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La sconcertante proposta del senatore Ronconi

Recentemente su alcuni quotidiani è apparsa la notizia di una iniziativa del senatore Maurizio Ronconi tendente a limitare i poteri delle Guardie Volontarie Venatorie delle Associazioni Ambientaliste umbre, iniziativa motivata dal fatto che secondo il sen. Ronconi "il confronto sempre più serrato fra i cacciatori e 'vigilanti volontari' (...) potrebbe anche determinare seri problemi di ordine pubblico" in quanto essi "rischiano di comportarsi, nei confronti dei cacciatori come dei veri e propri sceriffi impegnati più che a vigilare l'ambiente ad impedire il libero esercizio venatorio".

Vorrei partire nel commentare questa notizia da alcuni fatti di cronaca estratti a caso da una purtroppo ben piú ampia e generalizzata casistica.

Sicilia, 9 ottobre: un bambino di poco più di dieci anni sta raccogliendo funghi insieme al padre quando viene colpito al braccio destro da alcuni pallini da caccia (Giornale di Sicilia).

Toscana, 28 ottobre: un cacciatore spara su un gruppo di turisti che stanno uscendo da un agriturismo. Ferisce, per fortuna in maniera non grave, alla schiena due ragazze di 21 e 23 anni. Viene fermato e denunciato per omissione di soccorso e per aver cacciato in una zona abitata (La Nazione).

Emilia Romagna, 31 ottobre: un cacciatore spara in direzione di una casa: i pallini perforano la porta, penetrano nell’abitazione fermandosi contro il lembo dei pantaloni di una donna, che era al suo interno. Il cacciatore si è dato alla fuga (Il Resto del Carlino).

Emilia Romagna, 2 novembre: un cacciatore spara alla cieca in mezzo alla nebbia; crede di essere di fronte a un cinghiale e invece davanti a lui c’è una persona, cui squarcia un braccio e una spalla. L’uomo rischia ora di perdere l’arto (Il Resto del Carlino).

Sardegna, 2 novembre: un cacciatore lascia il fucile carico in posizione precaria e si sdraia accanto a esso. L’arma viene accidentalmente urtata. Parte un colpo che lo colpisce in pieno viso. L’uomo muore mentre lo portano in ospedale (La Nuova Sardegna).

Umbria, 23 dicembre: Un uomo di 49 anni mentre è alla guida della propria auto si trova in mezzo a una battuta di caccia al cinghiale che si svolge nei pressi della sede stradale. Uno dei cacciatori "senza badare a nulla", scrive il cronista "e soprattutto non considerando quelle che sarebbero potute essere le conseguenze del suo gesto ha premuto il grilletto, facendo partire lo sparo" che ha colpito sia il cinghiale che l’uomo ferendo quest’ultimo al petto (La Nazione).

E si potrebbe ancora andare avanti a lungo: perché le cronache venatorie più che a quelle di una attività impropriamente chiamata "sportiva" somigliano, e non da oggi, a un macabro bollettino di guerra. Si usa, in questi casi, il termine "incidente di caccia". Ma quanto è lecito parlare di fatalità di fronte a chi spara alla cieca in mezzo alla nebbia, a chi spara in direzione di una casa o di una strada transitata, a chi spara ad altezza d’uomo in un bosco senza avere la visuale libera? Ciascuno di questi atti è potenzialmente omicida ed è difficile immaginare che non venga compiuto con piena consapevolezza delle possibili conseguenze. Ma anche quando non degenera in atti di dissennata irresponsabilità, l’attività venatoria, per sua stessa natura, fa sì che per 4 mesi all’anno le campagne, i boschi, i campi italiani siano insicuri per chiunque vi abiti, vi lavori o semplicemente decida di trascorrervi qualche ora di svago. Io stesso ho dovuto in più occasioni interrompere precipitosamente quelle che avrebbero potuto essere tranquille escursioni per essermi trovato coinvolto in veri e propri scenari di guerra.

A fronte di questo stato di cose, gli organici e i mezzi del Corpo Forestale dello Stato sono di una esiguità a volte addirittura patetica: a sparuti drappelli che spesso non raggiungono la mezza dozzina di uomini è affidato il compito di controllare vasti territori battuti da centinaia di cacciatori, e ció in aggiunta a tutti gli altri compiti di spettanza della Forestale. Con quale efficacia, nonostante tutta la buona volontà, è facile immaginarlo.

Eppure, nonostante la loro evidente pericolosità e l’assenza di controlli adeguati, i cacciatori - poco meno del 2% della popolazione italiana, ovvero nulla piú che una esigua minoranza - godono di privilegi a dir poco sconcertanti. Basterebbe solo dire che chiunque voglia fare tiro a segno con armi da fuoco deve farlo in luoghi appositamente predisposti, isolati dall’esterno. I cacciatori sono gli unici cui è data facoltà di sparare in luoghi aperti, accessibili a chiunque. Ma come se ció non bastasse ai cacciatori è dato il diritto - già condannato dalla Corte Suprema di Strasburgo - di penetrare all’interno delle proprietà private. Chiunque di noi insomma, a meno che non investa cifre ingenti in costose recinzioni, ha il dovere di subire in silenzio dentro quella che in fondo è "casa propria" la presenza di individui estranei e per di più armati, nonché di scegliere se allontanarsi tempestivamente davanti al loro avanzare o trovarsi in mezzo alle fucilate.

Infine, in aggiunta ai gravi costi sociali la caccia ha anche dei costi economici. La presenza dei cacciatori danneggia l’economia delle zone turistiche (mi risulta ad esempio che a Ustica la caccia sia stata vietata dopo che 2 settimane di sparatorie intensive avevano provocato la fuga in massa dei turisti). Inoltre, la notevole "benevolenza" che governi e amministrazioni locali hanno in più occasioni mostrato nei riguardi dei cacciatori, fino al punto da violare precise direttive europee, è già costata parecchio all’Italia, che è stata condannata dalla Corte di Giustizia europea per violazioni della direttiva sulla conservazione degli uccelli e di quella su flora, fauna e habitat quattro volte. Il 23 ottobre 2001 inoltre la commissione dell'UE ha iniziato una nuova procedura d'infrazione (n. 2001/2211) contro l’Italia. Ciascuna di queste condanne non è solo formale ma è costata all’Italia (cosí leggo sul sito web della LAC) "multe miliardarie". E questi soldi non sono usciti dalle tasche dei cacciatori, bensì di noi contribuenti.

E’ in questo desolante e preoccupante panorama che si inserisce l’attività meritoria - e, non dimentichiamolo, del tutto gratuita - delle Guardie Volontarie la cui opera, oltre che di tutela dell’ambiente, è anche e soprattutto di tutela della collettività. Ridurre i loro poteri significa non solo andare contro gli interessi della tutela dell’ambiente ma anche contro i concomitanti interessi di tutti noi.

Filippo Schillaci


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