La decrescita vista con gli occhi del Tao
Questo articolo nasce da un difetto della memoria. Rimasto per qualche tempo nell'impossibilità di consultare la mia copia del libro La decrescita felice di Maurizio Pallante, mi ero convinto di aver visto citato nella sua bibliografia Il tao della fisica di Fritjof Capra. Ci feci sopra le mie riflessioni, scrissi l'articolo e, poco tempo dopo, tornato in possesso del libro di Pallante, mi accorsi dell'equivoco: il libro citato era in realtà Il tao dell'ecologia. Provai a modificare l'articolo; non ci riuscii. Decisi allora di proporre al lettore un gioco: immaginiamo un universo alternativo in cui un Maurizio Pallante alternativo scriva una Decrescita felice alternativa nella cui bibliografia sia presente il libro di Capra. In un tale universo un Matteo Cocconoli alternativo potrebbe ben scrivere quanto segue.
Nella bibliografia del libro La decrescita felice di Maurizio Pallante c'è una presenza enigmatica e stimolante: Il Tao della fisica di Fritjof Capra. Perché Pallante l'abbia inserito non lo so; perché io credo che quel titolo messo proprio lì non fosse fuori posto è ciò che proverò a spiegare qui.
Quello di Capra, fisico e conoscitore del pensiero orientale, è un libro sulla molteplicità: una sorta di equivalente culturale della biodiversità che affianca l'Asia all'Occidente, il pensiero dei filosofi orientali alle più recenti concezioni della nuova fisica, due mondi in cui Capra vede due vie parallele che hanno condotto a concezioni della realtà sorprendentemente affini.
L'elemento qualificante di questa affinità è il superamento del pensiero dualistico occidentale che ci ha portato per secoli a concepire la realtà come somma di parti in conflitto: interno-esterno, amico-nemico, utile-dannoso, materiale-spirituale, naturale-culturale, simile-diverso; innumerevoli manifestazioni in realtà di un'unica contrapposizione: io-l'altro.
E' questa una visione che inevitabilmente porta in sé il dominio e la gerarchia. Perché è fatale che essa implichi una scala di valori in cui l'interno-utile-vicino-simile-amico sia posto più in alto dell'esterno-dannoso-lontano-diverso-nemico. Ed è non meno fatale che ai primi si finisca con l'attribuire un ruolo-missione di dominio nei confronti dei secondi.
A questa visione Capra ne contrappone una strettamente orizzontale, che vede in ogni parte dell'esistente il nodo di una rete di relazioni fra pari, la quale nel suo insieme forma un'armonica unità. In questa visione la coppia antagonista "io-l'altro" è sostituita dall'unità complessa "noi" e scompare con ciò ogni conflittualità e ogni struttura gerarchica.
Proviamo ora a raccordare tutto ciò a quanto sta oggi realmente accadendo sulla Terra.
Nella pretesa di crescita illimitata che caratterizza le società tecnologiche occidentali possiamo riconoscere la prassi corrispondente al pensiero dualistico (prescindo dal problema se sia la prima a generare il secondo o viceversa) in cui l'io si espande a danno dell'altro. Nella teoria della decrescita possiamo invece riconoscere la consapevolezza della necessità di ristabilire un equilibrio fra le parti interconnesse di quella rete di relazioni che è la biosfera. La crescita è competitiva, gerarchica, invasiva; la decrescita è cooperante, democratica, pacifica.
Ma perché quest'ultima sia concretamente praticata occorre entrare in un ordine di idee del tutto nuovo. Un ordine di idee che includa all'interno di quel "noi" in cui dobbiamo imparare a identificarci anche la più lontana entità che è parte della biosfera.
Un ormai remoto numero del settimanale Carta riportava con molta evidenza una frase di Vandana Shiva: "Gli esseri viventi non possono essere considerati proprietà privata, miniere genetiche da sfruttare, perché sono parte di un ecosistema che ci unisce". La decrescita, a ben pensarci, non è altro che un'ovvia conseguenza pratica di questo modo di vedere l'insieme delle società dei viventi: se ogni essere vivente è parte di quel noi di cui io sono un'altra parte, il mio benessere è inscindibile dal benessere della totalità vivente che costituisce quel noi. Questa non è soltanto un'astratta dichiarazione di principio perché l'aderire a essa comporta implicazioni immediate su molti aspetti pratici della nostra vita quotidiana, comporta che un insieme sempre più vasto di scelte concrete, legate alla cultura materiale, divenga in sintonia con i principi della decrescita. Perché se il mio benessere è inscindibile da quello della totalità vivente, non posso pensare di accrescere indefinitamente il mio spazio vitale sottraendolo a tutti coloro che pur non essendo "io" sono parte di quel "noi" di cui anch'io sono identicamente parte.
Di queste implicazioni nel vivere concreto sembrava cosciente Capra in quel suo libro nel momento in cui lamentava il fatto che molti fisici occidentali, pur essendo giunti a una visione del mondo che supera le ristrettezze del pensiero dualistico, non avevano con ciò modificato in nulla il loro modo di vivere.
Capra non andava al di là del constatare la contraddizione e dello stupirsene. Ma stupirsi di cosa in fondo? Aderire a un sistema di idee, contribuire perfino a costruirlo, non significa aver consapevolezza che quel sistema è specchio di una realtà e meno che mai che di essa noi stessi siamo parte. Parte agente. Quanti "rivoluzionari", quanti "alternativi" sono clienti abituali di quelle stesse multinazionali contro cui urlano i loro slogan?
Mi trovai qualche tempo fa a trascorrere un paio d'ore insieme a una volontaria di una organizzazione umanitaria internazionale tornata da poco dall'Afghanistan dove aveva svolto una missione di sei mesi. Parlammo della forte conflittualità esistente oggi fra occidente e islam e mi sorpresi molto nel vedere in lei una posizione fortemente filooccidentale e antiislamica. Parlammo anche della decrescita e lei ne prese drasticamente le distanze "perché affinché sia efficace dovremmo essere tantissimi a praticarla, e non lo saremo mai": una facciata di pessimismo che nascondeva in realtà una adesione a questo sistema in cui, tutto sommato sembra proprio che non si stia così male, soprattutto se lo si confronta con l'Afghanistan. Vuoi mettere l'occidente con il terzo mondo? La democrazia con la teocrazia islamica?
Sul tavolo aveva gli ultimi due libri di Oriana Fallaci ("esagera un po'"). In precedenza aveva anche letto Terzani ("un idealista"). Aveva con ciò voluto sentire "l'una e l'altra campana". Ma soprattutto era stata lì, aveva conosciuto quel popolo dall'interno e ne aveva scritto con partecipazione. Eppure non riusciva a uscire dalla logica del dualismo noi-gli altri, e questo le rendeva oscure, benché "belle", le parole di un uomo come Terzani, le impediva di vedere la connessione fra il profondo, tragico malessere di quel popolo che ella stessa per mesi si era prodigata ad alleviare dopo aver attraversato mezzo mondo, e questo nostro "star bene" all'interno di un pezzo di mondo, uno star bene che da secoli si nutre di predazione a danno di altri popoli e altri ecosistemi, dopo aver devastato il proprio. Anche lei pronuncia senza dubbio un "noi" ma è il suo particolare "noi", esteso a un solo, piccolo pezzetto di biosfera: l'umanità dell'occidente industriale. Non l'umanità in quanto tale, meno che mai la totalità della biosfera stessa, di cui non sa di essere parte inseparabile.
Adesso è tornata al suo lavoro abituale, al suo supermercato abituale, ai suoi programmi televisivi abituali, alle sue vacanze abituali. Al suo consumare abituale, al suo consumare il mondo. E soprattutto è tornata al suo pensare abituale, fatto di opposti che cozzano l'uno contro l'altro.
Ha fatto bene Pallante a inserire Il Tao della Fisica fra i padri del proprio libro. E' quel pensiero che, tradotto in un pratico, quotidiano agire, può rendere realtà di tutti i giorni la decrescita. Quel pensiero che ci è così estraneo e così necessario.
Matteo Cocconoli
Novembre 2006
Testi citati:
Maurizio Pallante, La decrescita felice, Editori Riuniti
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi