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La caccia, un ostacolo alla fede

A Morsano al Tagliamento fanno la sagra dell’oca, e i loro cuochi sono così bravi a cucinarla che vengono mandati in trasferta nelle sagre degli altri paesi. Konrad Lorenz, a partire dal 1936, ha allevato centinaia di oche nei suoi centri di ricerca, dimostrando quanto sia complessa la vita emotiva e sociale dell’animale ritenuto sciocco per antonomasia.

Nelle Valli del Natisone cacciano il cinghiale senza considerare che è intelligente quanto il cane, è capace di compiere atti di eroismo sacrificandosi per la prole ed è facilmente addomesticabile.

Fino a poco tempo fa si sterminavano gli orsi del paleartico, e lo si farebbe ancora se solo fossero più abbondanti, senza tener conto del fatto che l’orso è una piacevole e simpatica creatura, benché non brilli per quoziente intellettivo.

Dei delfini i genovesi fanno musciame, di nascosto perché è vietato, mentre i giapponesi se li mangiano con tutti i crismi di legge, dimenticando che essi sono il nostro corrispettivo in ambiente marino e, anche se non guidano automobili e non vivono in città subacquee, si possono reputare uomini oceanici.

Questi pochi esempi bastano a trarre la norma che l’essere umano rifiuta le profferte di amicizia che gli vengono dagli altri animali, tradisce la loro istintiva fiducia, e li scanna. Perché la maggioranza degli uomini si comporta così? Che sia una questione di evoluzione spirituale dell’umanità? In tal caso bisogna verificare se le religioni siano state d’aiuto al miglioramento qualitativo dell’uomo o piuttosto non abbiano rallentato tale processo.

Comunque sia, personalmente vorrei entrare in rapporti di amicizia con oche, cinghiali, orsi e delfini perché li trovo immensamente belli, giusti e, oserei dire, santi. L’amicizia del mondo animale credo mi darebbe la gioia perfetta. Mi sentirei onorato e potrei perfino riconoscere che l’universo, con tutte le sue sfere rotanti, è finalmente a posto, senza peccato e senza stonature. Concluderei che c’è, senza più dubbi, un Ente Supremo.

Ecco perché, fra i tanti guasti che i cacciatori fanno in giro per il nostro comune Giardino c’è anche questo: impediscono a me di credere in Dio.

Roberto Duria

Calgaretto, 21 settembre 2002

L'animalista, il dio e l'eremita

Ho avuto occasione di leggere un brano del signor Roberto Duria: "La caccia, un ostacolo alla fede", e ho subito ringraziato il mio dio, chiunque esso/essa sia, (e anche il suo), per averlo così ben avviato su una delle strade dei giusti, quella degli animalisti.

Il Duria sì che è un credente, altroché il papa! Non conosco il signor Duria, ma da come si esprime è chiaro che il dio guida i suoi passi, e spero di conoscerlo personalmente quanto prima. Il suo scritto è una forte provocazione verso i tanti che si dicono "credenti" solo perché vanno a messa e praticano qualche sacramento, incapaci di vedere nel maiale il dio che li sostiene.

In ogni modo, anche se lo sforzo animalista può rendere duri, almeno nel linguaggio, è una fortuna che ci siano credenti come il Duria che praticano la religione senza dover andare a messa, e che per la difesa dei più deboli cercano di far riflettere i credenti che vivono nell'incoscienza grazie alla Chiesa.

Il mondo, specie quello che si spaccia per cristiano, per varie ragioni, si crogiola annoiato nella propria sporcizia ricoperta di essenze profumate; pratica quello che gli si mostra come "religione" e non riesce a capire. Forse perche´, come dice il libro, molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti, essendo questa una faccenda di evoluzione.

Quelli come il Duria dovrebbero ringraziare il loro dio, chiunque esso sia per averli avviati verso la Conoscenza; e come la presenza dei cacciatori tra i cosiddetti "cristiani" mi deprime e mi scandalizza, quella dei tipi come il Duria mi rallegra e mi dice che il dio esiste, nonostante la Chiesa.

Mario Dumini

P. S.: Ma ora mi viene il pensiero che è tempo che i veri credenti, quelli che seguono la strada del cuore invece che quella della Credenza e delle sue illusioni, si colleghino e si uniscano nell'azione, per incidere con più forza. L'azione della Chiesa, maestra di illusioni e travisamenti è forte perché ha costretto tutti all'unione grazie alle sue minacce di dannazione eterna. Sì, è ora che i veri credenti, al contrario di quelli della Chiesa, si colleghino e si tengano uniti mossi dall'amore verso il più debole e il senza difesa, muovendosi, naturalmente, non da posizioni di potere come da millenni si sono mossi quelli della Chiesa. Perch´ altrimenti saremmo degli ipocriti come loro.

San Vittorino, 26 novembre 2002

Sorelle allodole, fratelli pettirossi

"Bisogna verificare se le religioni siano state d'aiuto al miglioramento qualitativo dell'uomo o piuttosto non ne abbiano rallentato tale processo", si domanda Roberto Duria nella sua bella lettera: "La caccia, un ostacolo alla fede".

Non posso dare torto all'autore, i dubbi da lui espressi sono più che legittimi, soprattutto osservando il comportamento spesso così poco umano di tanti che pure si definiscono credenti.

Ma, proprio in virtù della fede che mi è stata donata e di una mia personale visione della vita nelle cui vicende cerco di ritrovare sempre il positivo, vorrei proporre un altro punto di vista.

Mi è venuto abbastanza spontaneo allora pensare a S.Francesco, il santo che forse più di ogni altro ha manifestato la sua capacitagrave; di essere fratello di tutte le creature. In particolare con gli uccelli, riconosciuti come gli animali a lui più congeniali e vicini, egli ha stabilito un rapporto fatto di festa, libertà e amicizia permanente, così come ci testimoniano molti episodi riportati dagli agiografi: dai due pettirossi, che, volati sulla mensa del frate e saziatisi, ritornarono puntualmente, arrivando anche, un giorno, coi loro piccoli già capaci di volare; al falco col quale Francesco divideva il suo pane e che, in compenso, ogni mattina dava la sveglia al suo amico, per di più tenendo conto di quanto egli fosse stanco o malato.

Si potrebbe continuare col racconto di altri capitoli dei "Fioretti", ma in relazione all'argomento "caccia" mi sembra interessante riportare il testo della lettera che Francesco avrebbe voluto far pervenire all'imperatore e a tutte le autorità della Terra, e che fu ritrovata dopo la sua morte da Frate Elia.

Diceva:
"Se potessi parlare con l'imperatore lo supplicherei e convincerei a fare per amore di Dio e di me, una legge speciale: che nessun uomo catturi e uccida le mie sorelle allodole o faccia loro del male, E inoltre chiederei che tutti i podestà delle città e i signori dei castelli e villaggi siano obbligati ogni anno, nel giorno di Natale, a comandare alla gente di gettare grano ed altri cereali per le strade affinchè le sorelle allodole e gli altri uccelli abbiano da mangiare in un giorno tanto solenne".

Federico II° non lesse mai quella lettera, né i podestà, né i signori. Ma, quando Francesco morì, le allodole si ricordarono di lui: volarono sulla povera capanna dei frati, a Santa Maria degli Angeli, e salutarono felici il loro amico e difensore.

La figura di questo Santo, con il suo amore rivolto a tutti gli esseri viventi, mi conforta a credere in Dio; inoltre, l'immagine del lupo di Gubbio e di frate Francesco che si danno la mano e la zampa mi invita a sperare in un futuro pacificato non solo per l'umanità, ma anche per il mondo degli animali, per tutte le creature e per il creato, un futuro in cui uomini e animali vivranno insieme, in spirito di fraternità ed amicizia.

Maria Grazia Ferrario

Merate, 2 Dicembre 2002