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Diario afghano

L'azzurro del burca

Anche oggi sono qui per raccontare un pezzo dei miei ricordi. Mi accorgo che con il passare del tempo essi si plasmano e assumono una dimensione piu razionale, meno legata alle emozioni, il che permette a ciascun fatto di mostrarsi più semplificato, a me di ritornare alla vita di tutti i giorni guardando a quell'esperienza come una cartolina in bianco e nero. Anche se poi ci vuol poco a far sì che l'impatto emotivo dei ricordi riaffiori e le immagini tornino a tingersi di colori accesi.
Perché sono proprio i colori che trasportano ricordi, come l'azzurro che domina nelle vie perché portato dalle donne nei Burca.
Un colore che quando i miei occhi l'hanno incontrato per la prima volta tra le vie di Kabul, mi ha colpito; subito, da perfetta occidentale.
Ho definito le donne di questo paese "Fantasmi in azzurro": nulla trapela di loro, tutto viene coperto e nascosto da questo indumento. E' quasi un'ironia che il colore del cielo, il più familiare perché comune a tutto il pianeta, qui serva a proteggersi, a rendersi invisibili. Dico questo perché proprio il burca ha permesso a tante donne di poter svolgere le proprie attività all'esterno senza pericolo.
Le donne non hanno più, in teoria, l'obbligo di indossarlo, ma di fatto viene portato da tutte soprattutto fuori dalle città; solo a Kabul ho visto donne non portarlo ma in numero così esiguo da poterle letteralmente contare sulle dita di una mano.
Per noi occidentali è assolutamente impensabile capire questa usanza, la valutiamo come una mancanza di libertà, un abuso contro i diritti delle donne, e sicuramente è anche questo, ma tante donne, soprattutto durante la guerra conclusa nel 2001, sono state salvate da quella sorta di cappa di anonimato che che il burca garantiva loro.
Ora, almeno sulla carta, l'Afghanistan non è in guerra, quindi, ci verrebbe spontaneo pensare che il burca dovrebbe essere tolto e lasciato in un angolo della casa come un lontano ricordo. Be', non è così, qui i cambiamenti avvengono seguendo tempi, ritmi lentissimi, avvengono senza mai cozzare con le usanze lungamente radicate nella gente.
Nei mesi estivi, quando il caldo è soffocante e tu volontaria internazionale ti toglieresti la maglietta che indossi per avere più respiro, guardi la prima donna che incontri, la vedi coperta dal burca - oltre tutto prodotto con materiale sintetico, dunque poco idoneo a favorire la traspirazione - e pensi a come possa fare a indossarlo, portandolo per di più sopra ad altri indumenti di foggia araba che coprono già completamente il suo corpo. Tu soffochi con il poco che indossi mentre lei porta quel vestiario con normalità, senza scomporsi, senza alcun apparente affanno, svolgendo tra le altre cose i duri lavori nei campi dall'alba al tramonto senza fermarsi e lamentarsi.
Durante queste attività spesso per cercare di trovare un minimo di ristoro sollevano il burca portandolo sulla testa, in modo tale da vedere meglio il lavoro svolto e per poter respirare meglio, ma poi quando da lontano sentono anche solo l'arrivo di un'auto, con un colpo secco riportano il viso nella "zona d'ombra" del burca, girano le spalle a chi in quel momento transita e solo quando si ritrovano da sole riprendono il lavoro e si abbandonano a questa piccola libertà di farsi scaldare il viso dal sole…
Il poterle vedere senza il burca, è un "privilegio" di cui solo noi volontari internazionali di sesso femminile godiamo. Quando, negli ambulatori allestiti nei loro villaggi, le inviti a toglierselo, ti accorgi che non c'è in loro paura o timore a farlo di fronte a noi: lo mettono via con movimenti ormai automatici, abituali, soprattutto veloci, e rimangono con i vestiti che portano all'interno delle loro abitazioni, con i quali lavorano e stanno al cospetto del resto della famiglia.
In quei momenti senti in loro la consapevolezza di essere davanti a una persona che forse per la prima volta le prende in considerazione, senti la complicità tra donne che sorpassa la lingua parlata e la cultura.
So che può sembrare molto difficile immaginare questa complicità ma il mondo delle donne è molto meno impenetrabile di quello che si immagina e ciò, forse insieme al nostro comportamento rispettoso nei loro confronti, riesce a spiegare la loro fiducia verso di noi.
I vestiti sono spesso poveri, ma cercano sempre di mantenere una dignità, un contenimento. E, perché no, ogni tanto compaiono anche piccoli elementi di femminilità come collane, braccialetti e abbinamenti di colori, ad esempio tra il velo e il resto dell'abbigliamento.
E finalmente vedi chi hai davanti, guardi finalmente gli occhi e il viso di donne in cui scopri spesso tratti somatici fieri e molto belli.
Qui non c'e stata una grande contaminazione razziale con altri popoli, solo la presenza per decenni dei russi in alcuni casi ha modificato le caratteristiche della popolazione facendovi comparire elementi prima assenti come capelli biondi o rossi e occhi azzurri.
Come è facile intuire, e come mi è stato raccontato anche da varie persone, nulla è avvenuto volontariamente ma, come in tutte le guerre, spesso questo è stato il risultato di violenze e stupri subiti dalla popolazione inerme: fatti che sono stati abituali per un lunghissimo tempo e che continuano ancor oggi.
Perché le donne, di fatto, non hanno nessun diritto. E' vero che sulla carta, come affermano le istituzioni politiche, i diritti sono appannaggio di tutti, ma la vita quotidiana racconta storie diverse.
Si dice che una donna ogni due giorni si dia fuoco per la miserabile e disperata situazione familiare che è costretta a subire; e la pratica della lapidazione, ben lontana dall'essere scomparsa, viene ancora inflitta alle donne considerate adultere. E' questa forse la forma più estrema e cruenta di "controllo" sociale operato sulle donne. A tutto ciò si aggiungono i casi di donne gravide che non sono sposate e che anche in questo caso rischiano, se scoperte, il carcere… e anche sulle carceri afghane, sulle tremende condizioni dei detenuti e soprattutto delle detenute, ci sarebbe molto da raccontare.

Quando mi soffermo sui ricordi rivedo volti, sorrisi e occhi. Occhi troppo spesso nascosti che raccontano un passato drammatico e forse anche la consapevolezza che il momento del cambiamento è ancora lontano…
Che il burca sia un indumento che verrà portato ancora a lungo sulle teste delle donne purtroppo sembra una certezza, solo una tribù nomade non lo ha mai indossato, ma di loro vi racconterò un'altra volta.
Il burca è il prodotto esteriore di un popolo, della sua cultura, di fronte al quale quello che ti viene da dire è: non c'è libertà, deve essere eliminato. Riflessioni vere per noi che viviamo indossando abiti scelti, ma forse non è ancora del tutto vero in un paese dove l'anonimato può salvarti la vita.
Queste sono le contraddizioni di culture, di paesi, cui forse dovremmo solo lasciare la possibilità di scegliere. Un "privilegio", la scelta, di cui sono ancora troppi a non godere.
Vorrei arrivare a dire che la diversità, anche quando si esprime secondo modalità per noi inconcepibili, non sempre è il risultato di un mondo sottosviluppato, ma solo lontano e diverso.
La libertà non è eliminare il burca, ma poter scegliere liberamente di volerlo indossare o cambiare le proprie abitudini, mostrando il proprio volto agli occhi del mondo.
Vi lascio con una precisazione: il burca è nato per coprire il corpo della donna perché ritenuto troppo desiderabile agli occhi degli uomini, poiché solo nell'intimità di una casa si poteva consumare la passione e la vita a due. Un concetto ripreso dal mondo islamico degli Harem, dove le concubine erano mantenute in luoghi riservati a disposizione del sovrano. Due diverse espressioni di una stessa visione: la donna e l'amore vissuti solo in un'ambito privato, non ostentato, lontano dagli occhi di altri uomini sicuramente ad uso e spesso abuso del mondo maschile.
Quindi un'abuso, certo, se misurato con i nostri parametri, da eliminare perché retaggio di un'antica barbarie. Ma allora il nostro turismo sessuale verso l'oriente a danno di minori come può essere definito? Siamo proprio sicuri di essere migliori?
Mi sembra che al mondo ci sia veramente molto fa fare, per donne e bambini, e che i giudizi affrettati e arbitrari, pronunciati dal profondo di un "sapere" che spesso è solo pregiudizio non facciano altro che aggiungere altre barriere a quelle già esistenti e che vorremmo abbattere.
A presto,

Sophia - Inviata di pace
Emergency

18 settembre 2005
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