Notizie gennaio ‘05

 

 

Si spara una fucilata a Capodanno
Un colpo nel giardino: settantatreenne gravissimo in Rianimazione
Si è sparato il primo giorno dell'anno. Verso le 6 e 30 del mattino, quando tutti o quasi dormivano per smaltire i bagordi di San Silvestro. Quando gli irriducibili festaioli erano in riva al mare per la prima alba del 2005, o in qualche bar a bere caffé. Si è sparato un colpo di doppietta che aveva puntato alla gola. Ma che è finito tra volto e spalla. Non è morto, ma è in condizioni gravissime, in Rianimazione a Jesi. Si è sparato nel suo piccolo giardino, ma nessuno ha fatto caso a quel "botto" ritenuto normale alle sei e mezzo del mattino di Capodanno. Neanche sua moglie che era a letto. L'ha trovato la figlia un'ora dopo, privo di sensi. Sporco di sangue sul volto e la spalla sinistra, e con a fianco la doppietta. Respirava. I soccorsi sono arrivati in una manciata di minuti. Ora i medici tentano di salvarlo.
Ha 73 anni, è malato. E' stato un bravo muratore, poi è andato in pensione. Abita in uno dei paesi limitrofi a Jesi, insieme alla moglie. Anche lei malata, e costretta a letto. Hanno una figlia sposata che abita a non grande distanza, e che ogni giorno fa visita ai genitori per accudirli.
Non forniamo alcuna informazione che possa identificare l'uomo per ovvi motivi di privacy. E' la sua storia e il suo gesto di disperazione, contrapposti all'allegria - obbligatoria per definizione -, ad arrivare nell'anima come uno schiaffo, una doccia fredda sul virtuale panorama di champagne e di un anno bello e dorato. Lui, l'uomo di 73 anni, non voleva iniziarlo questo 2005 fatto di sofferenza personale e della donna con cui ha vissuto per oltre quarant'anni e adesso obbligata a letto. Non avevano brindato i due anziani consorti. Non avevano stappato la bottiglia di spumante e tagliato il panettone. Lui si è arreso al peso di un anno terminato e nel quale la diagnosi dei medici per quel tumore che stava crescendo nel suo corpo lo debilitava. Si è arreso alla sofferenza della moglie che vedeva appassire. Non ha dormito durante la "notte magica". E alle sei e mezzo del mattino, è sceso dal letto senza svegliare la moglie. Ha preso il suo fucile, la doppietta calibro 12 regolarmente detenuta e compagna di trascorse battute di caccia. Ha preso anche una cartuccia. Una soltanto, perché bastava per mettere fine a presente e futuro. Entrambi senza felicità, senza prospettive. Poi è andato in giardino, in pigiama, aprendo la porta lentamente, senza far rumore.
Ha introdotto la cartuccia in una canna della doppietta, che sorreggeva con la mano sinistra, mentre con il pollice destro arrivava al grilletto. In piedi, lì nel giardino bagnato dalla rugiada che il sole benaugurante del primo giorno del nuovo anno faceva brillare. Ha premuto il pollice sul grilletto, con forza. L'innaturale posizione del fucile, e l'altrettanto innaturale pressione del dito sbagliato, hanno fatto spostare leggermente la canna verso sinistra. Se l'era puntata alla gola, quella fredda canna brunita della doppietta. Lo spostamento ha fatto sì che il colpo finisse sulla spalla. E che il piombo rovente, praticamente un grosso proiettile, uscisse dalla schiena. Nessuno ha fatto caso a quello sparo, scambiato per un botto di Capodanno.
Fino a qualche giorno fa l'uomo reagiva, andava in paese, anche se camminava con qualche difficoltà. Era socievole, e non disdegnava una partita a carte con gli amici.
Ma l'anno appena iniziato, e quella deviazione del colpo, potrebbero essere un segnale di reazione, di ritrovata voglia di reagire e lottare per la vita. E' una speranza, e un augurio.
BRUNO LUMINARI
(Corriere Adriatico, 2 gennaio ’05)

 

CASTELVENERE
Incidente di caccia tre feriti
Tre feriti per un incidente di caccia avvenuto ieri mattina intorno alle sei alla periferia di Castelvenere. Un cacciatore Pietro Luigi Di Dato 39 anni, era giunto insieme ad altri tre amici tutti residenti nell'hinterland napoletano nella zona di Castelvenere. L'uomo non si è accorto che c'era un cavo metallico che reggeva una vite. Contro questo cavo è finito il fucile da caccia che l'uomo imbracciava ed è partito un colpo i cui pallini hanno ferito altri tre cacciatoti: Gaetano Arancio 27 anni di San Sebastiano al Vesuvio, Aniello Raia 34 anni di Napoli, entrambi raggiunti dai pallini alle gambe, e Salvatore Russo 32 anni di Napoli anche lui rimasto ferito a una mano e a una gamba. I tre sono stati medicati all'ospedale di Cerreto e guariranno in dieci giorni. Sul posto per gli accertamenti i carabinieri.
(Il Mattino Online, 3 gennaio ’05)

 

Battuta di caccia, cade a terra il fucile: feriti in tre
GIUSEPPE DI SOMMA Cercola. Cade a terra il fucile e impallina tre persone. Rischiava di trasformarsi in tragedia una battuta di caccia di quattro napoletani. Alla fine se la sono cavati con un grande spavento e dieci giorni di prognosi. È accaduto l'altra mattina a Castelvenere, in provincia di Avellino. Il gruppetto di napoletani, con la passione per la caccia, era partito a notte fonda per raggiungere una delle zone più ambite per gli amanti della natura nell'Avellinese. Tutto stava proseguendo come sempre, tra schioppi di fucili e qualche chiacchiera tra amici. Ma è bastata una piccola distrazione a gettare nel panico i cacciatori. Pietro D, 29 anni, operaio residente ad Acerra, ha fatto cadere accidentalmente il fucile da caccia regolarmente dichiarato. Dalla canna del calibro 12 è partito un colpo. La rosa di pallini fuoriuscita dal fucile ha percorso alcuni metri e ha investito in pieno Gaetano Arancio, 37 anni, artigiano residente a San Sebastiano al Vesuvio; Aniello Raia, 34 anni, camionista di Cercola e Salvatore Russo, 42 anni, operaio del popoloso quartiere napoletano di Barra. I tre sono stati colpiti al volto, alle braccia e alle gambe. Dalla zona si sono levate alte le grida dei feriti. Si è temuto il peggio. Sul posto sono accorse diverse persone per accertarsi dell'accaduto. Immediati sono scattati i soccorsi. Dopo lo spavento iniziale, i tre feriti si sono rialzati e sono stati trasportati, da altri cacciatori, all'ospedale Santa Maria delle Grazie che dista pochi chilometri dalla zona del ferimento. I medici del pronto soccorso li hanno visitati e hanno effettuato tutti gli accertamenti del caso per verificare se i pallini avessero creato dei danni agli organi vitali. Tutti gli esami sono risultati negativi e i proiettili sono stati estratti dai corpi dei cacciatori. Alla fine i tre sono stati medicati e dichiarati guaribili in dieci giorni. Sul posto sono giunti anche i carabinieri del comando provinciale di Avellino. Dopo aver accertato che tutti i fucili in possesso dei quattro napoletani coinvolti nell'incidente, fossero regolarmente dichiarati, hanno controllato le licenze di caccia. Tutto, alla fine, è risultato in regola. Per Pietro D., non è scattata la denuncia visto che la lieve entità delle lesioni provocate dall'incidente non prevede l'apertura di un procedimento penale d'ufficio. Al momento, quindi, anche la sua licenza di caccia resta ben salda tra le mani. Cosa che, però, non è accaduto col fucile. L'incidente di Castelvenere riapre, comunque, il capitolo della pericolosità della caccia. Un'attività contro la quale - lo affermano le statistiche - - la maggiorparte degli italiani è contraria e ne chiede l'abolizione. gi.ds.
(Il Mattino Online, 5 gennaio ’05)

 

LA SPEZIA: SOSPESA BATTUTA DI CACCIA AL CINGHIALE
Uno dei componenti della squadra è stato sorpreso mentre esercitava la caccia in una zona di divieto, a meno di 50 metri dalla strada provinciale. Un altro cacciatore è stato individuato mentre utilizzava una carabina con un caricatore contenente cinque colpi anziché tre, come stabilito dalla normativa
5 Gennaio – La settimana scorsa, il personale del Distaccamento forestale di Borghetto Vara e del Comando Stazione forestale di Levanto (La Spezia), nell’ambito dei controlli relativi all’attività venatoria, hanno sospeso, per irregolarità amministrative, una battuta di caccia di cinghiale che si stava tenendo in località Pianpontasco, nel Comune di Bonassola. Uno dei componenti della squadra è stato sorpreso mentre esercitava la caccia in una zona di divieto, a meno di 50 metri dalla strada provinciale. Un altro cacciatore è stato individuato mentre utilizzava una carabina con un caricatore contenente cinque colpi anziché tre, come stabilito dalla normativa. Gli agenti hanno dunque provveduto a multare i due uomini, sospendendo la battuta di caccia e ritirando l’autorizzazione alla caccia al cinghiale, per i provvedimenti di competenza della Provincia.

(www,newslettercorpoforestale.it, 5 gennaio ’05)

 

Incredibile episodio in città

Col fucile in strada uccide un cane 

Olbia (SS) 

Esce di casa armato, spara a un cane e rischia di colpire il proprietario. Il boxer è morto, ucciso da una fucilata a pallettoni. Il proprietario del cane, Gian Marco Deiana, che si trovava vicino al povero animale, si è gettato a terra per evitare di essere colpito.Il grave episodio è accaduto ieri verso mezzogiorno nella periferia di Olbia, a due passi dal quartiere Bandinu. Deiana ha chiamato la polizia che ha avviato le indagini per risalire al responsabile. Dello sparatore nessuna traccia. Sono state interrogate diverse persone e sentito a lungo anche Deiana. Le ipotesi degli investigatori puntano anche verso alcuni pastori che portano le loro greggi nella zona e che spesso, per difendere il bestiame, tengono un fucile a portata di mano. Il fascicolo contro ignoti è stato aperto per spari in luogo pubblico.

L'UNIONE SARDA

mercoledì 5 gennaio 2005

 

TRAGEDIA SFIORATA
Gli parte un colpo dal fucile e ferisce un altro cacciatore
Incidente di caccia nelle campagne di Rosciano. E' rimasto ferito al volto, in modo lieve, un operaio di 48 anni, di Pescara, abitante in via Tirino. Chi, incidentalmente,l'ha colpito è un pensionato di 77 anni, anche lui di Pescara. Sull'episodio indagano i carabinieri della stazione di Rosciano e i loro colleghi della Compagnia di Penne (comandante il tenente Eugenio Stangarone).
Erano le 8,30 del mattino. N.M.R., il cacciatore ferito e S.G., il cacciatore che l'ha ferito, si trovavano in zona Galelle di Rosciano. A un tratto R.M.N. è stato colpito al volto da un colpo di fucile, si è accasciato a terra e ha invocato aiuto. In caccia era andato solo, quindi nessuno ha potuto soccorrerlo. E' stato lui a chiamare il 112 con il telefonino. Sul posto sono arrivati i carabinieri e l'eliambulanza del 118, all'inizio infatti si era temuto un incidente con conseguenze ben più gravi. E bisogna dire che, in effetti, nella sfortuna è stato fortunato. Pur se la prognosi è di soli dieci giorni, l'uomo è stato ricoverato in ospedale nel reparto di Otorino, la degenza si rende obbligatoria per precauzione. E' stato colpito all'orecchio, l'occhio per fortuna è salvo.
Il feritore è stato denunciato per lesioni personali colpose e omissione di soccorso poichè risulta che non ha, appunto, aiutato la persona che aveva colpito. Bisogna però chiarire se l'uomo aveva capito, o no, quanto era in realtà accaduto.L'incidente è avvenuto in campagna ma c'erano anche alberi che potrebbero aver nascosto l'uno all'altro i cacciatori.
(Il Messaggero, 6 gennaio ’05)

 

Ferito al volto durante una battuta di caccia
Operaio pescarese colpito da una fucilata sparata inavvertitamente da un pensionato che poi si è allontanato
di ANGELA PIZZI
ROSCIANO (PESCARA) - Aveva intravisto una preda e si è affrettato a sparare con il suo fucile, ma il colpo ha raggiunto il volto di un altro cacciatore. Poi, forse spaventato per l'accaduto, si è allontanato. Intanto la vittima, raggiunta di striscio sulla tempia dallo sparo, ha provveduto a chiamare i soccorsi. Sul posto sono subito intervenuti carabinieri e personale del "118": questi ultimi hanno trasportato con l'eliambulanza il ferito in ospedale a Pescara. Dopo averlo accuratamente visitato, i medici l'hanno ricoverato con una prognosi di 10 giorni. Contemporaneamente i militari sono riusciti a rintracciare il cacciatore che ha sparato: per lui è scattata la denuncia per lesioni personali colpose e omissione di soccorso. S'è dunque sfiorata la tragedia ieri mattina: la vicenda si è verificata nelle prime luci dell'alba in contrada Galelle di Rosciano, durante una comunissima battuta di caccia. Ma in pochissimi minuti, una tranquillissima giornata si è macchiata di sangue. G.S., un cacciatore di 76 anni di Pescara, ha sparato con il suo fucile: doveva colpire una preda, invece il suo colpo ha raggiunto al volto un altro cacciatore, un operaio quarantottenne sempre di Pescara. Forse preso dallo spavento o chissà per quale altro motivo, l'anziano cacciatore si è allontanato. È stato infatti proprio il ferito a lanciare l'allarme con il proprio telefono cellulare. E mentre i medici si preoccupavano di curare la sua ferita, i carabinieri della Compagnia di Penne, diretti dal tenente Eugenio Stangarone, hanno provveduto a rintracciare il cacciatore maldestro e ad ascrivere il suo nome nel registro dei denunciati: l'uomo dovrà ora rispondere di lesioni personali colpose e omissione di soccorso.
(Il Tempo, 6 gennaio ’05)

 

Mestre
Forse una manovra azzardata, forse hanno perso ...
Mestre
Forse una manovra azzardata, forse hanno perso l'equilibrio sparando. Poi un urlo e il silenzio. Renè Vello, 24 anni, e il cugino Luigino Vello, 30 anni, entrambi di San Stino sono appena piombati nelle acque gelide della Brussa, nel territorio di Caorle, un'area tradizionalmente frequentata da cacciatori. Sono appesantiti dagli indumenti, cercano disperatamente di non affondare, lottano con tutte le loro forze ma è difficile in quelle condizioni.
Sono le 15.40, Ivano Amadio e il figlio Simone, residenti a Sindacale di Concordia, si trovavano nella zona, in Val Perera (località Rodelle). A bordo della loro barca stanno facendo rientro dalla battuta di caccia; sentono lo sparo, le urla. Con la loro imbarcazione percorrono il fiume "Canaon" per 500 metri finchè non trovano la barca rovesciata dei Vello. Padre e figlio si mettono subito alla loro ricerca scorgendo pochi secondi dopo, a un metro sott'acqua, la testa di uno dei due: è Renè Vello. Il giovane viene issato a fatica a bordo, è in condizioni gravissime; non dà segni di vita, il suo volto è cianotico per la mancanza d'ossigeno. Gli viene praticata la respirazione bocca a bocca, poi Amadio allerta il 118. Poco dopo fortunatamente Renè riapre gli occhi ma le sue condizioni restano critiche. Arriva l'elicottero di Treviso Emergenza che trasporta Vello al Pronto Soccorso dell'ospedale Ca' Foncello. Ma l'emergenza rimane perchè del cugino, Luigino, non v'è traccia. Sul posto giungono i Vigili del Fuoco di Portogruaro e Latisana, i sommozzatori di Vicenza e Trieste, l'autolettiga del 118, i Carabinieri di Portogruaro e Caorle e la capitaneria di Porto di Caorle. Sul posto della tragedia si radunano altri cacciatori e pescatori ed alcuni amici dei Vello; si fa sempre più buio, sono momenti concitati, drammatici. Il freddo è intenso e inizia a calare anche la nebbia. Poi arriva un altra auto, scendono due persone, sono la mamma ed il fratello del disperso che avvisati del fatto si sono precipitati sul posto assieme al padre. "Dov'è mio figlio?" chiede disperata la madre di Luigino Vello. I sommozzatori continuano a sondare il canale in più punti ma di Luigino non v'è traccia. In serata i medici del Cà Foncello trevigiano fanno sapere che Renè ce l'ha fatta e che il peggio è passato. Ma il pensiero ora è solo per Luigino, sposato e papà di un bimbo di 3 anni. La ricerca per ora è stata vana.
Marco Corazza
(Il Gazzettino, 7 gennaio ’05)

 

SAN STINO Un'altra giornata straziante per la famiglia Vello: nel pomeriggio i sommozzatori recuperano la salma del cacciatore disperso
Dalla speranza alla disperazione, ritrovato il corpo
Prima spunta uno stivale, poi il fucile, quindi il tragico epilogo: il cadavere messo a disposizione dell?autorità giudiziaria
San Stino
Ieri è stata una giornata lunga, dura e straziante per i familiari e gli amici di Luigino Vello il sanstinese cacciatore trentenne finito nel fiume "Canaon" in val Perera di Brussa di Caorle il pomeriggio di giovedì con il cugino Renè Vello, salvato poi in extremis da un altro cacciatore Ivano Amadio. Le ultime speranze di ritrovare vivo Luigino sono finite nel primo pomeriggio quando il corpo è stato ritrovato dai sommozzatori a circa cinquanta metri dalla zona in cui è avvenuta la tragedia.
I cugini Vello, appassionati di caccia, si erano recati l'altro ieri in località Rodelle dove possiedono un casone. Erano le 14.30 di giovedì quando con la loro barca hanno affrontato il profondo canale ignari della tragedia che li stava attendendo. Alle 15.40 il dramma, un colpo di fucile, il motore che va su di giri e le richieste di aiuto. Nessuno sa cosa sia davvero successo, di certo la barca si è rovesciata e tutti e due sono finiti in acqua. Renè viene preso per i capelli quando ormai sta per annegare, Luigino non viene cercato in un primo momento, nessuno infatti sa che c'era anche lui su quella barca. E' il papà di Luigino, Pietro, che si trova poco lontano dall'incidente, venuto a conoscenza dell'accaduto, a chiedere informazioni sulle condizioni di saute del familiare. I soccorritori cadono dalle nuvole, parte la richiesta di soccorso e tutti si mettono alla ricerca di Luigino, ma alle 22 ancora nessuna traccia. Con il buio e la nebbia è praticamente impossibile ritrovarlo. Le ricerche vengono sospese, e riprendono ieri mattina, quando alle 10 arrivano nuovamente i sommozzatori di Trieste e quelli di Venezia, coadiuvati dai collegi di Portogruaro con l' ausilio dell' elicottero e del servizio Natanti dei Carabinieri di Caorle. Sul posto arrivano i familiari del dispersolo, la moglie Regina, la mamma Rina, il papà ed il fratello Adriano fiduciosi di ritrovare il compianto ancora vivo. Le ricerche vengono dislocate in diversi punti con i sommozzatori che scandagliano il fiume in lungo ed in largo partendo dal punto dove è stato ripescato Renè. I pompieri di Portogruaro con un gommone partono dalla Brussa e risalgono a monte mentre i carabinieri con la motovedetta gli vanno incontro e l'elicottero di Mestre sorvola dall'alto. Passano diverse ore e con esse la speranza si affievolisce, ma non nella moglie che, sorretta dai familiari, fa la spola tra l'auto ed il punto dove accaduto l' incidente sicura che Luigino è ancora vivo. Arriva il pomeriggio, tutti sono ancora lì, nessuno si è fermato, nemmeno per pranzare, ad aspettare notizie. Poi improvvisamente spunta uno stivale, è di Luigino. La moglie del trentenne spera ancora in un miracolo..."È ancora vivo" dice con un groppo alla gola. Alle 14, dopo sei interminabili ore i familiari se ne vanno e Regina torna a casa ad abbracciare Alex il figlio di 3 anni che dal giorno prima non vede più il suo papà. Sul posto arriva il papà di Renè che subito chiede notizie sul ritrovamento del nipote ed informa sulle buone condizioni del figlio. Purtroppo, poco dopo le 14, riaffiora dal punto dove l' imbarcazione si è rovesciata un sommozzatore del nucleo triestino; ha con sè il fucile di Luigino, è il secondo ritrovamento dopo una giornata passata nel profondo fiume, ma è anche una preziosa informazione che fa intendere che lui potrebbe essere li vicino. Si cerca quindi un po' più a monte, il giorno prima infatti la marea stava risalendo. Pochi minuti e riaffiora anche l'altro stivale e alle 15 purtroppo il corpo senza vita di Luigino Vello viene ritrovato. La salma ricomposta è stata messa a disposizione dell autorità giudiziaria che vaglierà la possibilità dell'esame autoptico.
(Il Gazzettino, 8 gennaio ’05)

 

IL RICORDO DEI PARENTI
«La passione per la caccia fin da bambino, una tradizione in famiglia»
San Stino
Luigino era sposato con Regina. Alex, è il figlio di 3 anni che frequenta il primo anno della scuola per l'infanzia " J.Piaget " del Capoluogo. I suoi genitori sono papà Pietro che è pensionato e mamma Rina, casalinga. Luigino, con la sua famiglia, viveva in uno degli appartamenti della grande casa paterna. In un altro, abitano i suoi genitori. Nella parte centrale, c'è la casa della famiglia di Luciano, lo zio di Luigino e papà di Renè, con i nonni. Ieri, i genitori di Luigino non erano in casa. Già di prima mattina, l'ansia e il dolore per il figlio che non si trovava li ha portati in Brussa, nel luogo delle ricerche, per continuare a sperare, fino all'ultimo. Con loro, c'erano altri parenti ed alcuni amici. In particolare, quattro che condividono la grande passione per la caccia. " Luigino e Renè - racconta Daniela Pavan, una cugina - erano grandi appassionati di caccia. Una tradizione trasmessa dalla famiglia, incominciata quando i due cugini erano ancora bambini ". Daniela ricorda di aver appreso della disgrazia giovedì sera. Verso le 20.30 qualcuno che cercava i genitori di Luigino ha telefonato nella sua casa. "Quella persona mi ha riferito - sottolinea - che Renè era stato soccorso da due pescatori che si trovavano in zona. Avevano udito una grande accelerazione del motore della barca. Poi, un gran botto come se un remo avesse sbattuto violentemente sull'acqua. Sono accorsi e hanno visto un braccio di Renè uscire dall'acqua. Uno dei due pescatori lo ha salvato quando era ormai semiassiderato ". "In zona - continua Daniela - c'erano anche lo zio Luciano e Marco, un altro cugino. Sono accorsi richiamati dalle invocazioni d aiuto dei due pescatori. Luigino, invece, non si è trovato". "Non riesco proprio a capire cosa possa essere successo - conclude Daniela - perchè Luigino e Renè sapevano nuotare. Forse, saranno stati bloccati dall'acqua gelida, dagli indumenti". Sulla riva è rimasta la cagnetta portata per la caccia che, quasi intuendo la tragedia appena consumata, non si è mossa da lì . Dal letto d'ospedale dove è ricoverato, Renè non si dà pace per la perdita del cugino e lo ricorda con grande affetto. I due, fin dalla fanciullezza, erano molto legati. Erano cresciuti insieme. La notizia del dramma dell'altro ieri pomeriggio, nella valle della Brussa, ha lasciato sotto choc i sanstinesi. La famiglia Vello in paese è molto conosciuta. L'incidente in barena ha profondamente commosso ed addolorato chi conosceva il giovane camionista morto e il cugino salvato quando ormai era privo di sensi ma che ora, fortunatamente, è fuori pericolo.
Gianni Prataviera
Marco Corazza
(Il Gazzettino, 8 gennaio ’05)

 

Spara col fucile dalla finestra: denunciato
Nei guai un cacciatore di Cis.
A Campodenno trovate le trappole
CIS. Si era appostato alla finestra di casa con una carabina: da lì mirava agli uccellini. Ieri mattina i carabinieri della stazione di Rumo in collaborazione con i guardiacaccia, dopo un lungo periodo di appostamento hanno fermato e denunciato un cacciatore di cinquant'anni di Cis. I volatili sono al centro di un'altra operazione, conclusa dalla forestale a Campodenno: un uomo di 58 anni del posto è stato denunciato per aver catturato uccelli utilizzando le tagliole e della frutta come esca. Da tempo i carabinieri di Rumo erano sulle tracce di Z.L., 50 anni, di Cis. I militari sospettavano che l'uomo, cacciatore, potesse essere responsabile di alcuni spari che erano stati sentiti nei giorni precedenti in paese. In collaborazione con i guardacaccia della zona sono iniziati una serie di appostamenti, che ieri mattina, intorno alle 9, hanno dato i frutti sperati. I carabinieri, infatti, hanno visto Z.L. mentre imbracciava una carabina e sparava all'esterno della casa. Poco dopo i militari si sono presentati nell'abitazione del sospettato per la perquisizione domiciliare: all'interno della casa è stato trovato l'uccello morto la carabina calibro 22 e alcuni bossoli.
(Il Corriere delle Alpi,7 gennaio ’05)

 

I carabinieri seequestrano l'arma e la mettono a disposizione del magistrato. I pallini hanno sfiorato il fegato
Cade sul fucile e si spara alla natica
Singolare incidente per un giovane cacciatore. Indagini della Procura
di GILBERTO SCALABRINI
Sarà il pubblico ministero della Procura presso nil Tribunale di Spoleto a dire se si è trattato di un incidente o se invece è stata un'azione improvvida quella che ieri mattina è costata il ferimento al gluteo della natica destra di un giovane cacciatore. E' il primo incidente di caccia dell'anno e l'uomo, Juri P., 25 anni, residente a Gualdo Cattaneo, ha rischiato la vita perchè il colpo è andato molto vicino al fegato. Erano le 11,30 circa, quando in compagnia di altri amici cacciatori Juri si trovava all'interno di un bosco nella zona del Rotolone, tra Gualdo e Bevagna. Stavano scendendo un leggero vallone, per portarsi sulla strada e riprendere la via di casa. Era molto freddo e c'era un leggero velo di nebbia.
Juri pare che tenesse il fucile con la mano dietro alle gambe. Improvvisamente, forse per un attimo di distrazione, oppure perchè è scivolato o si è fermato per riposarsi, con la natica è finito sopra la canna del fucile. Il peso del suo corpo ha fatto partire il colpo: una fiammata accompagnata da un boato cupo, il cui rumore è stato amplificato dalla macchia. Mentre l'uomo veniva proiettato in avanti finendo in un vicino fossato, gli altri cacciatori che erano con lui restavano come folgorati dalla paura. Juri perdeva molto sangue dalla gamba e subito i suoi compagni, ripresisi dallo spavento, hanno dato l'allarme: prima al 118 e poi alla centrale operativa dei carabinieri. Gli operatori sanitari sono arrivati subito sul posto, anche se non è stato facile raggiungerlo. Sono stati attesi da alcuni cacciatori in località San Giovanni e guidati fino al punto in cui si trovava lo sventurato. Mentre erano in corso le operazioni di soccorso, sul posto giungevano pure i militari della stazione di Gualdo Cattaneo. Il giovane veniva trasferito subito all'ospedale di Foligno, e operato d'urgenza. La prognosi è di trenta giorni. I pallini gli hanno causato una brutta ferita al muscolo della natica destra. Fortunatamente erano pallini e non palle da cinghiale, altrimenti l'incidente avrebbe avuto dimensioni molto più gravi.
La notizia dell'incidente si è sparsa in un baleno nella zona, dove ieri mattina si trovavano molti cacciatori. Le indagini sono condotte, comunque, dal nucleo investigativo dei carabinieri che ha posto sotto sequestro il fucile del giovane e informato del fatto la Procura della Repubblica che ha aperto un fascicolo. Sono stati pure interrogati i testimoni oculari della vicenda, per ricostruire le varie fasi dell'incidente. Il colpo partito accidentalmente dal fucile di Juri, infatti, poteva colpire pure gli altri cacciatori, che si trovavano vicinissimi tra di loro.
(Il Messaggero, 9 gennaio ’05)

 

Colpito a morte durante una battuta
Cacciatore di 29 anni raggiunto dalla fucilata di un compagno
Aveva già deciso di appendere al chiodo il fucile e sposarsi Doveva essere l'ultima uscita al cinghiale
LUCCA. Ucciso da un colpo di fucile vicino al cuore in quella che doveva essere l'ultima battuta di caccia della sua vita. Massimiliano Bertoli, 29 anni, residente in località Lombardo a Turrite Cava, operaio all'Icl ex Alce - con la passione per la caccia al cinghiale ereditata dal padre Giuseppe, presente al momento della tragedia e che ha soccorso il figlio morente - tra pochi mesi avrebbe dovuto sposarsi. Quella organizzata ieri mattina doveva essere la sua ultima uscita con gli amici della squadra di cacciatori di Gioviano: il matrimonio alle porte, gli impegni di lavoro e le pressioni della fidanzata lo avevano convinto ad attaccare al chiodo doppiette, cartucciere e giberne. Ma un destino crudele era in agguato nel folto bosco in località Nozzandori sopra il lago di S. Romano nelle vicinanze di Borgo a Mozzano.
Ad ucciderlo - per un tragico errore - un compagno di caccia che, disperato, è stato ricoverato all'ospedale di Castelnuovo in stato di shock. Si tratta di Guido Franchi, 45 anni, residente in località Piola a Colle di Castelnuovo. «Voglio morire, ammazzatemi» ha gridato ai compagni appena resosi conto di aver colpito in pieno petto l'amico e non il cinghiale ferito.
L'uomo è stato iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio colposo. Sino a tarda sera sono stati sentiti dai carabinieri come persone informate dei fatti gli amici che si trovavano con la vittima - compresi lo zio e il padre - e che hanno ricostruito la dinamica del drammatico incidente di caccia.
Il gruppo - composto da una trentina di persone, in maggioranza esperte di caccia al cinghiale - si era ritrovato ieri mattina. Verso le 11 verificata in zona la presenza dell'animale la squadra si era divisa disponendosi sia a monte che a valle della radura in modo da accerchiare il cinghiale. Massimiliano Bertoli e Guido Franchi, muniti di radiotrasmittenti, erano stati piazzati dal caposquadra a monte. Avvistato l'animale avrebbero dovuto spingerlo a valle dove altri compagni di battuta erano pronti. Ma qualcosa dev'essere andato storto.
Alle 12.30 i cani hanno avvistato la preda. Il cinghiale si è messo a correre giungendo proprio nella zona dove erano dislocati vittima e omicida.
Massimiliano potrebbe essersi mosso prima del segnale convenzionale spostandosi quindi dalla zona di competenza oppure l'amico potrebbe avrebbe deciso di sparare al cinghiale a pochi metri di distanza accorgendosi troppo tardi di lui. Di certo c'è che la palla fuoriuscita dal fucile di Franchi ha colpito in pieno torace Massimiliano Bertoli, che è spirato tra le braccia del padre.
Luca Tronchetti Roberto Pieri
(Il Tirreno, 10 gennaio ’05)

 

Doveva sposarsi con un'insegnante
LUCCA. Aveva fissato le nozze per il 28 maggio e quella di ieri doveva essere l'ultima battuta di caccia. Un destino crudele ha invece spezzato la giovane vita di Massimiliano Bertoli: «Un ragazzo d'oro, buono e generoso» dice tra le lacrime la mamma Liviana, all'obitorio insieme al marito Giuseppe e ad alcuni parenti. C'è anche Elisa Peccioli, la fidanzata di Massimiliano. Insegnante di religione a San Colombano, si tocca nervosamente i capelli biondi, cerca di farsi forza e riesce a controllarsi finché arriva un amico e lei, distrutta, scoppia in un pianto irrefrenabile.
«Dovevano sposarsi l'ultimo sabato di maggio - racconta uno zio del cacciatore ucciso - e avevano ormai preparato tutto. Mancava solamente il menu, che i ragazzi volevano stabilire la prossima settimana insieme al ristoratore. Il resto era fatto. Le partecipazioni pronte, le bomboniere scelte, la lista degli invitati preparata. Alla cerimonia sarebbero dovuti venire anche nostri parenti dal Brasile e dagli Stati Uniti».
«E invece, ecco cosa è successo - dice con un filo di voce la mamma -. Massimiliano era andato a fare quella battuta. C'era anche il padre Giuseppe: al momento dell'incidente era più avanti e non ha visto nulla. Giuseppe ha sentito lo sparo e le grida, è corso indietro, ha preso tra le braccia mio figlio. Ma non c'era più nulla da fare».
Massimiliano e Elisa, che è di Barga, stavano insieme da 11 anni. Un amore sbocciato a prima vista tra due giovani perbene che sognavano un futuro sereno. A costo di sacrifici, di rinunce, di soldi risparmiati uno per uno avevano messo insieme il denaro per comprar casa a Gallicano.
«Erano felici, si amavano, erano fatti l'uno per l'altra - dice lo zio di Massimiliano -. Avevano già acquistato la crociera della Costa: volevano andare in viaggio di nozze nel Mediterraneo. Mio nipote non vedeva l'ora di partire. Mi aveva chiesto notizie su Tunisi, voleva sapere tutto sui luoghi che avrebbe dovuto visitare».
Davanti all'obitorio del Campo di Marte Elisa non resiste. Con una scusa entra perché vuole stare accanto al suo amore. Ma la legge ancora non lo permette.
«Ma domani (oggi, ndr) potrò vederlo?». Sì, le dicono. E lei se ne va nella notte. Con la disperazione nel cuore.
Duccio Casini
(Il Tirreno, 10 gennaio ’05)

 

PRECEDENTI
Altre due vittime in poco più di tre anni
LUCCA. Altri due giovani erano morti in tragedie analoghe.
Il 29 dicembre 2002 un operaio agricolo della Forestale rimase colpito a morte da un colpo di fucile sparato da un suo compagno di caccia.
Una tragica fatalità che spense la giovane vita di Diego Chesi, 29 anni, sposato, senza figli, residente a Sulcina, un borgo di poche anime a pochi chilometri dal parco dell'Orecchiella, nel territorio comunale di Villa Collemandina. Come molte altre volte, Chesi era uscito per la consueta battuta di caccia al cinghiale in compagnia di altri cacciatori, in totale una ventina di persone.
La zona scelta dal gruppo si trovava ai confini del parco naturale dell'Orecchiella, in località Montefrignone. Qui avvenne l'incidente.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, basata anche sulle testimonianze degli stessi cacciatori Chesi procedeva a fianco di un amico più esperto, più avanti di circa venti metri. Uno dei cani aveva avvistato il cinghiale e si era precipitato all'inseguimento. Un cacciatore della squadra aveva sparato sicuro, convinto di aver mirato all'animale. La palla però aveva colpito alla schiena Chesi, trapassandogli il corpo, e fuoriuscendo dal volto.
Altro tragico epilogo il 2 ottobre 2001 quando un giovane di Massa Macinaia, Gino Lombardi, morì dopo essere stato colpito per errore da alcuni colpi. Un compagno finì all'ospedale dove fu operato d'urgenza.
La tragedia avvenne poco dopo le 19.30 nell'alveo del padule del Bientina, a Colle di Compito. I tre cacciatori si divisero e a un certo punta una rosa di pallettoni raggiunto due amici, forse poco visibili anche perché stava calando la notte. Uno, Lombardi, residente a Massa Macinaia, fu colpito al torace e si è accasciò in una pozza di sangue, l'altro, 34 anni di Colle di Compito, riportò ferite all'addome.
Lombardi morì subito; l'altro fu portato in chirurgia per un intervento urgente.
(Il Tirreno10 gennaio ’05)

 

Perizia balistica sul fucile del cacciatore
La chiede l'avvocato difensore per stabilire la traiettoria dei colpi
LUCCA. La palla che ha colpito vicino al cuore Massimiliano Bertoli, 29 anni, l'operaio di Turrite Cava morto in una battuta di caccia al cinghiale, non era stata modificata e quindi non era di genere proibito come invece era accaduto in altri casi analoghi. E' quanto emergerebbe dai primi accertamenti effettuati dall'autorità giudiziaria per chiarire con esattezza cause e modalità dell'incidente di caccia avvenuto sabato mattina poco dopo le 12.30 nei boschi di San Romano sopra Borgo a Mozzano.
Ma per aver un quadro completo della vicenda il magistrato Lucia Rugani attende l'esame autoptico che stamani verrà effettuato all'obitorio Campo di Marte dal medico legale Stefano Pierotti. Verrà estratta la palla che ha ucciso il giovane e ricostruita la traiettoria fatale.
Un'autopsia che esclude quindi l'ipotesi di espianto degli organi della vittima richiesto dalla famiglia che adesso attende di ricevere il nullaosta per la sepoltura in modo da fissare la data dei funerali.
Intanto Guido Franchi, 45 anni, operaio in una cartiera della Garfagnana, indagato con l'accusa di omicidio colposo ha nominato come legale di fiducia l'avvocato Italo Galligani. Il cacciatore da due giorni non esce di casa. Non riesce a darsi pace e nemmeno a capacitarsi di quanto è accaduto. Si dispera e a stento trattiene le lacrime.
Ricorda soltanto di aver sparato tre colpi con il suo automatico colpendo in tre punti il cinghiale, di aver ricaricato e fatto fuoco una quarta volta e di aver alzato gli occhi vedendo a terra l'amico colpito a morte. Più passano le ore e più l'indagato non riesce a capire come la vittima si sia potuta trovare sulla traiettoria del suo fucile. Lì, a suo avviso, Massimiliano Bertoli non avrebbe dovuto starci. Proprio in virtù del suo racconto - Franchi è stato ascoltato nell'immediatezza soltanto dai carabinieri della stazione di Gallicano assieme a quelli del radiomobile di Castelnuovo diretti dal maresciallo Angelone e il magistrato dovrà interrogarlo a breve - l'avvocato Galligani chiederà una perizia balistica per avere la certezza che sia stato proprio l'automatico sequestrato dell'operaio a far fuoco accidentalmente contro il giovane di Turrite. Sembra infatti che vi fosse un altro cacciatore - più in basso - che all'arrivo dell'animale avrebbe sparato.
E' necessario quindi effettuare un'ulteriore verifica per escludere anche quest'eventualità che altrimenti potrebbe inficiare l'indagine modificandone la rotta già tracciata dagli inquirenti. Il cinghiale ferito è stato ucciso più tardi con un'iniezione.
Nessuno tra i componenti la squadra di Gioviano (erano 25-26 i cacciatori che hanno preso parte alla tragica battuta) ha voluto quel cimelio di caccia.
Luca Tronchetti
(Il Tirreno, 12 gennaio ’05)

 

Ieri pomeriggio nella chiesa di Bolognana i funerali di Massimiliano Bertoli
Fucile sequestrato a un altro cacciatore Si allarga l'inchiesta sul giovane ucciso
Sabato sarà effettuato un sopralluogo nel bosco di Nozzandori
Tanta gente ai funerali nella chiesa di Bolognana
LUCCA. I Cc del reparto opertivo di Castelnuovo hanno sequestrato il fucile automatico di un cacciatore che faceva parte della squadra di Gioviano che partecipò alla tragica battuta di caccia al cinghiale nella quale rimase ucciso Massimiliano Bertoli, 29 anni, colpito vicino al cuore. L'uomo - che si trovava in una postazione più in alto rispetto a quella dove si trovavano la vittima e il presunto autore dell'omicidio colposo - avrebbe sparato al cinghiale qualche istante prima che Guido Franchi, 45 anni, di Castelnuovo facesse fuoco.
È la stessa persona che, subito dopo la tragedia, si affrettò a togliere il fucile e le cartuccie al collega temendo che questi - in preda alla disperazione - potesse usare l'arma contro di sè. Al momento Franchi - difeso dall'avvocato Italo Galligani - resta l'unico iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio colposo. Ma il sostituto procuratore Lucia Rugani e gli stessi carabinieri vogliono sgombrare il campo da qualunque ipotesi diversa. E cioè che a colpire a morte l'operaio non sia stato il fucile di Franchi, ma quello dell'altro cacciatore - parente della vittima - che, in virtù di una ricostruzione effettuata successivamente, avrebbe sparato qualche secondo prima in direzione dell'animale - ferito dalle tre palle esplose dall'indagato - almeno un colpo. Per questo motivo sabato verrà effettuato un sopralluogo nel bosco di Nozzandori - più precisamente sul luogo della tragedia - a cui parteciperanno gli inquirenti e le parti in causa.
D'altronde le prime dichiarazioni rilasciate, in stato di shock, da parte del principale indiziato non lasciavano grandi spazi a soluzioni diverse. Ma con l'esame autoptico, i successivi accertamenti e le nuove dichiarazioni dell'indagato la situazione è radicalmente mutata. Un puzzle non facile da comporre anche perchè i due fucili sotto sequestro hanno sparato le medesime palle ed entrambi sono a canne liscie anzichè rigate quindi non è possibile stabilire con certezza quale palla ha colpito a morte Massimiliano Bertoli. Non è da escludere che, nelle prossime ore, il magistrato nomini un perito balistico che possa fornire risposte più certe. Il sopralluogo dovrebbe servire anche a stabilire la traiettoria.
Intanto ieri nella chiesa parrocchiale di Bolognana gremita all'inverosimile, e alla presenza dei genitori e dell'adorata fidanzata che avrebbe dovuto sposare a maggio, si sono svolti i funerali di Massimiliano Bertoli.
Luca Tronchetti

Il Tirreno, 14 gennaio ’05)


Rinvenuti 4 bossoli nel bosco
CASTELNUOVO. Un tecnico dotato di dispositivo satellitare Gps ha consentito agli inquirenti di rilevare con una certa precisione la posizione di Massimiliano Bertoli, 29 anni, vittima dell'incidente di caccia, quella di Guido Franchi, 45 anni, il cacciatore indagato per omicidio colposo e quella dell'altro componente la squadra di Gioviano - parente del deceduto - che avrebbe sparato una fucilata proprio nel frangente in cui Bertoli cadde ucciso da una palla.
Gli inquirenti giudicano positivo il sopralluogo effettuato ieri mattina nei boschi di Nozzandori, sopra S. Romano di Borgo a Mozzano, teatro della tragedia che una settimana fa strappò all'affetto dei suoi cari e degli amici l'operaio di Turrite Cava. Alla ricognizione hanno partecipato - oltre al sostituto Lucia Rugani, al medico legale Stefano Pierotti e al comandante del reparto operativo dei Cc, Angelone - anche l'indagato e l'altro cacciatore. Sono stati rinvenuti 4 bossoli in prossimità del punto dove morì Massimiliano Bertoli. Tre colpirono il cinghiale, uno il giovane. Nonostante le ricerche, invece, nessuna traccia dell'altro bossolo, quello esploso dall'automatico del parente della vittima la cui posizione si è notevolmente alleggerita. Adesso verrà eseguita una mappatura definitiva nella quale verranno collocati i protagonisti della vicenda in modo da disegnare traiettorie e direzioni utili per definire meglio le singole responsabilità. Luca Tronchetti
(Il Tirreno, 17 gennaio ’05))

 

Genova, cacciatore ucciso
durante battuta al cinghiale
ISOLA DEL CANTONE (GENOVA) - Un cacciatore di 64 anni, Filippo Ferrando, residente a Ronco Scrivia, è morto stamani nel corso di una battuta di caccia al cinghiale a Prarolo, una frazione del comune di Isola del Cantone in provincia di Genova.
Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, l'uomo è stato colpito mortalmente da un proiettile che lo ha raggiunto ad un fianco. A sparare sarebbe stato un trentenne del luogo che vedendo muovere qualcosa tra i cespugli ha premuto il grilletto.
I militari stanno ascoltando i partecipanti alla battuta di caccia per chiarire le circostanze e la dinamica di quanto accaduto.
(La Repubblica, 9 gennaio’05)

 

domenica 9 gennaio 2005

Arzana, protesta cacciatori per vincoli parco Gennargentu 

Scontri con la Forestale, incendiata auto

LANUSEI

Momenti di tensione nelle campagne di Arzana tra cacciatori che protestavano contro i vincoli imposti dalla legge istitutiva del Parco nazionale del Gennargentu e agenti del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione autonoma della Sardegna. I cacciatori, circa 500, hanno bloccato con le loro auto le strade di accesso alle zone 'vietate' per non far passare i mezzi della Forestale. Ne e' nato un confronto con minacce e spintoni. Nel frattempo qualcuno ha tentato di incendiare un fuoristrada della Forestale. Le fiamme sono state subito spente dagli agenti, ma il mezzo ha riportato danni alla parte posteriore. In contemporanea alle pendici del massiccio del Gennargentu si e' riunito all'aperto il consiglio comunale di Baunei che ha chiesto il ritiro del decreto istitutivo del parco.

(ANSAweb)

 

Spara e uccide il compagno di caccia
TRAGEDIA IN VALLESCRIVIA La sciagura è avvenuta ieri mattina nei boschi di Prarolo, sulle alture di Isola del Cantone
Muore un sessantenne colpito dal pallettone destinato al cinghiale
Isola del Cantone È ancora buio alle sette e mezza della mattina di ieri sulla collina di Prarolo, borgo di cacciatori, quando uno sparo echeggia nella valle dello Scrivia. Fa freddo. Tempo di battute al cinghiale, puntuali ogni mercoledì e ogni domenica di tutta la stagione. Un uomo sta morendo, stroncato da quel proiettile a palla destinato a una preda. Solo all'alba la notizia arriverà in paese, dove il rimbombo di uno sparo non fa spavento se la caccia è aperta. Lassù, invece, tra rocce e arbusti senza foglie una tragedia si è appena compiuta.
Una mattina di caccia si è chiusa così sulle alture di Isola del Cantone, per un errore, l'imprudenza di un cacciatore, una fatalità. Presto per dirlo. Di certo Filippo Ferrando, 64 anni, ferroviere a riposo con una moglie e un figlio già sposato, residente a Ronco Scrivia, ha chiuso con la vita su uno dei sentieri che per tanti anni aveva calpestato con il fucile in spalla. Lo ha ucciso un amico e compagno di tante battute, «quasi un figlio» spiegherà la moglie Cecilia Marthyn in lacrime, Alessandro Castelnuovo, 31 anni, sposato e padre di una bimba di tre anni, un impiego nell'azienda del suocero, residente a Isola in via Serri. «Lo aveva chiamato al telefono sabato sera per invitarlo a caccia, era un po' che non partecipava», racconta Pietro Mirabelli, 60 anni, pensionato dell'Enel, anche lui ieri mattina sullo stesso versante.
Succede tutto tra le sette e le otto, quando l'operazione, organizzata in ogni dettaglio e gestita come impone la legge con ricetrasmittenti, giubbotti e postazioni fisse, è solo agli inizi. In sedici si sono ritrovati nel centro di Prarolo, cinquanta anime, come si dice dei borghi semi abbandonati dell'entroterra. «Siamo una squadra di fratelli», dice orgoglioso il loro capo Paolino Bobbio, 53 anni, impiegato. Si sono incontrati con l'entusiasmo di sempre e si sono incamminati verso i posti battuti da una vita: «Da 44 anni vado a caccia - ricorda Mirabelli - ed è dal 19 settembre che non perdiamo un solo giorno consentito».
Sono quasi tutti in postazione, alla distanza prestabilita di trenta, cinquanta metri l'uno dall'altro, quando la situazione precipita. Il battitore con i cani non è ancora partito. Le comunicazioni si succedono via radio. Tutto è sotto il controllo di Gianpiero Ponte, 41 anni, metalmeccanico ed Ezio Valente, 49 anni, operaio Enel. «Di solito i cinghiali non dovrebbero muoversi se i cani non si sono ancora incamminati. Ma se capita si può sparare anche prima». Alessandro Castelnuovo, ragazzo preciso «non un esaltato», ne individua uno. «C'erano eccome - ricorda Ponte - si erano già visti». Anche Filippo Ferrando ne ha scorto uno. La braccata ha inizio. La norma e il buonsenso vogliono che non ci si muova dalle postazioni fisse, senza avvisare via radio i compagni spiegando dove ci si dirige: «Di solito ci mettiamo anche il giubbotto speciale che facilita l'avvistamento dei compagni di caccia», spiega Mirabelli.
Che cosa accada esattamente sarà l'inchiesta della procura e dei carabinieri di Isola del Cantone ad appurarlo. Secondo le prime testimonianze Ferrando lascia la sua postazione, probabilmente per mettersi all'inseguimento di un cinghiale, senza indossare il giubotto catarifrangente. Entra nell'area tenuta sotto tiro dall'amico, Castelnuovo. Il trentunenne vede qualcosa muoversi davanti a sé, 35 metri più in basso. Siamo in un versante impervio, è buio. Spara: «Avevo visto i cinghiali - racconterà ai carabinieri - Ho notato del movimento e ho premuto il grilletto». Il proiettile in palla trafigge al fianco il compagno di braccata. Via radio, alle orecchie dei sedici della squadra arrivano le prime notizie della tragedia.
In pochi istanti viene raggiunto il corpo del sessantenne. Una telefonata mobilita la centrale del 118 Genova soccorso e verso la valle del rio della Fossa partono i vigili del fuoco di Busalla via terra e un elicottero del 118 del Piemonte. Quando i soccorritori arrivano al ferito non c'è più nulla da fare. Alessandro Castelnuovo sotto choc cade a terra per la disperazione, sviene. Viene sostenuto dall'affetto dei compagni di caccia e degli amici, accompagnato a valle, nella caserma dei carabinieri. Dovrà chiarire che cosa è successo, con l'aiuto degli altri testimoni. E spiegare il perché di quello sparo nel buio.
Graziano Cetara
(Il Secolo XIX, 10 gennaio ’05)

 

La vedova: «Alessandro sarà quello che soffrirà di più»
Il dolore di Cecilia Marthyn: «Sono distrutta, mio marito e quel ragazzo erano come padre e figlio» LA FAMIGLIA DELLA VITTIMA Un rapporto stretto legava Filippo Ferrando, ferroviere in pensione, al trentaduenne che ha provocato l'incidente
Era una amicizia nata nell'ambiente della caccia e quasi sublimata in rapporto di affetto padre-figlio, quella tra il pensionato vittima e il più giovane compagno di squadra che ha sparato, uccidendolo. E' il retroscena straziante che intreccia le prime impressioni raccolte a caldo dalla famiglia di Filippo Ferrando, ieri mattina, a poche ore dal tragico incidente avvenuto nei boschi di Isola del Cantone. Non c'è spazio per dubbi, rancori o recriminazioni nel nido in cui si è rifugiata la famiglia Ferrando nella frazione di Prarolo. Si sono riuniti dal consuocero Sergio Cornero, assessore comunale, quasi dirimpetto alla casa dell'altro cacciatore che ha esploso il colpo di fucile. «Penso che adesso Alessandro è forse quello che soffre più di tutti - dice Cecilia Marthyn, la moglie della vittima - erano come padre e figlio con mio marito. Qui tutti sono grandi amici, ma proprio fra loro due... è una tragedia nella tragedia».
I familiari del ferroviere descrivono una delle tante storie di vita che si annodano in questi paesi. L'unico figlio del pensionato Diego Ferrando mette su casa a Prarolo accanto ai consuoceri. Così il padre Filippo, pur continuando ad abitare a Ronco Scrivia con la moglie, si inserisce nell'ambiente dei frazionisti e partecipa alle battute della squadra Mereta-Prarolo.
Tra il pensionato e Alessandro Castelnuovo, che ha trent'anni di meno, nascono subito una grande amicizia e un grande affetto. «A Natale Alessandro gli aveva regalato le calze termiche da caccia - prosegue Cecilia Marthyn - mio marito le ha messe per la prima volta proprio questa mattina. Scherzava, diceva che se non avessero preso il cinghiale le avrebbe ridate ad Alessandro perché portavano sfortuna». E' una storia di sentimenti semplici che circonda anche la figura del pensionato nel quartiere di residenza a Ronco Scrivia. Una manciata di chilometri da Isola, zona Mereta, una miriade di mini alloggi costruiti in cooperativa tra gli occupanti. «Era un uomo che aveva una buona azione per tutti - dice Giudo Spena, vicino di casa - davvero disponibile, oltre alla caccia era appassionato di piccolo artigianato, organizzava dei mercatini per le feste e la parrocchia».
Molti dei presepi ancora accesi negli appartamenti dei condomini di via Primo Maggio li aveva costruiti con le sue mani e regalati ai vicini. Ora la moglie improvvisamente ricorda che sul tavolo della cucina c'è ancora il biglietto scritto dal pensionato prima di uscire di casa. "Se va tutto bene ti telefono a mezzogiorno, poi vengo a mangiare". Ma nell'appartamento silenzioso il telefono è squillato un paio di ore prima per annunciare la disgrazia.
(Il Secolo XIX, 10 gennaio ’05)

 

È il terzo episodio dall'inizio della stagione venatoria
Nel 2003, con sei morti, la Liguria è stata al primo posto nella triste classifica delle vittime della caccia. Il dato è della Lega per l'abolizione della caccia (Lac) che nella stagione venatoria conclusasi all'inizio del 2004 ha contato cinquanta morti tra i cacciatori a livello nazionale, più una persona coinvolta per errore. Nello stesso periodo si sono registrati ottantotto feriti gravi, sempre sul territorio nazionale. L'anno scorso il bilancio è stato relativamente meno drammatico. Il 7 gennaio 2004, sulle alture di Albenga, Emilio Di Marco, 52 anni, imprenditore agricolo, ex consigliere comunale di Camporosso, aveva perso la vita durante una battuta di caccia al cinghiale: l'uomo era stato centrato in pieno petto da un compagno.
Il 12 dicembre 2004 un analogo incidente mortale è accaduto nei boschi di Velva, nel comune di Castiglione Chiavarese. Un pensionato di Lavagna, Bruno Venuti, 69 anni, detto Aldo, è stato colpito da un altro cacciatore. All'origine della tragedia, anche l'imprudenza dell'anziano che aveva abbandonato la propria postazione per scendere a valle e sparare a un cinghiale ferito. Ha fatto scalpore poi la tremenda fine di un cacciatore siciliano, Antonio Grasso, 38 anni, residente a Zaffarena Etnea, il quale si è tolto la vita il 18 settembre 2004 dopo aver ucciso per errore il figlio dodicenne durante una battuta venatoria sulle pendici dell'Etna.
Ieri la tragedia di Isola del Cantone. Tragedia che, secondo la Lac, «si poteva evitare rispettando le leggi statali». «L'articolo 18 della legge 157 del '92 - si legge in un comunicato della Lac - prevede che la caccia al cinghiale duri al massimo tre mesi. In Provincia di Genova la caccia al cinghiale è iniziata il 19 settembre e quindi doveva concludersi il 19 dicembre. Ma l'amministrazione provinciale ha prorogato la caccia al cinghiale a tutto gennaio applicando un codicillo illegittimo inserito nel 2001 nella legge regionale».
(Il Secolo XIX 10 gennaio ’05)

 

Ferito dalla fucilata di un compagno
L'incidente è avvenuto durante una battuta di caccia al cinghiale
L'uomo è stato sottoposto a un intervento chirurgico all'ospedale di Portoferraio
MARCIANA MARINA. Un uomo è rimasto ferito da un colpo di fucile mentre stava partecipando a una battuta di caccia al cinghiale. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, sui quali stanno ancora indagando i carabinieri e gli agenti del Corpo forestale dello stato, il cacciatore sarebbe stato colpito da un pallettone sparato da un compagno. All'ospedale è finito Angelo Mazzei, 59 anni, di Marciana Marina, che nell'estate scorsa ha lavorato come ormeggiatore in porto.
È accaduto nel pomeriggio di ieri nella zona dell'Erbario, una zona non lontana da Capobagno, comune di Marciana Marina.
Erano circa le 14, Angelo Mazzei stava seguendo uno dei suoi cani quando, all'improvviso, un pallettone lo ha colpito al polpaccio della gamba destra. Non gli è stata lesionata l'arteria, ma Mazzei ha perduto molto sangue. Ad allertare i soccorsi sono stati gli stessi compagni della squadra di caccia. Il 118, a sua volta, ha allertato la Pubblica assistenza marinese i cui volontari hanno raggiunto il luogo dell'incidente in poco tempo. I volontari di Marciana Marina si sono diretti a tutta velocità per Procchio, dove si è svolto il rendez vous con l'ambulanza medicalizzata della Croce Verde partita da Portoferraio.
L'uomo è arrivato all'ospedale intorno alle 15 ed è stato subito sottoposto ad alcuni esami diagnostici quindi, per evitare infezioni, Mazzei è stato portato in sala operatoria, dove gli sono stati asportati i pallini e gli è stato ricucito il tessuto muscolare. Durante il trasferimento da Marciana Marina a Portoferraio non ha mai perso conoscenza.
Mazzei e i suo compagni erano partiti di buon mattino per raggiungere la zona di Campobagno, sopra le colline di Marciana Marina. Qui il gruppo di cacciatori è entrato nel bosco ed è iniziata la battuta, con alcuni partecipanti che si sono piazzati alle poste.
E proprio da un cacciatore, fermo a una delle poste, sarebbe partito il colpo di fucile che poi ha ferito Mazzei. Il nome del feritore non è stato reso noto, ma i carabinieri hanno interrogato a lungo, sino alla tarda serata di ieri, tutti i partecipanti alla cacciata per definire con esattezza la dinaminca dell'incidente. Al momento, comunque, non ci sarebbero persone indagate, anche se chi ha sparato il colpo che poi ha ferito Mazzei rischia una denuncia per lesioni colpose aggravate.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti effettuata dei militari della caserma di Marciana Marina, non è escluso che Mazzei possa essere stato colpito da una pallottola che prima di raggiungere la sua gamba sia rimbalzata da una roccia. Molti i compagni della squadra di caccia che ieri sono andati in ospedale a trovare Mazzei. (Il Tirreno, 10 gennaio ’05)

 

Marciana Marina
Il ferito a caccia non denuncerà lo sparatore
MARCIANA MARINA. Concluse le indagini per l'incidente di caccia di sabato scorso in cui Angelo Mazzei, 59 anni, di Marciana Marina, è rimasto ferito a un polpaccio da una fucilata di un compagno di battuta. A sparare colpendo l'uomo, un compagno di caccia residente a Pisa che ha partecipato con regolari licenze come ospite alla sfortunata battuta al cinghiale. Per il momento Mazzei non avrebbe denunciato l'amico e per questo non ci sarebbero né indagati né denunce per lesioni.
Secondo una prima ricostruzione dell'incidente avvenuto alle 14 di sabato in località Campobagnolo nel comune di Marciana Marina, l'uomo avrebbe sparato per errore in direzione del Mazzei mentre nella zona passava un cinghiale.
I carabinieri di Marciana Marina dopo un soprallugo sul luogo dell'incidente e dopo aver sentito tutti i compagni di battuta, hanno inviato il fascicolo al pm livornese Paola Rizzo.
Intanto migliorano le condizioni di Mazzei ancora ricoverato con 21 giorni di prognosi nel reparto di chirurgia e che nella giornata di sabato è stato sottoposto a intervento chirurgico per la ricostruzione del tessuto muscolare danneggiato.
(Il Tirreno, 13 gennaio ’05)

 

Cacciatore precipita in un dirupo: salvato dall'elicottero dei vigili del fuoco
Brutta avventura per un cacciatore finito in un dirupo durante una battuta di cinghiale nelle campagne di Villanova Monteleone. L'uomo, Mario Masia, 45 anni, originario di Ossi ma residente a Sassari ormai da molti anni, si trovava in località Scomunigada, a una quindicina di chilometri dalla periferia del paese, una zona impervia e piuttosto frequentata dai cacciatori, quando ha messo un piede in fallo cadendo rovinosamente lungo un dislivello roccioso. Uno scivolone di qualche metro che gli ha procurato una brutta frattura alla caviglia destra. Il cacciatore è rimasto bloccato sul costone per diverse ore ad attendere i compagni che si trovavano alla posta in punti lontani dal luogo dell'incidente, ignari di quanto era accaduto al loro amico. Mario Masia, però, non si è fatto prendere dalla sconforto: ha slacciato la scarpa per alleviare il dolore e ha aspettato con pazienza che qualcuno lo venisse a cercare. Intorno alle 14.30 i componenti della compagnia di caccia hanno fatto rientro alle macchine rendendosi così conto che uno di loro mancava all'appello. Lo hanno cercato per una buona mezz'ora e, una volta individuato, alcuni hanno anche tentato un'operazione di recupero che si è rivelata molto più difficile e pericolosa di quanto potessero immaginare. Immediata la richiesta di aiuto al 118. I soccorsi però non sono stati in grado di raggiungere il cacciatore via terra. Il punto in cui si trovava l'infortunato, infatti, è particolarmente ricco di vegetazione spontanea, un ambiente inaccessibile ai mezzi di trasporto gommati. Così si è reso necessario chiedere l'intervento del nucleo elicotteri dei vigili del fuoco di Fertilia. Alle 15.45 Drago 59 si è levato dal piazzale e in pochi minuti ha raggiunto il costone in prossimità della discoteca la Siesta, dove, parcheggiata sulla strada a poche centinaia di metri dal luogo dell'incidente, si trovava anche un autoambulanza della Misericordia. Un vigile si è calato con le funi, portando con sé l'imbracatura necessaria per assicurare il ferito. Ci sono stati momenti di tensione per l'uomo che, stremato dal dolore e dalla stanchezza, ha tentato di agevolare i suoi soccorritori per quanto poteva. L'elicottero ha trasportato Mario Masia fino alla strada principale e da qui ci hanno pensato i volontari della Misericordia ad accompagnarlo al pronto soccorso dell'Ospedale civile. Il cacciatore, dopo una prima visita, è stato poi trasferito nel reparto di ortopedia dell'ospedale Marino dove i medici gli hanno riscontrato una frattura del piede. Caterina Fiori
(L'Unione Sarda 10 gennaio ’05)

ANSAweb

 

La testimonianza di Barbara Conti
Pallottola in casa Si esclude l'attentato
COMUNANZA - I carabinieri della compagnia di Montegiorgio escludono in maniera categoria la pista dell'attentato riguardo all'oscuro episodio accaduto ieri mattina in contrada Passafiume ricadente nel territorio di Comunanza.
«Erano circa le ore 11 - racconta la signora Barbara Conti - e stavo facendo le pulizie di casa. Nell'altra stanza c'era mio figlio di otto anni. Ad un certo punto abbiamo sentito degli spari provenire dalla collinetta prospiciente ed un proiettile ha forato la finestra del salone per andarsi a conficcare nel muro. Per me lo spavento è stato enorme: immaginare che potevo essere sulla traiettoria della pallottola mi ha gelato il sangue! E se mio figlio fosse entrato in quel momento nel salone dove c'ero io? Dopo essermi ripresa dallo spavento - prosegue la signora Conti - ho provveduto ad informare i carabinieri».
Quest'ultimi sono arrivati sul posto poco dopo. Il proiettile recuperato è ora al vaglio degli specialisti dell'Arma. Dal calibro si deduce che sia compatibile con il fucile (carabina) utilizzato per la caccia al cinghiale. Nella zona, vicina al laghetto di Villa Pera, infatti, ogni fine settimana si ritrovano spesso diversi cacciatori. I militari dell'Arma proseguono le indaganiper risalire agli autori, probabilmente cacciatori iscritti a qualche associazione venatoria del circondario. Non si esclude nemmeno che in quel momento qualcuno stesse provando un fucile nuovo. La collina dal quale presumibilmente è partito il colpo di fucile, dista centinaia e centinaia di metri dall'abitazione in contrada Passafiume e sarebbe quindi da escludere ogni ipotesi di attentato. Insomma nessun cecchino tra i Sibillini come qualcuno ha messo in giro la voce nel paese... Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri di Montegiorgio quindi si tratta probabilmente di un colpo di fucile partito per pura fatalità.
(Corriere Adriatico 11 gennaio ‘05

 

E' successo a Caletta
Si uccide in giardino con il fucile
CASTIGLIONCELLO. Dopo colazione è uscito di casa, fucile in custodia, per recarsi a caccia. Dopo pochi metri si è ucciso nel giardino dell'abitazione di Caletta, puntandosi le canne direttamente alla testa.
La moglie, udito il colpo, è subito accorsa. Si è trovata davanti una scena raccapricciante: il corpo del marito riverso in un lago di sangue.
Inutili i soccorsi. Si tratta di M.C.; aveva 67 anni, anni fa aveva perduto un figlio. Da allora pare che l'uomo non fosse stato più bene.
Il corpo, sottoposto al controllo del medico legale Luigi Papi, è stato trasportato all'obitorio del cimitero comunale e messo a disposizione dell'autorità giudiziaria.
Il magistrato di turno ha dato il nullaosta alla rimozione del cadavere, dopo aver ricevuto il rapporto della squadra anticrimine del commissariato e quello con le dichiarazioni del medico che ha praticato la ricognizione esterna.
(Il Tirreno, 12 gennaio ’05)

 

MERCATELLO SUL METAURO (PESARO URBINO): INTERROTTA DAI FORESTALI BATTUTA DI CACCIA NOTTURNA
Quattro uomini, a bordo di una jeep e pronti a sparare con un fucile automatico alla selvaggina, sono stati intercettati e bloccati da forestali e carabinieri. Uno di loro si è assunto la responsabilità ed è stato denunciato
12 Gennaio – Quattro cacciatori sono usciti in piena notte a bordo della loro jeep, con un fucile automatico pronto a sparare: un vero e proprio safari per abbattere qualunque capo di selvaggina si parasse loro davanti. Ma nelle campagne di Mercatello su Metauro i quattro bracconieri si sono imbattuti in una pattuglia del Corpo Forestale dello Stato e una dei Carabinieri. Il proprietario della jeep e del fucile automatico (con un colpo in canna) è stato denunciato a piede libero per caccia dopo la chiusura dell’attività venatoria e per aver sparato dall’auto in corsa ad una lepre ritrovata morta. Gli agenti hanno sequestrato l’arma e quindici cartucce a pallini. L’uomo che la possedeva, un operaio cinquantenne di Mercatello, si è assunto ogni responsabilità per la caccia notturna, scagionando i compagni.

(www.newsletterrcorpoforestale.it, 12 gennaio ’05)

 

Sedicenne uccide la madre mentre gioca col fucile
IN VALLE D'AOSTA
AOSTA - È stata uccisa con un colpo di fucile partito da una doppietta che stava armeggiando il figlio sedicenne. È accaduto ieri pomeriggio in una villetta in frazione Rapy di Verrayes, piccolo paese a pochi chilometri da Saint Vincent. La vittima è Lorella Perrin, di 40 anni, che è morta sul colpo dopo che il proiettile, entrato dalla spalla, le ha leso degli organi vitali. In quel momento in casa non c'era il padre, Renzo Navillod, presidente della sezione locale dei cacciatori. Secondo quanto hanno ricostruito i carabinieri, Renzo Navillod sarebbe rincasato verso mezzogiorno dopo una battuta di caccia e avrebbe consegnato il fucile (in casa ne ha parecchi) al figlio sedicenne, con il compito di riporlo. Il ragazzo, invece di limitarsi a eseguire l'ordine, avrebbe armeggiato per alcuni minuti con l'arma e a un tratto la madre, che passava per caso in quel posto, sarebbe stata raggiunta dal proiettile partito accidentalmente dal grilletto azionato dal figlio.
(Giornale di Brescia, 16 gennaio ’05)

 

Armeggia con fucile, uccide madre
La vittima e' una quarantenne valdostana
(ANSA) - AOSTA, 15 GEN - Una donna di 40 anni e' stata uccisa con un colpo di fucile partito da una doppietta che stava armeggiando il figlio sedicenne. E' accaduto in una villetta di un paese a pochi chilometri da Saint Vincent. La vittima e' morta sul colpo. In quel momento in casa non c'era il padre, presidente della sezione locale dei cacciatori.
Secondo i carabinieri, il colpo letale e' partito mentre il figlio stava maneggiando i fucili da caccia del padre.

 

Aosta. Il 16enne aveva in mano l'arma del padre. Vittima la 40enne Lorella Perrin
Uccide la mamma col fucile Disgrazia per imprudenza
AOSTA - «Una disgrazia causata dall'imprudenza», così gli inquirenti definiscono il fatto di sangue in cui una donna di 40 anni, Lorella Perrin, di Verrayes (Aosta), è morta sabato pomeriggio per un colpo di fucile fatto partire inavvertitamente dal figlio sedicenne. La procura dei minori di Torino ha aperto un fascicolo, a carico del ragazzo, per omicidio colposo. La procura di Aosta (pm Luca Ceccanti) ha invece avviato un'inchiesta nei confronti di Renzo Navillon, di 48 anni, marito della donna e presidente della locale sezione dei cacciatori, ipotizzando i reati di omessa custodia di arma da fuoco e incauto affidamento di arma a minore. E' stata eseguita l'autopsia: «Un atto dovuto», dicono gli inquirenti, precisando che l'omicidio non presenta zone d'ombra. I carabinieri di Saint Vincent ritengono infatti di aver fatto piena luce sull'episodio che ha gettato nello sconforto l'intera comunità di Verrayes, piccolo centro agricolo-turistico situato su una balconata a poco più di 1000 metri di quota, sulla destra orografica della Dora Baltea, che domina il fondo valle tra Aosta e Saint Vincent. Alla tragedia ha assistito la figlia quattordicenne della donna, non era invece presente la figlia di soli quattro anni. La ragazza ha confermato la versione fornita ai carabinieri dal padre e dal ragazzo, assistititi rispettivamente dagli avvocati del Foro di Aosta: Stefano Moniotto e Adele Murino. Rientrato nella villetta in frazione Rapy da una battuta di caccia, Renzo Moniotto - che tra l'altro gestisce un bar ristorante - ha consegnato la carabina semiautomatica calibro 12 al figlio perché la riponesse nell'armadio di sicurezza assieme agli altri fucili. Il ragazzo invece di eseguire l'ordine si è messo ad armeggiare ed ha fatto entrare in canna la cartuccia a pallini che si trovava nel serbatoio. Così facendo ha armato il fucile e quando, inconsapevolmente, ha premuto il grilletto e fatto partire il colpo, la rosa di pallini ha colpito la donna ad un fianco. Oltre a conficcarsi nel braccio i pallini hanno raggiunto l'addome di Lorella Perrin che è morta dopo pochi minuti.
(La Provincia, Quotidiano di Cremona e Crema, 17 gennaio ’05))

 

Cacciatore ferito ai glutei da una fucilata
Era con un fucile da caccia nelle campagne di Santa Maria Capua Vetere, nei pressi del carcere, quando è stato raggiunto ai glutei da una fucilata. Paolo Brandi, di San Giovanni Valdarno e ospite presso alcuni amici di San Tammaro, è stato ricoverato all'ospedale di Santa Maria Capua Vetere e se la caverà con pochi giorni di riposo. Ai poliziotti ha detto di essersi ferito da solo ma sono in corso indagini per verificare se in realtà era in compagnia di qualcuno a cui sarebbe partito accidentalmente un colpo di fucile.
(Il Mattino Online, 17 gennaio ’05)

 

Ucciso dal compagno di caccia
Santa Fiora, tragedia durante la battuta al cinghiale
SANTA FIORA. Cacciata mortale al Serpentaio, sotto il Monastero della Selva, nel Comune di Santa Fiora. Una battuta al cinghiale come le tante del sabato, per la famosa squadra santafiorese "I Draghi". Ma questa volta è finita in tragedia. Tra la cinquantina di persone, alcune delle quali sono forestieri che si aggregano con frequenza al gruppo, tanto da diventare parte integrante della squadra, c'era anche Pietro Lelli, un cinquantanovenne romagnolo (era nato il 4 giugno 1946 a Imola e risiedeva a Massa Lombarda, in provincia di Ravenna). Ormai era considerato un membro del gruppo, ed è toccato proprio a lui di trovare la morte.
I Draghi, dopo aver cacciato la mattina in una zona delle Bagnore, di pomeriggio hanno cambiato località e hanno stabilito le poste sotto il Convento della Selva, al Vallone, in località Serpentaio. Verso le quattro del pomeriggio la tragedia. Pietro Lelli cade a terra colpito a un fianco da una fucilata mortale che lede organi vitali e lo uccide praticamente sul colpo. Un ragazzo bolognese, suo vicino di posta, si accorge dell'accaduto. Vede il Lelli esanime, con il sangue che fuorisce dal fianco, e comincia a urlare. Uno ad uno i cacciatori si precipitano a soccorrere l'amico, ma il Lelli è moribondo, in un lago di sangue. Si ferma immediatamente la caccia e si cominciano a chiamare i soccorsi.
Arriva la Misericordia di Castel del Piano. Si allerta l'elisoccorso Pegaso, che atterra ma che ritorna indietro senza paziente: perché Pietro Lelli è morto.
Il cadavere del cacciatore, dopo gli accertamenti di rito da parte delle autorità è stato trasferito all'obitorio di Castel del Piano. E fino a tarda sera la tenenza di Arcidosso ha ascoltato i cinquanta cacciatori (dei quali ha sequestrato i fucili) per capire da quale arma sia partito il colpo che ha ferito a morte il Lelli. Secondo una prima ricostruzione, sembra comunque che il colpo abbia seguito una traettoria dal basso in alto. E dunque si suppone che sia arrivato sulla vittima non direttamente ma di rimbalzo.
(Il Tirreno, 17 gennaio ’05)

 

Caccia tragica a S. Fiora
Un calibro 12 ha ucciso Pietro Lelli
CASTEL DEL PIANO. E' stata una palla di fucile calibro 12 a uccidere Pietro Lelli di Massalombarda (Ravenna), morto sabato scorso durante una battuta al cinghiale nei boschi della Selva di Santa Fiora. Lo ha stabilito l'autopsia effettuata ieri pomeriggio, dai medici legali di Siena all'ospedale di Castel del Piano, dove la salma era stata portata nello stesso pomeriggio di sabato. I medici senesi, alla presenza dei carabinieri di Arcidosso, dei periti di parte nominati dalla famiglia (perito medico dottor Primo Pasqualitti), dell'avvocato di Castel del Piano Roberto Ginanneschi (incaricato dalla famiglia dell'ucciso a tutela dei suoi diritti), hanno dunque stabilito quale tipo di arma, fra le varie utilizzate dai cacciatori della squadra "I Draghi", è stata quella letale per lo sfortunato ravennate. Intanto proseguono (sembra con riscontri positivi) le indagini della tenenza dei carabinieri di Arcidosso. La salma del Lelli dopo l'autopsia è stata messa a disposizione della famiglia, che ha fissato i funerali domani a Massalombarda.
(Il Tirreno, 20 gennaio ’05)

 

Tragica battuta, muore cacciatore
MASSA LOMBARDA - Ucciso da un colpo "vagante" durante una battuta di caccia in terra toscana.Pietro Lelli, 59 anni, di Massa Lombarda è morto ieri pomeriggio alle 16 nel comune di Santa Fiora; un paesino alle pendici del Monte Amiata, in provincia di Grosseto.L'uomo stava partecipando a una caccia al Cinghiale nei boschi della località Serpentaio.Nella stessa battuta erano impegnate almeno una cinquantina di persone. La zona dell'Amiata, infatti, è nota tra gli appassionati per le tante battute organizzate da vere e proprie squadre.Lelli faceva parte dei "Draghi" di Santa Fiora. Era uno dei "forestieri" che ogni tanto si aggregava al gruppo di cacciatori locali.La tragedia è avvenuta verso le 16 di ieri. Pochi minuti dopo l'inizio della seconda caccia prevista nel programma. In mattinata Lelli era stato infatti impegnato in un'altra zona, quella delle Bagnore.Stando a una prima ricostruzione, fatta dai carabinieri della stazione di Santa Fiora e da quelli della Compagnia di Arcidosso giunti sul posto per le prime indagini, Lelli è stato colpito a un fianco.Il proiettile - quelli utilizzati per la caccia al cinghiale sono di calibro notevole - aveva purtroppo centrato gli organi vitali. Il 59enne di Massa Lombarda ( avrebbe compiuto gli anni il 4 giugno prossimo) è caduto al suolo esanime in una pozza di sangue.E' stato un suo compagno di caccia, originario di Bologna, ad accorgersi dell'accaduto e a chiamare aiuto.Gli altri cacciatori si sono subito avvicinati al ferito interrompendo la battuta, ma per Lelli non c'è stato nulla da fare. I medici del 118 di Grosseto, arrivati in elicottero sul luogo dell'incidente, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso.Il corpo dell'uomo dopo gli accertamenti di rito è stato trasferito all'obitorio di Castel del Piano.Fino a tarda sera i carabinieri hanno interrogato i cinquanta cacciatori e sequestrato i loro fucili per accertare, con future perizie, da quale arma sia partito il colpo che ha ucciso lo sfortunato uomo.Pare che la traiettoria del proiettile mortale sia stata dal basso verso l'alto. Appare probabile, quindi, l'ipotesi di un colpo di rimbalzo.L'autorità giudiziaria ha disposto l'autopsia sul corpo dello sfortunato cacciatore.
(Corriere Romagna, 16 gennaio ’05)

 

La caccia, passione fatale
MASSA LOMBARDA - Era la sua grande, irrefrenabile passione, l'attività con la quale impiegare tutto il suo tempo libero.Al punto che, se gli si chiedeva quali fossero i suoi principali hobby, rispondeva secco e sicuro: "La caccia e la pesca, null'altro".Un amore, che coltivava da anni, che però questa volta l'ha tradito, fatalmente.E' stata infatti una pallottola vagante, probabilmente un proiettile di rimbalzo, a togliere la vita a Pietro Lelli, il massesse di 59 anni (avrebbe compiuto gli anni il 4 giugno) morto durante una battuta di caccia al cinghiale, sabato pomeriggio, nelle colline toscane.Sposato con Antonia, aveva due figli: Ivan, 33 anni, che abitava ancora con i genitori, in via S.Lucia 40/B, e Nadia, 35 anni, trasferitasi, dopo il matrimonio con il marito Marco, in via Ettore Ricci, sempre a Massa.Lelli era titolare di un autolavaggio, in via Lasie 9/D, a Imola, città dove era nato e dove aveva vissuto fino all'estate del 2003.Aveva deciso di spostarsi a Massa perché, a suo dire, era una località più tranquilla, meno chiassosa e caotica, dove si respirava una buona aria di campagna, dove i riti e le abitudini quotidiane erano facilmente vivibili e meglio gestibili.E per un amante degli spazi aperti e della vita a diretto contatto con l'ambiente, il piccolo centro di Massa Lombarda, se non l'ideale, almeno ci si avvicinava.Da qualche tempo si dilettava anche con la bicicletta. Affiliato alla Ciclistica Massese, locale società amatoriale, Lelli era solito fare lunghe pedalate, a volte solo, a volte insieme ai nuovi amici neo concittadini.L'incidente mortale si è verificato attorno alle ore 16 di sabato, nel comune di Santa Fiora, un paesino alle pendici del Monte Amiata, in provincia di Grosseto.Lelli stava partecipando a una maxi battuta al cinghiale nei boschi della località Serpentaio, una zona particolarmente impervia. Vi partecipavano almeno una cinquantina di persone: vere e proprie squadre, come ci si è soliti organizzare in occasioni di quella particolarissima caccia che è quella al cinghiale.Fra i team formatisi, il massese era schierato con i "Draghi" di Santa Fiora.La tragedia è capitata pochi minuti dopo l'inizio della seconda caccia prevista nel programma; in mattinata Lelli era stato infatti impegnato in un'altra zona, quella delle Bagnore.Un proiettile lo ha centrato a un fianco, ledendogli organi vitali. La morte è stata pressoché instantanea.Ad accorgersi dell'accaduto, e ad avvistare il corpo oramai senza vita a terra, circondato da una pozza di sangue, è stato un suo compagno di battuta, che ha immediatamente allertato i soccorsi.I medici del 118 di Grosseto, arrivati in elicottero sul luogo dell'infortunio, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso.La battuta di caccia è stata immediatamente sospesa. Grande lo sconforto tra i compagni, visibilmente affranti e addolorati.Erano giunti in quella tenuta del Grossetano un po' da tutta Italia, con l'unico scopo di vivere e trascorrere una giornata spensierata, un po' speciale, d'accordo, ma in totale relax, una giornata però presto tramutatasi in vera e propria tragedia.Dopo gli accertamenti di rito, il corpo è stato trasferito all'obitorio di Castel del Piano, a disposizione dell'autorità giudiziaria. Il magistrato ha disposto l'effettuazione dell'autopsia, che dovrebbe essere effettuata nella mattinata odierna. Dopo il via libera da parte di quest'ultimo, la salma potrà quindi essere trasferita. I familiari, spostatisi in Toscana appena messi al corrente dell'accaduto, non hanno ancora deciso se svolgere le esequie a Massa o, più probabilmente, a Imola.La ricostruzione dell'accaduto e della dinamica dell'incidente è stata portata a termine dai carabinieri della stazione di Santa Fiora e da quelli della compagnia di Arcidosso.I compagni di caccia sono stati interrogati dai militari fino a sera inoltrata, e i loro fucili sequestrati, per accertare, con future perizie, da quale arma sia partito il colpo mortale.In ogni caso, pare assodato che la traiettoria del proiettile mortale sia stata dal basso verso l'alto, tanto da avvalorare l'ipotesi originaria, quella di un colpo di rimbalzo.
m.s.
(Corriere Romagna, 17 gennaio ’05)

 

Olbia. L'episodio è accaduto nel pomeriggio di ieri nelle campagne di San Pantaleo
Tragica battuta di caccia al cinghiale
Un artigiano muore per un colpo partito incidentalmente
È stato un incidente, un maledetto drammatico incidente. Il cacciatore che scivola, il fucile che sbatte su un pezzo di roccia, lo sparo e il compagno, due metri più in là, che si accascia in un lago di sangue. Rino Solinas, 50 anni di San Pantaleo, è morto così, ucciso dall'arma di Giovanni Pileri, il suo amico più caro. La tragedia si è consumata nel primo pomeriggio di ieri a San Giovanni, nelle campagne vicino Cugnana al termine di una battuta di caccia al cinghiale. Solinas e Pileri stavano andando a recuperare alcuni cani che si erano allontanati troppo. Chiacchieravano come sempre, pensando a quell'ultima incombenza prima del rientro in paese. Invece, a rovinare la giornata, ci si è messo un movimento goffo, una cosa normale quando si cammina in campagna. Quel colpo isolato, dal fondo di un pendio piuttosto ripido, è stato avvertito dal resto della compagnia "Sabauda". E poi le urla di Giovanni che chiedeva aiuto perché mai avrebbe potuto trascinare Rino in alto per portarlo in ospedale. Erano passate le tre da un quarto d'ora. Una prima telefonata al 118, girata ai vigili del fuoco che hanno subito fatto decollare l'elicottero della Protezione civile con una squadra di salvataggio a bordo. Difficile anche indicare il punto esatto ai soccorritori che solo mezz'ora più tardi dal decollo sono riusciti a recuperare Rino Solinas quando le speranze di salvarlo si erano davvero ridotte al lumicino. I pallettoni gli hanno trapassato la coscia recidendo l'arteria femorale. Stando ai medici, una ferita del genere non gli avrebbe comunque lasciato scampo. Il poveretto è morto dissanguato mentre veniva issato sull'elicottero. Il coordinamento del 118 aveva predisposto la staffetta con un'ambulanza all'aeroporto di Olbia. Ma è stato tutto inutile. Sull'episodio, sul quale stanno lavorando i carabinieri del nucleo operativo della compagnia, è stata aperta un'inchiesta. Giovanni Pileri, che non riusciva a darsi pace per l'accaduto, è stato interrogato a lungo dai militari. E lui, nello sconforto più totale e ancora sotto choc per aver causato la morte dell'amico di sempre, ha cercato di rispondere nel modo più preciso possibile. Anche gli altri compagni di battuta hanno poi spiegato quei drammatici trenta minuti di attesa. Intanto, il procuratore della Repubblica di Tempio Valerio Cicalò ha disposto l'autopsia sul corpo di Rino Solinas che sarà eseguita questa mattina nella camera mortuaria dell'ospedale. Quindi, la salma sarà restituita alla famiglia per i funerali. La notizia della tragedia ha fatto subito il giro del paese e non solo. Rino Solinas era un apprezzato fabbro, i suoi lavori in ferro battuto sono finiti nelle ville più importanti della Costa Smeralda, compresa quella del principe Karim Aga Khan. Più che un artigiano era considerato quasi un artista nel suo genere. La passione per il lavoro l'aveva appresa dal padre e lui aveva voluto continuare a occuparsi dell'azienda di famiglia che divideva con il fratello Davide. V. F.
(L'Unione Sarda, 17 gennaio ’05)

 

Montecassino
Spari intorno all'Abbazia: bracconieri denunciati
di ALESSIO PORCU
Qualcuno ha pensato che fossero tornate le truppe neozelandesi e polacche, decise ad approfittare del freddo e della nebbia per riconquistare il colle di Montecassino e strapparlo alle truppe scelte tedesche appostate sul pendio. Gli spari sentiti all'alba di ieri attorno all'abbazia hanno lasciato perplesso più di qualcuno tra i monaci che abitano quelle mura. E' dai tempi della seconda guerra mondiale che intorno all'Abbazia non si odono più riecheggiare colpi di arma da fuoco. Allora è stato deciso di telefonare ai carabinieri per segnalare quei colpi di arma da fuoco che risuonavano nitidi tra una preghiera e l'altra.
Sul colle sono intervenuti gli uomini del nucleo operativo con il maggiore Angelo Megna e gli agenti della polizia provinciale dell'assessore Oreste Della Posta. Hanno iniziato a rastrellare l'area segnalata: quella a ridosso del cimitero polacco. E' stato lì che hanno individuato, a ridosso di un dirupo, un giovane: armato con una doppietta, un binocolo, cartucce ad elica e radio ricetrasmittente per tenersi in contatto con il resto del plotone. Non era l'anima di un fante morto su quel monte, ma solo il caposquadra di un gruppo composto da venti persone che stava cacciando in modo abusivo all'interno dell'area protetta e riservata al ripopolamento. Il loro nemico non erano i tedeschi ma i cinghiali.
I carabinieri e la polizia provinciale hanno disarmato il cacciatore e lo hanno denunciato per caccia di frodo. Ha 25 anni ed abita a Cassino. Rintracciati più tardi i suoi complici. Per tutti scatterà la multa.
(Il Messaggero, 17 gennaio ’05)

 

Cacciatore stroncato da un infarto
Altra tragedia sull'Amiata, ventiquattr'ore dopo la fucilata killer
SANTA FIORA. Caccia al cinghiale tragica, quella che si è svolta sull'Amiata in questo fine settimana di metà gennaio. Quasi per un terribile gioco del destino muore infatti, dopo la tragedia di sabato pomeriggio, un altro cacciatore durante una battuta al cinghiale. Stessa ora circa e stessa area, quella compresa fra i comuni di Arcidosso e Santa Fiora.
Nell'arco di ventiquattr'ore, dunque, due persone che stavano partecipando a una cacciata al cinghiale muoiono, uno il pomeriggio di sabato e l'altro il pomeriggio di domenica. Ieri però non è stata una fucilata sparata da un compagno di caccia, come è successo sabato a Pietro Lelli, nelle campagne di Selva di Santa Fiora, a dare la morte. Questa volta a uccidere Marcello Giomini è stato un infarto fulminante, che lo ha stroncato proprio accanto ai castagni di sua proprietà verso le cinque del pomeriggio.
La squadra di Giomini è quella delle Piane del Maturo, un pugno di case immerse nel bosco di castagni sopra Arcidosso, squadra assai conosciuta e molto attiva nel circondario. Il gruppo dei cacciatori di cinghiali si era, dunque, appostato sopra le Piane del Maturo, in località Sasso di Siena, zona circondata da castagneti secolari, un appezzamento dei quali era proprio di proprietà del Giomini. Il quale proprio nei pressi del suo castagneto è stato fulminato da un infarto per il quale ogni soccorso è stato vano. Si sono accorti del malore mortale i compagni di squadra che hanno allertato subito la Misericordia col 118, ma immediatamente è apparso chiaro che ormai per lui non c'era più nulla da fare.
Il Giomini, che di mestiere faceva il boscaiolo ed era stato sempre appassionato di caccia, era persona assai conosciuta in zona. Tanto che come quasi tutti gli abitanti della montagna aveva anche il suo bravo soprannome, "Spacca", con il quale tutti lo indicavano. Sessantenne, nativo di Arcidosso e abitante per quasi tutta la vita proprio alle Piane del Maturo, si era da non molto tempo trasferito a Santa Fiora, dove risiedeva attualmente con la nuova compagna, dopo essere rimasto vedovo da tempo. Il suo corpo è stato composto all'obitorio dell'ospedale di Castel del Piano. Lo stesso luogo dove si trova ancora, nella cella frigorifera, il corpo di Pietro Lelli, il cacciatore ravennate ucciso sabato da una fucilata. La salma di Lelli domani sarà sottoposta ad autopsia. I parenti dell'uomo hanno nominato un perito medico e uno balistico per fare luce sull'incidente mortale.
Fiora Bonelli
(Il Tirreno, 18 gennaio ’05)

 

FREGONA Diverbio tra un gruppo di uomini armati di doppietta e l'assessore Alberto Fossa che accusa: «Sono stato minacciato»
«Quei cacciatori sul mio terreno violano la legge»
Fregona
Minacciato ed insultato da un cacciatore. Alberto Fossa, titolare dell'azienda agrituristica Val Barè e assessore comunale per Ambiente, Turismo, Agricoltura e Protezione Civile, suo malgrado domenica scorsa si è trovato al centro di un episodio increscioso sfociato in un diverbio al quale hanno assistito quasi impassibili altri appassionati della doppietta impegnati in una battuta alla volpe.
«Quel signore - afferma Fossa - si era appostato ad una ventina di metri dai miei fabbricati, per cui mi sono avvicinato invitandolo a rispettare le distanze previste dalla legge e ad allontanarsi. Nel frattempo sono sopraggiunti altri suoi compagni di battuta ed anche a loro ho chiesto lumi sulla regolarità del loro operato. Ne è nata una discussione, che si è fatta piuttosto accesa quando il cacciatore che avevo diffidato ha cominciato ad insultarmi, anche con minacce più o meno velate».
Secondo Alberto Fossa si tratta di un atteggiamento prepotente che non può rimanere impunito: «Anche perchè - prosegue - qualche anno fa con la stessa persona si era creata la medesima situazione. Già allora gli avevo vietato di entrare nella mia proprietà, mi pare che a quel signore sia stata poi anche sospesa la licenza di caccia. Domenica, quando l'ho visto nei pressi delle mie case, considerati i precedenti ho pensato ad una provocazione. Non sono contrario alla caccia, anzi pensavo di conseguire la licenza, ma quanto mi è accaduto non deve passare sotto silenzio. Ho quindi deciso di informare carabinieri, sindaco, Provincia e il presidente della riserva comunale. E invito i cittadini che si sentono vittime di questi soprusi a venire a denunciarli in municipio».
«Non eravamo in assetto di caccia - ribatte uno dei consiglieri della riserva presenti - la battuta era già terminata e ci stavamo ritirando. Poi qualcuno, il signor Fossa compreso, si è scaldato e la discussione ha alzato i toni, ma nessuna minaccia».
Il presidente dei cacciatori Giacomo De Martin smorza la polemica: «Purtroppo sono episodi incresciosi che non fanno bene a nessuno. Sono dispiaciuto per l'accaduto, non vorrei però si prendesse lo spunto per criminalizzarci. La maggior parte di noi - e Fossa lo sa - nella sua proprietà si è sempre comportata correttamente».
Giorgio Marenco
(Il Gazzettino, 18 gennaio ’05)

 

CASTEL DI SANGRO
Multati in tredici, cacciavano sulla neve
CASTEL DI SANGRO - Brillante operazione di prevenzione e repressione di illeciti in materia ambientale quella degli agenti del corpo forestale di Castel di Sangro in collaborazione con i forestali di Forli Del Sannio nel Molise. Sono stati sorpresi 13 cacciatori intenti ad esercitare la caccia su terreno ricoperto di neve, violando così l'art. 50 della Legge Regionale 10/2004 in materia di caccia. L'operazione di controllo e monitoraggio del territorio che rientra in una più ampia attività del Corpo Forestale dello Stato, è iniziata alle prime ore dell'alba di ieri e si è conclusa nella tarda mattinata con la contestazione di verbali amministrativi di una consistente somma di denaro. La zona interessata di alto valore naturalistico, è "località Brionna" e ricade nel comune di Castel di Sangro.
So.Pa.
(Il Messaggero, 20 gennaio ’05)

 

drammi familiari/1 Poi l'uomo si è sparato. Da giorni i parenti li cercavano a Firenze, erano in casa Uccide moglie e figlio, salva il cane Era un cacciatore: sconvolto dalla depressione, aveva portato l'animale in un capanno
FIRENZE Solo il cane da caccia si doveva salvare ma la sua famiglia doveva sparire, dovevano morire tutti con lui: la moglie e il figlio. Li ha uccisi nel sonno e poi si è suicidato con la stessa arma, una pistola «Smith e Wesson» modello 44 magnum. È stato un omicidio-suicidio, secondo quanto stabilito dai carabinieri, voluto da Franco Grassi, 56 anni, dipendente in pensione della compagnia assicurativa La Fondiaria affetto da depressione. L' uomo ha ucciso la moglie Patrizia Brunicardi, 51 anni, e il figlio Giacomo 27 anni, e poi si è ammazzato. Il gesto ha le caratteristiche della premeditazione. Nella notte tra domenica e lunedì Franco Grassi ha portato il suo cane - una femmina di razza inglese di tre anni chiamata Sally, adatta alla caccia alle specie acquatiche - al capanno sul lago Troscio, presso Signa, affittato insieme ad una ventina di amici cacciatori. È stata una cosa insolita che ha stupito tutti. Franco Grassi voleva salvare il cane, simbolo della sua passione per la caccia, unico vero antidoto alla sua depressione, ma nessuno l' ha potuto capire. Il cane è stato trovato lunedì mattina nel capanno dai cacciatori pronti per i primi appostamenti sul lago, ma loro, i tre morti, nessuno li ha rintracciati per giorni. Alcuni amici hanno messo perfino un biglietto sull' auto dell' omicida-suicida per farsi chiamare; i vicini non vedevano nessuno, ma non hanno capito quale tragedia fosse avvenuta. «Vedere la canina al capanno ci ha scombussolati - raccontano gli amici cacciatori -, visto che ce l' ha lasciata in custodia con tanto di pedigree e di iscrizione all' anagrafe animali. Non capivamo perché ed abbiamo cominciato a cercarlo». Ogni tentativo - chiamare al telefono e suonare al campanello di casa - però risultava vano. In realtà, oltre a salvare il cane, l' assicuratore in pensione aveva preparato un' altra accortezza: per facilitare il ritrovamento dei cadaveri aveva lasciato aperte le due porte di ingresso della casa di Signa, acquistata ed abitata da appena sette mesi. Finalmente ieri mattina dopo aver suonato il campanello a vuoto per più volte, i colleghi del figlio Giacomo, assente da tre giorni dal lavoro (era dipendente di una ditta di distribuzione del gas della Piana fiorentina), erano venuti a cercarlo. Poiché non avevano risposta hanno deciso di avvicinarsi ad un ingresso scoprendo che era aperto. Da qui l' allarme ai carabinieri che hanno trovato i tre cadaveri, ciascuno riverso nel proprio letto. Secondo gli investigatori, l'uomo ha prima sparato alla testa alla moglie mentre dormiva. La donna non si è accorta di nulla. Poi si è recato nella camera del figlio, il quale forse ha avuto il tempo di mettersi seduto sul letto avendo udito il colpo esploso ma il padre l' ha freddato alla testa. Le posture dei corpi e le traiettorie dei proiettili hanno portato i carabinieri a questa ricostruzione. Compiuto il duplice omicidio, Franco Grassi si è coricato accanto alla moglie e con la mano destra si è sparato un altro colpo ad una tempia. In tutto la pistola 44 magnum ha esploso tre colpi sui sei. L' azione sarebbe durata pochi minuti. Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Tommaso Coletta, stanno cercando di stabilire il momento ed il motivo scatenante dell' omicidio-suicidio, ma la depressione emerge come l' elemento principale.
(La Provincia di Lecco, 20 gennaio ‘05)

 

AGNOSINE. Dramma della depressione a Renzana: muore 47enne sposato con due figli
Si spara col fucile davanti al fratello
Il suicida, originario del paese, viveva da tempo a Cunettone
Venerdì sera, a Renzana di Agnosine si è verificato un episodio drammatico. Erano da poco passate le 19 quando un 47enne nativo di Renzana, ma da oltre 20 anni abitante a Cunettone di Salò, ha messo in atto la tragica scelta di togliersi la vita. L'uomo, sposato, aveva due figli di 25 e 27 anni, e si è ucciso davanti al fratello. Inutilmente il congiunto, che ha 35 anni, ha cercato di dissuaderlo con un tentativo disperato: il suicida, dicevamo, non si è fermato e si è sparato sotto gli occhi del parente.
Solo il caso ha voluto che la tragedia non si consumasse anche alla vista del padre del valsabbino: era andato a cercarlo in compagnia dell'altro figlio, ma a causa della neve, una volta individuata la sua localizzazione, era rimasto in auto ad aspettare.
Tutto ha avuto inizio nel tardo pomeriggio di venerdì, quando la moglie dello scomparso, da Cunettone di Salò (la località nella quale la coppia abitava da oltre vent'anni, gestendo un negozio di parrucchiere) ha chiamato il cognato a Renzana: quest'ultimo abita tutt'ora con i genitori nella casa un tempo abitata anche dal fratello maggiore.
La donna era preoccupata perchè da parecchie ore non aveva notizie del marito.
In casa, inoltre, mancavano le chiavi del fienile della frazione di Agnosine nel quale l'uomo si recava spesso per cacciare (accanto al fabbricato rurale esiste anche un appostamento fisso). Così la moglie, preoccupata per la lunga assenza, ha chiesto al parente di recarsi proprio in quella costruzione, per assicurarsi che il marito non avesse avuto qualche incidente.
Salito subito in auto insieme al padre, il frattello del suicida ha lasciato la frazione e, alla vicina curva dell'Alberù, ha imboccato la stradina laterale che in discesa porta al fienile sotto l'abitato. Arrivato a pochi metri dalla costruzione, a causa della neve ha parcheggiato il veicolo, e mentre il genitore è rimasto ad aspettare l'ha raggiunta a piedi. Giusto in tempo per vedere il fratello che imbracciava il suo fucile da caccia.
Disperato e purtroppo inutile il tentativo di dissuaderlo dal premere il grilletto: il 47enne non si è fermato.
Stando alle notizie raccolte in paese, a spingere l'uomo a un gesto così estremo potrebbe essere stata una seria forma di depressione. Fino a due anni fa, infatti, il suicida era in cura per questo suo disagio. Poi aveva interrotto le terapie, perchè si sentiva abbastanza bene e il problema sembrava superato. Ma da qualche mese la depressione sarebbe tornata a manifestarsi. E il valsabbino si era rifiutato di sottoporsi di nuovo a una cura. Forse contava sulla possibilità di farcela da solo.
Nonostante la famiglia si fosse trasferita a Salò da oltre vent'anni, era comunque ancora molto legata ad Agnosine. I due coniugi erano cresciuti proprio a Renzana, a poche decine di metri l'uno dall'altro.
Proprio per questo il funerale, che verrà celebrato quest'oggi a partire dalle 15.30, sarà officiato nella chiesa parrocchiale del paese. E anche la tumulazione della salma avverrà nel cimitero locale.
Il corpo dell'uomo tornerà in paese dalla camera mortuaria dell'ospedale di Gavardo, nella quale è stato ricomposto subito dopo la tragedia.
Massimo Pasinetti
(BresciaOggi,23 gennaio ’05)

 

OSIMO
Spara a due cani, denunciato quattro volte
I carabinieri: porto illegale d'arma, esplosioni in luogo pubblico, pericolo per la gente e maltrattamenti
di MARIA PAOLA CANCELLIERI
SI poteva resistere a tutto salvo che ai due cani della vicina che continuavano ad abbaiare mentre lui voleva schiacciare il solito pisolino pomeridiano. Così, esasperato e arrabbiato, ha imbracciato la doppietta, l'ha caricata, è uscito dalla sua casa di Campocavallo, ha preso la mira e si è fatto giustizia da solo. Ha impallinato gli animali rompiscatole, innocui per qualcuno, non certo per lui. Uno dei due è rimasto ferito davanti all'abitazione della proprietaria, l'altro è andato a morire lontano. La vendetta dell'agricoltore osimano, 61 anni, si è spenta sotto la pioggia ghiacciata di quattro denunce presentate dai carabinieri della caserma di via Saffi. La padrona delle bestiole, sconcertata dal gesto, ha chiesto aiuto ai militari dell'Arma tratteggiando l'identikit del cacciatore. I carabinieri hanno suonato ad una delle porte che costellano quest'angolino di città chiedendo all'uomo di esibire la licenza di caccia e detenzione di armi. Il 61enne, con i documenti, ha mostrato due fucili regolarmente denunciati e mai usati. I carabinieri, però, non hanno mangiato la foglia e poco dopo si sono visti consegnare dal coltivatore mortificato il "corpo del reato", la doppietta calibro 16 ancora fumante. Fucile detenuto illegalmente perché non denunciato e quindi sequestrato insieme agli altri due a titolo cautelativo.
Nonostante il rimorso e il pentimento per gli spari ai bastardini, l'uomo disarmato è stato anche denunciato all'autorità giudiziaria per aver portato in luogo pubblico un'arma da sparo e per avervi esploso colpi da fuoco, per aver maltrattato animali e per aver omesso di denunciare all'autorità di Pubblica sicurezza la stessa arma.
(Il Messaggero, 25 gennaio ’05)

 

CAMPOBASSO: IDENTIFICATO E DENUNCIATO UN BRACCONIERE CHE AVEVA SPARATO AD UN ALTRO CACCIATORE
Un uomo, in compagnia di altri tre bracconieri, stava utilizzando richiami illegali vivi. Un altro cacciatore aveva sparato agli uccelli, credendoli selvaggina. Da qui è nato il diverbio: alla fine il bracconiere gli ha sparato alle gambe e poi si è allontanato, fuggendo prima a bordo di una fuoristrada e poi a bordo di un taxi. Ora è stato identificato e denunciato per tentato omicidio, mentre altre tre persone sono state denunciate per attività di bracconaggio
26 Gennaio - Gli agenti del Comando Stazione Forestale di Campobasso hanno denunciato un uomo per tentato omicidio e altre tre persone per attività di bracconaggio. La vicenda risale allo scorso 15 gennaio, ma solo oggi, al termine delle indagini, si è giunti all'identificazione dei responsabili della vicenda. A San Giovanni in Galdo (Campobasso), un cacciatore del posto aveva sparato ad alcuni piccioni legati ai rami, credendo si trattasse di selvaggina e poi era stato aggredito verbalmente dai quattro bracconieri che stavano adoperando i richiami vivi - pratica che è illegale - per cacciare. Al culmine della lite un bracconiere di 34 anni, originario della provincia di Frosinone, aveva esploso un colpo di fucile contro l'uomo, ferendolo a una gamba. Il cacciatore aveva chiamato la Forestale per chiedere aiuto. Nonostante gli agenti Forestali si fossero messi subito alla ricerca dei bracconieri, non avevano trovato altro che un fuoristrada con soli due cacciatori a bordo. Gli altri due, tra i quali il bracconiere che aveva sparato, si erano allontanati nel bosco, arrivando nel frattempo fino al campo sportivo di Toro (Campobasso). Da qui avevano chiamato un taxi che li aveva portati fino a Venafro (Isernia). Nei giorni successivi, tuttavia, i quattro bracconieri sono stati identificati dagli agenti del Corpo Forestale dello Stato di Campobasso, che per risolvere il caso si sono avvalsi della collaborazione dei loro colleghi di Anagni (Frosinone).
(Corpo Forestale dello Stato, 26 gennaio ’05)

 

Cacciatore "caricato" da un cinghiale
RIVALTO. A volte i cinghiali di ribellano quando vengono feriti durante le battute di caccia. Ora la sa bene Sergio F., 52 anni, nato a Pontedera e residente a Rivalto che ieri mattina è stato "caricato" da un cinghiale sulle colline di Rivalto nel comune di Chianni. Secondo i primi accertamenti, l'uomo era caccia al cinghiale insieme ad altri amici. Ha sparato ad un in cinghiale e lo ha ferito gravemente.
Ma non lo ha ucciso. Così quanto Sergio F. si è avvicinato all'ambita preda, il cinghiale ha reagito andando contro il cacciatore il quale, a sua volta e con modalità che non sono ancora state accertate, si è ferito a una gamba.
I primi soccorsi il cacciatore li ha ricevuti dagli altri componenti della squadra di cinghialai che lo hanno portato con la propria macchina fino alla Capannina di Lari. Da qui è stato soccorso da un'ambulanza e dal medico della Misericordia di Lari, in servizio per il 118.
Non sembra che l'uomo sia ferito in maniera grave. Tuttavia è stato trasportato al pronto soccorso dell'ospedale Lotti di Pontedera dove è stato trattenuto per le cure necessarie.
(Il Tirreno, 26 gennaio ’05)

 

Grosseto/Un uomo di Sabaudia ferito durante una battuta di caccia dal compagno
Parte un colpo, ferisce l'amico
di EBE PIERINI
Una normale battuta di caccia fra amici ha avuto un risvolto inaspettato. Il bilancio è di poca cacciagione ed un ferito. Ma le conseguenze avrebbero potuto essere ben più gravi. Ad unire M.C. e C.R., amici di vecchia data, è la passione per la caccia. Hobby che avrebbe potuto costare molto caro questa volta. Molte altre volte i due uomini erano usciti insieme armati di fucile, cartucce ed abiti mimetici per cacciare selvaggina. Ed insieme erano partiti anche giovedì per una trasferta nelle campagne di Grosseto convinti che sarebbero tornati a casa con un ottimo bottino di caccia. Poi una fatalità. Il buio. La scarsa visibilità. L'incidente. Nella notte di giovedì un colpo partito dal fucile di C.R., commercialista di Latina, non è andato a segno ed ha raggiunto l'amico M.C, un pensionato di Sabaudia. I pallini di piombo, fuoriusciti dalla cartuccia esplosa dal cacciatore pontino hanno raggiunto il viso del compagno. Colpito l'occhio. Enorme lo spavento per tutti coloro che stavano partecipando alla battuta. Immediato l'allarme e la corsa al più vicino ospedale. L'uomo non è comunque in pericolo di vita. Le sue condizioni sono stabili e non destano preoccupazioni. Alcuni pallini si sono però conficcati nelle ossa della scatola cranica. I medici hanno reputato impossibile un intervento chirurgico per la rimozione dei proiettili. Sono comunque fiduciosi e sperano che la vista dell'occhio colpito non venga compromessa dal trauma anche se sussiste comunque un rischio di complicanze. Il cacciatore di Sabaudia dovrà rimanere sotto osservazione nell'ospedale toscano. A Grosseto è stato raggiunto da familiari ed amici di Sabaudia immediatamente avvertiti di quanto accaduto.
(Il Messaggero, 30 gennaio ’05)

 

Un incidente ha causato la morte del cacciatore
LUCCA. È stato un incidente a causare la morte di Angelo Marcolini, 58 anni, pensionato, il cui corpo è stato trovato venerdì intorno alle 13 in un bosco del paese di Magnano, una frazione di Villa Collemandina, dove era andato a caccia da solo. A comunicarlo sono i familiari, che sgombrano così ogni dubbio sulle cause della morte e annunciano la data dei funerali, che si svolgeranno oggi alle 15 nella chiesa di Corfino.
In un primo momento i carabinieri che hanno curato le indagini non avevano scartato l'ipotesi del suicidio. Ma dai riscontri effettuati è emerso che il pensionato è stato vittima di un incidente. Quando è stato trovato nel bosco, Marcolini aveva una ferita da arma da fuoco al petto, vicino al cuore e accanto al suo corpo c'era il fucile. Secondo la ricostruzione il pensionato è scivolato e dal fucile, al momento dell'impatto con il terreno, è partito il colpo che lo ha ucciso. È altrettanto certo che non ci sono responsabilità di altre persone. Marcolini, che aveva lavorato alla Smi, lascia la moglie e una figlia.
(Il Tirreno,31 gennaio ’05)

 

Siena, durante una battuta
Colpito alle spalle, muore cacciatore
SIENA. Incidente di caccia nei boschi della Valdarbia, nel Senese. Un quarantenne di Siena, Roberto Tedeschi, è morto dopo essere stato raggiunto da un colpo di fucile. La dinamica è al momento al vaglio dei carabinieri di Montalcino perché ci sono degli elementi che non chiariscono fino in fondo quanto accaduto. Tedeschi stava cacciando insieme ad un amico quando è stato raggiunto alle spalle da un colpo.Pare che il colpo sia una piccola palla e non è chiaro da quale arma sia partito. Ieri, infatti, era l'ultimo giorno di caccia al cinghiale e generalmente i cacciatori usano palle molto più grosse di quella che ha ucciso lo sfortunato quarantenne.
(Il Tirreno, 31 gennaio ’05)

 

CACCIATORI "GIOCANO" CON PISTOLA: UN MORTO NEL SENESE
"E' stata la tragica conseguenza di un "gioco", la morte di Roberto Tedeschi, 40 anni, senese, abitante a Castellina in Chianti, avvenuta domenica scorsa in un bosco nei pressi di Murlo, paese a pochi chilometri da Siena. Un episodio che, in un primo momento, aveva fatto pensare ad un vero e proprio giallo, ma che ora le indagini dei Carabinieri hanno dissolto. Domenica mattina l'uomo era andato a caccia con due suoi amici. Oltre ai fucili, i tre avevano anche una pistola calibro 8,34, con la quale, durante la pausa per il pranzo, hanno deciso di dedicarsi al tirassegno.

La Repubblica, 31 gennaio 2005

 

ALTAVILLA, IL FERITO È DI CAVA DE' TIRRENI
Incidente nei boschi colpito al volto da un cacciatore
Tragedia durante una battuta di caccia ieri mattina ad Altavilla. Pensando
di colpire una preda, un cacciatore ha sparato con un fucile a pallini,
ferendo invece un altro uomo. Resta sconosciuta la sua identità: preso dalla
paura si è dato alla fuga. A finire nel mirino della misteriosa doppietta E.
S. 72 anni, residente a Cava dei Tirreni, che aveva approfittato dell'ultimo
giorno permesso dalla legge, per trascorrere con un gruppo di amici la
giornata di chiusura della stagione venatoria. Ora è ricoverato nel reparto
di oculistica dell'ospedale San Leonardo dove potrebbe essere sottoposto ad
intervento chirurgico per evitare la perdita della vista. Lascia senza
parole l'episodio accaduto ieri mattina nei boschi di Altavilla Silentina:
difficile riuscire a comprendere il comportamento di chi capace di uccidere
un animale, non trovi il coraggio di soccorrere un uomo. Per una volta è
toccato all'anziano cacciatore ferito fare la fine del bersaglio: ha
chiamato aiuto a lungo, ma invano. Solo dopo alcuni minuti è stato
rintracciato dal fratello e dal nipote che insieme a due amici lo avevano
accompagnato lasciando Cava dei Tirreni di primo mattino. Si trovavano a
poco più di 300 metri di distanza quando hanno sentito le sue grida e
seguendole si sono incamminati nella giusta direzione. Lo hanno trovato
dolorante, con una mano poggiata sull'occhio. Un colpo lo aveva raggiunto
probabilmente per errore. Ma del responsabile nessuna traccia: forse ha
preferito darsela a gambe. d.d.s.

Il Mattino (Salerno) 1 febbraio 2005

 

ARTICOLI VARI

 

Sono presumibilmente i cacciatori a provocare, indirettamente , gli incidenti stradali attribuiti

ai cinghiali.

E' quanto emerge da uno studio statistico del Dipartimento Caccia e Pesca della Provincia, consegnato al presidente Raffaele Costa e all'assessore Silvano Dovetta. Commenta il dirigente Paolo Balocco: «Emerge un alto numero d'incidenti causati dagli ungulati nei mesi d'apertura della caccia: 88 da metà a fine settembre, 105 ad ottobre, 88 a novembre e 48 a dicembre. Secondo il parere degli esperti il notevole aumento nei 4 mesi d'apertura della caccia al cinghiale può essere spiegato dalle battute che vengono organizzate con la partecipazione di squadre di non meno di 15 cacciatori, accompagnati dai cani, che provocano la fuga degli cinghiali dal loro habitat con conseguente attraversamento delle strade e collisione con le vetture. (…) Impressionanti i dati degli incidenti stradali che si riferiscono al periodo 1999-2004: 549 opera dei cinghiali, 201 dei caprioli, 20 delle volpi e solo due dai camosci e altrettanti da stambecchi. (…) Nel 2004 e fino a mercoledì le guardie venatorie della Provincia, per iniziativa dell'assessore Silvano Dovetta, hanno controllato 180 allevamenti di fauna selvatica e per gli allevamenti di cinghiali sono state elevate 15 contravvenzioni amministrative. Si tratta di contestazioni relative all'irregolarità nella tenuta dei registri e per mancanza del contrassegno inamovibile sui capi. A Pianfei e a Bagnolo sono stati scoperti due allevamenti abusivi di cinghiali, i cui responsabili sono stati sanzionati con una multa di 210 euro a capo.
(La Stampa, 15 gennaio ’05)

 

Milano

NORME  SULLA CACCIA
CENTOTRENTA DENUNCE

Sono 130 le persone denunciate in Lombardia per violazioni, nell’ultimo anno, delle norme sulla caccia.

Il dato emerge dal rapporto delle Guardie venatorie del Wwf. In particolare sono state elevate contravvenzioni per 30 mila euro e sequestrati, a cacciatori e negozianti, 250 animali vivi, destinati ad essere messi in commercio illegalmente, mentre altri 450 sono stati abbattuti illegalmente.

Corriere della Sera Lombardia, 1 febbraio ‘05

 

 

La vicenda              NB Fatto accaduto nel novembre 2003
Un'allegra scampagnata d'autunno
finita in tragedia dopo pochi minuti
Al processo per omicidio colposo sentiti tutti i testimoni tra i singhiozzi e gli aspetti poco chiari
La vittima Mauro Pedrotti
Dopo l'incidente mortale sono sorti molti dubbi sulla dinamica, a tal punto che inizialmente si pensava addirittura all'omicidio. I fucili di tutti i cacciatori, comunque, sono stati esaminati con cura ed è emerso che il colpo è proprio partito da quello di Mario Pedrotti. E lo sparo è avvenuto da distanza molto ravvicinata con una traiettoria che lascia pochi dubbi circa la casualità dello scoppio.
La svolta è arrivata la mattina del 22 novembre 2003. Dopo aver contattato la polizia, Mario Pedrotti è riuscito a trovare la forza di dire al sostituto procuratore Marco Gallina come sono andate le cose. È riuscito a recuperare nella sua memoria l'attimo fatale che è costato la vita al suo amico.
Accompagnato dall'avvocato Alessio Pezcoller, è andato in procura per raccontare i fatti dopo il blocco psicologico dettato, inevitabilmente, dallo choc. Ha così ricordato che stava camminando a circa un metro dalla vittima lungo il bordo della stradina che costeggia il campo dove Mauro è caduto. Ad un certo punto ha sentito scivolare dalla spalla la cinghia del fucile e ha cercato di afferrarlo perché non cadesse a terra. Un gesto brusco e la mano ha inavvertitamente toccato il grilletto. È partita una scarica di pallini che ha colpito Mauro da distanza ravvicinata al fianco destro.
A far pensare al giallo, c'è stato il ritrovamento della doppietta da caccia carica. Mario Pedrotti, pur con qualche difetto di memoria, ha fornito una spiegazione: sotto choc ha aperto l'arma e ha ricaricato; un gesto dettato dal momento di confusione forse per capire come potesse essere partito il colpo. Un riflesso inconsulto che non voleva certo modificare il quadro delle prove. Mario Pedrotti, comunque, è riuscito a superare il muro del blocco mentale che lo ha paralizzato per una settimana grazie all'aiuto di uno psicologo. di NICOLA GUARNIERI

Una drammatica battuta di caccia, quella di alcuni amici di Pomarolo nei boschi della Destra Adige; una gita domenicale in pieno autunno che avrebbe dovuto essere gioiosa ma che ha portato lacrime e lutto.
Era il 16 novembre 2003 e il protagonista involontario della tragedia all'inizio non è riuscito a spiegare e spiegarsi l'accaduto. Mario Pedrotti è così rimasto per sei giorni con la mente sconvolta. Sconvolta a causa di quel maledetto colpo partito dal suo fucile, dalla vista del suo amico Mauro Pedrotti a terra morente.
Dopo cinque mesi, la procura ha tirato le fila dell'inchiesta. I periti a cui il sostituto procuratore Marco Gallina ha affidato i quesiti - Il responsabile del poligono di tiro alla Baldresca Marco Leonardi e il medico legale De Battisti - nei loro elaborati hanno parlato di possibile incidente e il magistrato, una volta depositate le perizie, ha ufficialmente chiuso il fascicolo.
Il gup ha rinviato a giudizio con l'accusa di omicidio colposo Mario Pedrotti che ieri ha affrontato il secondo atto del pubblico dibattimento davanti al giudice Ettore Di Fazio.
Alla prima udienza, l'imputato ha chiesto di patteggiare. Ad una prima soluzione bassa (sei mesi di reclusione) ne è seguita una più sostanziosa (un anno) ma la procura non ha accettato la proposta. E questo anche e soprattutto perché non sono stati liquidati i danni alla vedova Marina Rovro e alle due figliolette.
La famiglia della vittima, d'altro canto, da tempo aspetta un'offerta di risarcimento. La stessa assicurazione dell'associazione cacciatori - alla quale è iscritto Pedrotti - ha versato 350 mila euro, ritenuto però un acconto.
La parte civile - che inizialmente chiedeva due milioni di euro visto che la tragedia ha lasciato soli una giovane moglie e due figli piccoli - si accontenterebbe delle metà pur di uscire dal processo ed evitare di trascinare per anni un ricordo che è assolutamente doloroso.
Di questo, però, ormai si parlerà in una successiva causa civile. La difesa, infatti, ieri ha deciso di affrontare il processo con tutti i testimoni citati dalle tre parti.
Un'udienza che ha avuto toni anche drammatici perché la vicenda è stata dolorosa per tutti. In primo luogo per la povera vedova, duramente colpita dalla perdita dell'amato marito ed ora sola ad allevare due creature che soffrono terribilmente la mancanza del padre.
E tremendamente dura è stata anche per Mario Pedrotti, molto amico di Mauro che se l'è visto morire tra le braccia. E in aula, durante la sua deposizione, è scoppiato a piangere, un lungo singhiozzo che è servito forse anche da sfogo.
La ricostruzione di quella maledetta battuta di caccia ha fatto riaffiorare dolori mai sopiti.
Da una parte i testimoni della parte civile non sono riusciti a trattenere le lacrime. Soprattutto la cognata di Marina Rovro che ha descritto la vita d'inferno seguita alla scomparsa di Mauro.
Dall'altra l'imputato che ha ripetuto allo sfinimento il profondo legame che c'era tra lui e la vittima.
Il legale della famiglia (l'avvocato Nicola Canestrini) ha comunque insistito sui rapporti con la vedova dopo l'incidente e su alcune operazioni effettuate da Mario Pedrotti (la vendita della casa e lo scioglimento della floricoltura che gestiva con il fratello).
La difesa (avvocati Alessio Pezcoller ed Emiliano Ballardini) ha cercato invece di tenere il caso dentro i binari della tragedia che ha colpito tutti, anche l'imputato, costretto per lunghi mesi a farsi assistere da uno specialista, il dottor Eraldo Mancioppi.
La richiesta di citare il medico come teste, però, è stata rigettata da Di Fazio. E così, chiuso il dibattimento, il 17 febbraio toccherà al pubblico ministero e ai legali esporre le proprie conclusioni prima dell'attesa sentenza che farà calare il sipario sul primo atto di una tragica scampagnata tra amici.
(L'Adige, 20 gennaio ’05)

 

Le dichiarazioni di mario pedrotti
«Era un amico, un grande amico»
Mario Pedrotti, l'imputato, ha deciso di sottoporsi all'esame, al fuoco incrociato delle domande di accusa e parte civile. In aula era teso, forse ancora choccato per quella maledetta mattina. Non a caso la frase più ricorrente, ripetuta allo sfinimento, è stata «Mauro era mio amico, mio amico».
«Quel giorno siamo andati a uccellini, a merli e a tordi. Ci eravamo messi d'accordo la sera prima e alle 7.30 siamo partiti per la battuta di caccia. Abbiamo sparato in tre: io, mio padre e Mauro. Con me avevo la doppietta e un'altra l'ho prestata a Mauro perché il suo fucile non funzionava bene, ogni tanto non sparava. Davanti, sulla stradina, c'eravamo io e Mauro. Mauro era vicino a me, sulla sinistra. Io tenevo il fucile sulla spalla sinistra. Stavamo scherzando, accordandoci su chi avrebbe fatto il caffè dopo la caccia alla baita che abbiamo lì vicino.
Ad un certo punto ho sentito due colpi, ho detto a Mauro: "Ci stanno sparando addosso ma chi è?". Poi mi sono girato e ho visto Mauro cadere a terra mentre mi chiamava. È assurdo, eravamo molto amici. Non so cosa sia successo. Non ho mai avuto la sensazione di perdere il fucile».
Il pm d'udienza Elisa Beltrame ha contestato questo passaggio, ricordando che il 22 novembre 2003 l'imputato aveva riferito alla polizia di essersi invece accorto della doppietta che gli scivolava dalla spalla.
«Ero confuso, so solo che ho preso Mauro sulle gambe e non volevo più lasciarlo. È stata la polizia a convincermi a lasciarlo andare sull'elicottero. Ancora adesso non mi rendo conto di cosa sia successo. Solo dopo un'ora ho visto la cinghia del fucile rotta. Non riesco a spiegarmi nemmeno perché ho ricaricato il fucile. Penso sia stato un gesto istintivo. Quando ho buttato il fucile per prendere Mauro forse l'ho aperto e involontariamente ricaricato. Ero in stato di choc, non sapevo nemmeno dov'ero in quel momento. Non ricordo se il colpo è partito dal mio fucile; ricordo solo la sensazione del fucile che cade dalla spalla ed io che tento di prenderlo. Mauro, una volta colpito, si è girato su se stesso e poi è caduto a due metri da me».
La parte civile ha rivolto domande sui rapporti con la famiglia della vittima e su alcune operazioni di mercato successive alla tragedia.
«Sono andato spesso a trovare Marina e le bimbe poi ad aprile mi ha detto di non andare più perché turbavo le piccole in quanto pensavano che io avevo ucciso il loro padre.
Per quanto riguarda la vendita della casa in aprile, l'ho fatto per tutelare mio figlio. Se succedesse qualcosa a me, infatti, non avrebbe niente. Per l'azienda, invece, era da tempo che i rapporti tra me e mio fratello erano deteriorati; quindi meglio scioglierla. Ora la floricoltura la gestiscono i genitori».
In merito al risarcimento, «l'assicurazione dei cacciatori ha un massimale di un milione di euro ed è già stato versato un acconto di 350 mila euro».
Mario Pedrotti è scoppiato in lacrime quando gli è stato chiesto delle visite ad uno specialista per farsi aiutare a uscire dallo choc.
«Era un mio grande amico e ho avuto bisogno di aiuto da parte di un medico».
Il giudice Di Fazio ha negato una sospensione temporanea dell'esame nonostante i singhiozzi di Pedrotti e poi, prima di chiudere, ha tirato una stoccata all'imputato: «Lei non ricorda troppe cose».
(L'Adige, 20 gennaio ’05)

 

Domusnovas Incidente di caccia, condannato.  NB Si riferisce ad episodio avvenuto nel ‘98
Due colpi di fucile contro una sagoma in movimento. Un uomo cade a terra ferito al volto. Era l'8 dicembre del 1998 quando Salvatore Mereu di Decimoputzu, morì in ospedale dopo un incidente di caccia. Una morte per la quale il processo di primo grado si chiuse senza un colpevole. L'imputato, Giampaolo Deligia, 45 anni di Domusnovas, fu assolto per non aver commesso il fatto. Ieri i giudici della Corte d'Appello di Cagliari hanno ribaltato la sentenza e lo hanno condannato per omicidio colposo a 7 mesi (con la condizionale) e al risarcimento ai parenti della vittima». Quella mattina di dicembre la compagnia di caccia di Domusnovas era uscita nella località Squiddargiu. C'erano due ospiti di Decimoputzu, uno di questi era Salvatore Mereu. Nella boscaglia erano partiti tre colpi quando la battuta era già terminata. Due li aveva esplosi Deligia pensando di colpire un cinghiale. Invece i pallettoni centrarono Tore Mereu. Deligia chiese aiuto. Così hanno ricordato gli agenti forestali accorsi dopo gli spari: al Pronto soccorso gli sentirono dire di aver sparato contro un cinghiale e di essersi poi reso conto di aver colpito una persona. Una sorta di confessione che Deligia (difeso dall'avvocato Gianfranco Cortis) ha poi smentito e che, secondo il giudizio di primo grado, non poteva essere utilizzata per arrivare a sentenza. Non si era nemmeno potuto provare che i pallettoni uccisero Mereu fossero stati esplosi da Deligia. Era stato il pm a ricorrere in Appello, con lui i familiari di Mereu rappresentati dagli avvocati Luigi Trudu e Sandra Mura. La tesi che ha prevalso sarebbe stata (bisogna attendere le motivazioni) proprio quella della confessione. Inoltre l'accusa ha sostenuto che Deligia avesse nascosto i bossoli del suo fucile per evitare che venissero utilizzati come prove. «Siamo contenti che Salvatore abbia avuto giustizia - hanno commentato i parenti di Mereu - ma non portiamo alcun rancore nei confronti di Deligia».
(L'Unione Sarda, 28 gennaio ’05)