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Etica ed edonismo, due scelte in sintonia
Questo articolo è apparso su Promiseland lo scorso anno, poco dopo Pasqua. Non è più stato disponibile dopo i problemi avuti dal sito la scorsa estate. Lo riproponiamo adesso dopo aver pubblicato nei giorni scorsi il menu pasquale da cui esso trae spunto. Antipasto di focaccine calde e ortaggi misti arrostiti conditi con olio e aromi vari, cannelloni agli spinaci, involtini di melenzane al sugo, frutta, dolce alla crema vegetale, caffé, vino bianco dei Castelli Romani e rosso di Sicilia. Forse ho dimenticato qualcosa ma non importa: questo, in sintesi, è stato il menu del mio pranzo pasquale. Due parenti erano miei ospiti quel giorno; la parola "vegetariano" non è stata mai pronunciata, eppure non hanno mancato di notare il "grande" (grande?) assente: la carne. "Peró, si mangia bene anche senza carne", commenta uno fra un involtino e l'altro. "Eh, sì", aggiunge l'altro, "mangiamo troppa carne noi". Probabilmente continueranno a farlo: per abitudine, pigrizia, paura (soprattutto) di apparire "diversi", ma quel giorno qualcosa hanno imparato: che l'immagine del vegetariano che (soprav)vive soltanto di ascetiche insalatine non è poi così conforme alla realtà. Che questi strambi parenti vegetariani sanno goderseli anche loro i piaceri della buona tavola.
Già, perché l'immagine del vegetariano "incicciottato di lattughine" (frase
testuale che ho letto su non ricordo piú quale forum) è tanto diffusa
nell'immaginario popolare quanto il luogo comune che una scelta in
qualsiasi modo orientata verso un'etica
Scegliere di godere di certi sapori piuttosto che di altri innanzi tutto, ma comunque di godere. Scegliere di vivere meglio e più a lungo poi, perché così dicono le statistiche e sono statistiche a cui credo, per esperienza personale (da quando sono vegetariano sono spariti certi disturbi che avevo prima), per motivi legati alla nostra biologia (non siamo morfologicamente una specie carnivora), per ragioni mediche (rischi di tumori al colon e al seno legati all'alimentazione a base di carne), per il modo in cui viene prodotta la carne (vedi BSE). Scegliere di risparmiare infine (la carne è di gran lunga il cibo più costoso).
E poi. Ho parlato fin qui di alimentazione, ma l'argomento di questa riflessione non è il vegetarismo. Torniamo al giorno di Pasqua e al momento dell'arrivo dei miei parenti. "Che bello qui" hanno cominciato a dire appena varcata la soglia del cancello" e "che bella campagna ha Filippo" hanno continuato a ripetere mentre scendevano lungo la strisciolina di terreno che circonda la mia casa. Il posto in cui vivo, pur potendosi senza dubbio definire campagna, non è bello: troppo vicino a Roma, troppo infestato da seconde case, troppo manomesso, deviato, ibridato, disboscato, edificato, degenerato, insomma umanizzato per poterlo definire bello. Eppure a loro, provenienti dai cubi di cemento della periferia romana, appariva tale. Cosa avrebbero detto se li avessi accolti nella casa che (non) ho fra i boschi secolari delle Madonie o dei Simbruini? E questo ci introduce a un altro discorso, perfettamente parallelo al primo: "l'ambientalismo? è quella roba che vuol fermare il progresso, dunque il benessere" pensa senza dubbio lo sconosciuto signore dei vegetariani "incicciottati". E non solo lui: ricordo che molti anni fa durante una tribuna elettorale un giornalista domandò a un esponente dei Verdi: "voi siete contro le piogge acide, l'inquinamento dei mari, lo smog nelle città e altro ancora. Ma non temete che in questo modo si fermi il progresso?". Non ricordo cosa gli fu risposto, ma ricordo la risposta, semplicissima, quasi banale, che venne in mente a me: "piogge acide, inquinamento dei mari, smog: è questa l'idea che lei ha del progresso? Bisogna avere una genuina vocazione al martirio per concepirlo in questo modo". Alcuni mesi fa ho visto su Promiseland le immagini del centro siderurgico di Taranto: paesaggi da inferno dantesco, commentava l'articolista, e commentava bene. Ho pensato guardando le piccole sagome di quegli uomini in tuta che si muovevano fra masse di vapori e polveri cancerogeni: ecco per cosa hanno lasciato la vita dei campi, ecco cosa hanno ricevuto in cambio del "duro" lavoro del contadino. Eccolo qui il "paradiso" che è stato loro promesso.
Chi al "paradiso" non ci ha creduto oggi gestisce aziende agricole biologiche, spesso pratica l'agriturismo, vive fra ampi spazi verdi, mangia il cibo che egli stesso produce, la sua vita non è scandita da una catena di montaggio ma dal succedersi delle stagioni, delle fasi fenologiche, delle semine e dei raccolti. Spesso guadagna molto di più del salariato omino in tuta. Chi dunque ha fatto una scelta verso un modello di sviluppo come si dice oggi "sostenibile" viene ripagato con una migliore qualità della vita, è anche lui uno che la vita sa godersela. E mi fermo qui, anche se potrei parlare d'altro e altro ancora. Un'ultima considerazione però: spesso l'edonista viene assimilato all'egoista, ma non ci si rende conto con ciò dell'unica, ma profondissima differenza esistente fra loro: l'egoista crede che fare i propri interessi significhi fregarsene degli interessi altrui, l'edonista (quello vero) ha capito che fare gli interessi di tutti è anche l'unico vero modo di fare i propri interessi. L'edonista (quello vero) sa insomma che solo in un mondo dove a tutti (esseri viventi umani e non umani) è consentito godersi la vita egli potrà godersi la sua. A questa categoria di persone non apparteneva di certo quel tale di cui ho saputo poco tempo fa e di cui mi è stato detto che "amava molto godersi la vita". Era cacciatore, carnivoro, fumatore, bevitore e chissà, forse altro ancora. Poveraccio, è morto qualche mese fa, dopo essere stato a lungo in coma. Pare che già prima di ammalarsi a volte gli succedesse perfino di perdere i sensi mentre faceva l'amore con la moglie. Se questo è godersi la vita...
Filippo Schillaci (l'articolo),
Questo articolo è anche presente su
Promiseland
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