Per me l'anno comincia con la luna calante di febbraio, quando si effettuano le potature, e finisce a novembre, con la raccolta e la lavorazione delle olive. I due mesi rimanenti, dicembre e gennaio, sono quelli di riposo, quelli che possono essere dedicati interamente alle attività "immateriali", in condizioni normali almeno.
Così dunque è cominciato anche il 2005, un anno di buoni raccolti e di grandi perdite.
Inverno e primavera
La potatura di febbraio dunque: una potatura che negli ultimi anni è stata sempre più leggera, meno invasiva, in qualche caso nulla, senza che con ciò vi sia stato alcun calo nel raccolto, anzi...
Il kaki
Uno degli alberi che nei primi anni sembrava averne un costante bisogno era il kaki: ogni anno emetteva una enorme quantità di succhioni che bisognava assolutamente togliere. Poi, su un testo di arboricoltura vecchio di 30 anni ho letto che il portamento naturale del kaki è il cono (fusto centrale e branche che si dipartono radialmente da esso). Una piccola digressione: ho cercato conferma su un testo più recente ma ho scoperto che su di esso non c'era alcuna informazione sui portamenti naturali. Tutto scomparso. Per gli agricoltori di oggi sembra che le attitudini delle piante non abbiano più alcuna importanza. Importano solo le forme (per lo più piane, dunque totalmente innaturali) consone alla coltivazione industriale. Torniamo al mio kaki. Era stato allevato a vaso e questo spiegava l'abbondanza di succhioni: erano il tentativo della pianta di ricostituire il fusto eliminato. Un paio di anni fa allora ho iniziato un esperimento: ho eliminato tutti i succhioni tranne uno, il più centrale e ho lasciato che esso si sviluppasse. L'idea era che facesse col tempo le veci del fusto e ciò riducesse l'emissione di succhioni. E così è stato: proporzionalmente al suo svilupparsi l'emissione degli altri è diminuita. Il raccolto non ne ha sofferto: quello di quest'anno anzi è stato il più abbondante in assoluto: ho mangiato quasi ininterrottamente kaki da ottobre a gennaio.
L'albicocco e il "vecchio saggio"
Bisognosi di potatura sistematica rimanevano il melo e l'albicocco, e dunque su questi due alberi mi sono dato da fare. A primavera mi sono reso però conto che sul secondo qualcosa non andava: la ripresa vegetativa stentava, le foglie progressivamente appassivano, intere sottobranche morivano. La pianta tentava di reagire emettendo una miriade di rametti che però si sviluppavano penosamente per poi morire anch'essi. Infine è morto l'intero albero. Le ipotesi: verticillosi, reginella necrotis e qualche altra, tutte con una cosa in comune: l'incurabilità. Crittogame, probabilmente penetrate attraverso i tagli delle potature. Sono arrivato a irrorarlo ripetutamente con un prodotto sistemico che è quanto di più lontano ci sia dall'agricoltura biologica ma perfino questo è stato inutile. Così è andato via l'albero più robusto, più bello, più produttivo. Ora al suo posto è rimasto solo uno scheletro nero che va coprendosi di bianchi funghi a mensola.
Questa disgrazia non è venuta da sola. Proprio in quei mesi sono tornati a manifestarsi i sintomi di una malattia che aveva colpito il più anziano dei miei gatti, un vecchio, pacifico saggio che non ricorderò mai abbastanza. C'era stata nell'autunno precedente una prima avvisaglia risultata curabile e che in un primo tempo avevo sottovalutato. Anche lui adesso è andato via. Eccoli insieme, il micio e l'albero, durante la fioritura del 2002, in un momento splendido per entrambi.
Intanto anche sul pruno di varietà gialla sono venuti fuori nuovi problemi: una carie del legno sotto il livello del colletto, già molto avanzata. Fra poco dovrò intervenire di nuovo a rimuovere il materiale infetto. La stessa stabilità della pianta è compromessa. Già l'inverno prima, dopo i gravi problemi dell'anno precedente, non l'avevo quasi potata, e così ho fatto quest'anno, benché ve ne fosse bisogno. Credo che se l'avessi fatto avrei rischiato di farle fare la triste fine dell'albicocco.
I pomodori
Con ciò finisce l'elenco delle perdite. Poi sono cominciate le fioriture, le allegaggioni, le fruttificazioni. Intanto ho cominciato a lavorare all'orto. Un po' di spinaci seminati a marzo, un po' di biete (che ci sono ancora). E un intoppo con i pomodori la cui prima semina per misteriose ragioni è fallita. C'era anche da fare la prova di coltivazione alla base del cumulo di cui avevo parlato l'anno scorso e avevo a questo scopo predisposto un cumulo sull'aiuola N1 della zona III ma questo fallimento mi ha allarmato, temevo una totale perdita di germinabilità dei miei semi e così ho comprato delle piantine di varietà commerciale per avere almeno qualcosa anche nella peggiore eventualità. E' con esse che ho fatto la prova ma è stato un errore perché non tutte le varietà hanno comportamento analogo e soprattutto non è pensabile di estendere automaticamente a varietà commerciali risultati ottenuti con varietà tradizionali. Avrei dovuto dunque mettere a dimora in N1 pachino e ciliegino, le varietà che l'anno prima erano germinate spontaneamente alla base del composto e avevano prosperato senza richiedere né trattamenti né innaffiature. La prova ha avuto esito negativo. Riproverò quest'anno con le varietà giuste.
I fagioli, gli altri ortaggi e le ciliegie
Ad aprile ho messo a dimora meloni, melanzane nere, peperoni rossi, soia e due interessanti varietà di fagioli. Già da un paio di anni ho rinunciato a coltivare i borlotti perché soggetti al sistematico attacco dei ragnetti rossi. Il rimedio suggeritomi sul forum di Civiltà Contadina (abbondanti irrorazioni d'acqua a pioggia) funziona ma è dispendioso, soprattutto in un periodo in cui l'acqua ha scarseggiato molto. Meglio dunque rivolgersi ad altre varietà. Da Civiltà Contadina ho ricevuto il Rossone di Lucca, una varietà nana di facile coltivazione e da un socio di Pontida una varietà di fagioli peruviani a sviluppo illimitato. Il primo ha dato buoni risultati (e mi sono pentito di non aver fatto una semina più abbondante) nonostante le piante abbiano avuto nell'ultima fase della loro vegetazione un problema: metà della lamina delle foglie ingialliva. Il motivo non è stato chiarito. Vedremo quest'anno. Quanto ai fagioli peruviani, sono germinati magnificamente e hanno avuto una vegetazione energica e abbondante. Hanno resistito a tutto, ragnetti rossi compresi. Tuttavia, nessuna fioritura fino a metà ottobre. Soltanto allora sono apparsi i primi fiori. A metà novembre, quando i baccelli erano ancora immaturi, è giunta la prima gelata che ha distrutto tutto. Due ipotesi: hanno un periodo vegetativo molto lungo, per cui necessitano di un clima mite per almeno 9 mesi l'anno; oppure, poiché vengono coltivati in una zona equatoriale necessitano di 12 ore di insolazione fisse lungo tutto il periodo vegetativo. Quest'anno proverò a seminarli in Sicilia, dove non ci sono gelate. Vedremo.
A maggio ho cominciato, come ogni anno, a raccogliere. Ancora sufficiente ma non più abbondante il raccolto di fragole, chiaro segno che la sede della fragolaia va cambiata. Poi sono venute le ciliegie. Non mi aspettavo molto perché quest'anno non avevo messo le trappole cromotropiche: ero stanco di assistere ogni anno al lugubre spettacolo di centinaia di insetti crocifissi, vorrei riuscire a coltivare pacificamente come in pace tento (non sempre riuscendoci) di portare avanti ogni altro aspetto della mia vita. Quest'anno avevo deciso di non dicharare guerra alle mosche della ciliegia, anche a costo di non mangiarne neanche una. Il caso o chi per lui una volta tanto è stato benigno perché non solo le ho mangiate ma mai come quest'anno esse sono state così abbondanti per qualità e quantità. E di larve al loro interno neanche l'ombra.
Estate
Poi è venuto il buco di giugno, il mese delle albicocche, il mese in cui il grande albero al centro della zona IV, fino all'anno prima carico di frutti, era ormai prossimo a morire. Poi sono venute le poche ma squisite grandi prugne rosse dell'ormai vecchissimo albero al limite ovest della zona IV e
poi di nuovo un buco, quello delle prugne gialle, riempito per fortuna da una varietà di piccole prugne rosse colte in gran quantità da un gruppetto di alberi che ho scoperto per caso, all'università di Tor Vergata. Stanno in un angolo nascosto del parcheggio del rettorato, ignorati da tutti. Bravi: passano loro accanto senza neanche guardarli e vanno a comprare le prugne insipide e inzuppate di pesticidi del supermercato. A luglio i due mirabolani della zona V mi hanno gratificato con una abbondante fruttificazione, e lì sono venute le prime marmellate, accompagnate da una dozzina di pere dell'anche lui ormai vecchissimo pero nano. Una dozzina di frutti è per lui un grande risultato. Gli ho fatto i miei complimenti.
Ancora "adolescenti" invece il nespolo che ho piantato un paio di anni fa al confine fra le zone III e IV e il pero di varietà Decana d'Inverno nella zona II.
Intanto l'orto entrava nel vivo della sua attività e dopo un buon raccolto di spinaci cominciavo a raccogliere
anche meloni, peperoni, melanzane e magnifiche biete.
E i pomodori? La seconda semina aveva avuto successo. Avevo messo i semi in germinatoio per poterli meglio seguire, trasferendoli tempestivamente in vasetti all'apparire della radichetta. Questo metodo ha funzionato. Ho seminato 4 varietà: Caro Rich, Pomodorini Gialli Tondi (parenti dei Yellow Pear provati con esito non entusiasmante l'anno scorso) e gli ormai immancabili Re Umberto, cui ho aggiunto un non meglio precisato Pomodoro Siciliano richiesto a un socio di Civiltà Contadina... di Trieste.
Ho anche fatto un rilievo delle piantine allo stadio della seconda foglia con l'intento di imparare a riconoscere le diverse varietà.
L'esito? I Pomodorini Gialli hanno seguito la sorte dei loro parenti a forma di pera (così
sia), i Caro Rich sono andati a compimento senza infamia né gloria. Bene invece i Re Umberto e i Siciliani, nonostante una epidemia di pythium, la micosi al colletto che colpisce le piantine giovani e che me ne ha falcidiate parecchie (colpa mia che ho ecceduto con l'umidità). Credo che nei prossimi anni mi concentrerò su Pachino, Re Umberto, Ciliegino, Siciliano. Gli altri si sono rivelati troppo problematici, almeno in questo luogo.
Nonostante i vari intoppi comunque il raccolto è stato sufficiente al consumo estivo e anche per qualche bottiglia di conserva per l'inverno.
Dimenticavo: a giugno ho proceduto all'abituale raccolta delle fave, andate avanti come sempre senza problemi. Mi sono ormai concentrato sulla varietà Aguadulce e a dire il vero non sento il bisogno di cambiare anche se la curiosità verso le varietà tradizionali è forte. Ci penserò dopo che avrò fissato bene le alternative alle piante più problematiche: pomodori, fagioli, piselli.
Agosto: il mese delle more. Ne ho ormai vari cespugli della varietà inerme, lungo il confine nord, e già dalla scorsa estate hanno preso a produrre bene. Abbondanti dunque anche le marmellate di more nella mia dispensa di quest'anno.
Agosto è anche il mese delle patate, le patate che ormai non coltivo più perché il terreno è troppo duro e i tuberi rimangono piccoli. Ma lavora e lavora forse qualcosa è cambiato, perché a marzo, ritrovatomi con tre-patate-tre, acquistate non so dove e poi dimenticate, che avevano emesso i turioni, ho pensato di interrarle anziché mangiarle e ad agosto dalla terra sono venuti fuori una serie di tuberi di dimensioni più che accettabili. E' con essi che ho preparato l'ormai famoso e apprezzato pescestocco alla messinese senza pescestocco. Naturalmente quest'anno ci riprovo.
Settembre ha portato scorpacciate di fichi freschi più due barattoloni di fichi secchi per l'inverno, le mele come al solito non eccellenti ma almeno quest'anno passabili, l'uva, di cui la vite innestata 3 anni fa ha prodotto ben 5 grappoli, e un secondo tentativo di fare il vino, rosso questa volta, tentativo finito in... aceto (buono se non altro come tale). Motivo? Probabilmente non ho preso sufficientemente alla lettera la raccomandazione secondo cui le vinacce non devono prendere aria ma devono essere sempre sommerse dal mosto.
Autunno e inverno
Ottobre ha portato, oltre agli abbondantissimi kaki anche un buon numero di melagrane e un ottimo raccolto di cotogne la cui lavorazione (confetture e cotognate) ha impegnato tutta la prima metà di novembre, a Messina.
I peperoncini
A ottobre maturano anche i peperoncini, di cui ho otto piante della varietà "a lanterna", ormai giunte al loro pieno sviluppo e alte oltre due metri. Trattandosi di piante perenni che nei nostri climi si comportano come annuali solo perché non resistono al freddo
invernale, le coltivo in vaso e le metto in casa d'inverno. Ho notato che in tal modo si comportano come piante a foglie caduche: le foglie a partire da dicembre ingialliscono e cadono per poi riapparire a partire dai primi giorni di marzo.
Si tratta di una varietà di moderata piccantezza e di aspetto molto decorativo. I "genitori"
di queste piante sono due peperoncini ricevuti anni fa da una signora di San Vittorino che li coltivava anche lei in vaso.
Sono invece andati perduti gli Spagnolin, i cui semi purtroppo hanno perso ogni parvenza di germinabilità. Trattandosi di una varietà ormai rara la cosa non mi ha fatto piacere, ma a novembre, a casa di mia madre a Messina, ho visto sul balcone una pianta i cui frutti, per forma, dimensioni, colore, portamento, insomma, in tutto e per tutto sembrano proprio peperoncini Spagnolin. C'è ancora dunque, insperatamente, speranza di recuperarli.
Le olive
Le olive le ho raccolte su alcuni alberi dimenticati nei pressi del luogo dove dovrà sorgere l'orto botanico dell'università di Tor Vergata. Il mio, essendo "convalescente" dall'occhio di pavone che lo ha colpito l'anno prima, non è andato in fioritura. Si è ripreso bene comunque, e io sono stato costante con le irrorazioni di rame lungo tutta la primavera e l'estate. Da queste olive sono venuti i due primi barattoloni di salamoia.
Le sparatorie fra le case
Ottobre ha portato anche la solita invasione a mano armata dei cacciatori ma quest'anno le cose sono andate ben diversamente dal solito. Già lo scorso anno si era fatto il primo passo ottenendo dai sindaci di Zagarolo e Gallicano ordinanze di divieto a tutela dell'incolumità pubblica. Un'ordinanza non del tutto soddisfacente quella di Zagarolo perché lasciava scoperte aree ampiamente "infestate", ottima invece quella di Gallicano, estesa al di là delle nostre richieste su ben 5 Kmq. Alla ripresa delle sparatorie tuttavia entrambe rivelavano una caratteristica in comune (e tristemente tipica di molte leggi italiane): l'essere totalmente inapplicate. Entrambi i sindaci non avevano nemmeno provveduto a tabellare le aree e fu presto chiaro che non ne avevano nessuna intenzione. A Zagarolo per fortuna ci pensarono l'assessore all'ambiente e i Verdi locali e ora abbiamo un centinaio di cartelli che incorniciano tutta l'area interessata. Intanto io avevo scritto a tutti i miei vicini che l'anno prima avevano firmato la richiesta dell'ordinanza, quasi 200 persone fra i due comuni. Questo fu un passo fondamentale perché dell'ordinanza nessuno sapeva ancora nulla. Inserii nella lettera istruzioni su cosa fare in caso di violazioni del divieto... e non v'era dubbio che ci sarebbero state. Poi fu il momento di partire per la Sicilia. E fu anche il momento in cui i cacciatori ricevettero le meritate batoste. Perché ci fu finalmente chi, rincuorato dai risultati ottenuti, fece buon uso dei numeri di pronto intervento di Forestale e Provinciale. Alcuni mi telefonarono mentre gli interventi erano in corso per riferirmene. Ricordo con grande soddisfazione un sabato mattina in cui una vicina mi contattò per raccontarmi del solito cacciatore arrivato davanti a casa sua armato di tutto punto con l'abituale aria del padrone in casa altrui e il "me ne frego dei cartelli di divieto" dipinto sul volto, e andato via dopo aver fatto "quattro chiacchiere" con la polizia provinciale da lei chiamata, avendo dipinta sul volto l'espressione del più nero avvilimento.
La prima domenica di dicembre ero di nuovo a Zagarolo, e potei constatare di persona una cosa che solo un anno prima sarebbe apparsa impensabile: non si udiva una fucilata. E' una vittoria? O c'è di mezzo la paura dell'influenza aviaria? In ogni caso c'è ancora parecchio da fare, a Gallicano soprattutto.
Il bosco sui Nebrodi.
A novembre, dicevo, ero in Sicilia. E' lì che ho un bosco, sui Nebrodi, un brandello di bosco che un tempo era parte dei ben più vasti noccioleti del mio bisnonno, poi divenuto in parte un uliveto e infine, lasciato per oltre un trentennio nell'abbandono più assoluto, trasformatosi in uno splendido boschetto di querce (roverelle e sughere soprattutto). Gli
ulivi ci sono ancora, benché alcuni siano ormai in difficoltà perché soverchiati dalle grandi querce. Sono di almeno due diverse varietà, una di pezzatura media,
probabilmente da tavola e un'altra di pezzatura piccola, forse da olio. La prima è più sensibile della seconda alla mosca olearia. E' da essi che ho tratto quest'anno il grosso del raccolto da cui ho ricavato altri quattro barattoloni di olive in salamoia. Ho anche fatto fare la ridefinizione dei confini, premessa indispensabile alla recinzione, a sua volta triste necessità protettiva. E' stato in quella occasione che ho dovuto sentirmi chiedere da una confinante se ero disposto ad abbattere le querce prossime al suo podere perché le radici, sconfinando, "impoveriscono il terreno". Indovinate voi cosa ho risposto.
Quest'autunno è stato eccezionale anche per i funghi. Villa Torlonia a Frascati ne era piena, e ne era pieno anche il mio bosco, di cui sapevo già che ne abbonda ogni anno: porcini e galletti, mi era stato detto. Di galletti ne ho trovati una gran quantità, di porcini invece neanche uno.
Molto tempo l'ho dedicato anche a un altro dei mei boschi preferiti: la foresta demaniale dei Peloritani orientali. Questa non è "mia" ma è così grande che quasi non me ne accorgo. C'era, come ogni anno a novembre, una sagra dei funghi organizzata dall'associazione Bresadola in un vecchio albergo chiuso da decenni al colle di san Rizzo, e non me la sono lasciata sfuggire. Alcune mazze di tamburo e un colloquio con un cestaio che mi ha fatto un rapido corso di perfezionamento sull'intreccio, ne sono stati l'opportuno contorno.
Merate
Dai Nebrodi alla Brianza. Siamo ormai a novembre avanzato e l'anno si conclude dalla parte opposta dell'Italia. E' qui che comincio a mettere mano alle provviste di castagne raccolte un mese prima dai pochi ma ben produttivi castagni di Maria Grazia. E' qui che ho lavorato le olive raccolte in Sicilia, è qui che ho riunito i miei gatti, ancora guidati dal vecchio saggio sedicenne, la cui malattia si era ormai cronicizzata ma che sembrava allora in fase di miglioramento al punto da esser tornato egli a far programmi per i suoi prossimi sedici anni. E' qui che finalmente ho di nuovo ripreso in mano verghe e canne e, dopo credo quasi due anni di inattività, ho fatto un cesto o, per l'esattezza, un portafrutta. Mentirei se dicessi che è venuto fuori un capolavoro ma fa comunque la sua figura sulla credenza d'epoca di Maria Grazia.
Ed è nel suo orto infine che ho sperimentato per la prima volta i topinambur, ricevuti anch'essi dal socio di Pontida e piantati a marzo. La resa è stata eccellente: raccolto abbondante e cure praticamente nulle. Solo che... non ci piacciono. Hanno un sapore eccessivamente dolciastro che non riesce a legare con nulla. Ci deve pur essere tuttavia un modo di cucinarli in maniera che divengano appetitosi. Maria Grazia si è già arresa. Io no.
La neve
Così è finito il 2005. Dicembre e gennaio, che avrebbero dovuto essere i mesi del riposo, sono stati invece tristemente riempiti dall'aggravarsi della malattia, e poi dalla morte, del vecchio saggio.
Settanta centimetri di neve su tutta la Brianza, forse su tutta la Lombardia, hanno avvolto per due giorni nel bianco e nel silenzio questo finale.
Filippo Schillaci
Marzo 2006