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Cacciatori, sparatorie e ordinanze.
Come la gente si è ribellata ad anni di abusi.

Una casistica quasi da cronaca di guerra

Ci sono persone in Italia che svegliandosi al mattino odono come prima cosa l’esplosione di una fucilata. Ci sono genitori che in certi giorni della settimana evitano di far uscire i bambini a giocare in giardino, agricoltori che vanno a lavorare nei loro campi con apprensione, escursionisti costretti a interrompere bruscamente tranquille passeggiate nei boschi e a rientrare precipitosamente in città.
Sono - siamo - tutti coloro che si trovano costretti a dividere gli spazi della propria vita e del proprio lavoro con la piccola ma invasiva minoranza di individui armati che praticano l’attività conosciuta col nome di "caccia".

Che essa, consistendo nell’uso di armi da fuoco sul territorio al di fuori di ogni più elementare regola di sicurezza, e provocando con ciò ogni anno decine di incidenti mortali, sia innanzi tutto un grave problema di ordine pubblico, è un fatto della massima evidenza, eppure solo da pochi anni si comincia a porre il problema, solo un anno fa è nata una Associazione delle Vittime della Caccia, solo da poco tempo, infine, la gente comincia a non subire più in silenzio e a sollecitare ai propri sindaci ordinanze a tutela dell’incolumità pubblica.

E’ accaduto nel 2003 a Sasso Marconi e Castel Maggiore, in Emilia. E’ accaduto lo scorso anno a Genazzano, Olevano Romano, Gallicano e Zagarolo: quattro comuni dei colli Prenestini ad appena 20 km dalla capitale, dalle campagne densamente popolate in cui raramente la distanza fra le case supera le decine di metri e che nonostante ciò sono teatro di massiccie e incontrollate scorrerie venatorie.

E’ noto che ai cosiddetti "cacciatori", proprio perché individui che fanno uso di armi da fuoco, è fatto divieto di avvicinarsi a meno di cento metri da qualsiasi edificio, anche se disabitato. Da questi luoghi dunque essi dovrebbero stare alla larga per la più ovvia delle ragioni: fra le case non si spara! Chi vive in queste campagne sa che le cose non stanno esattamente così: da ottobre a gennaio dozzine di individui armati si aggirano fra le abitazioni sparando furiosamente forti di un pezzo di carta chiamato "licenza venatoria" e del tutto indifferenti al fatto che lì, nei luoghi in cui centinaia di famiglie svolgono la loro vita, esso è carta straccia. E dunque sono in molti qui a conoscere il fischio prodotto dai pallini che passano a pochi metri dalla propria testa, molti sanno cosa significa essere investiti da una pioggia di piombo, molti non osano uscire di casa in certe ore del giorno. Tutto questo è accaduto per anni nella più totale impunità dei numerosi responsabili.

Lo scorso anno la gente ha cominciato a dire basta sollecitando e ottenendo dai quattro sindaci altrettante ordinanze a tutela dell’incolumità pubblica che vietano la cosiddetta "attività venatoria" su parte del territorio dei rispettivi comuni. Di tali richieste si è fatta portavoce anche l’Associazione Italiana delle Vittime della Caccia.

In particolare i sindaci di Olevano e Gallicano hanno non solo accolto totalmente le richieste dei cittadini ma anche ampliato spontaneamente il territorio tutelato dalle ordinanze.

L’emanazione di esse tuttavia non ha chiuso la vicenda, che anzi è ancora in corso. L’ordinanza è infatti solo il punto di avvio di un tenace lavoro volto alla sua applicazione: un lavoro della gente ma anche sulla gente, un lavoro il cui principale nemico è la convinzione che "tanto vinceranno loro". Una convinzione che sta già cominciando a dimostrarsi falsa a Zagarolo dove i cittadini, acquisita consapevolezza collettiva del problema, stanno ora passano dalle "carte scritte" ai fatti. Qui le segnalazioni dei residenti hanno consentito alla Polizia Provinciale di cogliere sul fatto cacciatori intenti a sparare ancora fra le abitazioni nonostante la vistosa presenza dei cartelli di divieto. Un primo, piccolo ma chiaro segnale che i decenni di endemica impunità venatoria almeno qui stanno per finire. E che qualcosa è cambiato anche nel livello di attenzione che le forze dell’ordine rivolgono al problema.

E i "cacciatori" cosa dicono di tutto ciò? La Federazione Italiana della Caccia, ben lontana dal fare qualsiasi autocritica, presentò lo scorso anno ricorso al Tar contro l’ordinanza del sindaco di Genazzano: sette pagine di argomentazioni farraginose in cui si giunge fra l'altro a negare che gli sparatori di Genazzano fossero cacciatori. Un ricorso immediatamente andato a vuoto perché il Tar respinse la richiesta di sospensione, riconoscendo la legittimità delle motivazioni che sostenevano l’ordinanza. Dopo questa sconfitta i cacciatori non ci riprovarono: contro le tre ordinanze successive non fu fatto alcun ricorso.

Il problema delle sparatorie selvagge riguarda molte altre parti d’Italia, rivelando uno stato di diffuso allarme sociale, del resto per nulla ingiustificato: anche la stagione di caccia appena conclusasi ha visto infatti le abituali decine di morti e di feriti. Ma quanti esattamente? Per quanto possa apparire incredibile non sembrano esistere dati ufficiali. L’unico censimento effettuato negli ultimi anni da un istituto di statistica è quello dell’Eurispes che, relativamente alla stagione venatoria 2001-2002, contò 47 morti. Per gli anni più recenti abbiamo solo i conteggi effettuati da alcune associazioni, basati su rassegne stampa e dunque necessariamente incompleti ma che già così forniscono il quadro di un fenomeno di proporzioni allarmanti. La stagione appena conclusasi non ha fatto eccezione: uno stillicidio quasi quotidiano di "incidenti" per i quali è del tutto fuori luogo chiamare in causa la fatalità. La caccia è infatti l’unica attività in cui sia consentito il libero uso di armi da fuoco sul territorio, senza alcun obbligo degno di nota relativo alle misure di sicurezza. E ciò non eccettuati quei luoghi, quali le zone boschive, dove l’alta densità di vegetazione rende scarsa la visibilità, la presenza di tronchi, formazioni rocciose e ogni altro genere di ostacoli rende facile il rimbalzo dei proiettili (due dei morti degli scorsi mesi sono stati provocati proprio da proiettili di rimbalzo), il terreno impervio rende tutt’altro che improbabili le cadute con l’arma carica e lo sfuggire di colpi accidentali.

Si comincia con i funerali già dal primo giorno di preapertura con due morti in contemporanea, in Sicilia e in Toscana, entrambi provocati da spari alla cieca verso "qualcosa" che si muove in mezzo alla vegetazione (un anno prima, sempre in Sicilia, un cacciatore uccise in questo modo il proprio figlio di 12 anni e poi si suicidò).

Ricordiamo poi, fra le centinaia di fatti riportati dalle cronache dei mesi scorsi, i seguenti: a Usini in Sardegna una donna di 72 anni viene ferita da una fucilata davanti alla porta della propria abitazione, a Mestre un 64 enne viene colpito addirittura mentre si trova nella propria casa; a Teano in Campania un agricoltore viene ferito mentre raccoglie le olive, a Belluno un uomo di 56 anni viene ucciso mentre raccoglie legna in un bosco da un cacciatore che lo scambia per un cervo, a Sigillo durante una battuta al cinghiale un gruppo di cacciatori colpisce due abitazioni provocando vari danni e ferendo una donna.

Una casistica quasi da cronaca di guerra di fronte alla quale non è esagerato definire la cosiddetta "attività venatoria" un’emergenza nazionale sommersa. Un’emergenza di fronte alla quale non sarà a lungo possibile far finta di niente.

Filippo Schillaci

Da: Liberazione, 25 marzo 2006

Su Gondrano dal 22 aprile 2006


Vedi anche: Brescia. 30.000 euro per insegnare la caccia da: Liberazione, 25 marzo 2006.