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L'autoproduzione che funziona
Esplorando la sezione Dibattito sul sito web del Movimento per la Decrescita Felice, il gruppo di Maurizio Pallante, sono incappato alcune settimane fa nella singolare presenza di un articolo contro Maurizio Pallante o meglio contro quella che è la sua tesi principale: il valore centrale dell'autoproduzione dei beni (1). In quanto persona che da otto anni la pratica con soddisfazione mi sono sentito tirare in causa e vorrei dunque raccontare la mia esperienza che è stata ed è decisamente diversa.
L'avventura cominciò negli anni '90, quando mi ritrovai a fare il pendolare fra Roma e un paesino in provincia di Latina. Dal finestrino del treno guardavo la campagna scorrere via mentre io mi apprestavo a ficcarmi nel tunnel della metropolitana per uscirvi in mezzo a un deserto di catapecchie di periferia e capannoni industriali. Mi resi conto che tutto ciò nasceva dal fatto che io in fondo sapevo fare due cose soltanto: vendere e comprare. Vendere cosa? Una sola cosa: il tempo della mia vita. Lo vendevo a un tale chiamato datore di lavoro e ne ricavavo in cambio dei fogliettini di carta chiamati banconote che mi davano facoltà di fare la seconda cosa: comprare. Comprare cosa? Tutto. Tutto ciò di cui avevo bisogno o credevo di aver bisogno.
Nel 1996 decisi che era ora di cambiar aria. Dopo una breve parentesi didattica in un casale in affitto con 100 mq di orto, comprai una casa con 1200 mq di terra a Zagarolo e lì cominciai la mia vera esperienza di autoproduzione.
Cominciamo col descrivere il luogo. Campagna? I romani ne parlano così, ma a 25 Km dalla più grande megalopoli italiana che campagna volete che sia rimasta? E' una sorta di città diffusa, con vasta prevalenza di seconde case di romani che, abituati alla parca manciata di mq dei loro loculi condominiali, giunti lì si sentono in una vastità da prateria.
In più da queste parti fra geometri e agrimensori sembra esistere una sorta di sindrome della tagliatella per cui i terreni sono suddivisi in listarelle sottili, strette e lunghe. Una volta ne vidi uno di 5000 mq nella forma di un rettangolo di 10 metri per 500. Il mio non fa eccezione e dunque i miei 1200 mq sono un rettangolo di 14 metri per 90, non pianeggianti ma in costante discesa, dal livello della strada fino a una striscia di boschetto nella quale scorre un minuscolo ruscello stagionale. Una prima nota positiva è che la pendenza genera una notevole varietà di microclimi, dal quasi arido del tratto più alto all'umido della parte più bassa, dove prospera adesso anche un boschetto di bambù e un piccolo prato di fragoline di bosco.
Chi era venuto prima di me aveva avuto l'accortezza di scegliere gli alberi da frutto in modo da avere una fruttificazione perfettamente sincronizzata: quando finiva uno iniziava il successivo, ininterrottamente da maggio a ottobre: ciliegie, albicocche, prugne di diverse varietà, pere, mele, cotogne, fichi, uva, kaki. A parte le mele, tutto di ottima qualità.
Ma la sua accortezza si era fermata qui, perché per il resto la situazione di partenza era abbastanza scoraggiante.
Le erbacce erano state tolte fino ad allora "frullando" il terreno con una motozappa il che le selezionava facendo male alle più deboli e bene alle più resistenti, col risultato che mi ritrovavo con una quasi monocoltura di orzo e avena selvatici e, soprattutto, gramigna alla quale la frantumazione dei rizomi provocata dalla motozappa fa molto, molto bene, perché la gramigna si riproduce proprio per divisione dei rizomi, guarda un po'.
Il tutto era circondato da muretti di tufo, reti metalliche e filo spinato sui quali non era stato consentito a nessuna pianta rampicante di svilupparsi: tutto rigorosamente e geometricamente a vista, tutto spoglio e desolato per cui i primi anni mi sembrava di muovermi nel cortile di un carcere.
Le prime esperienze di coltivazione sono state disastrose: le erbe infestanti avevano azzerato le disponibilità di azoto nel terreno e non riusciva a crescere nulla.
Ho cominciato a darmi da fare e poco a poco i risultati sono venuti: lavoro il terreno a mano, il che se da un lato è una faticaccia dall'altro mi consente di essere abbastanza selettivo e poco a poco, dove il terreno era lavorato, cominciavano a riapparire le erbe scomparse e soprattutto il trifoglio che, in poco tempo, aiutato da buone concimazioni organiche, ha riportato l'azoto scomparso.
Edera e vite del Canada, lasciate crescere indisturbate, hanno saggiamente usato reti e muretti come tutori, per cui oggi mi muovo fra due pareti verdi, il che va decisamente meglio.
L'orto è adesso ben avviato, tutte le aiuole sono servite da impianto a goccia, la gramigna c'è ancora ma non più così dilagante e soprattutto la produzione di ortaggi è buona, in quantità e qualità.
Coltivo prevalentemente fave in autunno, fagioli, patate e pomodori in estate. E molte altre cose, s'intende. Alcuni ortaggi sono di varietà antiche. Fra essi particolarmente riusciti sono il pomodoro Re Umberto e il fagiolo Rossone di Lucca. E dimenticavo la soia, sia pur ancora carente in quantità, che mangio sia unita alle minestre sia sotto forma di latte. Il tofu invece non sono ancora riuscito a farlo.
I beni autoprodotti sono di qualità scadente? Smentisco. Smentisco ed elenco: marmellate, cotognate, olive in salamoia, fichi secchi, succhi di frutta, conserve di pomodoro, legumi freschi e secchi, verdure, cavolfiori. Tutto ottimo. Anzi, molto meglio della dubbia roba del supermercato. A questo proposito mi soffermo a notare che non ho mai capito la funzione dei coloranti e dei conservanti nelle marmellate. Le mie sono coloratissime e, quanto a durata, di almeno due anni (cosa accada dopo non lo so perché nessuna è mai sopravvissuta tanto a lungo). Dunque mi viene il sospetto che quelle altre non siano marmellate.
E i cavolfiori? Quelli comprati al supermercato, ben chiusi in un sacchetto di plastica ermetico, dopo un paio di giorni emettevano un gas che lo gonfiava come un palloncino; aperto il quale ne usciva un odore disgustoso che invitava perentoriamente a buttare via il tutto. I cavoli autoprodotti durano una settimana e oltre dopo la raccolta senza problemi.
Insuccessi? Forse il vino anche se devo dire che non mi ci sono mai messo sul serio, anche perché non ho ancora una cantina: solo due tentativi con piccole quantità e mezzi di fortuna (una pentola a pressione come botte); il primo è venuto così così, il secondo è venuto ottimo… come aceto. Bisogna però dire che la persona che mi ha insegnato, e che lo fa sul serio da sempre in casa, ottiene ottimi risultati, e dunque non escludo di riuscire a emularlo quando verrà il momento. Ho intanto rimandato ulteriori tentativi a quando avrò una cantina.
Ottimi risultati invece hanno dato, fra l'altro, le conserve di pomodoro, sulle quali avrei un aneddoto: lo scorso anno per negligenza avevo fatto inacidire alcuni chili di pomodori Re Umberto (una varietà antica simile al San Marzano). Dopo una vita passata a pagare per gli errori altrui non mi parve vero di poter finalmente pagare per un errore tutto mio, e così decisi di punirmi usandoli lo stesso per fare la conserva, qualunque schifezza venisse fuori. Durante la cottura l'odore che veniva fuori dalla pentola era decisamente nauseante e tale rimase anche dopo che ebbi aggiunto un'energica quantità di sale, rimedio storico contro l'acidità dei pomodori. Tenni duro e mi ritrovai infine con una robusta bottigliona piena di un denso fluido rosso che, sì, a vederlo pareva proprio conserva di pomodoro. Diedi aria alla cucina, disegnai con un pennarello un gran punto interrogativo sulla bottiglia e la riposi fra le altre, deciso a usarla prima o poi. Passarono i mesi ma la bottiglia rimase lì: chissà perché, ogni volta che la mia mano si allungava verso di essa inesplicabilmente all'ultimo momento deviava verso una della altre. Infine rimase solo lei e non ebbi più scelta. Il momento di autopunirmi era giunto. La presi, la aprii preparandomi al cattivo odore già noto e invece ciò che venne fuori fu un gradevolissimo profumo di pomodoro. Lascio le spiegazioni ai chimici: forse il sale agendo poco a poco durante i mesi di conservazione aveva corretto il ph e fatto sparire l'acidità, non so. Ho voluto raccontare questa storiella per smentire l'equazione autoprodotto=mediocre: a volte funziona perfino quando tutto lascia credere il contrario.
Quali cibi non autoproduco? Sono quelli, come olio, pane e pasta, che, richiedendo la coltivazione di estensioni di terreno piuttosto ampie (grano) o attrezzature di un certo impegno (frantoio) consigliano una scala produttiva maggiore di quella individuale, ovvero che presuppongono la dimensione della piccola comunità. A questo proposito credo sia il caso di prendere in considerazione l'opportunità di evolvere dai GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) ai GAAS (Gruppi di Acquisto e Autoproduzione Solidale), un'idea su cui credo che dovremmo cominciare tutti a muoverci.
Comunque, ogni anno coltivo a grano almeno una decina di mq dai quali ricavo una pagnotta "simbolica" per ricordarmi che anche quello si può fare. Ottengo la farina usando una macina a pietra comprata qualche anno fa di seconda mano da un conoscente mentre non ho ancora trovato una soluzione pratica per la trebbiatura che, effettivamente, mi costa un po' di tempo e pazienza (ma è solo una mia contingente carenza di… know how, tutto qui).
Questo per quanto riguarda il cibo. Parliamo ora dell'acqua. Il precedente proprietario aveva fatto le cose in grande: aveva scavato il classico pozzo artesiano e aveva costruito una grande cisterna interrata in cui l'acqua veniva accumulata e dalla quale passava poi alla casa. Il tutto a pochi metri dallo scarico della grondaia. Risultato: per 12 mesi all'anno si sperperavano grandi quantità di energia per tirar su l'acqua da 60 metri di profondità mentre lì accanto, a ogni pioggia, altrettanto grandi quantità di acqua venivano scaricate sul terreno (da cui poi risalivano a impregnare i muri della casa). Ci voleva poi tanto ad aggiungere pochi metri di tubo per collegare la grondaia alla cisterna? Per fare un primo impianto volante ci sono voluti esattamente 15 minuti di lavoro. Probabilmente quel che ci voleva era un "grande" salto paradigmatico: fare una cosa che gli altri non fanno. Quando poi qualche anno fa è giunta l'acqua-merce dell'acquedotto ex comunale sono stato l'unico in tutta la via a non fare la richiesta di allacciamento: che me ne faccio? Perché pagare per una risorsa che letteralmente mi piove addosso? Oggi uso l'acqua del pozzo nei soli mesi di luglio e agosto; nei rimanenti la cisterna è sempre piena grazie all'acqua proveniente dal tetto.
Qualche attenzione ho dedicato poi alle antiche tecniche tradizionali, imparandone alcune, come l'intreccio di cesti, o acquisendo le nozioni necessarie per impararne altre, come la filatura o la terracotta, che non ho ancora avuto il tempo di mettere in pratica. Anche i lavori in legno e in muratura che non richiedono una abilità da specialista del mestiere li eseguo da solo, con validi risultati.
E l'energia? Ecco, a questo non ci sono ancora arrivato, ma datemi tempo: sono già previsti pannelli fotovoltaici per l'elettricità e un focolare a incasso nel camino, che attualmente non utilizzo perché non vedo alcuna utilità nell'usare la mia poca legna per… riscaldare il cielo.
Intanto ho cominciato a sostituire i serramenti con altri ad alta coibentazione. Le ante delle vecchie finestre le ho riutilizzate per fare degli essiccatoi: le ho montate orizzontalmente su dei cavalletti e sotto ho appeso una piattaforma che sostiene un canniccio, sul quale dispongo la frutta da essiccare, fichi soprattutto, che poi mangio da gennaio ad aprile.
L'anno scorso infine giunse il momento di fare il passo successivo: chiedere il part time. Adesso lavoro solo 6 mesi all'anno, naturalmente con stipendio dimezzato, ma ora che non so più soltanto vendere e comprare ma so anche fare, quel mezzo stipendio è più che sufficiente, e fra due anni, quando avrò finito di pagare il mutuo, credo che avanzerà pure qualcosina.
Questo per quanto riguarda la mia esperienza. Vorrei ora aggiungere qualche commento su alcune idee sull'autoproduzione espresse da Paolo, che mi sembrano da correggere.
Ad esempio, Paolo scrive:
"consumo giornalmente yogurt corrispondente a mezzo litro di latte e il valore commerciale del tempo che dovrei dedicare alla trasformazione domestica è maggiore dello scarto di prezzo tra il latte e lo yogurt acquistati, per non dire dell'ancor maggiore valore sentimentale che attribuisco a quel tempo, che impiegherei più volentieri fissando un punto qualsiasi del soffitto".
E conclude:
"Applicarmi a una qualche autoproduzione mi distoglierebbe dai piaceri della vita senza nemmeno farmi risparmiare".
Considerato che l'autoproduzione dello yogurt consiste nel versare un po' di latte sui fermenti lattici e andare 24 ore dopo a prelevare il risultato del loro lavoro, ed escluso che Paolo guadagni quanto Berlusconi, non credo che il valore commerciale del tempo necessario a fare così poco sia tanto elevato. Tuttavia non questo, bensì il discorso sul valore sentimentale di quel tempo è la parte più interessante di ciò che egli dice.
Il tempo della propria vita, il suo preziosissimo, insostituibile, irrecuperabile valore: è proprio pensando a esso che mi sono dato all'autoproduzione. Quanto tempo ho sperperato, distrutto, buttato nella discarica della società mercantile facendomi sballottare dalla metropolitana, imprecando negli ingorghi, eseguendo disposizioni che sapevo essere senza senso o trovandomi a dover operare scelte tipo padella-brace: "certo, dottor Schillaci, lei è liberissimo di scegliere le mansioni che più predilige: può fare il system manager del nostro server Unix utilizzato per la didattica delle biotecnologie oppure il coordinatore tecnico dei nostri corsi sui new media realizzati in collaborazione con la sezione comunicazione della Confindustria". Ovvero, essere complice e tirapiedi dei formatori delle nuove generazioni di cyborg degli OGM o dell'imbonimento via internet e affini. Voi cosa avreste scelto? Scusi, non sarebbe possibile in alternativa coltivare pomodori e patate? Come dice? Sono matto? E' vero, accidenti, non ci avevo pensato. E lo sono a tal punto da vantarmene. E così eccomi qua.
L'autoproduzione è un peso? Bisogna innanzi tutto chiarire che essa si sostituisce, almeno in parte, al lavoro retribuito per cui non è un "in più" bensì un "altrimenti". E un altrimenti certamente di ben altro tenore rispetto al lavoro coatto della società mercantile. Vuoi mettere il lavoro nell'orto o la raccolta delle ciliegie con le otto ore al giorno incatenati alla cassa di un supermercato o allo sportello di una banca o alla scrivania di un ufficio? Perfino i lavori più impegnativi, come l'intreccio di cesti, sono immensamente più gratificanti perché se non altro compensati dalla qualità del prodotto finito, dalla soddisfazione di poter dire: l'ho fatto io. I momenti che dedico all'orto, agli alberi, ai pochi lavori artigianali che conosco sono fra i più rilassanti e piacevoli. Ricordo a questo proposito quel giorno in cui dovetti interrompere il mio lavoro nell'orto per andare ad assistere a una conferenza di Maurizio Pallante a Frascati: un attimo prima ero all'aria aperta, in mezzo al verde, respiravo aria passabilmente pulita, facevo sano esercizio fisico e non solo non pagavo alcun titolare di palestra ma al contrario producevo buon cibo. Un attimo dopo ero inscatolato nella mia automobile, in coda a un semaforo, poi a un altro, poi invischiato in un ingorgo: ero passato dal benessere secondo l'autoproduzione al "benessere" secondo il PIL (quante maledizioni ho mandato al buon Maurizio e alla sua conferenza quel giorno!). E c'è poi la dimensione della convivialità: ricordo ad esempio quando ho partecipato alla vendemmia insieme a quella persona che fa il vino in casa, cui ho accennato sopra: si comincia di primo mattino andando alla vigna, si finisce nel tardo pomeriggio con la chiusura delle botti piene di mosto. Un giorno di fatica? Un giorno sottratto alla propria vita? Macchè! Un giorno di festa cui partecipa tutta la famiglia, un giorno da ricordare e da annoverare senz'altro fra i piaceri della vita. E quanto al risparmiare, basti guardare il prezzo delle bottiglie di vino sugli scaffali dei supermercati.
In un altro punto del suo testo Paolo scrive:
"E' appena il caso di evidenziare come lo stile di vita tipico di un rione cittadino ad alta densità insediativa mi consenta di raggiungere a piedi in pochi minuti il posto di lavoro, il supermercato, l'ufficio postale ecc… con un impatto trasportistico minimo. (…) Il pane artigianale che acquisto è cotto a cento metri di distanza da casa".
Due obiezioni.
La prima: in una città l'unità insediativa non è il rione ma la città stessa, quando non addirittura la città più il suo hinterland. Il caso più frequente è quello in cui abitazione e posto di lavoro sono in due quartieri diversi, a volte perfino opposti. E c'è poi il fenomeno allucinante del pendolarismo che in certi casi assume proporzioni da quotidiano esodo biblico.
La seconda: la città è un organismo irriformabilmente parassitario. Vive risucchiando immense quantità di risorse dal territorio circostante e vomitando altrettanto grandi quantità di rifiuti e miasmi. Il minore impatto dovuto alle ridotte distanze, nei pochissimi casi in cui esse sono davvero tali (vedi prima obiezione) è, per usare un linguaggio derivato dalla termodinamica, la classica riduzione locale di entropia ottenuta a prezzo di un maggior aumento globale di essa nell'intero sistema. Soffermandoci sull'esempio del pane: sì, è cotto a cento metri da casa, ma da dove viene la farina? Quante centinaia di Km ha percorso dal molino (sicuramente industriale) al forno sotto casa? E il grano da cui quella farina è stata ricavata? Magari viene dall'Argentina. Tutte cose su cui il consumatore finale non ha alcun controllo. E spesso, come qui si vede, nessuna consapevolezza.
Infine Paolo scrive:
"L'autodeterminazione personale passa inevitabilmente dal lavoro retribuito extrafamiliare; la soluzione più giusta mi sembra ben riassunta dallo slogan "lavorare meno, lavorare tutti/e""
Ma come si fa a lavorare meno se non si compensa il minor reddito con una produzione di beni al di fuori del circuito commerciale? L'autoproduzione è il presupposto necessario per lavorare meno.
Il lavoro retribuito inoltre è l'esatto opposto dell'autodeterminazione: è la subordinazione totale al capriccio del datore di lavoro se si è lavoratori dipendenti, del cliente se si è lavoratori autonomi. Mentre non è esatto affermare che l'autoproduzione lega inestricabilmente all'ambiente familiare: la mia autoproduzione è cominciata fuori da esso, in perfetta solitudine ed è stata vista dai miei familiari come un'eccentricità, un capriccio, il giochetto infantile di un tale che, anziché far carriera e soldi col suo popò di laurea, si degrada sporcandosi le mani di terra. Mia madre comunque era già da prima rassegnata all'idea di avere un figlio non del tutto normale, ma non me ne preoccupo: per fortuna è anche ben addestrata a sopportare stoicamente le disgrazie della vita.
Filippo Schillaci Agosto 2007
Nota:
1) L'articolo è Decrescita felice?, a firma di Paolo.
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