"Bisogna verificare se le religioni siano state d'aiuto al miglioramento
qualitativo dell'uomo o piuttosto non ne abbiano rallentato tale
processo", si domanda Roberto Duria nella sua bella lettera: "La caccia,
un ostacolo alla fede".
Non posso dare torto all'autore, i dubbi da lui espressi sono più che
legittimi, soprattutto osservando il comportamento spesso così poco umano
di tanti che pure si definiscono credenti.
Ma, proprio in virtù della fede che mi è stata donata e di una mia
personale visione della vita nelle cui vicende cerco di ritrovare sempre
il positivo, vorrei proporre un altro punto di vista.
Mi è venuto abbastanza spontaneo allora pensare a S.Francesco, il santo
che forse più di ogni altro ha manifestato la sua capacitagrave; di essere
fratello di tutte le creature. In particolare con gli uccelli,
riconosciuti come gli animali a lui più congeniali e vicini, egli ha
stabilito un rapporto fatto di festa, libertà e amicizia permanente, così
come ci testimoniano molti episodi riportati dagli agiografi: dai due
pettirossi, che, volati sulla mensa del frate e saziatisi, ritornarono
puntualmente, arrivando anche, un giorno, coi loro piccoli già capaci di
volare; al falco col quale Francesco divideva il suo pane e che, in
compenso, ogni mattina dava la sveglia al suo amico, per di più tenendo
conto di quanto egli fosse stanco o malato.
Si potrebbe continuare col racconto di altri capitoli dei "Fioretti", ma
in relazione all'argomento "caccia" mi sembra interessante riportare il
testo della lettera che Francesco avrebbe voluto far
pervenire all'imperatore e a tutte le autorità della Terra, e che fu
ritrovata dopo la sua morte da Frate Elia.
Diceva:
"Se potessi parlare con l'imperatore lo supplicherei e convincerei a fare
per amore di Dio e di me, una legge speciale: che nessun uomo catturi e
uccida le mie sorelle allodole o faccia loro del male, E inoltre
chiederei che tutti i podestà delle città e i signori dei castelli e
villaggi siano obbligati ogni anno, nel giorno di Natale, a comandare
alla gente di gettare grano ed altri cereali per le strade affinchè le
sorelle allodole e gli altri uccelli abbiano da mangiare in un giorno
tanto solenne".
Federico II° non lesse mai quella lettera, né i podestà, né i signori.
Ma, quando Francesco morì, le allodole si ricordarono di lui:
volarono sulla povera capanna dei frati, a Santa Maria degli Angeli, e
salutarono felici il loro amico e difensore.
La figura di questo Santo, con il suo amore rivolto a tutti gli esseri
viventi, mi conforta a credere in Dio; inoltre, l'immagine del lupo di
Gubbio e di frate Francesco che si danno la mano e la zampa mi invita a
sperare in un futuro pacificato non solo per l'umanità, ma anche per il
mondo degli animali, per tutte le creature e per il creato, un futuro in
cui uomini e animali vivranno insieme, in spirito di fraternità ed
amicizia.
Maria Grazia Ferrario
Merate, 2 Dicembre 2002