Vi racconto questa storia successa all'inizio della settimana, una delle tante, con cui ogni giorno ci confrontiamo nelle ore di lavoro.
Ho voglia di raccontarvela, malgrado non sia a lieto fine, perché dopo mesi passati qua, ci si accorge che non si riesce mai ad abituarsi ai drammi, alla disperazione e ti ritrovi sempre a esserne coinvolto ogni giorno, fortemente.
Al principio della settimana io e la mia collega abbiamo come ogni giorno, iniziato il nostro turno di lavoro: lei si è recata a un FAP durante la mattinata, mentre io sono rimasta in ospedale a svolgere il normale lavoro della maternità.
Verso le 12.00 arriva un furgone che qui svolge il ruolo di ambulanza, che trasporta una donna visitata dalla mia collega nel FAP in mattinata e poi inviata in ospedale.
Era a fine gravidanza, in uno stato di semi incoscienza accompagnata da due donne e dal marito.
A casa aveva diversi bambini. L'avevano portata al FAP perché da diversi giorni perdeva a tratti conoscenza.
La storia che siamo riusciti a raccogliere è stata questa: lei circa 3 anni fa è stata operata per un tumore al cervello, che pero non è stato rimosso; le hanno solo drenato il liquido e le hanno posizionato un tubo (shunt) per dare la possibilità a questo liquido che in continuazione si riforma, di arrivare a livello del tubo digerente e impedire che si formasse un edema celebrale con conseguente morte.
Deduzione: questo tubo non funziona più, si è occluso e ha cosi innescato un quadro cerebrale grave con conseguente emiplegia sinistra...
Per farla breve, la parte sinistra del corpo era paralizzata e intervallava momenti di convulsioni a momenti di apparente tranquillità, tutto questo con un bambino a termine in pancia!!!
Quando è arrivata a noi era in travaglio ed è difficile descrivere come sia riuscita tra sofferenze e convulsioni a partorire un bel bambino che fortunatamente è sano.
Durante il travaglio, non riusciva a muoversi, a parlare, in parte non ci vedeva, ma con la parte destra del corpo cercava di chiederti aiuto, chiedeva di starle vicino; questo è quello che abbiamo fatto, perché era l'unica cosa che potevamo fare.
Finalmente nasce il piccolo, sano, e tutti tiriamo un sospiro di sollievo, il viso e il corpo della madre sono provati da sofferenza e caldo.
Riusciamo a fargli un bagno a letto e la mettiamo in un letto pulito con il suo bambino.
Durante il pomeriggio è tranquilla, non si lamenta e neppure il bimbo piange, sembra percepire il dramma che gli è intorno.
Passa la notte e il mattino seguente viene deciso di inviarla in un ospedale piu "attrezzato" a Kaboul.
Intorno a lei c'è un'aria di dolore e di rispetto che si palpa nella camerata.
Le altre donne che solitamente parlano tra di loro sono in silenzio, regna un silenzio religioso di fronte a qualcosa che non sanno capire, ma che rispettano.
Anche tra il personale, tutto viene fatto senza rumore, "in punta di piedi".
Proviamo ad attaccagli il bimbo al seno, lui ha bisogno di mangiare, e lei lascia che le nostre mani facciano quello che lei avrebbe voluto fare.
Lui succhia avidamente, ha fame, mentre lei non riesce a vederlo, non riesce a coccolarlo;
senti la volontà del bambino di aggrapparsi alla vita, e la vita della madre che lotta…
Poi ci viene comunicato che la macchina che la deve trasportare in capitale sta arrivando, faccio in fretta il foglio di dimissione, le donne vicino a lei la aiutano a vestirsi e con fatica la trasportiamo alla macchina.
L'auto è abbastanza grande, hanno messo al posto dei sedili posteriori un materasso, in diverse persone riusciamo ad adagiarla, fa un caldo assurdo, e mi accorgo che quando sale il bambino con le due donne e il marito, con sé non hanno nulla.
Fermo l'autista che stava già avviando il motore e mando un infermiera a prendere cibo e acqua: hanno un viaggio di 3 ore sotto il sole su una strada spaventosa.
Finalmente con il loro sacchetti di plastica pieni di viveri, ci ringraziano, come sempre, e partono.
Senti una stretta al cuore per il loro "forse" futuro, perché non hai potuto fare di più, lo sai come sempre, ma non ti ci abitui mai.
Vedo scomparire l'auto oltre i cancelli dell'ospedale,stancamente vado verso il nostro ufficio, bevo velocemente un the, riapro la porta della maternità, e li mi aspettano altre 20 donne con altre storie…
E tutto ricomincia da capo, senza avere il tempo di sedersi e pensare... forse è la cosa migliore per riuscire a tirare sera!
Sophia - Inviata di pace
Org. Umanitaria
28 giugno 2005
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