contro la caccia?, io rispondo: l'istinto di conservazione. Questa frase però va inserita all'interno della visione della biosfera come una rete perfettamente orizzontale di relazioni fra pari, una visione che per me non è soltanto un'astrazione intellettuale ma un modo di dar forma quotidiana alla propria vita. In una simile visione un agente che tiene un comportamento eterotelico nei confronti di un nodo della rete danneggia l'intera rete e dunque anche me che sono un nodo altro ma comunque interconnesso a quello direttamente danneggiato. L'egoismo idiota (percepibile agli effetti esterni come egoismo e basta) si differenzia dall'egoismo intelligente (indistinguibile agli effetti esterni dall'altruismo) solo per la consapevolezza di questa interconnessione. Ora, la mia esperienza di contatto diretto con la caccia rappresenta la manifestazione più immediata, diretta, materiale di un simile tipo di interconnessione: il cacciatore spara agli uccelli e gli importa di sparare solo a essi, ma allo stesso tempo spara inevitabilmente (le 30 e più pagine di Se la caccia fosse un lavoro hanno il solo scopo di dimostrare il sussistere di questo avverbio) anche contro di me. Una separazione è impossibile sia sul piano tecnico (ovvie conseguenze dell'uso di armi da fuoco sul territorio), sia sul piano culturale (la legge sulla caccia ha dovuto restare indietro di 100 anni rispetto alle altre per poter far sopravvivere la caccia), sia sul piano etico (il diritto all'esercizio della caccia rappresenta una zona franca anche nella tutela della vita umana).
Il mio movente dunque non è questo oppure quello e nemmeno questo e quello ma è unico e indivisibile. Se ho fin dal principio soffermato la mia attenzione solo sui danni sociali il motivo è solo che su tutto il resto non avevo da aggiungere nulla di nuovo a quanto altri avevano già detto mentre su questo aspetto c'era ancora tutto da dire. E, naturalmente, da fare. Tutto qui.

Per quanto riguarda il "porre la lente sulla violenza sugli animali", credo vi sia una inopportunità sia tattica che strategica. Tattica perché - e lo abbiamo visto in più occasioni - ci si scontra contro il muro del "ci sono cose più importanti, ad esempio le pensioni e il precariato". Strategica perché si omette di affrontare il tema centrale: l'unità del meccanismo del dominio. Mi domando ad esempio quanti nel movimento per la Decrescita e nel fantomatico movimento antispecista si siano accorti che il paradigma della crescita economica illimitata ha bisogno dello specismo come ambiente culturale (ovvero giustificazione ideologica) che lo rende pensabile e dunque praticabile. Tanto che non credo sia esagerato ipotizzare che lo specismo sia nato, già dal neolitico, come sostegno delle pratiche espansionistiche dell'uomo, iniziate appunto in quel periodo. Che senso ha dunque porre le "due" questioni separatamente come si fa oggi? Il risultato, nel vedere il problema come "due" problemi, è semplicemente non comprendere la sua vera natura e dunque lasciarlo insoluto. Né affrontare il discorso unitariamente significa "diluire" un tema nell'altro. Se mai porre l'accento sulle interconnessioni, che è cosa ben diversa. Credo comunque che la posizione di Aldo su questo punto rientri nella più generale ottica della "conflittualità", ovvero: voi ignorate ostentatamente la questione animale e allora noi ci contrapponiamo conflittualmente a voi sollevando solo la questione animale. Un po' come le femministe che reagivano (reagiscono) allo "stare fra uomini" tipico dello sciovinismo maschilista con uno "stare fra donne" perfettamente speculare anziché con un più genuinamente alternativo "stare insieme, uomini e donne".

Due precisazione finali: la prima sul mio essere "gandhiano di ferro": non lo sono poiché di Gandhi non faccio mia, ad esempio, l'impostazione nettamente religiosa; semplicemente constato che la via indicata dalla nonviolenza è l'unica che ha le necessarie caratteristiche di omeotelia con l'istanze di un mondo liberato dalla superstizione specista e dalla prassi che essa sostiene.
Seconda precisazione, sul "monologo di Lucifero", che è poi un mio racconto del 1993, Die gaist, die stet verneint, in cui si immagina la creazione raccontata a posteriori dal punto di vista dello sconfitto Lucifero. In esso la critica non è rivolta al ruolo dell'uomo nella biosfera ma ai meccanismi stessi dell'evoluzione della vita, di cui l'uomo è soltanto una manifestazione recente e in fondo anomala soltanto per la natura, come già detto infestante, che la sua presenza ha assunto oggi sulla Terra.

Filippo Schillaci

Nota:

1) L'unica ipotesi che oggi io vedo è quella secondo cui il sistema sociale è un sistema caotico, ovvero fortemente dipendente dalle condizioni iniziali. In tal caso una piccola sollecitazione applicata al sistema nel punto, nel momento e nella direzione opportuni potrebbe generare ciò che si chiama "un'orbita divergente", ovvero potrebbe autoamplificarsi.