La Casa di Gondrano
Home (Page)
Chi è Gondrano?
Chi siamo noi?
Cosa è e cosa sarà la casa di Gondrano?

Il deserto al di là della siepe
Indice degli articoli
Indice delle zone
Il laboratorio

 

Il sindaco e la mucca, il sindaco e il cacciatore

Sembra incredibile eppure accade: mentre un gigantesco esercito di oltre 700.000 individui armati ha da poco finito (per ora) di dilagare per boschi e campi facendovi fuoco a volontà e producendo, in aggiunta a un gigantesco massacro di animali selvatici, oltre un centinaio fra morti e feriti umani, fra i pubblici amministratori italiani c’è chi si occupa di difendere la collettività da... mucche, nutrie e piccioni.

Sembra un nonsense tratto da una gag di satira politica, e invece è l’incredibile realtà di un Paese in cui, mentre da una parte si tace sulle decine di morti e feriti reali che ogni stagione venatoria si lascia dietro, su un pericolo concreto cioè, e presente massivamente in mezzo a noi, dall’altra ci si accanisce contro chi un fucile non sa neppure cosa sia e di morti, che io sappia, non ne ha ancora provocato nessuno.

L’ultimo arrivato nell’ormai lunga schiera di fustigatori di mucche e piccioni è Amleto Mattoni, sindaco di Ciciliano, paesino del Lazio in provincia di Roma; obiettivo gli apparentemente placidi ma in realtà a quanto pare pericolosissimi bovini, colpevoli di pascolare lungo le strade creando, così egli scrive, "grave pericolo alla pubblica e privata incolumità". Il pericolo, par di capire, sembra consistere nell’essere gli ingombranti bovini potenziali artefici di incidenti stradali; incidenti di cui sarebbero le prime vittime, viene spontaneo pensare, ma è un pensiero questo che sembra non toccare minimamente il sindaco in questione, per il quale le mucche sono soltanto ostacoli fastidiosi da rimuovere. Il rimedio è semplice e chiaro: l’abbattimento degli animali "vaganti". Rimedio degno di uomini energici, pronti a tutto pur di difendere l’incolumità dei propri elettori. Proprio a tutto?

Sembra di sí visto che a Sabbioneta per difendere il consorzio umano da un altro orribile pericolo, le nutrie, sono stati invocati addirittura loro, i cacciatori, che non hanno certo accolto con malcontento questa occasione per riprendere in mano le armi e riaprire il fuoco. In Emilia, a Serramazzoni, i "nocivi e pericolosi" roditori li hanno trovati anche nei cortili delle case: "un inferno" commentano i cronisti. Ma in più d’un luogo c’è chi nei mesi scorsi ben altro si è visto irrompere, non nel cortile ma dentro casa: scariche di pallini da caccia sparati da chi pur di non farsi sfuggire una "preda" di pochi etti non ha esitato a far fuoco in direzione di una abitazione incurante del pericolo cui sottoponeva chi era all’interno.

Ma nonostante ogni stagione di caccia registri un succedersi serrato e raccapricciante di simili episodi da film western nessuno si avventura nell’ardua impresa di definire "pericolosi e nocivi" i cacciatori, nessuno ritiene che oltre 700.000 fucili carichi portati liberamente a spasso e generosamente usati nelle campagne italiane costituiscano "grave pericolo alla pubblica e privata incolumità". Pronti a tutto, forse, i pubblici amministratori non lo sono.

A Ciciliano dunque sono le mucche e soltanto esse a costituire un grave pericolo, altrove sono, come dicevamo, le nutrie e soltanto esse, altrove ancora (e qui i casi da citare sarebbero troppi) sono i piccioni, e nuovamente soltanto essi. In nessun luogo, a giudicare da ordinanze e decreti, sono i cacciatori. Uniche eccezioni: Ustica dove, apprendo da fonte LAC, nel settembre scorso il sindaco ha chiesto a gran voce e ottenuto la chiusura della caccia ai migratori, dopo che 15 giorni di sparatorie generalizzate avevano provocato la fuga in massa dei turisti, e Vittorito, comune dell’Abruzzo, dove il sindaco Antonio Lombardi, ha emesso un'ordinanza con cui vieta la caccia in tutto il territorio comunale fino al 31 gennaio 2002 "al fine di prevenire problemi di pubblica incolumità e di ordine pubblico legati a una massiccia ed indiscriminata presenza di cacciatori sul territorio, la maggior parte coltivato i quali, spesso inesperti, possono attentare all'incolumità degli agricoltori e danneggiare le colture" (Il Centro, 12 settembre 2001). A parte questi due casi, queste due classiche voci nel deserto, i cacciatori sembrano essere mille miglia lontani dalle preoccupazioni relative all’incolumità pubblica degli amministratori locali come dei politici nazionali, anzi pare quasi che gli uni e gli altri facciano a gara nel corteggiarli. Eppure i morti sono morti, i feriti sono feriti. Sono dati certi, fatti regolarmente riportati, uno per uno, dalle cronache dei giornali. Fatti su cui, esaurita la contingenza dell’attualità giornalistica, cala sistematicamente il piú assoluto silenzio.

Nella sola Toscana di morti se ne sono contati 7, di feriti 13, nella Lombardia i morti sono stati 6 e 7 i feriti; quasi miracolato il Lazio, con soli 2 morti e un ferito. C’è n’è a sufficienza per definire la caccia un problema di pubblica sicurezza, e analoga è la situazione in quasi ogni altra regione, eppure nessun sindaco, nessun presidente di Regione o di Provincia si sente in dovere di prendere provvedimenti.

La domanda è d’obbligo: perché?

Filippo Schillaci


Questo articolo è presente anche su Promiseland