Il giorno dell'atterraggio a Malpensa assume già i contorni di uno sbiadito ricordo; è passato poco piu di un mese, un tempo breve, ma rimane sempre intatta e viva la memoria di questa straordinaria avventura (il termine non è esatto, bisognerebbe dire esperienza, ma sento più mio il termine avventura).
Cinque mesi in un lontano paese, in un mondo straordinario, in un'altra dimensione.
Si fa fatica a tornare a quella che viene definita "normalità", e qui si potrebbe subito aprire una parentesi su ciò che noi occidentali definiamo normalità, o almeno a quello che io vivo come quotidianità: le piccole attività come il recarsi al supermercato per fare provviste, vi assicuro che mi parevano qualcosa di stonato, almeno la prima volta. Il recarsi a fare una passeggiata lungo il fiume in pura libertà senza essere scortati, o il passare tra negozi che espongono merce colorata di qualsiasi genere durante i saldi qui ci sembrano cose ovvie mentre a Kabul l'unica volta che ho potuto girare per una strada del centro ciò che ho visto era completamente diverso: i ritmi, gli odori, le persone che incontri in un luogo del genere ti rimangono dentro e sono molto differenti come gli stralci di vita e i visi che incontri lungo il tuo viaggio.
Non puoi dimenticare e soprattutto non devi dimenticare: per le persone che ora stanno continuando il lavoro a cui hai collaborato, e per un popolo che chiede di non essere dimenticato.
Spesso in questi mesi mi sono sentita domandare, sia prima della partenza che al mio ritorno, perché far parte di un progetto così rischioso e per chi soprattutto? Spesso mi sono sentita dire: "ma in fondo vai ad aiutare persone che domani ti mettono una bomba in metropolitana; vale veramente la pena di rischiare il proprio, per una popolazione del genere?"
C'e stato chi mi ha detto: "ma non devi andare fin là per dimostrare cosa vali…"
E' assolutamente vero, infatti non fai un'esperienza del genere per questi motivi, o almeno per me non è stato così.
Certo che queste domande te le fai ma la mia risposta prima di partire, prima di conoscere ciò che mi aspettava, e anche ora che sono tornata e conosco una piccolissima parte di quel mondo, rimane sempre la stessa.
La mia professione rimane ovunque al servizio di un bambino in divenire, e di una donna che diventerà madre; punto.
Il luogo, la cultura non fanno la differenza; la mia figura, come spesso anche molte mie colleghe si dimenticano, non è indispensabile per nascere, si nasce ovunque anche senza un'ostetrica.
Noi siamo lì solo per aiutare, con o senza intervento, a fare in modo che ciò avvenga nel rispetto della madre e del bambino nel migliore dei modi possibili, nient'altro.
In fondo per me sta lì il segreto: permettere a un uomo in divenire di nascere e far nascere insieme a lui una speranza in più di cambiare il futuro; quindi che questo bimbo nasca a Milano o a Kabul non fa nessuna differenza, è lui che forse un giorno farà la differenza!!!
Anche se ciò che quotidianamente vedi, spesso fa pensare che ci sia per questo paese un margine di speranza e di futuro veramente molto flebile. A cominciare dalle situazioni professionali che ho spesso incontrato, assolutamente nuove e diverse rispetto al lavoro svolto nel mio ospedale: lì la vita, la natura, la situazione ambientale non aiuta di certo a pensare che il domani sarà migliore del presente. Malattie, situazioni igieniche pessime e non ultime le frequenti nascite di bambini morti o affetti da malformazioni, non rendono il quadro roseo.
Ci siamo chiesti frequentemente perché una casistica così rilevante di bimbi malformati, e spesso le risposte sono le piu semplici: donne che hanno 10 - 12 figli, malnutrizione, carenza di vitamine, assunzione incontrollata da parte della popolazione di farmaci acquistati nei bazar a bassissimo costo e provenienti da paesi vicini... o chissà forse anche i lunghi anni di guerra che hanno prodotto anche questi risultati!!!!!
Non sono in grado di dire altro in proposito. E del resto, in un paese dove in pratica non esiste un'anagrafe, dove quindi le stime approssimative della popolazione non si avvicinano neppure lontanamente alla realtà, figuriamoci se qualcuno si è mai preso la briga (e con qualcuno intendo gli organi, di governo e non, preposti a tale compito) di raccogliere e valutare i dati statistici sulle malformazioni nei bambini.
In un paese teoricamente in pace dopo un lungo periodo di guerra "ufficiale", dove a pochi giorni dalle nuove elezioni, quotidianamente ti ritrovi faccia a faccia con mezzi corazzati appartenenti ad apparati militari internazionali e nazionali, è difficile pensare di essere in un luogo dove l'unico obbiettivo è la ricostruzione del paese stesso.
Si ha piuttosto a volte la sensazione surreale di essere all'interno della trama di un film dove però non hai come compagno di lavoro un aitante Clooney, ma piuttosto un collega che come te è partito lasciando il suo mondo per cercare di dare un aiuto a una popolazione povera e inerme, che non chiede, ma la vedi stare in silenzio nei corridoi dell'ospedale, sperando che un camice bianco, un viso straniero possa risolvere un problema di salute lì dove il diritto alla salute è garantito come altri diritti solo su una carta costituzionale, che mi chiedo dove sia, e da chi venga fatta applicare!!!
Ora vi lascio con questa domanda che ovviamente non ha, e per molto tempo non avrà, risposta e che è quella che più mi porto dentro, ancora adesso, dopo mesi di permanenza in un paese straordinario dalle vette maestose e innevate.
Al prossimo incontro.
Un abbraccio
Sophia - Inviata di pace
Emergency
24 agosto 2005
Su Gondrano dal 1 settembre 2005