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Colpisci e terrorizza
Sulla natura della guerra postmoderna
da una prospettiva non antropocentrica
(Seconda parte)
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Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra, e
incutete terrore a tutti gli animali della terra e tutti gli
uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò
che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò
che si muove e che ha vita vi sarà di cibo.
(Genesi IX, 1-5)
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Riassumendo, la guerra postmoderna è preventiva, pianificata, totale, impietosa, asimmetrica, pubblicitaria ed umanitaria. Tutto questo sembra avere una certa qual aria di famiglia; ci ricorda qualcosa che continuamente rimuoviamo e che, proprio per questo dovremmo conoscere molto bene. Esiste, infatti, un’ istituzione della modernità che è descrivibile con gli stessi sette aggettivi che definiscono la natura della guerra postmoderna. Questa istituzione è il mattatoio industriale. Le considerazioni che seguono vogliono render conto di questo ‘oscuro’ parallelismo, al fine di mostrare quanto la guerra postmoderna è concettualmente (e fattualmente) contigua al mattatoio moderno. Evidenziando l’inquietante vicinanza di questi due fenomeni non si intende, chiaramente, ridurre le responsabilità personali dei belligeranti, ma inserirle in un più ampio Zeitgeist, che vede nella Chicago del primo grande mattatoio industriale della storia (lo Union Stock Yards) uno snodo storico decisivo. Analizziamo, quindi, le caratteristiche fondamentali del mattatoio industriale:
Il mattatoio industriale è preventivo. Il mattatoio moderno
è il risultato della cultura della dispensa. L’uomo raccoglitore, saprofago al seguito
dei grandi carnivori o (perfino) cacciatore viveva alla giornata. La fame presente lo induceva a
muoversi ed a ricercare una quantità di cibo proporzionale alla causa-fame. Il mattatoio
moderno nasce con la possibilità di conservare il cibo. Il mattatio industriale
trasforma esseri viventi in carne in eccesso che servirà a saziare una fame futura,
potenziale. Come nella guerra postmoderna la causa e l’effetto subiscono un’inversione
temporale: "prima la guerra e poi il nemico" corrisponde a "prima il cibo e poi
la fame".
Il mattatoio industriale è pianificato. E’ indubbio che
l’uccisione sistematica di decine di miliardi di animali all’anno a scopo alimentare è
un’azione che deve necessariamente prevedere un alto grado di pianificazione, organizzazione ed
automazione. Un alto grado di razionalità, proprio come la guerra postmoderna. E, proprio
come questa, ha quella caratteristica metastatica di corrompere diffusamente il sistema su cui
si innesta. Quando è in corso un massacro, sono disponibili solo tre possibili categorie
esistenziali, quella delle vittime, quella dei carnefici e quella degli osservatori. Il
mattatoio con tutto quello che lo precede e lo segue, così come la guerra postmoderna, ha
la perversa capacità di trasformare gli osservatori (indipendentemente dalla loro
volontà) in carnefici. Infatti, ai milioni di persone, che partecipano professionalmente
al massacro degli animali dobbiamo aggiungere l’altrettanto enorme mole di persone legate
"indirettamente" al sistema-mattatoio solo perché passacarte indifferenti
delle miriadi di lettere commerciali, fax ed e-mail che inevitabilmente devono scorrere a fiumi
per rendere possibile l’allevamento, il trasporto e l’uccisione degli animali necessari per
l’alimentazione umana. Al sistema-mattatoio, purtroppo, non sfugge nemmeno chi, rigorosamente
vegano, è costretto a sovvenzionare con le tasse questo mattatoio sconfinato, che, pur
basato sul profitto, versa in una incredibile quanto perenne crisi economica.
Il mattatoio industriale è totale. Se il mattatoio moderno nasce per soddisfare bisogni futuri e se il futuro è il regno della potenzialità, tutte le possibili richieste alimentari sono da soddisfarsi a priori. Il mattatoio industriale non si ferma di fronte ad alcun tipo di animale e ha la vocazione al dominio su tutto l’esistente. Tutto è cibo in potenza e a questo tutto va sacrificato: non solo la vita ed il benessere animale, ma anche la salute umana, l’ambiente, le riserve energetiche, quelle idriche, lo strato di ozono, la vita di chi muore perché questo pianeta non ha la capacità di sfamare sei miliardi di carnivori, ecc. Come la guerra postmoderna, anche il mattatoio industriale prevede una guerra contro tutto sostanzialmente infinita.
Il mattatoio industriale è asimmetrico. In nessun posto come nel mattatoio moderno il ruolo del colpitore e del colpito sono maggiormente e più chiaramente separati. Nel mattatoio non si rappresenta un conflitto, ma l’apoteosi dell’inflitto. C’erano più probabilità per l’Afghanistan e ci sono più probabilità per l’Iraq di non essere completamente devastati dall’inflitto postmoderno che per un vitello o un maiale di uscire indenni da un mattatoio.
Il mattatoio industriale è impietoso. Le bombe postmoderne più che intelligenti sono neutre. A differenza del soldato moderno che uccideva guardando la sua vittima, queste colpiscono e basta. Non c’è più zona franca neppure per i deboli ed i malati. Lo stesso vale per l’impersonalità del mattatoio moderno che non risparmia vitelli da latte, maiali neonati, polli di poche settimane esauriti dalla produzione intensiva di uova, mucche e scrofe incinte, animali anziani che non possono più essere usati per lavori di fatica e, perfino, animali malati.
Il mattatoio industriale è pubblicitario. Nella guerra postmoderna televisiva non si vedono morti e feriti. Eppure ce ne devono essere vista la potenza degli ordigni usati e la frequenza con cui vengono sganciati. Anche la carne che mangiamo passa attraverso fasi di produzione sanguinarie e cruente. Eppure guardate la pubblicità dei prodotti alimentari dove animali felici scorazzano su colline verdi quanto il cielo sopra Baghdad ed allegramente passano sui banconi delle macellerie. L’animale merce non può soffrire e morire perché in quanto merce è non vivente, come non lo sono i nemici che vengono dal futuro.
Il mattatoio industriale è umanitario. Ci spiegano sempre che i mattatoi moderni, a differenza delle pre-moderne macellazioni fai-da-te, sono regolati da procedimenti "umanitari" (sic). L’animale non è più sgozzato quando è cosciente ma, per nostra tranquillità, prima viene stordito (o almeno così dovrebbe essere). Non si discute mai sull’infamia di uccidere esseri senzienti, ma su quale mezzo sia meglio usare per ridurne la sofferenza, su come migliorare qualche dettaglio secondario della loro infernale condizione di vita negli allevamenti intensivi, sul numero di soste che si possono concedere negli interminabili trasporti verso il luogo di macellazione, ecc. Anche qui, come nella guerra postmoderna, un farisaico umanitarismo rende il processo meno traumatico per carnefici ed osservatori (non certo per le vittime), rendendone più facile la prosecuzione ad infinitum.
Coloro che hanno voluto e promosso questa guerra ignobile hanno responsabilità enormi, tuttavia, non sono loro gli ideologi della guerra postmoderna. Hanno semplicemente trasposto su scala intra-umana, quello che da almeno un secolo gli uomini fanno tutti i giorni al resto del mondo sensibile. Già in passato, forse per pudore, si preferiva attribuire l’invenzione della catena di montaggio a Ford e non a Swift e Armour, gli ideologi del primo mattatoio industriale di Chicago. In realtà, Ford aveva semplicemente copiato la loro "catena di smontaggio". Anche ora, da un punto di vista concettuale, l’amministrazione statunitense ha semplicemente apportato variazioni al tema di Swift e Armour. Certamente poi anche Swift e Armour non sono che un anello intermedio di una catena che riconosce snodi più originari e fondamentali nella Bibbia, in Aristotele, Paolo di Tarso, Tommaso d’Aquino e Cartesio, in tutti coloro, cioè, che hanno contribuito a trasformare il variegato, fragile e bellissimo scorrere degli enti in cose prima ed in merci poi. Questa è la parte ‘oscura’ dell’occidente, quella che ha sempre utilizzato il concetto di animalità per costruire barriere oltre le quali sospendere diritto e giustizia e oltre le quali mettervi nemici reali prima e virtuali poi. In questo senso, vale la pena di riprendere la versione inglese che definisce questa fase della guerra in atto, la quale recita testualmente "shock and awe" e che forse, nella concitazione dei tempi di guerra, è stata tradotta troppo frettolosamente con "colpisci e terrorizza". Il dizionario Webster ci informa infatti che "awe" significa "a mixed feeling of reverence, fear and wonder, caused by something majestic, sublime, sacred", cioè un sentimento misto di reverenza, paura, meraviglia che si prova per qualcosa di maestoso, sublime, sacro". Analogamente, dal Co
llins si apprende che "awe" significa "overwhelming wonder, admiration, respect, or dread; power to inspire fear or reverence" e cioè, "meraviglia, ammirazione, rispetto o terrore schiaccianti (opprimenti); potere di indurre paura o reverenza". Forse, con "awe", si sta parlando di quel numinoso terrore sacro e di quel corrispondente sentimento di "soave fragranza" (Genesi VI, II, 21) che qualcuno riesce a provare di fronte ai vari altari eretti dalla storia per giustificare, attraverso il sacrificio, la supremazia umana sul resto del mondo vivente e di alcuni uomini sul resto dell’umanità. Forse una traduzione più corretta suonerebbe: "Colpisci e meraviglia tramite il rito del sacrificio". In piena modernità, von Clausewitz affermava: "La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi". Oggi noi dovremmo iniziare a capire che: "La guerra postmoderna è la prosecuzione del sacrificio religioso e del mattatoio industriale con altri mezzi e sulla specie umana".
Massimo Filippi
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