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Il melograno e la professoressa "Anche il tuo melograno ha tanti bei fiori rossi?" E' venerdì 25 giugno e ho appena ricevuto da una persona tanto cara e tanto lontana un messaggio di posta elettronica. Sono al lavoro, in un qualsiasi laboratorio informatico di una qualsiasi università e ho gli occhi fissi sul monitor di uno dei computer, sulla finestra che incornicia il messaggio, e i miei occhi sono fermi da non so più quanti secondi oppure ore su quella terribile domanda. Terribile? E perché mai? Semplice: perché non lo so. Il mio melograno... già, è lì, quasi davanti all'edificio cui dovrei dare il nome di casa, la mia casa; dal cancello del giardino basta voltare un po' lo sguardo per vederlo, fra i lecci e il nocciolo. Ma da quanto tempo il mio sguardo non si volge in quella direzione? Verso quel punto ormai ben noto di un luogo di cui ho conosciuto ogni angolo, annotato ogni minimo evento... fino a due anni fa. Fino a un momento ben preciso che mi ha deviato verso una strada imprevista, che non è la mia. Fino alla fucilata del 3 dicembre 2001 che ha colpito la siepe di quel giardino a due metri da me e mi ha fatto diventare ciò che oggi sono: il maggior "esperto" italiano di problematiche di pubblica sicurezza connesse all'attività venatoria, cioè di morti ammazzati dai cacciatori. Un collezionista di cadaveri. Cosa ne è dunque della Casa di Gondrano se non so più nulla nemmeno di un albero che fiorisce sotto i miei occhi, obbligati a posarsi sul putridume? E' il 25 giugno, tardo pomeriggio, fa caldo e il laboratorio è quasi un forno. Sono lì, con gli abiti inumiditi di sudore, gli occhi fissi su quel monitor, quando la porta si apre ed entra una donna anziana, magra, dal passo nervoso. Si pianta di fronte a me e mi informa con tono stentoreo di voler parlare con Filippo Schillaci. Confesso d'essere io (o quel che ne rimane). "Sono la professoressa X Y" comincia a declamare lei, facendo seguire nome e cognome da una sfilza di titoli lunga quanto quella di un hidalgo spagnolo. E passa a infilzarmi nelle orecchie il motivo della visita: sono colpevole di aver scritto alla dottoressa W Z, pupilla e protetta della professoressa X Y, contestandole di aver messo per l'ennesima volta a soqquadro il laboratorio durante la sua ultima lezione. Tutto vero. Sono colpevole. Ho fatto ciò. Non dovevo? Certo che no. Perché la dottoressa W Z è una persona integerrima, al di sopra di ogni sospetto. E i disastri? Semplice, come avevo fatto a non pensarci? Misteriosi sconosciuti che si introducono nottetempo nell'aula... sempre in coincidenza perfetta con le lezioni della dottorezza W Z, è vero, ma non soffermiamoci su queste sottigliezze. Così è, se lo dice la professoressa X Y. "Anche il tuo melograno ha tanti bei fiori rossi?" Quella domanda è ancora lì, sul monitor. Sono delicati i fiori del melograno, basta un colpo di vento a spazzarli via. Un tripudio purpureo a primavera, pochi quelli che riescono a raggiungere il momento dell'allegagione, a divenire frutti, nella tarda estate, subito prima che le sparatorie ricomincino.
"E' interessata a conoscere le ragioni per cui sono certo che la dottoressa W Z sia responsabile dei fatti che le ho contestato?" domando glacialmente. Non è interessata. Normale. I fatti. Cosa sono i fatti di fronte all'autorità del superiore che si rivolge al sottoposto? Cos'è mai il mondo reale di fronte alla gerarchia? A quell'ameno principio d'autorità che le favolette ci dicono morto con Galileo? A quella regola plumbea secondo cui io non ho ragione perché ho argomenti migliori dei tuoi bensì perché sono gerarchicamente "superiore" a te? "Anche il tuo melograno ha tanti bei fiori rossi?" Quella domanda tremenda perché circondata dalla nube di vuoto verso cui è stata deviata la mia vita, quella domanda è in realtà tutto ciò che mi interessa in quel momento. Non ho alla fine abbandonato quel luogo, non del tutto, ma quanto basta a non esserne più parte. "Egli" vive (e muore) separatamente da me, percorre il suo cammino che io ho cessato di conoscere. Quella donna continua a urlare - un fastidioso rumore di fondo - e una parte periferica della mia mente prende nota che in realtà cotanta indignazione non è in difesa dell'onore oltraggiato della dottoressa W Z. No, perché la dottoressa W Z è stata messa lì dove è stata messa per volontà della professoressa X Y e dubitare della dottoressa W Z equivale a mettere in dubbio la bontà di tale scelta. Mettere in dubbio l'infallibilità della professoressa X Y: conoscete bestemmia più orrida? "Anche il tuo melograno ha tanti bei fiori rossi?" Li aveva. Tanti. Ma io non lo sapevo. Il maggior esperto italiano di morti ammazzati dai cacciatori, colui il cui compito è levar loro il fucile di mano, non ha più tempo di sapere queste cose. Conosce a memoria articoli di legge, sa citare dati, statistiche, sa dedurre da essi tutto il deducibile, ma a primavera ha dovuto affaticare a lungo libri e appunti per ricordarsi come si innesta una vite. E che ne è infine di tutto ciò ch'era prima di quel melograno, degli innesti, delle varietà antiche e rare da preservare dall'estinzione? Che ne è di Tarkovskij, di Agosti cui ho promesso un libro del quale in due anni ho scritto un solo capitolo? Che ne è dei tempi in cui a Pisa uno studente di Lettere che forse non rivedrò mai più mi rivelava durante lunghe discussioni l'esistenza di Borges, di Guillame de Machault? L'obiettivo della mia macchina fotografica, che a Pisa e in Sicilia ricavava arabeschi di luce dalle vetrate gotiche e dalla danza dei torrenti boschivi, oggi è rivolto sui tuguri in cui marciscono i cani dei cinghialai. Che ne è dell'armonia fra le cose, fra il cuore e la Terra, immaginata in quegli anni, progettata poi? La donna ha quasi concluso il suo show. Il rimbalzare della sua "autorità" prima, delle sue urla dopo, contro la mia indifferenza l'ha resa furiosa. Ma ormai ha esaurito il suo repertorio di impotenti formule magiche. E' ormai vicina alla porta, e conclude vomitando un "riferirò al preside, il quale mi conosce bene". Il classico: "lei non sa chi sono io". "Anche il tuo melograno ha tanti bei fiori rossi?". E tutto attorno il vuoto. Così pure se mi avessero domandato della Messa di Notre Dame: di quell'amen del Gloria ad esempio, in cui minuti interi di labirinti sonori si intrecciano su una sola sillaba. Non una nota emerge oggi dall'ombra di 800.000 fucili. La porta si chiude dietro la figura magra e urlante che già da un po' si muove a scatti frenetici, come un automa impazzito. Torna la calma, l'immobilità nell'afa del laboratorio deserto.
"Anche il tuo melograno ha tanti bei fiori rossi?" A quella calma appartiene l'immobile domanda, ferma nel tempo, da cui è nata questa pagina di diario. Che, ci faccio caso solo ora, è costruita come un contrappunto fra i miei ricordi e le urla di una sconosciuta. Come ogni giorno dei miei ultimi anni. Filippo Schillaci 10 agosto 2004 |