|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
L'orrore infiocchettato
Dicono che i campi di sterminio nella Germania nazista fossero circondati da giardini ben curati. Ci credo. Vige una regola in ogni società organizzata: che qualsiasi efferatezza compiuta in nome del superiore interesse di essa, e in quanto tale ritenuta lecita, avvenga lontano da ogni sguardo, che nulla incrini la facciata di pulizia e levigatezza di cui il mondo dell'umanità civile ama ricoprirsi. C'è chi ha proposto di mettere le vetrine ai macelli, ma ovviamente ciò non sarà mai fatto. Come ben difficilmente ne vedremo negli stabulari, e nei laboratori dove finiscono orribilmente i loro giorni gli ospiti di questi ultimi. Mentre l'efferatezza del rapinatore, dell'assassino, del mostro, di colui insomma che opera in violazione delle regole che assicurano la coesione del gruppo, si fa presto a metterla in prima pagina, a farne godibile spettacolo, l'efferatezza di chi opera per il gruppo è un'altra cosa: va nascosta, dissimulata, sfumata, infiocchettata.
L'immagine riportata qui sopra ne è un esempio: è tratta da un "tranquillo" volume illustrativo dell'ateneo pisano (1), la didascalia che l'accompagna recita: "laboratorio di anatomia ed istologia patologica". Apparentemente è un'immagine del tutto normale, gradevole perfino: ci mostra un ricercatore in camice bianco al lavoro in un ambiente pulito, ordinato, certamente confortevole, in cui trova perfino spazio una grande quantità di verde. Troppo grande. Questa è la prima considerazione di chi si addentra in una osservazione più attenta. Le foglie di ficus occupano tutta la metà superiore dell'immagine, sono per di più in primo piano, tendono insomma a divenire il centro attrattore primario dello sguardo, fino al punto da dare la falsa sensazione di costituire una sorta di pergolato che si estende lungo l'intero soffitto della stanza. Concentriamo ora l'attenzione sulla metà inferiore dell'immagine, quella da cui la cascata verde distrae.
L'uomo ha davanti a sé un tavolo da lavoro sul quale sta appoggiato un supporto bianco. Osserviamo quest'ultimo.
Inchiodata sul supporto c'è una piccola cavia dal dorso squarciato, nel quale l'uomo sta rovistando con una coppia di pinzette, una cavia tanto piccola da confondersi quasi con la grana dell'immagine, e bianca come il supporto, sul quale dunque tende a mimetizzarsi. Ben pochi lettori, di certo, dando appena un'occhiata all'immagine nella sua totalità avranno notato in cosa consiste il lavoro di quell'uomo. Difficilmente in una prossima edizione del libro vedremo un primo piano della cavia. Qualcuno potrebbe provare disgusto, antipatia, o forse solo perplessità nei confronti di quel solerte scienziato dal lindo camice bianco che sta lavorando per noi. Non sia mai. Filippo Schillaci. 19 agosto 2002
Note: |