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Per divertimento e per disperazione 25 giugno 2004 Caro Gondrano, abito ad Arcevia, in provincia di Ancona, dove tre mesi fa un uomo ha ucciso a fucilate l'intera propria famiglia, senza che nessuno abbia mai capito perché. Io non li conoscevo, forse qualche incontro occasionale per strada (Arcevia è un centro piuttosto piccolo) ma nient'altro. Eppure dopo tanto tempo l'angoscia che ho provato quel giorno non si è attenuata. Continuo a domandarmi quello che non ha senso domandarsi: perché? Sapendo che è una domanda che non può avere risposta. Allora perché ti ho scritto, ti domanderai. Non lo so. L'ho fatto e basta, forse perché non c'è nient'altro da fare. Maria Pia Cara Maria Pia,
conosco quella vicenda. Ero in viaggio nelle Marche il 14 marzo
di quest'anno, mi ero fermato in un bar per fare colazione e gli occhi mi
sono andati su un titolo di giornale: quello. Certo, ci sarebbe molto da dire sul fatto che a un uomo con crisi depressive alle spalle sia stato lasciato in mano un fucile ma è altro che tu mi chiedi, e sono in effetti altre le riflessioni che su questa vicenda è giusto fare. Ha massacrato tutta la famiglia: la moglie e due figli, poi ha tentato il suicidio, e non si capisce perché lo abbia fatto, dice il cronista. Sembrava normale, dice, non aveva neanche problemi economici. Solo quelle crisi depressive nel suo passato. Solo quelle crisi depressive. Ma cosa c'era dietro esse? Non credo nella depressione. Non come malattia. Credo che ciò cui i medici hanno dato questo nome sia la normale reazione di una mente sana di fronte a un universo insano. Credo che la malattia sia fuori, non dentro, colui che i medici chiamano "depresso". Non aveva problemi economici, dice il cronista. E con ciò? Basta questo a dirci che il mondo non sferrava ogni giorno i suoi colpi su di lui? Sappiamo nulla di quel che gli accadeva quando varcava la soglia della sua casa? Io so di un uomo che un giorno, trovandosi da tempo in uno stato di totale prostrazione, si sentì dire: «dovresti andare da un medico e farti dare una pillola che ti intontisca». Questa fu l'unica parola di "consolazione" che ricevette. Di fronte a tanta raggelata sordità al dolore, colui che sta soffrendo si rende conto (qualcosa dentro di lui si rende conto) che rimanere rattrappito in un angolo non basta più. Allora cominciano ciò che gli "esperti" in camice bianco chiamano le crisi. Il pianto lascia il posto all'urlo. Ma cos'è l'urlo se non un primo modo di colpire il mondo che ti colpisce? E non basta. Presto chi soffre si accorge (qualcosa dentro di lui si accorge) che tutto attorno a lui rimane come prima. Che l'urlo di disperazione è impotente contro la disperazione. Che affinché un segno rimanga sul mondo qualcosa di esso deve essere distrutto. Vengono allora quelle che gli "esperti" in camice bianco chiamano le crisi violente. Colui che soffre, visto il mondo sordo di fronte alla prostrazione, al pianto, all'urlo, non ha altra scelta, per farsi udire, che "erodere" una parte del mondo. Distrugge. Distrugge oggetti, affinché i frantumi rimangano a dire e ripetere per lui: «io sto soffrendo». Ma i frantumi fanno presto a finire in discarica e nuovi oggetti prendono il posto di quelli che non ci sono più. Anche la traccia di quest'urlo è breve. E tutto continua ancora come prima. Rimane l'ultimo passo: dalla parte inanimata del mondo a quella animata. E' il momento in cui colui che soffre sembra avere paura di ogni cosa che lo circonda. In realtà ha paura "soltanto" che qualcuna di esse possa ancora una volta colpirlo annullando l'ormai brevissima distanza fra lui e quell'ultimo passo. Non ho modo di sapere se questo è ciò che è accaduto ad Arcevia tre mesi fa, ma di una cosa sono convinto: quando non ci sono ragioni apparenti, quando giunge inatteso e senza scopo, l'omicidio non è altro che la forma estrema, definitiva dell'urlo di disperazione. Ma, dicevo, non è in questo che vedo la malattia, se mai in un mondo che accettava quest'uomo come "normale" quando uccideva per divertimento, e che lo esecra chiamandolo assassino adesso che ha ucciso per disperazione. Adesso che avrebbe diritto, forse per la prima volta nella sua vita, a quella rara cosa chiamata compassione. Filippo Schillaci 29 giugno 2004 |