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Dukka

(la sofferenza)

Ci è difficile ammetterne l’esistenza. Facciamo di tutto per nasconderla, sovrapponendo illusione ad illusione, fughe a scappatoie, la ricerca del piacere sfrenato o di semplici e sane soddisfazioni. L’ascolto o la creazione di belle musiche, la visione di qualcosa di gratificante, il sapore di buoni cibi, il piacere di leggere un ble libro, fare una vita che ci piace, anche eticamente corretta, un bell’orto ricco e lussureggiante, l’ideologia di turno cui aggrapparsi e su cui costruire e mantenere il proprio ego, un rapporto d’amore, l’essere buoni...

Tutto può servirci a mascherarla, a ricacciarla giù, ma lei sempre e puntualmente ricompare, inaspettata, sotto forme impreviste, spesso cruda e crudele.

C’è tanta sofferenza nel mondo, c’è sofferenza in ognuno di noi. Come negarlo?

La vedo ovunque intorno a me, molecole di sofferenza sparse nella materia, in tutti gli esseri viventi e forse anche nelle cose inanimate.

Nell’erba strappata per lasciar posto alle piante che coltiviamo, nelle uova di farfalla schiacciate sulle foglie di cavolo, nella reazione di un cane impaurito, nel rospo divorato intero e piano piano digerito da una serpe, nella sensazione prodotta nel vedere che le piantine che stavano crescendo così bene sono state battute dalla grandine, nel mio mal di schiena improvviso, nel timore di perdere sicurezze acquisite, nei moti di aggressività che talvolta ognuno di noi ha, nel nostro lamentarci e nelle frustrazioni della nostra vita, nella persona che odia o che serba rancore come in chi è oggetto di odio o di rancore, negli uomini di potere avidi e prepotenti come in chi è soggetto a quel potere ed a quelle prepotenze, in chi si ribella ed in chi reprime la ribellione.

Tanti anni fa ho fatto un sogno, facevo parte di un villaggio di una tribù che aveva la funzione di assorbire e neutralizzare il dolore del mondo e per questo si facevano riti con i serpenti. Nel villaggio c’erano il benessere e la pace perché attraverso i riti si sapeva come neutralizzare il dolore.

Da allora ho considerato questa la "mia visione", ma non ho mai trovato quel villaggio e quella tribù presso cui andare a vivere e forse ho assorbito troppo dolore altrui nel corso della mia vita oltre ad averne procurato.

Poi ho conosciuto le parole di un saggio Illuminato che duemilacinquecento anni fa ci ha detto:
«Tutti gli elementi dell’esistenza sono dolorosi. Quando con intelligenza così si intuisce, ci si estingue rispetto al soffrire. Questa è la via verso la purificazione.» (Dh 278).

Ed ancora: «Il saggio è libero dalla sofferenza. Il saggio vive la propria sofferenza, dunque il saggio è libero dalla sofferenza».

Ho capito piano piano che forse la via è ammettere la sua realtà, riconoscerla, guardarla in faccia, diventarne amici, senza cercare di sfuggirla, di nasconderla, di coprirla in un ciclo di camuffamenti senza fine.

Dukka esiste, fa parte di noi, dell’esistenza; quelli che consideriamo i nostri problemi non hanno cause esterne, forse dipendono dalla non accettazione delle cose per quello che sono, dall’avversione per ciò che ci accade e che non ci piace o dal desiderio per ciò che siamo portati a pensare che ci manca, in uno scollamento continuo dalla realtà.

Certo, anche gioia e felicità esistono, ma come ognuno di noi può sinceramente sperimentare, sono impermanenti, vengono e continuamente ci sfuggono indipendentemente dalla nostra volontà.

Perché l’Illuminato ci ha anche detto:
«Tutti gli elementi dell’esistenza sono impermanenti. Quando con intelligenza così si intuisce ci si estingue rispetto al soffrire. Questa è la via verso la purificazione». (Dh 277)

Non ho mai fatto riti con i serpenti, ma ho aggiunto sempre di più al turchese il colore arancio.

Ho cominciato qualche volta a sedere, immobile, cercando di lasciare andare tensioni e reazioni, ho cominciato ad osservarmi, ad osservare i miei attaccamenti e le mie avversioni. Ho cominciato ad osservare il mio respiro, le sensazioni del mio corpo, ad osservarle nel loro mutare. Ad osservare le sensazioni mentali, la rabbia, la gioia, la gelosia, ... ecc..., ho cercato piano piano di vedere come tutto sorge e decade.

Anche i pensieri sorgono e svaniscono come nuvole che attraversano il cielo e per un po’ oscurano il sole, indipendentemente dalla nostra volontà.

Ho cominciato piano piano a imparare cosa vuol dire lasciar andare, cosa vuol dire mollare la presa, cercando di arrivare sempre più in profondità, nel corpo e nella mente.

Ma quando ci si accorge che tutto sorge e decade, che i pensieri vanno e vengono indipendentemente dal nostro volere, che il dolore arriva anche se noi non lo vorremmo, allora noi dove siamo? Cosa siamo? Dov’è l’individuo in cui tanto fermamente ci identifichiamo?

Migliaia di anni fa l'Illuminato ci ha detto:
«Tutti gli elementi della realtà sono senza sé (senza ego, senza sostanza, senza essenza, incontrollabili ed ingovernabili). Quando con intelligenza così si intuisce, ci si estingue rispetto al soffrire. Questa è la via verso la purificazione». (Dh 279)

E’ stato anche detto:
«Contemplando il sorgere e lo svanire dell’esistenza fenomenica, gioisci realizzando l’eterno» (Dh 374).
«Lascia cadere le passioni e l’odio come il gelsomino lascia cadere i suoi fiori appassiti» (Dh 377)
«Indifferente agli allettamenti del mondo, metti pace nel tuo corpo, metti pace nelle tue parole, metti pace nei tuoi pensieri». (Dh 378)

Mi sono accorto che la via è lunga ed impervia, difficile come è difficile la vita.

Non ho raggiunto niente di particolare, sono in cammino, come tutti siamo in cammino. A volte ho avuto ulteriori frustrazioni, che la pratica mi ha un po’ insegnato a riconoscere come tali e ad accettare.

In questi anni ho aggiunto sempre di più al turchese il colore arancio ma forse attendo ancora chi mi insegni i riti con i serpenti e di vedere sorgere una tribù-villaggio che faccia qualcosa per il dolore del mondo ed in cui si cerchi la pace.

Fabrizio Cardinali

15 gennaio 2003


Ho tratto le citazioni tra virgolette da differenti traduzioni del Dhammapada. La più semplice e libera è quella di Augusto Sabbadini pubblicata negli Acquarelli della Demetra.