Quando inserisco su Gondrano un testo proveniente da altra fonte mi
pongo sempre il problema della correttezza, del rispetto dell'altrui diritto
di proprietà letteraria sul testo. Ci sono casi tuttavia in cui questo mi
pare un dettaglio di trascurabile importanza.
Quando mi trovo di fronte a
una notizia apparsa nel calderone informe del giornalismo, internettiano o tradizionale
che sia,
mi domando sempre quanto di vero e quanto di falso vi sia in essa. Ci sono casi
tuttavia in cui "sento" la verità di ciò che leggo, "sento" cioé una maledetta
sintonia fra le parole e l'esperienza quotidiana del mondo reale.
Ecco le due ragioni per cui oggi, imbattutomi per caso in questo
articolo di Vittorio Zucconi, non ho esitato un attimo a decidere di renderlo parte di Gondrano.
Una sola obiezione vorrei muovere a Zucconi: il sottinteso che sia
peculiare del "regime" sovietico il "trattare gli uomini come cani, e dunque
i cani come uomini". Poiché non conosco luogo della Terra, non conosco Popolo,
non conosco Paese in cui ciò non sia vero.
Quante Laika esistono in ogni parte del mondo? Anche qui, adesso, a non più di un chilometro da me, nello stabulario "nuovo" della Facoltà di Medicina dell'Università per
cui lavoro? Quante Laika attendono una morte forse ancora più orribile, senza aver mai
conosciuto altro che le sbarre di una gabbia e il camice bianco sporco di sangue di un macellaio travestito da scienziato?
F. Schillaci
Laika non visse nello spazio,
la cagnetta morì dopo il lancio
di Vittorio Zucconi
L'animale fu spedito in orbita sullo Sputnik nel '57.
I russi dissero che aveva resistito 7 giorni: non era vero.
WASHINGTON - Il cane che rincorse le stelle
avrebbe di molto preferito continuare a rincorrere gatti e
ciclisti per le strade di Mosca, se avesse potuto decidere
lei, ma Laika non era un cane qualsiasi. Era un soldato, una
bandiera, un latrato di battaglia, un monumento che l'Urss
voleva costruire a se stessa con il materiale della Guerra
fredda, con i motori, i missili, le ambizioni e, soprattutto,
con le bugie della propaganda. Laika, la bastardina arruolata
dagli accalappiacani di Kruscev nei vicoli di Mosca per essere
la prima creatura vivente spedita in orbita, non morì la morte
indolore nello spazio dopo una settimana di orbite, che la
propaganda ci aveva raccontato allora, ma una morte orrenda e
struggente, inscatolata nel minuscolo Sputnik, poche ore dopo
il lancio. Il suo cuore di cane fu schiantato dal panico e
dalla solitudine incomprensibile.
Un'altra delle
perenni menzogne del potere in Russia, sovietico e non
soltanto sovietico, viene a galla dopo 45 anni, dalla
confessione di uno degli scienziati di quel programma spaziale
che, tra il primo bip dello Sputnik e il viaggio di Gagarin
attorno alla Terra, doveva essere la dimostrazione dei trionfi
Socialisti sul nemico Capitalista. La prova della profezia di
Nikita Kruscev all'Occidente, "in dieci anni vi
seppelliremo".
Laika, insieme con Mushka e Albina, due altri cagnetti presi a caso
tra i bastardini nelle vie della capitale, era stata scelta
per la sua docilità, per la sua resistenza alle prove
d'accelerazione nella centrifuga della "Città delle Stelle",
la Houston alle porte di Mosca e, dannazione dei piccoli, per
le sue dimensioni contenute. Non c'era molto spazio per
ospitare un cane dentro lo Sputnik 2 dal peso totale di 108
chili, che i vettori sovietici erano in grado di sparare in
orbita in quel novembre del 1957. Ma per piccina e mansueta
che fosse, Laika era pur sempre un cane e ci volle tempo per
adattarla a quel viaggio.
Con le sue compagne fu messa
nel frullatore della centrifuga che le spingeva il cuore fino
a tre volte il ritmo normale delle pulsazioni cardiache, nella
paura e nella fatica di pompare il sangue nel corpo
schiacciato dall'accelerazione gravitazionale. Aveva, dice ora
lo scienziato russo, una tendenza a soffrire di panico, perché
il cuore impiegava poi il triplo di tempo rispetto alle sue
compagne, prima di tornare a velocità normale.
Laika e
le sue compagne furono costrette a vivere in gabbiette e
contenitori sempre più piccoli e strette da catenelle sempre
più strette, per periodi successivi di 3 settimane e a
nutrirsi solo di gelatine, la pappa che sarebbe stato messo a
bordo, perché lo potessero, poco alla volta, con parsimonia,
leccare fino all'esaurimento e dunque alla morte.
Alla
fine dell'addestramento, se così possiamo chiamare quella
tortura, la vediamo nelle foto d'epoca, che spunta con il muso
scuro e gli occhi giustamente preoccupati, da una sorta di
tubo di dentrificio nero, l'ogiva nella quale sarebbe stata
sparata dalla base di Baikonur, strettamente incatenata, per
impedirle di rivoltarsi e di muoversi dentro il
tubo.
Mushka, oltre che piccola, era, per sua ulteriore
sfortuna, anche la più intelligente. Era servita per
collaudare i rudimentali strumenti di bordo, un ventilatore
automatico che avrebbe dovuto raffreddare l'abitacolo quando,
nei momenti di esposizione al sole durante le orbite la
temperatura fosse salita oltre i 20 gradi.
Albina era
stata sparata due volte con razzi, ma recuperata con
paracadute dell'ogiva, per collaudare la resistenza al lancio.
Ma Laika pescò la paglia corta. Fu scelta per il glorioso
evento. E fu lanciata. Senza sapere che per lei non era stato
previsto nessun rientro trionfale. Che sarebbe comunque morta
girando attorno alla Terra. Il dottor Dimitri Malashenkov, lo
specialista che la seguì, ha raccontato ieri a un congresso di
medicina spaziale a Houston, le ultime ore di Laika.
L'elettrocardiografia seguita via radio segnò un aumento
parossistico delle pulsazioni quando i motori s'accesero e il
missile cominciò a vibrare sollevandosi dalla piazzola,
qualcosa che la cagnetta non aveva mai provato prima.
Raggiunta la velocità orbitale, il ventilatore, secondo i
leggendari standard del controllo di qualità sovietica,
naturalmente non funzionò e la temperatura nella trappola
spaziale cominciò a oscillare tra il caldo e il freddo
estremi.
Il suo cuore di cane prese a battere
irregolarmente, fibrillando quando l'assenza di peso rallentò
di colpo le pulsazioni e alla quarta orbita, dopo 5 ore di
tormento, il tracciato divenne misericordiosamente piatto.
Forse fu la temperatura a ucciderla, o l'umidità che si era
accumulata nel suo ansimare dentro quello spazio, o l'anidride
carbonica che i filtri nella capsula avrebbero dovuto
ripulire, ma che, probabilmente, non funzionarono a dovere. Il
dottore non è sicuro.
Ma chiunque conosca un cane e
abbia visto gli occhi di Laika mentre la insaccano dentro la
sua gabbia, sa di che cosa è morta quella cagnetta, è morta di
paura e di solitudine. Di stress, se si preferisce
un'espressione più asettica. Sognando i vicoli di Mosca, il
branco dei randagi e i gatti che non avrebbe più rincorso, la
mano di quegli uomini ai quali si era sicuramente affezionata,
senza sapere quello che loro stavano preparando per lei. Il
funerale di Laika fu lungo. Andò avanti per 6 mesi e 2.570
orbite, mentre il Cremlino mentiva sulla sopravvivenza di
Laika nello spazio indicata in "oltre quattro giorni" e
l'America si rodeva nella sua goffa rincorsa con missili che
esplodevano dopo il lancio e scimpanzé africani che stava
addestrando per inseguire i cani russi.
Fu cremata l'8
aprile del 1958, quando lo Spuntik-2 perse velocità e rientrò
nell'atmosfera, consumandosi in un ultimo, piccolo falò delle
vanità ideologiche e della crudeltà umana. Tre anni dopo, il
12 aprile del '61, un essere umano dal coraggio ultraterreno,
Yuri Gagarin la seguì, sapendo che avrebbe potuto fare la fine
della cagnetta che l'aveva preceduto e che era stata
sacrificata per lui, da un regime che trattava gli uomini come
cani e dunque i cani come gli uomini. Troppo tardi per fare
compagnia a Laika e portarla a passeggio tra le
stelle.
(29 ottobre 2002)
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