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Le bidonville dei cinghialai maremmani

(Seconda parte)


Dopo le immagini relative a quanto abbiamo visto nel comune di Scarlino continuiamo il nostro viaggio fra le bidonville dei cacciatori di cinghiali della Maremma. Le immagini che seguono, commentate dallo stesso autore dell'articolo precedente, sono state anch'esse realizzate a fine agosto di quest'anno. Durante il sopralluogo i nostri accompagnatori ci hanno detto che nel frattempo quel "canile" (se tale possiamo chiamarlo) era stato oggetto di un intervento "risanatore" da parte del sindaco. Quella che queste immagini documentano dunque è una situazione "risanata". Risanata? Sì, certo, l'acqua nelle ciotole non era putrida, anche se non ci azzarderemmo a definirla pulita, e non abbiamo visto topi morti in giro. Non quel giorno almeno. Per il resto, lasciamo la parola alle mmagini.

Filippo Schillaci


Il canile dei cacciatori di Follonica, adiacente al canile dell'ENPA, dove sono rinchiusi più di 100 cani, è stato filmato da Emilio Nessi alla fine dell'agosto 2002. Di questo filmato è stato trasmesso un piccolo stralcio al TG2 flash della mattina di uno dei giorni successivi. Doveva essere ritrasmesso per intero nella trasmissione condotta alcuni mesi dopo da Paolo Limiti ma la trasmissione è stata soppressa dopo le prime puntate.

I cani sono nelle condizioni di assoluta solitudine. Quando siamo stati sul posto, per un'ora e più, non abbiamo incontrato anima viva salvo una volta un giovane che, entrato nel recinto di un cucciolo festante, si è guardato bene dal considerarlo, meno che mai di accarezzarlo; ha messo il cibo in una ciotola e dopo cinque minuti era già sparito.

A prescindere dalla solitudine e dalla costante e assoluta prigionia (questi cani padronali e non randagi o abbandonati, non conoscono una passeggiata), i recinti dove i cani vivono sono ambienti improvvisati con ogni materiale rugginoso e putrescente, hanno per pavimento la terra che si impregna di orina e feci e tra questi escrementi ricchi di bacilli, vengono gettate pagnotte intere di pane secco.

I recipienti dell'acqua sono spesso vuoti, i ripari sono scarsi e a volte inesistenti, il cibo spesso consiste in null'altro che raccogliticci avanzi di cucina. Molti cani sono nascosti da lamiere ondulate per cui devono fare enormi salti per guardare all'esterno ed avere un minimo contatto con il "mondo".

Un cane era talmente spaventato che si spostava continuamente dietro la cuccia in mezzo al recinto per sfuggire al nostro sguardo.

Animali con dermatiti da sporcizia; con ferite cicatrizzate; animali a cui la tremenda costrizione a una vita da lager, opposta a quanto per caratteristiche etologiche e fisiologiche dovrebbero condurre, ha ridotto a poveri esseri permanentemente sofferenti e alienati.

In ogni minuscolo recinto sono racchiusi vari cani che corrono alla rete aggressivi e subito dopo si ritirano impauriti. Alcuni sono legati a catena fissa di un metro e mezzo circa, altri hanno coperture di eternit. Impossibilitati a difendersi dalla pioggia, dal gelo e dal calore soffocante dell'estate. Immersi nel fango per mesi e anni senza mai il refrigerio di un bagno. Sotto temperature di 40 gradi senza il sollievo di un'ombra.

Intorno alle reti si osserva la polvere gialla della derattizzazione quando non ci sono topi avvelenati o ammazzati dai cani. Sporcizia dappertutto intorno ai recinti: casse, scatole, cenci , bidoni, latte... abbandonati danno a questo luogo l'aspetto di un grande immondezzaio.

I cani, animali d'affezione come pomposamente e ipocritamente la legge li chiama, sono, da chi questa legge rappresenta, trattati da peggiori nemici a cui non soltanto si organizza la più crudele pena di morte ma una lunga e torturante agonia che ancor prima di morire li spezza.

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