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Il gatto che sapeva sorridere
«Sentiamo il bisbigliare di una voce a cui vorremmo prestare ascolto, ma dalla quale siamo presto distratti. La verità? Ci sfiora, ma preferiamo non farci caso». Di solito vengo guardato in modo strano quando dico che per me questa voce, di cui parla Terzani in Un altro giro di giostra, il suo ultimo libro, ha assunto le sembianze del miagolio di un gatto. So di correre il rischio di passare per uno con qualche rotella fuori posto quando lo dico. Sia pure. Continuo a correre il rischio. Non è facile raccontare una vita svoltasi interamente al di là delle parole. Non è facile soprattutto raccontare una vita che ha racchiuso in sé una sorta di piccolo segreto. Un segreto verso cui, senza accorgermi del tempo che passava, senza pensare che prima o poi quel tempo sarebbe finito, non ho guardato abbastanza. L'ho dato per scontato, ne ho accettato i benefici effetti che produceva attorno a sé, come se tutto questo non dovesse aver mai fine. E quando poi la giostra per lui si è fermata mi sono accorto che qualcosa era andato perduto, che avevo - avevamo - bisogno di un altro giro, e che era troppo tardi. E' l'8 giugno 2006. Ho iniziato a scrivere mentre accanto a me sta poco a poco morendo l'ultima rimasta della piccola comunità di gatti di cui egli è stato il decano e, in un certo senso, il centro. L'ultima, la più piccola, quasi una comparsa in mezzo agli altri; e proprio a lei invece tocca ora un compito importante: chiudere l'ultima porta, dire la frase più grande: «è tutto finito». E riprendo a scrivere alcune settimane dopo, quando anche l'ultima porta è stata chiusa e quell'ultima frase è stata detta. Ora sono tutti insieme nell'ultima casa di ognuno: il silenzio e il nulla. Rimane una cagnolina a regalare le sue ultime scodinzolate al mondo. Rimango io, a raccontare. Entrambi ancora per poco. Non importa il nome con cui lo chiamavo, benché egli lo riconoscesse, e benché esso lo rappresentasse: un nome buffo in cui specchiavo la sua autoironia, la giocondità, la capacità di sorridere del mondo, di noi, gatti e umani, di se stesso e perfino della "gattità", su cui pochi gatti amano "scherzare". Forse importa un po' di più che dopo la sua morte cominciai a chiamarlo Il Vecchio Saggio. Passò un po' di tempo, e infine fu in un libro che lo ritrovai, e non a caso in un libro sullo Zen. Perché dico non a caso? Perché una vita svoltasi interamente al di là delle parole dove potevo trovarla descritta se non a proposito di una filosofia che nega il valore delle parole? Trovai dunque scritto in quel libro: «La non-azione (così si traduce di solito il termine) non significa assenza assoluta di azione, ma solo assenza di quelle azioni che possono provocare opposizione. Azione 'giusta' significa equilibrio: né opporsi né cedere, ma rimanere flessibili, come una canna al vento» (1). Quante volte l'ho visto agire esattamente in questo modo. Un agire che assumeva l'aspetto esteriore di una grande mitezza, non chiusa in sé ma proiettata all'esterno affinché ciò che intorno a lui era contrasto, dissonanza, opposizione si trasformasse in coesistenza, armonia, ascolto. Aveva insomma il dono di quella disarmante, morbida intraprendenza che gli consentiva di irradiare il suo "io non aggredisco" intorno a sé, di trasmetterlo poco a poco a chi gli stava intorno. Non che bastasse a renderli per sempre migliori ma per un po' di tempo, per qualche istante, forse accadeva. Accadde qualche anno fa con un gatto di quelli egocentrici, aggressivi, con un esagerato senso del territorio. Un'onda che cerca puerilmente di ingigantirsi fino a ricoprire l'intero oceano e non si accorge di aver già l'oceano in sé. Quante volte ho visto e vedo tutto ciò negli umani. A volte - più di rado - lo vedo anche negli altri, nei non umani. Lo vidi anni fa in quel gatto: un gatto che anche lui, come molti uomini, conosceva solo il tallone che preme, null'altro. Dove c'era lui erano zuffe e litigi, a volte anche pesanti. Li vidi un giorno, lui e Il Vecchio Saggio, seduti tranquillamente, ad appena un metro l'uno dall'altro, a lungo. Avessi visto il miracolo del lupo di Francesco d'Assisi non sarei rimasto più sbalordito. Nessun miracolo: il gatto aggressivo non divenne un agnellino, rimase quel che era, ma in quel momento qualcosa in quel piccolo pezzetto di mondo che li vedeva protagonisti era mutato, qualcosa fluiva secondo una legge diversa. Il libro continuava: «In Occidente noi siamo troppo pugnaci, e combattiamo con tanto ardore contro ogni circostanza che ci contorniamo di problemi fittizi».
In queste due righe a ben pensarci sono racchiuse molte delle nostre vite, e della storia umana. Non la sua. Ha vissuto senza rabbie, senza dissidi, potrebbe dire di sé (e quanti altri potrebbero?) di non aver mai preso parte a un litigio, di non esser mai stato ostile a nessuno. E cos'è la saggezza se non questo? Noi quando ci troviamo di fronte a ciò che percepiamo come "problema" lo affrontiamo, gli sbarriamo il passo, e con ciò cozziamo contro di esso, ne subiamo l'urto. Egli gli camminava accanto, faceva un pezzetto di strada insieme a esso, poi a un certo punto li vedevi insieme deviare poco a poco, vedevi che la strada non era più quella, che il "problema" aveva preso morbidamente un'altra via, ed era quella giusta. Il libro concludeva: «E' meglio procedere con passo delicato, ed avere sulla vita 'una presa così lieve che non potrebbe neppure intaccare il colorito sull'ala di una farfalla'. Così saremo sereni, distaccati dai risultati, pronti a fuggire e a combattere, a vincere o a perdere, e sempre disposti a ridere di tutti, qualunque cosa accada». O meglio a sorridere. Ridere ha in sé qualcosa di dionisiaco e benché egli fosse estraneo alla seriosità, era pur sempre un gatto e come tale inguaribilmente seguace dell'apollineo. Non l'ho mai visto "ridere". Ma sorridere sì. Ed era forse in questo sorriso la levità della sua presa sulla vita. Si è conclusa il 16 gennaio quella vita, poco prima delle 8 del mattino, dopo una malattia lunga e triste. Forse non dolorosa, ma triste. Nelle ultime fotografie, dietro i segni della malattia il viso, lo sguardo erano ancora i suoi, niente era riuscito a mutarli. Di diverso, forse, la mestizia di chi è stanco, di chi ha percorso un cammino fattosi ormai troppo lungo. Di chi sta preparandosi ad andar via. Con leggerezza, come con leggerezza è vissuto, lasciando dietro a sé un piccolo posto vuoto e un mondo intero che non basta a riempirlo. Filippo Schillaci (1) Questa e le successive citazioni sono tratte da: Christmas Humphreys, Lo Zen, Ubaldini Editore, Roma, 1963 Questo testo, benché ne contenga alcune frasi, non è una successiva rielaborazione di Un piccolo posto vuoto accanto a me, scritto due giorni dopo la morte del micio. Non si sostituisce ma si aggiunge a esso. Ed è inevitabile che sia così perché nulla può sovrapporsi a quanto è stato fatto, scritto, detto, taciuto in quei giorni. (F. S.)
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