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L'UNAVI e la "corretta informazione" Nel settembre scorso una strana notizia è variamente apparsa su più d’una mailing list animalista: la notizia di un tanto grave quanto goffo tentativo di pressione operato da parte di noti esponenti dell’UNAVI, l’Unione delle Associazioni Venatorie Italiane, sul vertice dell’Ordine dei Giornalisti affinché si operasse, in materia di caccia, una “corretta informazione” che oggi, secondo l’UNAVI, sarebbe assente. Prima domanda: è una notizia vera? E’ una notizia falsa? Falsa, si spera; vera, si teme. Mi porrò qui nell’ipotesi peggiore: che sia vera, perché vera o falsa che sia, essa è certamente verosimile, si riconosce in essa il metodo, lo stile degli ambienti cui il fatto è attribuito, soprattutto si riconosce l’intollerabile senso di superiorità. E anche perché, vera o falsa che sia la notizia, essa offre l’occasione per alcune riflessioni valide a prescindere da essa. Ma andiamo con ordine: presa dunque per vera la notizia, si passa immediatamente a domandarsi: cosa intenderà mai l’UNAVI con “corretta informazione”? Ad esempio, ritiene l’UNAVI che una “corretta informazione” debba includere anche la notizia dei quasi 10 morti al mese causati dall’attività venatoria, quali sono stati censiti dalla LAC prima e in un recente dossier dell’EURISPES poi (1)? Ritiene l’UNAVI che una “corretta informazione” debba includere anche la notizia dei cinghiali ibridi immessi nel territorio a scopo venatorio nel più assoluto disprezzo delle esigenze degli agricoltori, salvo poi farsi avanti sotto le mentite spoglie di difensori di questi ultimi di fronte agli ingenti danni provocati da quegli stessi cinghiali alle colture? Ritiene l’UNAVI che una “corretta informazione” debba includere anche le notizie del più che giustificato disagio dei turisti nelle zone che i cacciatori, armi alla mano, trasformano in insicure succursali del far west, con ovvio danno all’economia delle aziende agrituristiche e non soltanto? Ritiene l’UNAVI che una “corretta informazione” debba includere anche la notizia delle figuracce a ripetizione fatte dall’Italia in sede europea a causa delle ripetute condanne per violazione delle direttive comunitarie? E andando dal generale al particolare, ritiene l’UNAVI che una “corretta informazione” debba includere anche notizie come quella del bambino di Monreale colpito al volto da una scarica di pallini sparata dal fucile dello zio, così irresponsabile da portarselo dietro in una battuta di caccia e così maldestro da lasciarsi sfuggire di mano il fucile carico (2)? Io credo che la risposta a queste e a mille altre analoghe domande sia un ferreo no. Credo piuttosto che l’ideale della corretta informazione venatoria secondo l’UNAVI sia costituito da quel giornalista del quotidiano L’Arena che dopo la prima settimana di sparatorie e dopo che le medesime avevano già provocato 3 morti, ha affrontato in termini molto chiari il tema del pericolo costituito dai cacciatori per chi si avventura nei boschi, osando addirittura mettere in ridicolo il legittimo diritto di quanti cacciatori non sono a vedere tutelata la propria incolumità, ironizzando sui «raccoglitori di funghi (...) che temono di essere impallinati proprio nella parte del loro corpo di cui non fanno mai menzione i poeti, la piú esposta nella positura della raccolta» (3). Credo anche che l’ideale della corretta informazione venatoria secondo l’UNAVI sia costituito da ineffabili pareri “scientifici” come il seguente: «Viene qui ribadita ancora una volta la grande importanza salutare dell’attività venatoria ai fini della prevenzione delle malattie cardiovascolari.» (4), di fronte al quale chiedo scusa ma proprio mi sfugge quale peculiarità dell’attività venatoria sarebbe così taumaturgica. Escludo che ci si riferisse al moto all’aria aperta, perché esso è caratteristica anche di molte altre, e meno dubbie, attività, mentre non è tipico della caccia d’appostamento. E allora? Forse l’esercizio fisico costituito dal tirare il grilletto e dal ricevere sulla spalla il colpo del rinculo? La fatica di portare il fucile? E come valutare infine se non con un sorriso di scherno una tale affermazione, vista alla luce degli 11 morti per infarto e malori affini che hanno infarcito le battute di caccia in questi primi due mesi di stagione venatoria? Per fortuna simili esempi di “giornalismo” di non entusiasmante levatura costituiscono esecrabile e minoritaria eccezione in un contesto in cui l’informazione è invece nella maggioranza dei casi puntuale nel riferire ogni morto, ogni ferito, ogni danno provocato da chi non si è ancora accorto che la preistoria è finita e crede di vivere ancora ai tempi dei cow boys. Se parliamo di incidenti di caccia, forse un appunto, uno, è il caso di farlo, forse qualcosa è finora mancato, ed è la visione d’insieme che, sola, può dare la percezione dell’ampiezza del fenomeno. Ma anche questa è una pecca in via di correzione ed è forse questo che l’UNAVI teme: che l’opinione pubblica acquisisca consapevolezza, ad opera degli organi d’informazione, di ciò di cui i cacciatori stessi sono da sempre consapevoli: ovvero dell’inaccettabile grado di pericolosità di ciò che essi fanno. Consapevoli al punto da dare essi stessi, essi per primi, una corretta informazione su questo punto, ma a darsela, si badi bene, solo fra di loro. Un esempio di tale corretta informazione (senza virgolette) è costituito da un manuale di tecnica venatoria edito 20 anni fa dalla Federazione Italiana della Caccia (20 anni fa, perché di queste cose i cacciatori sono consapevoli da sempre), quattro pagine del quale, tutte scritte in maiuscolo, sono dedicate alle norme di prudenza, quattro pagine redatte su toni che più terroristici non si potrebbero immaginare. Eccone qualche testuale citazione, maiuscole comprese: «ASTENERSI SEMPRE DALLO SPARARE A UN SELVATICO, SE NON SI HA DINANZI A SE’ LA MASSIMA VISIBILITA’ (...) SE UN PALLINO A 100 METRI NON ABBATTE UN SELVATICO, PUO’ SEMPRE ACCECARE UNA PERSONA» oppure: «EVITARE DI RECARSI A CACCIA IN BRIGATE NUMEROSE; IN QUESTO CASO E’ PRATICAMENTE IMPOSSIBILE CONOSCERE LE POSIZIONI DEGLI ALTRI; NON SIATE MAI PIU’ DI DUE O TRE CACCIATORI» (5). E così via. Mi pare inutile commentare, soprattutto alla luce di un ovvio confronto, che ciascuno può mentalmente fare, fra queste raccomandazioni e le reali modalità di svolgimento dell’attività venatoria. Ma forse ciò che più indigna nella notizia è l’atteggiamento di superiore paternalismo con cui gli esponenti dell’UNAVI pretendono di andare dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti, evidentemente ritenuto non in grado di valutare autonomamente, a spiegargli come produrre una “corretta informazione”, cioé a insegnargli il suo mestiere. Una pretesa che dalla parte opposta, ovvero fra le Associazioni Protezioniste, nessuno a quanto mi risulta, ha mai avuto. Queste ultime si pongono se mai, nei confronti dei giornalisti, come fonte specializzata di informazioni, come già avvenuto nel febbraio scorso con il già citato libro bianco della LAC sugli incidenti di caccia. Rimane una speranza: che la notizia oggetto di questo articolo sia campata in aria. Su Internet del resto ne circolano di sciocchezze... Filippo Schillaci 14 novembre 2002 Fonti: (1) Si veda rispettivamente: La guerra in casa, Comunicato stampa LAC del 31 gennaio 2002 e Caccia: 10 morti al mese per incidenti - notizia ANSA - Roma, 16 settembre 2002 (2) Questa è almeno una delle versioni riferite in vari comunicati ANSA fra il 7 e l’8 ottobre 2002, tutte concordi comunque su un punto: il bambino è stato ferito gravemente al volto da una fucilata sparata da un cacciatore. (3) Caccia Inizio della stagione da postazione fissa di Silvino Gonzato, su l’Arena del 2 settembre 2002. (4) Fagiani, quaglie: caccia sana di Francesco Furlanello, su L’Adige del 2 settembre 2002.
(5) AA. VV., La Caccia: tutela dell’ambiente, legislazione e tecnica venatoria - Federazione Italiana della Caccia - 1979.
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