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Ulivi del Sud per i capricci del Nord
Chi percorrendo l'autostrada Salerno Reggio Calabria non si è mai fermato alla stazione di servizio di Rosarno difficilmente può dire di sapere cos'è un ulivo. L'intera zona, per chilometri tutto attorno, ne è piena, ma non di ulivi "qualsiasi" bensì di piante immense, imponenti, di una solennità che trova un equivalente umano solo nelle più grandiose cattedrali dell'occidente o nei più splendidi templi dell'oriente. Non è esagerato affermare che l'ulivo è per il paesaggio mediterraneo ciò che la sequoia è per le foreste del Nord America. Bene, c'era da dubitare che anche questo elemento della nostra ricchezza naturalistica divenisse oggetto di selvaggia predazione? Non c'era da dubitarne. E così è. L'ultima moda dilagante in fatto di "architettura" dei giardini nel ricco (in senso monetario) Nord dell'Italia è infatti quella degli ulivi, possibilmente antichi, possibilmente secolari, possibilmente deportati dal ricco (in senso naturalistico) Sud, quando non addirittura da altri Paesi come la Spagna o la Grecia. Vittima prediletta in Italia, la Puglia, che da sola possiede almeno 15 milioni di esemplari, fra i più antichi e dunque pregiati presenti nel nostro Paese. E poi ovviamente la Calabria, dove il WWF di Amantea ha documentato lo scorso anno un continuo traffico di TIR carichi di ulivi diretti verso il Nord. L'associazione speleologica Gruppo Puglia Grotte ha dedicato all'argomento una sezione del proprio sito web, guarda caso dal titolo: Aiuto! Ci rubano gli ulivi nella quale appare fra l'altro la seguente lettera del veneto Cris Montagner, accompagnata da immagini eloquenti quanto le sue parole:
In Puglia come in Calabria sono già parecchie le "macchie" desertiche lì dove fino a poco tempo prima giganteggiavano le piante più antiche e longeve che questa parte del mondo possa vantare. C'è chi afferma - e forse perfino senza esagerare troppo - che gli esemplari più antichi risalirebbero addirittura alle prime piantagioni della magna Grecia. Al loro posto appariranno più redditizi vigneti "razionali" se va bene, insediamenti industriali se va male. Ed è andata male ad esempio a Cirò Marina dove per far posto al ferro e al cemento, di ulivi secolari ne hanno abbattuti 280. E non sono solo gli ulivi a scomparire: adesso stanno "accorgendosi" anche dei carrubi. E l'attenzione non si ferma alle piante: campane di chiese abbandonate, pietre di pavimentazioni tradizionali o di muri a secco, fontanili, cancellate in ferro battuto fatte a mano. Tutto svanisce nel nulla e si rimaterializza nei giardini di lusso del Nord, Veneto e Lombardia soprattutto. Commenta Fulco Pratesi: «L'ulivo nel giardino del Nord è diventata una stupida mania, una moda sciocca per ricchi come il pitone o il ghepardo in casa. Quella pianta non sopporta le temperature inferiori ai 10 gradi e quindi è frequentemente destinata a soccombere per le gelate». Se chi le deporta è dunque un devastatore, chi le acquista non è soltanto uno snob senza scrupoli - non molto diverso da coloro che foraggiano il macabro commercio delle pellicce -, è anche un gonzo il quale si è fatto alleggerire di una somma che per gli esemplari più antichi può giungere fino a 12.000 euro per avere in cambio qualcosa che nel giro di pochi inverni rischierà di trasformarsi in null'altro che un mucchio di legna da ardere. Il tutto, continua Pratesi, «dopo aver procurato un danno inestimabile alla natura e ai panorami più antichi d'Italia. Chi vuole adornare un giardino al Nord comperi piuttosto alberi locali: tassi, aceri per esempio. Sono ugualmente bellissimi e sono legati al luogo». Le iniziative in atto per mettere fine a questo scempio? Poche ancora, troppo poche. Le riassume così Gianni Picella, Coordinatore del Comitato per la Salvaguardia degli Olivi Secolari di Puglia:
E infine lo stesso Picella è fra gli organizzatori della mostra itinerante Il giardino degli Olivi, il cui scopo è di diffondere la conoscenza del fenomeno. Alcuni mesi fa abbiamo avuto l'opportunità di fare anche una piccola verifica personale: le immagini che seguono sono state scattate nell'estate del 2003 in alcuni vivai della Brianza. Vivai scelti a caso, poiché in tutti si ripete la medesima scena: ulivi estirpati da chissà dove, spesso capitozzati e inzollati in contenitori di plastica in attesa di essere venduti ai proprietari delle numerose ville dei dintorni. A volte perfino malcurati o in stato di totale abbandono.
Sul cartello visibile nell'ultima foto si legge: «Olea Europea. Provenienza Spagna. Età stimata, circa 700 anni». E dato il clima, non precisamente mediterraneo, del luogo ci si domanda: giungerà mai quella pianta al settecentounesimo compleanno?
Immagini originali di Maria Grazia Ferrario 13 febbraio 2004
Fonti giornalistiche: Per informazioni sulla mostra itinerante Il giardino degli Olivi scrivere a Gianni Picella (*) Piccola nota del tutto personale riservata agli amanti del cinema, del grande cinema d'arte. (F. S.)
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