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Diario afghano 23 marzo 2005 Un nuovo giorno Le giornate trascorrono in un alternarsi di sole e pioggia torrenziale. Anche questa mattina ci siamo recati come sempre in ospedale e subito abbiamo iniziato a lavorare intensamente; c'è stato un parto normale e subito dopo mi sono recata nella stanza dove vengono seguiti i bambini piu piccoli, chiamiamola per convenzione terapia intensiva. E' strutturata con culle termiche e la possibilità di erogare ossigeno tramite un dispositivo nasale, niente di piu. Non ha nulla di una vera terapia sub-intensiva, ma qui è un lusso. La mattinata è trascorsa febbrilmente: passavamo continuamente da una culla all'altra. Due dei bambini erano rientrati in ospedale dopo essere stati dimessi alla nascita; hanno più o meno 40 giorni, mentre un terzo bimbo è nato ieri ed è di peso basso: 1640 gr. Malgrado il gran carico di lavoro, tutto era filato via liscio; ero anche riuscita a prendere un accesso venoso a due dei bambini, cosa molto difficile perché hanno vene grandi come un capello (non esagero, e tieni conto che solitamente in Italia è un lavoro che svolge il pediatra), ma poi, probabilmente per via di un'infezione, uno di loro non ce l'ha fatta. La cosa che ti lascia piu l'amaro in bocca è che da noi in Europa sarebbe stato solo uno dei tanti bimbi piccoli senza grossi problemi. Ho voluto raccontare questo breve momento di vita in ospedale, perché quello che mi ha fatto più rabbia non è la tragedia in sé, che qui è inevitabile, ma percepire il contrasto fra il rispetto e la dignità che la madre ha avuto dopo l'evento tragico e il significato della vita che da noi viene tanto decantato, ma poi, proprio perché scontato, perde di significato reale... Era sola come tutte le madri che sono qua. Ha lasciato che il suo velo, che solitamente le serve per nascondersi agli occhi del mondo, diventasse un velo per raccogliere le lacrime, che scendevono composte. Infine ci ha guardate e quando abbiamo concluso il turno di lavoro, senza aver piu nulla da riportare a casa, ci ha ringraziato con un filo di voce. Questo è l'Afghanistan e questo è il modo in cui le donne, completamente sole, vivono la vita e la morte. Non è facile a abituarsi a queste realtà, ma ti posso assicurare che alla fine della giornata, umanamente, porti a casa molto più di quello che hai dato. Sophia - Inviata di pace 23 marzo 2005 |