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Morti per caccia: giustificazioni tante, credibilità nessuna.

L’ultima stagione venatoria si è conclusa il 31 gennaio, ma non per questo di caccia si è cessato di morire. L’ultima vittima si chiama Stefano Pavone ed è un bracconiere abruzzese di Castelvecchio Subequo, ucciso da un colpo partito per sbaglio dal fucile di uno dei suoi due complici durante una battuta di caccia: notturna, in periodo di caccia chiusa, in un’area protetta (1); tre illeciti in un colpo solo, cosí come un colpo solo, un colpo di carabina a lunga gittata, è bastato a mettere fine alla vita di Pavone e (si spera) all’attività degli altri due malviventi.

Mai evitato anche se certamente non inevitabile in simili casi che per la loro tragicità assumono notevole, anche se purtroppo effimera, risonanza giornalistica, il balletto delle dichiarazioni giustificatorie. E’ stato il turno, questa volta, del presidente dell’Ambito Territoriale di Caccia subequano Nunzio Merolli, il quale ha affermato che i vincoli del Parco regionale Sirente-Verino, l’area protetta dove è avvenuto il fatto, "costringono chi ama questa attività [la caccia] a farla abusivamente con le conseguenze tragiche che vediamo". "Insomma", commentano gli ambientalisti del WWF abruzzese nel definire gravissima questa affermazione, secondo Merolli "sarebbero i vincoli posti con le leggi dello Stato a causare i morti per bracconaggio" (2).

Un verbo colpisce nella frase di Merolli: "costringono". E ovviamente ci si domanda: cosa è che "costringe"? Non certo la fame, poiché da tempo immemorabile la caccia non è più mezzo di sussistenza, né primario né secondario. Non certo l’intento di proteggere gli agricoltori dai danni procurati ai campi dalla fauna selvatica, poiché se c’è una favola davvero inverosimile è che i cacciatori abbiano a cuore altri interessi che non siano i propri; figuriamoci poi i bracconieri. Non certo dalle ristrettezze economiche, perché tutti i partecipanti alla battuta illecita (o almeno quelli di cui è stata resa nota l’identità) avevano una occupazione stabile.

Dunque "costretti" da cosa? Non si capisce né Merolli lo spiega. Ma andiamo oltre ed esaminiamo la sostanza dell’affermazione: a provocare gli incidenti di caccia sarebbe dunque la sovrabbondanza di divieti che "costringerebbe" i cacciatori a trasformarsi in bracconieri e a cacciare in condizioni pericolose.

Ma cacciava forse in maniera illecita Luigi Chiarlone, ucciso accidentalmente il 7 ottobre 2001 nell’alta val di Tanaro, in Piemonte, dal nipote durante una battuta di caccia al cinghiale? (3)

E cacciava forse in maniera illecita a Monteu Roero, sempre in Piemonte, Michele Leonello Gallo ucciso durante una battuta di caccia il 6 ottobre dal padre Lorenzo mentre questi si sfilava il fucile che teneva a tracolla? (4)

E ancora, cacciava forse in maniera illecita Pancrazio Eugeni, di Calvi (Umbria) morto il 6 novembre ucciso da un scarica di pallini partita accidentalmente dal suo stesso fucile? (5)

E infine (ma l’elenco sarebbe lunghissimo), cacciava forse in maniera illecita Sergio Riberti colpito a morte il 4 novembre durante una gigantesca battuta di caccia al cinghiale nei pressi di Pierantonio (Umbria) cui partecipavano addirittura una cinquantina di persone? (6)

Non risulta dalle cronache dei giornali che costoro fossero bracconieri, eppure la loro fine non è stata diversa da quella di Pavone.

Si vede che la dichiarazione di Merolli è del tutto priva di fondamento e che l’unica vera causa degli incidenti di caccia è ovviamente, evidentemente, banalmente, la caccia.

Ma sarebbe già qualcosa se i difensori a oltranza dei cacciatori si mettessero almeno d’accordo su quale giustificazione inventarsi, ma no, nemmeno quello. Mentre Merolli attribuisce alla "necessità" di violare regole che egli ritiene paralizzanti l’ultimo cadavere dell’ormai lunga serie, il consigliere umbro di Forza Italia Luciano Rossi e il responsabile regionale del dipartimento caccia e pesca dello stesso partito, Biante Secondari, in un comunicato stampa del 15 novembre 2001, all’indomani degli ultimi due tragici episodi sopra ricordati - nello scagliarsi contro Sauro Presenzini, responsabile regionale delle guardie giurate del WWF umbro, colpevole di aver definito la caccia "un problema di ordine pubblico" e di aver richiamato l’attenzione sul fatto che "Nei boschi non ci sono solo i cacciatori, ma anche cercatori di funghi, appassionati di trekking o persone che vogliono semplicemente trascorrere qualche ora all'aria aperta" (7) - scrivevano fra l’altro: "Ci limitiamo a constatare che molto spesso certi incidenti capitano proprio ai più scrupolosi, a coloro che si dimostrano più ligi al rispetto delle regole" (8).

Ora, questa affermazione, se interpretata letteralmente, è assolutamente inaccettabile perché implica che sia il rispetto delle regole, cioé delle leggi dello Stato a causare gli incidenti e dunque è interpretabile come un implicito invito se non a violarle quanto meno a rimuoverle. Ma certamente essa, così com’è uscita dalla penna di Rossi e Secondari è soltanto una gaffe ed era altro in realtà ciò che essi intendevano dire, ovvero che gli incidenti avvengono nonostante il pieno rispetto delle regole da parte dei cacciatori. Se è così dobbiamo ritenere Rossi e Secondari due fra i più meritevoli paladini della causa ambientalista, almeno con riferimento all’argomento caccia. Perché affermare ciò equivale ad affermare che gli incidenti sono ineliminabili, connaturati alla natura stessa dell’attività venatoria, e che dunque essa è del tutto improponibile anche a prescindere da argomenti di natura ambientalista, ma già in base a elementari considerazioni di pubblica sicurezza. E non ci vuol molto a capire che è davveo così e a... dar ragione ai due esponenti umbri di FI. Perché la caccia in null’altro consiste che nel libero uso di armi da fuoco, da parte di dilettanti, in luoghi pubblici, o addirittura nelle altrui proprietà private, proprietà che, quando sono campi coltivati, sono anche altrui luoghi di lavoro. Come stupirsi dell’inevitabile susseguirsi di morti e feriti?

Un’ultima nota: appena due settimane prima della morte di Pavone la commissaria all'ambiente dell'Unione europea Margot Wallström, aveva infelicemente definito la caccia "un'attività sostenibile e durevole" (9). Già che la caccia sia una attività sostenibile è affermazione in palese contrasto con la realtà, come dimostra il fatto che per "sostenerla" bisogna ricorrere a continui ripopolamenti; che poi sia anche durevole, alla luce dei fatti, appare soprattutto come una minaccia.

Filippo Schillaci

Si ringrazia Augusto De Sanctis del WWF abruzzese per la cortese collaborazione.

Fonti giornalistiche:
(1) Il Centro 2 aprile 2002
(2) Il Centro, 3 aprile 2002
(3) La Stampa, 8 ottobre 2001
(4) La Stampa, 7 ottobre 2001
(5) Il Messaggero 6 novembre 2001
(6) Il Messaggero 4 novembre 2001
(7) La Nazione, 6 novembre 2001
(8) www.lucianorossi.it/caccia.htm
(9) Giornale di Brescia, 16 marzo 2002


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