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Due storie azzurre

L’ora del thè.

Un amico mi ha chiesto di sostituirlo per una mezz’ora.
Si tratta di vegliare al suo posto un uomo in coma da due anni, in seguito a un’operazione al cervello, forse non perfettamente riuscita.
In un primo momento ho dovuto affrontare un senso di rifiuto all’idea di trascorrere, anche solo mezz’ora, fissando un essere umano prigioniero di un’immobilità misteriosa e forse irrecuperabile.
Invece ho vissuto un tempo di ineguagliabile serenità, perché mi sono reso conto che la solidarietà umana e l’amorosa pietà non hanno limiti.
La moglie dell’uomo, da due anni, dopo il lavoro (l’ironia vuole che sia infermiera in un reparto di terminali), torna a casa e abbraccia quel corpo raggrinzito, magrissimo, immobile e lo stringe fortemente a sé.
Gli parla, nella fede assoluta di essere capita.
Lui non invia alcun segnale di presenza, ma sembra portare avanti, con quel suo sguardo perso oltre l’infinito, nell’incubo di un’esistenza priva di vita, il diritto a esserci, a respirare, a lasciar sperare in un subitaneo risveglio, anche se i medici non lo prevedono.
“In due anni non ha dato alcun segno?” Chiedo alla moglie.
“Come no, noi ci capiamo benissimo.Vero amore?”
Poi si avvicina al volto inerte dell’uomo e gli sussurra
“Fa vedere che mi capisci. Se hai sete chiudi gli occhi.”
Mi avvicino. Il volto dell’uomo rimane immobile, il suo sguardo vitreo.
“Ha visto?” Quasi grida. “Ha mosso gli occhi. Vuole bere.”
Anche se il viso è rimasto immobile, mi sembra importante assecondare l’entusiasmo della donna e mormoro “Effettivamente…”
A togliermi dall’imbarazzo entra un frate “Dov’è, dov’è il nostro disoccupato?”
Sono allegri quelli che entrano nella stanza di questo involucro di carne pulsante, parlano a voce alta e traggono dalla condizione disperata del malato, una loro euforia.
“Come va?” Chiede il frate rivolto a me.
“Mi sembra abbia tutte le cure necessarie.”
Da due anni, ogni giorno, il frate viene e dà l’estrema unzione al malato.
Rimaniamo soli nella stanza.
“Anche gran parte dell’umanità è in coma. Non da due, ma da duemila anni.
Da quando Cristo ha cercato di svegliarla, mostrando con atti e parole che non ha senso perdere la sola occasione di vita che ognuno di noi ha, senza mai chiedersi cosa significhi veramente “vivere”, visto che la felicità fa parte dei diritti fondamentali della persona umana.
Il miracolo dei pani e dei pesci insegna. Se ognuno divide ciò che ha con gli altri ce n’è abbastanza per tutti. Il nemico bisogna amarlo invece di ucciderlo.
Ma l’umanità è come quest’uomo, anche lei, almeno per ora, non dà segni di vita. E nel suo secolare sonno di morte continua a uccidere, a torturare.
I ricchi e i potenti tengono ben stretti i loro privilegi. Vivono reclusi nella loro abbondanza, mentre i loro simili faticano per procurarsi il necessario e chi non ci riesce muore silenziosamente di fame.”
In una pausa di attesa del frate azzardo “Ma perché Dio non sveglia l’umanità e non scioglie la durezza dei cuori di quelli che attualmente ne determinano il destino?”
“Dio, Dio, sempre Dio. E lasciamolo in pace Dio. Tiriamoci su le maniche e pensiamo agli uomini.”
Entra la moglie con un vassoio colmo di tazze.
Nel prendere la mia intravedo il volto dell’uomo in coma e ho l’impressione che qualcosa si sia mosso sul suo viso. “Il thè ben caldo, come piace a lei padre.”
“Suo marito ha chiuso gli occhi. “Le dico entusiasta.
“Lo so. E’ l’ora del thè.”

Silvano Agosti

Dal Diario Azzurro n.35 del 25 maggio 2004


Ernesto, Una vita migliore anche per lui.

Un pomeriggio controllando le mie numerose e-mail riguardanti animali maltrattati, da adottare, malati ecc. la mia attenzione è stata catturata dalla foto di un cane "residente" presso un canile di Frosinone che cercava disperatamente una casa.

Non è un cane come gli altri, purtroppo ha un handicap: è stato abbandonato da cucciolo sull'autostrada e conseguentemente investito.Una zampa, in seguito all'incidente e alla noncuranza della gente che lo vedeva era andata in cancrena (divorata dai bigattini) e l'hanno dovuta amputare.

Lui non si è perso d'animo, il suo destino forse era già scritto o forse l'ha voluto cambiare lui con la sua forza,la sua costanza e tenacia.

Si è rimesso in piedi nonostante il suo corpo poggiasse solo su 3 zampe (Per questo era stato chiamato Tre Cilindri) e la sua anima fosse stata tradita, ferita, da un uomo senza scrupoli.

Quando mi soffermo ad osservarlo, rimango allibita dalla luminosità dei suoi occhi che rispecchiano la sua irrefrenabile voglia di vivere,continuare a correre, giocare e soprattutto amare.

Sarebbe rimasto in una delle anguste e fredde gabbie di quel canile,fino a quando la morte non gli avrebbe fatto visita,se non fosse stato per il mio ragazzo, Gianluca,anche lui animato da una forte sensibilità,(caratteristica di una persona che ha sofferto) che quest'estate lo ha spinto ad adottarlo.

Oltre alla sua bontà d'animo, entrambi sono accomunati dalla forza di rimettersi in piedi.

Gianluca infatti tre anni fa è stato vittima(e tutt'ora ne sta pagando le conseguenze) di un tragico incidente che lo ha portato alla perdita della nonna,al coma per 10 giorni e alla momentanea paresi. Dico momentanea perché con le sue forze è riuscito a farcela, proprio come Ernesto;non chiedendo nulla agli altri,ma solo a se stesso, con il solo coraggio di vivere che è la spinta maggiore che ti porta a superare i momenti realmente difficili.

Un giorno gli chiesi delucidazioni in merito all'adozione di Ernesto, volete sapere la risposta?

Eccola: «Sonia, guardalo negli occhi e vedrai tanta speranza; proprio quella che mi ha spinto ad alzarmi e a guardare avanti, non arrendendomi MAI!»

Ora sono diversi mesi che Ernesto è con Gianluca,ha socializzato con gli altri cani e si fa delle belle passeggiate in campagna ricordando forse i brutti momenti scorsi, ma vivendo a pieno la sua nuova vita; il suo presente e il suo futuro ormai sono all'insegna dell'amore; insieme ad una padrone con il quale si ha in comune veramente tanto.

Ogni giorno, sento di crescere vicino a loro perché comprendo a pieno la forza della vita e soprattutto voglio ringraziare Gianluca, per la possibilità data ad Ernesto e per i valori emotivi ed affettivi che mi sta facendo riscoprire.

Sonia da Roma,
Venerdì, 31 Ottobre 2003

«Nella sofferenza, nel buio del cuore e della mente si nasconde il senso della vita. E quanto più nera vivrai la notte, tanto più sarai all'alba fonte di nuova vita».

Dalla mailing list animalista di Peacelink,
3 novembre 2003


Una parola di troppo, una prigione gigantesca

Due splendide storie raccolte girovagando su Internet, delle quali ringrazio Silvano Agosti e la sconosciuta Sonia. Peccato che la prima, quella di Silvano, sia confinata entro gli alti muri eretti da una parola, una sola: l'ultima della frase: «la felicità fa parte dei diritti fondamentali della persona umana». Perché aggiungere quell'ultima parola? Come se la totalità degli esseri senzienti della Terra fosse limitata agli esseri umani? Peccato, perché senza essa anche la nella storia di Silvano si sarebbe respirata la stessa aria di azzurra libertà senza confini che impregna la storia di Sonia. Forse un giorno anche Silvano riuscirà ad abbattere quei muri e vedere ciò che c'è al di là: l'immensa ricchezza del mondo vivente non umano. Io continuo ad aspettare.

Filippo Schillaci.


Immagini di Filippo Schillaci

Su Gondrano dal 28 maggio 2004