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Cacciatori in aumento? Non proprio.

Nel novembre scorso l'ISTAT ha pubblicato, come ogni anno, il suo Annuario Statistico Italiano, contenente fra l'altro i dati sul numero dei cacciatori in Italia nell'anno 2003. Da esso risulta un aumento di 4.539 unità rispetto al 2002, che a sua volta aveva già visto un aumento di circa 8.000 unità rispetto al 2001. Sembrerebbe dunque che l'ormai storica e costante decadenza del fenomeno venatorio verificatasi in Italia e non soltanto a partire dal 1980, abbia subito una battuta d'arresto, se non proprio una inversione di tendenza.
Il semplice dato nazionale tuttavia, come spesso accade, non rende conto in maniera sufficientemente esaustiva del reale andamento delle cose. Per averne una visione più realistica è necessario confrontare i dati relativi alle singole regioni. Facciamolo.

Le regioni in cui si è verificato un aumento dei cacciatori sono limitate a tre (i numeri sono arrotondati alle centinaia poiché ciò che qui ci interessa è confrontare gli ordini di grandezza):

Trentino (+7000)
Calabria (+7000)
Lombardia (+900)

I cacciatori sono invece diminuiti nelle seguenti regioni:

Lazio (-3000)
Toscana (-2000)
Campania (-1800)
Abruzzo (-1000)
Basilicata (-700)
Sicilia (-500)

Nelle rimanenti regioni non ci sono state variazioni significative.

Vediamo dunque che l'aumento non interessa l'intero territorio nazionale ma è concentrato quasi esclusivamente in due sole regioni: Trentino e Calabria. In particolare, in Trentino l'aumento è concentrato nella sola provincia di Trento. Qui il fenomeno ha assunto caratteristiche particolarmente sconcertanti essendo il numero dei cacciatori passato in un solo anno da 596 a 7700 (13 volte maggiore) mentre nella provincia di Bolzano è rimasto praticamente costante. Il fatto è ancor più sorprendente se si pensa che da sempre il Trentino era la regione con i più bassi indici di densità venatoria in Italia (7 cacciatori ogni 1000 abitanti e 0.47 su Kmq nel 2002).

Riguardo a ogni altra parte del territorio italiano possiamo dire che si registra al più un rallentamento della tendenza al declino. Se si prescindesse infatti dagli aumenti locali in Trentino e Calabria si avrebbe una diminuzione di circa 9000 unità rispetto all'anno precedente.
Per valutare questo rallentamento non dobbiamo inoltre dimenticare "l'effetto locomotiva" che in quel periodo (e sicuramente anche nei due anni successivi) ha certamente avuto la valanga di proposte di legge poi confluite nel testo Onnis, che sembravano garantire ai cacciatori o aspiranti tali un futuro "roseo" all'insegna dell'arbitrio e dell'impunità. Perfino la prospettiva di un tale paese dei balocchi dunque non è riuscita a realizzare sul piano nazionale la temuta (da molti) o auspicata (da pochi) inversione di tendenza ma solo, appunto, un rallentamento della decrescita.
Un altro elemento da considerare sono poi le vicende politico legislative relative alla normativa sul porto d'armi verificatesi fra il 2003 e il 2004. In quel periodo vi fu un non trascurabile (anche se spesso solo fittizio) avvicinamento del mondo dei tiratori a quello dei cacciatori, sentendosi i primi fortemente penalizzati rispetto ai secondi. So con certezza, anche se non sono in grado di quantificare il fenomeno, che più d'un tiratore (e sono in Italia circa 80.000) ha preso la licenza di caccia per aggirare le restrizioni che la legge sul porto d'armi imponeva alla loro categoria ma non a quella dei cacciatori (evidentemente per i legislatori chi spara in un poligono di tiro, in condizioni di massima sicurezza, è da controllare maggiormente di chi ha la pretesa di sparare in mezzo a noi). Questi "cacciatori" ovviamente sono tali solo sulla carta.

Obbligatorio domandarsi in conclusione cosa sia accaduto in Calabria e Trentino. Non lo sappiamo ma certamente possiamo dire che si è trattato di circostanze fortemente locali, non rappresentative della tendenza nazionale. Non per questo tuttavia esse vanno sottovalutate. E' ancor più necessario anzi approfondirle e comprenderle per prevenirne il ripetersi altrove.
Una cosa comunque rimane chiara: i cacciatori in Italia continuano quasi ovunque a diminuire. E questa continua a essere l'unica loro caratteristica che il mondo civile possa considerare apprezzabile.

Filippo Schillaci

20 dicembre 2005