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Il diario di Gondrano
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Il laboratorio

 

2006 - Fra estate e autunno

L'uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante: colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero. (Erich Auerbach)

Settembre. Perché non parlerò più di Murabilia
A un certo punto accade qualcosa che cambia tutto anche se nulla sembra che sia cambiato, anche se tutto sembra che continui come prima, e allora sembra impossibile continuare a fare le stesse cose di prima, il punto da cui si guarda il mondo non è più lo stesso e dunque cose che prima ci erano vicine e il cui senso ci appariva importante ora sono lontanissime e irrilevanti. Così è stato per Murabilia. Raccontare Murabilia argomento per argomento come è stato fatto negli anni scorsi? Sarebbe necessario continuare a essere parte del mondo per continuare a vedere in tutto ciò un senso. E non è più così.

Ottobre. Venti giorni a Messina
Sono a Messina da una settimana e non capisco perché alcuni anni fa ho fatto così tanto per tornare a viverci. Messina è una città in putrefazione, è una sordida mescolanza fra una bolgia infernale e una cloaca. Una massa umana, che non chiamo degradata perché dubito che abbia mai conosciuto uno stato migliore, si accalca e strepita nelle strade, nei condomini, straripa tutto attorno ricoprendo di spazzatura prima, di cemento poi le colline che la circondano. Nei boschi la situazione è migliorata: le aree attrezzate sono state risanate e non sono più le discariche di rifiuti che i villeggianti seminavano ovunque intorno a sé, ma L'uva del 2006. Orto di Zagarolo la città non ha fatto alcun passo avanti. Ieri sera, nel cortile del condominio, mi sono soffermato un istante ad ascoltare. Tutto, intorno a me, era una cacofonia di urla: urla venivano dagli appartamenti, urla dai televisori accesi. Per strada i brandelli di conversazione che percepivo fra i passanti non erano migliori: ovunque un parlare concitato, ovunque un esprimere ostilità o avversione contro questo o quello. E se li intervisti magari dicono di essere "felici". Chi volesse contare il numero di automobili che ogni giorno gli sfrecciano accanto a velocità incredibili e con l'autoradio pompata a volumi altissimi, si avvicinerebbe di sicuro a una cifra con due zeri. Le senti quando sono ancora a due, trecento metri e quando ti passano accanto quasi non credi che qualcuno non dico riesca a resistere rinchiuso in quell'abitacolo in mezzo alla sorgente di quel frastuono pazzesco, ma addirittura deliberatamente si sottoponga a quello che ogni mente sana considererebbe un tormento. E molto ci sarebbe da dire sulla "musica" che vomitano intorno a sé queste auto trasformate in discoteche ambulanti. La più infima e demenziale: cantilene elementari ripetute meccanicamente per minuti interi al cui confronto la filastrocca della Vispa Teresa è letteratura da premio Nobel, oppure canzonette napoletane, ma non quelle tradizionali; canzonette commerciali fatte in serie, tutte uguali, tutte condite di stereotipi deteriori, tutte desolanti come solo l'ottusità sa esserlo.
Mentre scrivo, giù in strada una donna cerca di attirare l'attenzione di sua madre che sta Soia. Orto di Zagarolo in casa nel condominio di fronte. A pochi metri da lei ci sono i citofoni ma non le viene in mente di farne uso. Urla a squarciagola: "Mammaaaaaaaa, mammaaaaaaaaa" una mezza dozzina di volte e poi s'attacca al clacson della macchina, che rimane, dopo ...anta anni dall'invenzione del citofono, il campanello preferito dai messinesi.

Due pomeriggi fuori
Palermo. Ieri, sotto un cielo che per tutta la giornata si è coperto di grigio e ha promesso vanamente pioggia, sono andato all'orto botanico di Palermo.
A Palermo la sensazione di disfacimento che si ha camminando nelle strade del centro, la sensazione di essere di fronte a un cancro che divora tutto che si ha osservando gli orribili condomini della periferia, è ancora più accentuata. Ho percorso solo viale Lincoln, il resto l'ho visto dal treno, ma mi è bastato. E al degrado indigeno si aggiunge qui un Pomodorini Barbaniaka. Orto di Merate altro elemento che mi spaventa non meno del pullulare dei grandi centri commerciali all'americana, mastodontici e plastificati, che stanno sostituendo ovunque ogni altra forma di commercio al dettaglio. In viale Lincoln (e non so nelle altre vie di Palermo) un negozio su due è una rivendita di abbigliamento gestita da cinesi. Sono negozietti dimessi, fino al limite dell'estremo squallore, ma hanno una caratteristica preoccupante: sono tutti uguali, tutti lo stesso tipo di merce, le stesse insegne, perfino gli stessi manichini. Quella dei cinesi non sembra una migrazione spontanea dettata dal bisogno stringente, da condizioni di vita inaccettabili, dalla fame, come lo è quella degli africani, dei filippini, degli indiani; ha piuttosto l'aria di una iniziativa organizzata, coordinata dall'alto. Mesi fa a Merate ho visto bellicosi manifesti della Lega Nord contro la presenza dei cinesi in Italia. Non ho approfondito le loro ragioni per ovvi motivi, accantonandole a priori nel ripostiglio della spazzatura razzista. Ma, pur da un'enorme distanza dal razzismo in camicia verde, trovo allarmante lo sciamare ordinato e programmato di queste masse umane dalla dittatura più mastodontica del mondo dopo gli USA, allarmante non meno delle guerre e dei gadget che ci rovinano addosso da questi ultimi. Uno sciamare che progredisce silenziosamente mentre i riflettori sono puntati sulle vicende, a metà fra l'horror e il patetico, del terrorismo islamico.

L'orto botanico riesce a far dimenticare tutto questo. Un monumento è un tallone che vuol premere sul mondo, un giardino è un'ipotesi leggera che nega il mondo senza far nulla per opporglisi. L'orto botanico di Palermo è così. Varcata la sua soglia sembra d'essere sbarcati su un pianeta lontano: la trasandatezza, la putrefazione della città esterna improvvisamente è una cosa lontana. tutto è ben tenuto, ordinato, curato, seguito con attenzione; ciò che è antico è stato ben restaurato o è in corso di restauro (un'intera Ciliegie. Zagarolo sezione era chiusa per lavori). Si prova anche la sensazione di stabilità che emanano le cose, i luoghi antichi, su cui il tempo si è depositato uno strato dopo l'altro e nei quali si avverte la certezza che continuerà a farlo. Il grande ficus magnolioide, che già da solo sembra quasi un bosco più che un singolo albero, il raccolto angolo dello stagno dei papiri, il boschetto composto da cinque diverse specie di bambù che circondano la vasca circolare dell'acquarium, il viale dei grandi alberi bottiglia e quello delle palme, le ricostruzioni dei più vari ambienti tropicali, le silenziose serre di piante succulente e altro ancora formano un'isola che da secoli resiste al furioso mondo che si dimena e preme al di là del muro di cinta, e sembra non sapere che prima o poi crollerà.

Tornato a Messina a tarda notte, mi accorgo che nel frattempo le banchine del molo si erano riempite di file di carri armati, giunti da chissà dove e pronti a partire chissà per dove, probabilmente per una delle "missioni di pace" in cui l'Italia è impegnata al seguito del "papà" americano. Nel tornare a casa sfilo inevitabilmente davanti ai mezzi blindati. Alcuni giovanissimi militari, messi lì di guardia con la prospettiva di dovervi passare il resto della notte, buttano torve occhiate dall'intento dissuasivo al mio passaggio, ragazzetti in tuta mimetica che di colpo si sentono grandi perché la "mamma", la "Patria" ha improvvisamente messo loro in mano un manganello. Dall'altra parte della strada un paio di attempate prostitute li occhieggiano speranzose. Passo oltre, in meno di un'ora sono a casa, a letto accanto al micio Matteo. Intanto, finalmente, ha cominciato adagio a piovigginare.

Naxos. Un paio di giorni prima di andar via sono tornato dopo più di un decennio a Piante coltivate e spontanee. Orto di Zagarolo Naxos e al castello normanno di Taormina. Pioveva forte ed ero l'unico ad aggirarmi fra le rovine, con una camicia troppo leggera e un ombrello chiesto in prestito a uno dei custodi. Più di un decennio, e ho dunque ripensato a quando passavo fra quelle pietre vedendo come futuro quegli anni che oggi sono passato: una specie di controcampo, in cui le aspettative di allora si specchiano nei fatti che poi le hanno negate. Cominciava allora la terza parte della mia vita, comincia adesso la quarta, l'ultima. La più breve, spero, perché ho tanta voglia di sbrigarmi adesso, di tornare a casa anch'io.

Il castello normanno era chiuso. Piovigginava ancora. La prima cosa che vidi fu la piccola fontanella, lì dove finisce la strada carrabile, addossata al muro di una cappella. L'avevo dimenticata, eppure quante volte d'estate, giunto lì assetato, mi era stata d'aiuto. E l'acqua era sempre fresca, buona. Mi soffermai qualche secondo sullo zampillo anche se non avevo sete. Poi salii i gradini malmessi che conducevano al portale d'ingresso del castello. A una svolta, davanti al cancello di una casa deserta incontrai due giovani gatti; uno si lasciò accarezzare. Giunsi al portale, guardai attraverso le sbarre del cancello. Da quanti anni non l'attraversavo? Da quanto tempo non mi affacciavo a un certo punto che ben conoscevo delle mura merlate? Fra quanto tempo lo rifarò? Lo rifarò? Intanto, non mi restava che tornare indietro. Era quasi buio, quasi l'ora di tornare a Messina, quasi il giorno di ripartire per il nord.

Novembre. Zagarolo
A Zagarolo quest'autunno mi ci sono fermato un paio di settimane appena, giusto il tempo di fare due cose: seminare le fave e occuparmi della penosa vicenda delle bande armate venatorie fra le case. Molti progressi fatti: presenza di sparatori estremamente ridotta e meno sfacciata rispetto agli anni precedenti, tuttavia non azzerata come può e deve essere. Pomodori Pachino. Orto di Merate Qui però non importano tanto i dettagli della vicenda quanto ciò che da essa ho imparato, e non tanto sulla caccia in sé (anche, ma di questo parlerò altrove) quanto sul modo di porsi di fronte ai più tetri aspetti del mondo.
Fino a un anno fa, come tutti, sfuggivo le esperienze spiacevoli, e questo mi rendeva debole di fronte a esse ogni volta che i miei tentativi di evitarle fallivano. Oggi le vedo con indifferenza e questo mi consente di calarmici in mezzo (ho volutamente evitato di usare la parola: affrontarle) rimanendone distaccato. E dunque operando meglio. Tutto ciò non è ancora vero fino in fondo, ma è già un tratto di cammino percorso sulla strada giusta. Diciamo che questa vicenda mi ha dato, e mi darà, modo di sperimentare quel distacco attivo di cui parla lo Zen. Qualcosa va fatto? Sia fatto, senza l'affanno di una speranza, senza preoccupazione di sconfitta e senza gioia nella vittoria, perché l'una e l'altra sono solo apparenze e più oltre sta la realtà.
"Senza scopo, senza guadagno", dicono i cultori dello Zen. Lasciarsi condurre naturalmente "oltre lo scopo".
E dunque quest'anno, per la prima volta, pur non essendomi trovato costretto a esserci in mezzo, pur avendo potuto essere altrove per tutta la durata della stagione di caccia, sono invece andato a Zagarolo apposta, per libera scelta. Senza che ciò sia un merito o un atto della serie "nobile e generoso" e meno che mai "coraggioso". Tutte queste valutazioni appartengono al mondo degli opposti, alle fantasie su ciò che è "buono" e ciò che è "cattivo". Andava fatto. Tutto qui. E lo è stato. E così continuerà a essere, finché non avrò compiuto i mio passaggio. Forse.

Dicembre. Messina
Dall'8 al 22 dicembre: 15 giorni all'insegna della disgrazia, iniziati di mattina con un incidente provocato da un ragazzetto "distratto" che di queste prodezze mi è sembrato essere un abituè, e conclusi di notte in una sconosciuta strada di Milazzo arrossata dal sangue di una giovane gatta bianca investita pochi minuti prima e ovviamente lasciata lì, sull'asfalto. E in mezzo, quindici giorni passati a correre dietro a compagnie assicuratrici, periti, investitore e non ricordo cos'altro. A una simile insulsaggine può ridursi il tempo della nostra vita quando è forzatamente immerso in ciò che chiamano "società". Poi sono partito. E di quest'anno non c'è nient'altro da raccontare.

Funghi a mensola. Giardino di Merate.

Filippo Schillaci
2006