Si spara una fucilata a Capodanno
Un colpo nel giardino: settantatreenne gravissimo in
Rianimazione
Si è
sparato il primo giorno dell'anno. Verso le 6 e 30 del mattino, quando tutti o
quasi dormivano per smaltire i bagordi di San Silvestro. Quando gli
irriducibili festaioli erano in riva al mare per la prima alba del 2005, o in
qualche bar a bere caffé. Si è sparato un colpo di doppietta che aveva puntato
alla gola. Ma che è finito tra volto e spalla. Non è morto, ma è in condizioni gravissime,
in Rianimazione a Jesi. Si è sparato nel suo piccolo giardino, ma nessuno ha
fatto caso a quel "botto" ritenuto normale alle sei e mezzo del
mattino di Capodanno. Neanche sua moglie che era a letto. L'ha trovato la
figlia un'ora dopo, privo di sensi. Sporco di sangue sul volto e la spalla
sinistra, e con a fianco la doppietta. Respirava. I soccorsi sono arrivati in
una manciata di minuti. Ora i medici tentano di salvarlo.
Ha 73 anni, è malato. E' stato un bravo muratore, poi
è andato in pensione. Abita in uno dei paesi limitrofi a Jesi, insieme alla
moglie. Anche lei malata, e costretta a letto. Hanno una figlia sposata che
abita a non grande distanza, e che ogni giorno fa visita ai genitori per
accudirli.
Non forniamo alcuna informazione che possa
identificare l'uomo per ovvi motivi di privacy. E' la sua storia e il suo gesto
di disperazione, contrapposti all'allegria - obbligatoria per definizione -, ad
arrivare nell'anima come uno schiaffo, una doccia fredda sul virtuale panorama
di champagne e di un anno bello e dorato. Lui, l'uomo di 73 anni, non voleva
iniziarlo questo 2005 fatto di sofferenza personale e della donna con cui ha
vissuto per oltre quarant'anni e adesso obbligata a letto. Non avevano brindato
i due anziani consorti. Non avevano stappato la bottiglia di spumante e
tagliato il panettone. Lui si è arreso al peso di un anno terminato e nel quale
la diagnosi dei medici per quel tumore che stava crescendo nel suo corpo lo
debilitava. Si è arreso alla sofferenza della moglie che vedeva appassire. Non
ha dormito durante la "notte magica". E alle sei e mezzo del mattino,
è sceso dal letto senza svegliare la moglie. Ha preso il suo fucile, la
doppietta calibro 12 regolarmente detenuta e compagna di trascorse battute di
caccia. Ha preso anche una cartuccia. Una soltanto, perché bastava per mettere
fine a presente e futuro. Entrambi senza felicità, senza prospettive. Poi è
andato in giardino, in pigiama, aprendo la porta lentamente, senza far rumore.
Ha introdotto la cartuccia in una canna della
doppietta, che sorreggeva con la mano sinistra, mentre con il pollice destro
arrivava al grilletto. In piedi, lì nel giardino bagnato dalla rugiada che il
sole benaugurante del primo giorno del nuovo anno faceva brillare. Ha premuto
il pollice sul grilletto, con forza. L'innaturale posizione del fucile, e
l'altrettanto innaturale pressione del dito sbagliato, hanno fatto spostare
leggermente la canna verso sinistra. Se l'era puntata alla gola, quella fredda
canna brunita della doppietta. Lo spostamento ha fatto sì che il colpo finisse
sulla spalla. E che il piombo rovente, praticamente un grosso proiettile,
uscisse dalla schiena. Nessuno ha fatto caso a quello sparo, scambiato per un
botto di Capodanno.
Fino a qualche giorno fa l'uomo reagiva, andava in
paese, anche se camminava con qualche difficoltà. Era socievole, e non
disdegnava una partita a carte con gli amici.
Ma l'anno appena iniziato, e quella deviazione del
colpo, potrebbero essere un segnale di reazione, di ritrovata voglia di reagire
e lottare per la vita. E' una speranza, e un augurio.
BRUNO LUMINARI
(Corriere Adriatico, 2 gennaio ’05)
CASTELVENERE
Incidente di caccia tre feriti
Tre feriti
per un incidente di caccia avvenuto ieri mattina intorno alle sei alla
periferia di Castelvenere. Un cacciatore Pietro Luigi Di Dato 39 anni, era
giunto insieme ad altri tre amici tutti residenti nell'hinterland napoletano
nella zona di Castelvenere. L'uomo non si è accorto che c'era un cavo metallico
che reggeva una vite. Contro questo cavo è finito il fucile da caccia che
l'uomo imbracciava ed è partito un colpo i cui pallini hanno ferito altri tre
cacciatoti: Gaetano Arancio 27 anni di San Sebastiano al Vesuvio, Aniello Raia
34 anni di Napoli, entrambi raggiunti dai pallini alle gambe, e Salvatore Russo
32 anni di Napoli anche lui rimasto ferito a una mano e a una gamba. I tre sono
stati medicati all'ospedale di Cerreto e guariranno in dieci giorni. Sul posto
per gli accertamenti i carabinieri.
(Il Mattino Online, 3 gennaio ’05)
Battuta di caccia, cade a terra il
fucile: feriti in tre
GIUSEPPE DI SOMMA Cercola. Cade a terra il fucile e impallina tre
persone. Rischiava di trasformarsi in tragedia una battuta di caccia di quattro
napoletani. Alla fine se la sono cavati con un grande spavento e dieci giorni
di prognosi. È accaduto l'altra mattina a Castelvenere, in provincia di
Avellino. Il gruppetto di napoletani, con la passione per la caccia, era
partito a notte fonda per raggiungere una delle zone più ambite per gli amanti
della natura nell'Avellinese. Tutto stava proseguendo come sempre, tra schioppi
di fucili e qualche chiacchiera tra amici. Ma è bastata una piccola distrazione
a gettare nel panico i cacciatori. Pietro D, 29 anni, operaio residente ad
Acerra, ha fatto cadere accidentalmente il fucile da caccia regolarmente
dichiarato. Dalla canna del calibro 12 è partito un colpo. La rosa di pallini
fuoriuscita dal fucile ha percorso alcuni metri e ha investito in pieno Gaetano
Arancio, 37 anni, artigiano residente a San Sebastiano al Vesuvio; Aniello
Raia, 34 anni, camionista di Cercola e Salvatore Russo, 42 anni, operaio del
popoloso quartiere napoletano di Barra. I tre sono stati colpiti al volto, alle
braccia e alle gambe. Dalla zona si sono levate alte le grida dei feriti. Si è
temuto il peggio. Sul posto sono accorse diverse persone per accertarsi
dell'accaduto. Immediati sono scattati i soccorsi. Dopo lo spavento iniziale, i
tre feriti si sono rialzati e sono stati trasportati, da altri cacciatori,
all'ospedale Santa Maria delle Grazie che dista pochi chilometri dalla zona del
ferimento. I medici del pronto soccorso li hanno visitati e hanno effettuato
tutti gli accertamenti del caso per verificare se i pallini avessero creato dei
danni agli organi vitali. Tutti gli esami sono risultati negativi e i
proiettili sono stati estratti dai corpi dei cacciatori. Alla fine i tre sono
stati medicati e dichiarati guaribili in dieci giorni. Sul posto sono giunti
anche i carabinieri del comando provinciale di Avellino. Dopo aver accertato
che tutti i fucili in possesso dei quattro napoletani coinvolti nell'incidente,
fossero regolarmente dichiarati, hanno controllato le licenze di caccia. Tutto,
alla fine, è risultato in regola. Per Pietro D., non è scattata la denuncia
visto che la lieve entità delle lesioni provocate dall'incidente non prevede
l'apertura di un procedimento penale d'ufficio. Al momento, quindi, anche la
sua licenza di caccia resta ben salda tra le mani. Cosa che, però, non è
accaduto col fucile. L'incidente di Castelvenere riapre, comunque, il capitolo
della pericolosità della caccia. Un'attività contro la quale - lo affermano le
statistiche - - la maggiorparte degli italiani è contraria e ne chiede
l'abolizione. gi.ds.
(Il Mattino Online, 5 gennaio ’05)
LA SPEZIA: SOSPESA
BATTUTA DI CACCIA AL CINGHIALE
Uno dei componenti della squadra è stato sorpreso mentre
esercitava la caccia in una zona di divieto, a meno di 50 metri dalla strada
provinciale. Un altro cacciatore è stato individuato mentre utilizzava una
carabina con un caricatore contenente cinque colpi anziché tre, come stabilito
dalla normativa
5
Gennaio – La settimana scorsa, il personale del Distaccamento forestale di
Borghetto Vara e del Comando Stazione forestale di Levanto (La Spezia),
nell’ambito dei controlli relativi all’attività venatoria, hanno sospeso, per
irregolarità amministrative, una battuta di caccia di cinghiale che si stava
tenendo in località Pianpontasco, nel Comune di Bonassola. Uno dei componenti
della squadra è stato sorpreso mentre esercitava la caccia in una zona di
divieto, a meno di 50 metri dalla strada provinciale. Un altro cacciatore è
stato individuato mentre utilizzava una carabina con un caricatore contenente
cinque colpi anziché tre, come stabilito dalla normativa. Gli agenti hanno
dunque provveduto a multare i due uomini, sospendendo la battuta di caccia e
ritirando l’autorizzazione alla caccia al cinghiale, per i provvedimenti di
competenza della Provincia.
(www,newslettercorpoforestale.it, 5
gennaio ’05)
Incredibile episodio in città
Col fucile in strada uccide un cane
Olbia (SS)
Esce di casa armato, spara a un
cane e rischia di colpire il proprietario. Il boxer è morto, ucciso da una
fucilata a pallettoni. Il proprietario del cane, Gian Marco Deiana, che si
trovava vicino al povero animale, si è gettato a terra per evitare di essere
colpito.Il grave episodio è accaduto ieri verso mezzogiorno nella periferia di
Olbia, a due passi dal quartiere Bandinu. Deiana ha chiamato la polizia che ha
avviato le indagini per risalire al responsabile. Dello sparatore nessuna
traccia. Sono state interrogate diverse persone e sentito a lungo anche Deiana.
Le ipotesi degli investigatori puntano anche verso alcuni pastori che portano
le loro greggi nella zona e che spesso, per difendere il bestiame, tengono un
fucile a portata di mano. Il fascicolo contro ignoti è stato aperto per spari
in luogo pubblico.
L'UNIONE SARDA
mercoledì 5 gennaio 2005
TRAGEDIA SFIORATA
Gli parte un colpo dal fucile e ferisce un altro
cacciatore
Incidente di caccia nelle campagne di Rosciano. E' rimasto ferito al
volto, in modo lieve, un operaio di 48 anni, di Pescara, abitante in via
Tirino. Chi, incidentalmente,l'ha colpito è un pensionato di 77 anni, anche lui
di Pescara. Sull'episodio indagano i carabinieri della stazione di Rosciano e i
loro colleghi della Compagnia di Penne (comandante il tenente Eugenio
Stangarone).
Erano le 8,30 del mattino. N.M.R., il cacciatore
ferito e S.G., il cacciatore che l'ha ferito, si trovavano in zona Galelle di
Rosciano. A un tratto R.M.N. è stato colpito al volto da un colpo di fucile, si
è accasciato a terra e ha invocato aiuto. In caccia era andato solo, quindi
nessuno ha potuto soccorrerlo. E' stato lui a chiamare il 112 con il
telefonino. Sul posto sono arrivati i carabinieri e l'eliambulanza del 118,
all'inizio infatti si era temuto un incidente con conseguenze ben più gravi. E
bisogna dire che, in effetti, nella sfortuna è stato fortunato. Pur se la
prognosi è di soli dieci giorni, l'uomo è stato ricoverato in ospedale nel
reparto di Otorino, la degenza si rende obbligatoria per precauzione. E' stato
colpito all'orecchio, l'occhio per fortuna è salvo.
Il feritore è stato denunciato per lesioni personali
colpose e omissione di soccorso poichè risulta che non ha, appunto, aiutato la
persona che aveva colpito. Bisogna però chiarire se l'uomo aveva capito, o no,
quanto era in realtà accaduto.L'incidente è avvenuto in campagna ma c'erano
anche alberi che potrebbero aver nascosto l'uno all'altro i cacciatori.
(Il Messaggero, 6 gennaio ’05)
Ferito al volto durante una battuta di caccia
Operaio pescarese colpito da una fucilata sparata
inavvertitamente da un pensionato che poi si è allontanato
di ANGELA PIZZI
ROSCIANO
(PESCARA) - Aveva intravisto una preda e si è affrettato a sparare con il suo
fucile, ma il colpo ha raggiunto il volto di un altro cacciatore. Poi, forse
spaventato per l'accaduto, si è allontanato. Intanto la vittima, raggiunta di
striscio sulla tempia dallo sparo, ha provveduto a chiamare i soccorsi. Sul
posto sono subito intervenuti carabinieri e personale del "118":
questi ultimi hanno trasportato con l'eliambulanza il ferito in ospedale a
Pescara. Dopo averlo accuratamente visitato, i medici l'hanno ricoverato con
una prognosi di 10 giorni. Contemporaneamente i militari sono riusciti a
rintracciare il cacciatore che ha sparato: per lui è scattata la denuncia per
lesioni personali colpose e omissione di soccorso. S'è dunque sfiorata la
tragedia ieri mattina: la vicenda si è verificata nelle prime luci dell'alba in
contrada Galelle di Rosciano, durante una comunissima battuta di caccia. Ma in
pochissimi minuti, una tranquillissima giornata si è macchiata di sangue. G.S.,
un cacciatore di 76 anni di Pescara, ha sparato con il suo fucile: doveva
colpire una preda, invece il suo colpo ha raggiunto al volto un altro
cacciatore, un operaio quarantottenne sempre di Pescara. Forse preso dallo
spavento o chissà per quale altro motivo, l'anziano cacciatore si è
allontanato. È stato infatti proprio il ferito a lanciare l'allarme con il
proprio telefono cellulare. E mentre i medici si preoccupavano di curare la sua
ferita, i carabinieri della Compagnia di Penne, diretti dal tenente Eugenio
Stangarone, hanno provveduto a rintracciare il cacciatore maldestro e ad
ascrivere il suo nome nel registro dei denunciati: l'uomo dovrà ora rispondere
di lesioni personali colpose e omissione di soccorso.
(Il Tempo, 6 gennaio ’05)
Mestre
Forse una manovra azzardata, forse hanno perso ...
Mestre
Forse una manovra azzardata, forse hanno perso
l'equilibrio sparando. Poi un urlo e il silenzio. Renè Vello, 24 anni, e il
cugino Luigino Vello, 30 anni, entrambi di San Stino sono appena piombati nelle
acque gelide della Brussa, nel territorio di Caorle, un'area tradizionalmente
frequentata da cacciatori. Sono appesantiti dagli indumenti, cercano
disperatamente di non affondare, lottano con tutte le loro forze ma è difficile
in quelle condizioni.
Sono le 15.40, Ivano Amadio e il figlio Simone,
residenti a Sindacale di Concordia, si trovavano nella zona, in Val Perera (località
Rodelle). A bordo della loro barca stanno facendo rientro dalla battuta di
caccia; sentono lo sparo, le urla. Con la loro imbarcazione percorrono il fiume
"Canaon" per 500 metri finchè non trovano la barca rovesciata dei
Vello. Padre e figlio si mettono subito alla loro ricerca scorgendo pochi
secondi dopo, a un metro sott'acqua, la testa di uno dei due: è Renè Vello. Il
giovane viene issato a fatica a bordo, è in condizioni gravissime; non dà segni
di vita, il suo volto è cianotico per la mancanza d'ossigeno. Gli viene
praticata la respirazione bocca a bocca, poi Amadio allerta il 118. Poco dopo
fortunatamente Renè riapre gli occhi ma le sue condizioni restano critiche.
Arriva l'elicottero di Treviso Emergenza che trasporta Vello al Pronto Soccorso
dell'ospedale Ca' Foncello. Ma l'emergenza rimane perchè del cugino, Luigino,
non v'è traccia. Sul posto giungono i Vigili del Fuoco di Portogruaro e
Latisana, i sommozzatori di Vicenza e Trieste, l'autolettiga del 118, i
Carabinieri di Portogruaro e Caorle e la capitaneria di Porto di Caorle. Sul
posto della tragedia si radunano altri cacciatori e pescatori ed alcuni amici
dei Vello; si fa sempre più buio, sono momenti concitati, drammatici. Il freddo
è intenso e inizia a calare anche la nebbia. Poi arriva un altra auto, scendono
due persone, sono la mamma ed il fratello del disperso che avvisati del fatto
si sono precipitati sul posto assieme al padre. "Dov'è mio figlio?"
chiede disperata la madre di Luigino Vello. I sommozzatori continuano a sondare
il canale in più punti ma di Luigino non v'è traccia. In serata i medici del Cà
Foncello trevigiano fanno sapere che Renè ce l'ha fatta e che il peggio è
passato. Ma il pensiero ora è solo per Luigino, sposato e papà di un bimbo di 3
anni. La ricerca per ora è stata vana.
Marco Corazza
(Il Gazzettino, 7 gennaio ’05)
SAN STINO Un'altra giornata straziante per la famiglia
Vello: nel pomeriggio i sommozzatori recuperano la salma del cacciatore
disperso
Dalla speranza alla disperazione, ritrovato il corpo
Prima spunta uno stivale, poi il fucile, quindi il
tragico epilogo: il cadavere messo a disposizione dell?autorità giudiziaria
San Stino
Ieri è stata una giornata lunga, dura e straziante per
i familiari e gli amici di Luigino Vello il sanstinese cacciatore trentenne
finito nel fiume "Canaon" in val Perera di Brussa di Caorle il
pomeriggio di giovedì con il cugino Renè Vello, salvato poi in extremis da un
altro cacciatore Ivano Amadio. Le ultime speranze di ritrovare vivo Luigino
sono finite nel primo pomeriggio quando il corpo è stato ritrovato dai
sommozzatori a circa cinquanta metri dalla zona in cui è avvenuta la tragedia.
I cugini Vello, appassionati di caccia, si erano
recati l'altro ieri in località Rodelle dove possiedono un casone. Erano le
14.30 di giovedì quando con la loro barca hanno affrontato il profondo canale
ignari della tragedia che li stava attendendo. Alle 15.40 il dramma, un colpo
di fucile, il motore che va su di giri e le richieste di aiuto. Nessuno sa cosa
sia davvero successo, di certo la barca si è rovesciata e tutti e due sono
finiti in acqua. Renè viene preso per i capelli quando ormai sta per annegare,
Luigino non viene cercato in un primo momento, nessuno infatti sa che c'era
anche lui su quella barca. E' il papà di Luigino, Pietro, che si trova poco
lontano dall'incidente, venuto a conoscenza dell'accaduto, a chiedere
informazioni sulle condizioni di saute del familiare. I soccorritori cadono
dalle nuvole, parte la richiesta di soccorso e tutti si mettono alla ricerca di
Luigino, ma alle 22 ancora nessuna traccia. Con il buio e la nebbia è
praticamente impossibile ritrovarlo. Le ricerche vengono sospese, e riprendono
ieri mattina, quando alle 10 arrivano nuovamente i sommozzatori di Trieste e
quelli di Venezia, coadiuvati dai collegi di Portogruaro con l' ausilio dell'
elicottero e del servizio Natanti dei Carabinieri di Caorle. Sul posto arrivano
i familiari del dispersolo, la moglie Regina, la mamma Rina, il papà ed il
fratello Adriano fiduciosi di ritrovare il compianto ancora vivo. Le ricerche
vengono dislocate in diversi punti con i sommozzatori che scandagliano il fiume
in lungo ed in largo partendo dal punto dove è stato ripescato Renè. I pompieri
di Portogruaro con un gommone partono dalla Brussa e risalgono a monte mentre i
carabinieri con la motovedetta gli vanno incontro e l'elicottero di Mestre
sorvola dall'alto. Passano diverse ore e con esse la speranza si affievolisce,
ma non nella moglie che, sorretta dai familiari, fa la spola tra l'auto ed il
punto dove accaduto l' incidente sicura che Luigino è ancora vivo. Arriva il
pomeriggio, tutti sono ancora lì, nessuno si è fermato, nemmeno per pranzare,
ad aspettare notizie. Poi improvvisamente spunta uno stivale, è di Luigino. La
moglie del trentenne spera ancora in un miracolo..."È ancora vivo"
dice con un groppo alla gola. Alle 14, dopo sei interminabili ore i familiari
se ne vanno e Regina torna a casa ad abbracciare Alex il figlio di 3 anni che
dal giorno prima non vede più il suo papà. Sul posto arriva il papà di Renè che
subito chiede notizie sul ritrovamento del nipote ed informa sulle buone
condizioni del figlio. Purtroppo, poco dopo le 14, riaffiora dal punto dove l'
imbarcazione si è rovesciata un sommozzatore del nucleo triestino; ha con sè il
fucile di Luigino, è il secondo ritrovamento dopo una giornata passata nel
profondo fiume, ma è anche una preziosa informazione che fa intendere che lui
potrebbe essere li vicino. Si cerca quindi un po' più a monte, il giorno prima
infatti la marea stava risalendo. Pochi minuti e riaffiora anche l'altro
stivale e alle 15 purtroppo il corpo senza vita di Luigino Vello viene
ritrovato. La salma ricomposta è stata messa a disposizione dell autorità
giudiziaria che vaglierà la possibilità dell'esame autoptico.
(Il Gazzettino, 8 gennaio ’05)
IL RICORDO DEI PARENTI
«La passione per la caccia fin da bambino, una
tradizione in famiglia»
San Stino
Luigino era sposato con Regina. Alex, è il figlio di 3
anni che frequenta il primo anno della scuola per l'infanzia " J.Piaget
" del Capoluogo. I suoi genitori sono papà Pietro che è pensionato e mamma
Rina, casalinga. Luigino, con la sua famiglia, viveva in uno degli appartamenti
della grande casa paterna. In un altro, abitano i suoi genitori. Nella parte
centrale, c'è la casa della famiglia di Luciano, lo zio di Luigino e papà di
Renè, con i nonni. Ieri, i genitori di Luigino non erano in casa. Già di prima
mattina, l'ansia e il dolore per il figlio che non si trovava li ha portati in
Brussa, nel luogo delle ricerche, per continuare a sperare, fino all'ultimo.
Con loro, c'erano altri parenti ed alcuni amici. In particolare, quattro che
condividono la grande passione per la caccia. " Luigino e Renè - racconta
Daniela Pavan, una cugina - erano grandi appassionati di caccia. Una tradizione
trasmessa dalla famiglia, incominciata quando i due cugini erano ancora bambini
". Daniela ricorda di aver appreso della disgrazia giovedì sera. Verso le
20.30 qualcuno che cercava i genitori di Luigino ha telefonato nella sua casa.
"Quella persona mi ha riferito - sottolinea - che Renè era stato soccorso
da due pescatori che si trovavano in zona. Avevano udito una grande
accelerazione del motore della barca. Poi, un gran botto come se un remo avesse
sbattuto violentemente sull'acqua. Sono accorsi e hanno visto un braccio di
Renè uscire dall'acqua. Uno dei due pescatori lo ha salvato quando era ormai
semiassiderato ". "In zona - continua Daniela - c'erano anche lo zio
Luciano e Marco, un altro cugino. Sono accorsi richiamati dalle invocazioni d
aiuto dei due pescatori. Luigino, invece, non si è trovato". "Non
riesco proprio a capire cosa possa essere successo - conclude Daniela - perchè
Luigino e Renè sapevano nuotare. Forse, saranno stati bloccati dall'acqua
gelida, dagli indumenti". Sulla riva è rimasta la cagnetta portata per la
caccia che, quasi intuendo la tragedia appena consumata, non si è mossa da lì .
Dal letto d'ospedale dove è ricoverato, Renè non si dà pace per la perdita del
cugino e lo ricorda con grande affetto. I due, fin dalla fanciullezza, erano molto
legati. Erano cresciuti insieme. La notizia del dramma dell'altro ieri
pomeriggio, nella valle della Brussa, ha lasciato sotto choc i sanstinesi. La
famiglia Vello in paese è molto conosciuta. L'incidente in barena ha
profondamente commosso ed addolorato chi conosceva il giovane camionista morto
e il cugino salvato quando ormai era privo di sensi ma che ora, fortunatamente,
è fuori pericolo.
Gianni Prataviera
Marco Corazza
(Il Gazzettino, 8 gennaio ’05)
Spara col fucile dalla finestra: denunciato
Nei guai un cacciatore di Cis.
A Campodenno trovate le trappole
CIS. Si era appostato alla finestra di casa con una carabina: da lì
mirava agli uccellini. Ieri mattina i carabinieri della stazione di Rumo in
collaborazione con i guardiacaccia, dopo un lungo periodo di appostamento hanno
fermato e denunciato un cacciatore di cinquant'anni di Cis. I volatili sono al
centro di un'altra operazione, conclusa dalla forestale a Campodenno: un uomo
di 58 anni del posto è stato denunciato per aver catturato uccelli utilizzando
le tagliole e della frutta come esca. Da tempo i carabinieri di Rumo erano
sulle tracce di Z.L., 50 anni, di Cis. I militari sospettavano che l'uomo,
cacciatore, potesse essere responsabile di alcuni spari che erano stati sentiti
nei giorni precedenti in paese. In collaborazione con i guardacaccia della zona
sono iniziati una serie di appostamenti, che ieri mattina, intorno alle 9,
hanno dato i frutti sperati. I carabinieri, infatti, hanno visto Z.L. mentre
imbracciava una carabina e sparava all'esterno della casa. Poco dopo i militari
si sono presentati nell'abitazione del sospettato per la perquisizione
domiciliare: all'interno della casa è stato trovato l'uccello morto la carabina
calibro 22 e alcuni bossoli.
(Il Corriere delle Alpi,7 gennaio ’05)
I carabinieri seequestrano l'arma e la mettono a
disposizione del magistrato. I pallini hanno sfiorato il fegato
Cade sul fucile e si spara alla natica
Singolare incidente per un giovane cacciatore. Indagini
della Procura
di GILBERTO SCALABRINI
Sarà il pubblico ministero della Procura presso nil Tribunale di
Spoleto a dire se si è trattato di un incidente o se invece è stata un'azione
improvvida quella che ieri mattina è costata il ferimento al gluteo della
natica destra di un giovane cacciatore. E' il primo incidente di caccia
dell'anno e l'uomo, Juri P., 25 anni, residente a Gualdo Cattaneo, ha rischiato
la vita perchè il colpo è andato molto vicino al fegato. Erano le 11,30 circa,
quando in compagnia di altri amici cacciatori Juri si trovava all'interno di un
bosco nella zona del Rotolone, tra Gualdo e Bevagna. Stavano scendendo un
leggero vallone, per portarsi sulla strada e riprendere la via di casa. Era
molto freddo e c'era un leggero velo di nebbia.
Juri pare che tenesse il fucile con la mano dietro
alle gambe. Improvvisamente, forse per un attimo di distrazione, oppure perchè
è scivolato o si è fermato per riposarsi, con la natica è finito sopra la canna
del fucile. Il peso del suo corpo ha fatto partire il colpo: una fiammata
accompagnata da un boato cupo, il cui rumore è stato amplificato dalla macchia.
Mentre l'uomo veniva proiettato in avanti finendo in un vicino fossato, gli
altri cacciatori che erano con lui restavano come folgorati dalla paura. Juri
perdeva molto sangue dalla gamba e subito i suoi compagni, ripresisi dallo
spavento, hanno dato l'allarme: prima al 118 e poi alla centrale operativa dei
carabinieri. Gli operatori sanitari sono arrivati subito sul posto, anche se
non è stato facile raggiungerlo. Sono stati attesi da alcuni cacciatori in
località San Giovanni e guidati fino al punto in cui si trovava lo sventurato.
Mentre erano in corso le operazioni di soccorso, sul posto giungevano pure i
militari della stazione di Gualdo Cattaneo. Il giovane veniva trasferito subito
all'ospedale di Foligno, e operato d'urgenza. La prognosi è di trenta giorni. I
pallini gli hanno causato una brutta ferita al muscolo della natica destra.
Fortunatamente erano pallini e non palle da cinghiale, altrimenti l'incidente
avrebbe avuto dimensioni molto più gravi.
La notizia dell'incidente si è sparsa in un baleno
nella zona, dove ieri mattina si trovavano molti cacciatori. Le indagini sono
condotte, comunque, dal nucleo investigativo dei carabinieri che ha posto sotto
sequestro il fucile del giovane e informato del fatto la Procura della
Repubblica che ha aperto un fascicolo. Sono stati pure interrogati i testimoni
oculari della vicenda, per ricostruire le varie fasi dell'incidente. Il colpo
partito accidentalmente dal fucile di Juri, infatti, poteva colpire pure gli
altri cacciatori, che si trovavano vicinissimi tra di loro.
(Il Messaggero, 9 gennaio ’05)
Colpito a morte durante una battuta
Cacciatore di 29 anni raggiunto dalla fucilata di un
compagno
Aveva già deciso di appendere al chiodo il fucile e
sposarsi Doveva essere l'ultima uscita al cinghiale
LUCCA. Ucciso da un colpo di fucile vicino al cuore in quella che
doveva essere l'ultima battuta di caccia della sua vita. Massimiliano Bertoli,
29 anni, residente in località Lombardo a Turrite Cava, operaio all'Icl ex Alce
- con la passione per la caccia al cinghiale ereditata dal padre Giuseppe,
presente al momento della tragedia e che ha soccorso il figlio morente - tra
pochi mesi avrebbe dovuto sposarsi. Quella organizzata ieri mattina doveva essere
la sua ultima uscita con gli amici della squadra di cacciatori di Gioviano: il
matrimonio alle porte, gli impegni di lavoro e le pressioni della fidanzata lo
avevano convinto ad attaccare al chiodo doppiette, cartucciere e giberne. Ma un
destino crudele era in agguato nel folto bosco in località Nozzandori sopra il
lago di S. Romano nelle vicinanze di Borgo a Mozzano.
Ad ucciderlo - per un tragico errore - un compagno di
caccia che, disperato, è stato ricoverato all'ospedale di Castelnuovo in stato
di shock. Si tratta di Guido Franchi, 45 anni, residente in località Piola a
Colle di Castelnuovo. «Voglio morire, ammazzatemi» ha gridato ai compagni
appena resosi conto di aver colpito in pieno petto l'amico e non il cinghiale
ferito.
L'uomo è stato iscritto nel registro degli indagati
con l'accusa di omicidio colposo. Sino a tarda sera sono stati sentiti dai
carabinieri come persone informate dei fatti gli amici che si trovavano con la
vittima - compresi lo zio e il padre - e che hanno ricostruito la dinamica del
drammatico incidente di caccia.
Il gruppo - composto da una trentina di persone, in
maggioranza esperte di caccia al cinghiale - si era ritrovato ieri mattina.
Verso le 11 verificata in zona la presenza dell'animale la squadra si era
divisa disponendosi sia a monte che a valle della radura in modo da accerchiare
il cinghiale. Massimiliano Bertoli e Guido Franchi, muniti di
radiotrasmittenti, erano stati piazzati dal caposquadra a monte. Avvistato
l'animale avrebbero dovuto spingerlo a valle dove altri compagni di battuta
erano pronti. Ma qualcosa dev'essere andato storto.
Alle 12.30 i cani hanno avvistato la preda. Il
cinghiale si è messo a correre giungendo proprio nella zona dove erano
dislocati vittima e omicida.
Massimiliano potrebbe essersi mosso prima del segnale
convenzionale spostandosi quindi dalla zona di competenza oppure l'amico
potrebbe avrebbe deciso di sparare al cinghiale a pochi metri di distanza
accorgendosi troppo tardi di lui. Di certo c'è che la palla fuoriuscita dal
fucile di Franchi ha colpito in pieno torace Massimiliano Bertoli, che è
spirato tra le braccia del padre.
Luca Tronchetti Roberto Pieri
(Il Tirreno, 10 gennaio ’05)
Doveva sposarsi con un'insegnante
LUCCA. Aveva fissato le nozze per il 28 maggio e quella di ieri doveva
essere l'ultima battuta di caccia. Un destino crudele ha invece spezzato la
giovane vita di Massimiliano Bertoli: «Un ragazzo d'oro, buono e generoso» dice
tra le lacrime la mamma Liviana, all'obitorio insieme al marito Giuseppe e ad
alcuni parenti. C'è anche Elisa Peccioli, la fidanzata di Massimiliano.
Insegnante di religione a San Colombano, si tocca nervosamente i capelli
biondi, cerca di farsi forza e riesce a controllarsi finché arriva un amico e
lei, distrutta, scoppia in un pianto irrefrenabile.
«Dovevano sposarsi l'ultimo sabato di maggio -
racconta uno zio del cacciatore ucciso - e avevano ormai preparato tutto.
Mancava solamente il menu, che i ragazzi volevano stabilire la prossima
settimana insieme al ristoratore. Il resto era fatto. Le partecipazioni pronte,
le bomboniere scelte, la lista degli invitati preparata. Alla cerimonia
sarebbero dovuti venire anche nostri parenti dal Brasile e dagli Stati Uniti».
«E invece, ecco cosa è successo - dice con un filo di
voce la mamma -. Massimiliano era andato a fare quella battuta. C'era anche il
padre Giuseppe: al momento dell'incidente era più avanti e non ha visto nulla.
Giuseppe ha sentito lo sparo e le grida, è corso indietro, ha preso tra le
braccia mio figlio. Ma non c'era più nulla da fare».
Massimiliano e Elisa, che è di Barga, stavano insieme
da 11 anni. Un amore sbocciato a prima vista tra due giovani perbene che
sognavano un futuro sereno. A costo di sacrifici, di rinunce, di soldi
risparmiati uno per uno avevano messo insieme il denaro per comprar casa a
Gallicano.
«Erano felici, si amavano, erano fatti l'uno per
l'altra - dice lo zio di Massimiliano -. Avevano già acquistato la crociera
della Costa: volevano andare in viaggio di nozze nel Mediterraneo. Mio nipote
non vedeva l'ora di partire. Mi aveva chiesto notizie su Tunisi, voleva sapere
tutto sui luoghi che avrebbe dovuto visitare».
Davanti all'obitorio del Campo di Marte Elisa non
resiste. Con una scusa entra perché vuole stare accanto al suo amore. Ma la
legge ancora non lo permette.
«Ma domani (oggi, ndr) potrò vederlo?». Sì, le dicono.
E lei se ne va nella notte. Con la disperazione nel cuore.
Duccio Casini
(Il Tirreno, 10 gennaio ’05)
PRECEDENTI
Altre due vittime in poco più di tre anni
LUCCA.
Altri due giovani erano morti in tragedie analoghe.
Il 29 dicembre 2002 un operaio agricolo della
Forestale rimase colpito a morte da un colpo di fucile sparato da un suo
compagno di caccia.
Una tragica fatalità che spense la giovane vita di
Diego Chesi, 29 anni, sposato, senza figli, residente a Sulcina, un borgo di
poche anime a pochi chilometri dal parco dell'Orecchiella, nel territorio
comunale di Villa Collemandina. Come molte altre volte, Chesi era uscito per la
consueta battuta di caccia al cinghiale in compagnia di altri cacciatori, in
totale una ventina di persone.
La zona scelta dal gruppo si trovava ai confini del
parco naturale dell'Orecchiella, in località Montefrignone. Qui avvenne
l'incidente.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, basata anche
sulle testimonianze degli stessi cacciatori Chesi procedeva a fianco di un
amico più esperto, più avanti di circa venti metri. Uno dei cani aveva
avvistato il cinghiale e si era precipitato all'inseguimento. Un cacciatore
della squadra aveva sparato sicuro, convinto di aver mirato all'animale. La
palla però aveva colpito alla schiena Chesi, trapassandogli il corpo, e
fuoriuscendo dal volto.
Altro tragico epilogo il 2 ottobre 2001 quando un
giovane di Massa Macinaia, Gino Lombardi, morì dopo essere stato colpito per
errore da alcuni colpi. Un compagno finì all'ospedale dove fu operato
d'urgenza.
La tragedia avvenne poco dopo le 19.30 nell'alveo del
padule del Bientina, a Colle di Compito. I tre cacciatori si divisero e a un
certo punta una rosa di pallettoni raggiunto due amici, forse poco visibili
anche perché stava calando la notte. Uno, Lombardi, residente a Massa Macinaia,
fu colpito al torace e si è accasciò in una pozza di sangue, l'altro, 34 anni
di Colle di Compito, riportò ferite all'addome.
Lombardi morì subito; l'altro fu portato in chirurgia
per un intervento urgente.
(Il Tirreno10 gennaio ’05)
Perizia balistica sul fucile del cacciatore
La chiede l'avvocato difensore per stabilire la
traiettoria dei colpi
LUCCA. La palla che ha colpito vicino al cuore Massimiliano Bertoli,
29 anni, l'operaio di Turrite Cava morto in una battuta di caccia al cinghiale,
non era stata modificata e quindi non era di genere proibito come invece era
accaduto in altri casi analoghi. E' quanto emergerebbe dai primi accertamenti effettuati
dall'autorità giudiziaria per chiarire con esattezza cause e modalità
dell'incidente di caccia avvenuto sabato mattina poco dopo le 12.30 nei boschi
di San Romano sopra Borgo a Mozzano.
Ma per aver un quadro completo della vicenda il
magistrato Lucia Rugani attende l'esame autoptico che stamani verrà effettuato
all'obitorio Campo di Marte dal medico legale Stefano Pierotti. Verrà estratta
la palla che ha ucciso il giovane e ricostruita la traiettoria fatale.
Un'autopsia che esclude quindi l'ipotesi di espianto
degli organi della vittima richiesto dalla famiglia che adesso attende di
ricevere il nullaosta per la sepoltura in modo da fissare la data dei funerali.
Intanto Guido Franchi, 45 anni, operaio in una
cartiera della Garfagnana, indagato con l'accusa di omicidio colposo ha
nominato come legale di fiducia l'avvocato Italo Galligani. Il cacciatore da
due giorni non esce di casa. Non riesce a darsi pace e nemmeno a capacitarsi di
quanto è accaduto. Si dispera e a stento trattiene le lacrime.
Ricorda soltanto di aver sparato tre colpi con il suo
automatico colpendo in tre punti il cinghiale, di aver ricaricato e fatto fuoco
una quarta volta e di aver alzato gli occhi vedendo a terra l'amico colpito a
morte. Più passano le ore e più l'indagato non riesce a capire come la vittima
si sia potuta trovare sulla traiettoria del suo fucile. Lì, a suo avviso,
Massimiliano Bertoli non avrebbe dovuto starci. Proprio in virtù del suo
racconto - Franchi è stato ascoltato nell'immediatezza soltanto dai carabinieri
della stazione di Gallicano assieme a quelli del radiomobile di Castelnuovo
diretti dal maresciallo Angelone e il magistrato dovrà interrogarlo a breve -
l'avvocato Galligani chiederà una perizia balistica per avere la certezza che
sia stato proprio l'automatico sequestrato dell'operaio a far fuoco
accidentalmente contro il giovane di Turrite. Sembra infatti che vi fosse un
altro cacciatore - più in basso - che all'arrivo dell'animale avrebbe sparato.
E' necessario quindi effettuare un'ulteriore verifica
per escludere anche quest'eventualità che altrimenti potrebbe inficiare
l'indagine modificandone la rotta già tracciata dagli inquirenti. Il cinghiale
ferito è stato ucciso più tardi con un'iniezione.
Nessuno tra i componenti la squadra di Gioviano (erano
25-26 i cacciatori che hanno preso parte alla tragica battuta) ha voluto quel
cimelio di caccia.
Luca Tronchetti
(Il Tirreno, 12 gennaio ’05)
Ieri pomeriggio nella chiesa di Bolognana i funerali di
Massimiliano Bertoli
Fucile sequestrato a un altro cacciatore Si allarga
l'inchiesta sul giovane ucciso
Sabato sarà effettuato un sopralluogo nel bosco di
Nozzandori
Tanta gente ai funerali nella chiesa di Bolognana
LUCCA. I Cc del reparto opertivo di Castelnuovo hanno sequestrato il
fucile automatico di un cacciatore che faceva parte della squadra di Gioviano
che partecipò alla tragica battuta di caccia al cinghiale nella quale rimase
ucciso Massimiliano Bertoli, 29 anni, colpito vicino al cuore. L'uomo - che si
trovava in una postazione più in alto rispetto a quella dove si trovavano la
vittima e il presunto autore dell'omicidio colposo - avrebbe sparato al
cinghiale qualche istante prima che Guido Franchi, 45 anni, di Castelnuovo
facesse fuoco.
È la stessa persona che, subito dopo la tragedia, si
affrettò a togliere il fucile e le cartuccie al collega temendo che questi - in
preda alla disperazione - potesse usare l'arma contro di sè. Al momento Franchi
- difeso dall'avvocato Italo Galligani - resta l'unico iscritto nel registro
degli indagati con l'accusa di omicidio colposo. Ma il sostituto procuratore
Lucia Rugani e gli stessi carabinieri vogliono sgombrare il campo da qualunque
ipotesi diversa. E cioè che a colpire a morte l'operaio non sia stato il fucile
di Franchi, ma quello dell'altro cacciatore - parente della vittima - che, in
virtù di una ricostruzione effettuata successivamente, avrebbe sparato qualche
secondo prima in direzione dell'animale - ferito dalle tre palle esplose
dall'indagato - almeno un colpo. Per questo motivo sabato verrà effettuato un
sopralluogo nel bosco di Nozzandori - più precisamente sul luogo della tragedia
- a cui parteciperanno gli inquirenti e le parti in causa.
D'altronde le prime dichiarazioni rilasciate, in stato
di shock, da parte del principale indiziato non lasciavano grandi spazi a
soluzioni diverse. Ma con l'esame autoptico, i successivi accertamenti e le
nuove dichiarazioni dell'indagato la situazione è radicalmente mutata. Un
puzzle non facile da comporre anche perchè i due fucili sotto sequestro hanno
sparato le medesime palle ed entrambi sono a canne liscie anzichè rigate quindi
non è possibile stabilire con certezza quale palla ha colpito a morte
Massimiliano Bertoli. Non è da escludere che, nelle prossime ore, il magistrato
nomini un perito balistico che possa fornire risposte più certe. Il sopralluogo
dovrebbe servire anche a stabilire la traiettoria.
Intanto ieri nella chiesa parrocchiale di Bolognana
gremita all'inverosimile, e alla presenza dei genitori e dell'adorata fidanzata
che avrebbe dovuto sposare a maggio, si sono svolti i funerali di Massimiliano
Bertoli.
Luca Tronchetti
Il Tirreno, 14 gennaio ’05)
Rinvenuti 4 bossoli nel bosco
CASTELNUOVO. Un tecnico dotato di dispositivo satellitare Gps ha
consentito agli inquirenti di rilevare con una certa precisione la posizione di
Massimiliano Bertoli, 29 anni, vittima dell'incidente di caccia, quella di
Guido Franchi, 45 anni, il cacciatore indagato per omicidio colposo e quella
dell'altro componente la squadra di Gioviano - parente del deceduto - che
avrebbe sparato una fucilata proprio nel frangente in cui Bertoli cadde ucciso
da una palla.
Gli inquirenti giudicano positivo il sopralluogo
effettuato ieri mattina nei boschi di Nozzandori, sopra S. Romano di Borgo a
Mozzano, teatro della tragedia che una settimana fa strappò all'affetto dei
suoi cari e degli amici l'operaio di Turrite Cava. Alla ricognizione hanno
partecipato - oltre al sostituto Lucia Rugani, al medico legale Stefano
Pierotti e al comandante del reparto operativo dei Cc, Angelone - anche
l'indagato e l'altro cacciatore. Sono stati rinvenuti 4 bossoli in prossimità
del punto dove morì Massimiliano Bertoli. Tre colpirono il cinghiale, uno il
giovane. Nonostante le ricerche, invece, nessuna traccia dell'altro bossolo,
quello esploso dall'automatico del parente della vittima la cui posizione si è
notevolmente alleggerita. Adesso verrà eseguita una mappatura definitiva nella
quale verranno collocati i protagonisti della vicenda in modo da disegnare
traiettorie e direzioni utili per definire meglio le singole responsabilità.
Luca Tronchetti
(Il Tirreno, 17 gennaio ’05))
Genova, cacciatore ucciso
durante battuta al cinghiale
ISOLA DEL CANTONE (GENOVA) - Un
cacciatore di 64 anni, Filippo Ferrando, residente a Ronco Scrivia, è morto
stamani nel corso di una battuta di caccia al cinghiale a Prarolo, una frazione
del comune di Isola del Cantone in provincia di Genova.
Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri,
l'uomo è stato colpito mortalmente da un proiettile che lo ha raggiunto ad un
fianco. A sparare sarebbe stato un trentenne del luogo che vedendo muovere
qualcosa tra i cespugli ha premuto il grilletto.
I militari stanno ascoltando i partecipanti alla
battuta di caccia per chiarire le circostanze e la dinamica di quanto accaduto.
(La Repubblica, 9 gennaio’05)
domenica 9 gennaio 2005
Arzana, protesta cacciatori per vincoli parco
Gennargentu
Scontri con la Forestale, incendiata auto
LANUSEI
Momenti di tensione nelle campagne di Arzana tra
cacciatori che protestavano contro i vincoli imposti dalla legge istitutiva del
Parco nazionale del Gennargentu e agenti del Corpo Forestale e di Vigilanza
Ambientale della Regione autonoma della Sardegna. I cacciatori, circa 500,
hanno bloccato con le loro auto le strade di accesso alle zone 'vietate' per
non far passare i mezzi della Forestale. Ne e' nato un confronto con minacce e
spintoni. Nel frattempo qualcuno ha tentato di incendiare un fuoristrada della
Forestale. Le fiamme sono state subito spente dagli agenti, ma il mezzo ha
riportato danni alla parte posteriore. In contemporanea alle pendici del
massiccio del Gennargentu si e' riunito all'aperto il consiglio comunale di
Baunei che ha chiesto il ritiro del decreto istitutivo del parco.
(ANSAweb)
Spara e uccide il compagno di
caccia
TRAGEDIA IN VALLESCRIVIA La sciagura è avvenuta ieri
mattina nei boschi di Prarolo, sulle alture di Isola del Cantone
Muore un sessantenne colpito dal pallettone destinato al
cinghiale
Isola del
Cantone È ancora buio alle sette e mezza della mattina di ieri sulla collina di
Prarolo, borgo di cacciatori, quando uno sparo echeggia nella valle dello
Scrivia. Fa freddo. Tempo di battute al cinghiale, puntuali ogni mercoledì e
ogni domenica di tutta la stagione. Un uomo sta morendo, stroncato da quel
proiettile a palla destinato a una preda. Solo all'alba la notizia arriverà in
paese, dove il rimbombo di uno sparo non fa spavento se la caccia è aperta.
Lassù, invece, tra rocce e arbusti senza foglie una tragedia si è appena
compiuta.
Una mattina di caccia si è chiusa così sulle alture di
Isola del Cantone, per un errore, l'imprudenza di un cacciatore, una fatalità.
Presto per dirlo. Di certo Filippo Ferrando, 64 anni, ferroviere a riposo con
una moglie e un figlio già sposato, residente a Ronco Scrivia, ha chiuso con la
vita su uno dei sentieri che per tanti anni aveva calpestato con il fucile in
spalla. Lo ha ucciso un amico e compagno di tante battute, «quasi un figlio»
spiegherà la moglie Cecilia Marthyn in lacrime, Alessandro Castelnuovo, 31
anni, sposato e padre di una bimba di tre anni, un impiego nell'azienda del
suocero, residente a Isola in via Serri. «Lo aveva chiamato al telefono sabato
sera per invitarlo a caccia, era un po' che non partecipava», racconta Pietro
Mirabelli, 60 anni, pensionato dell'Enel, anche lui ieri mattina sullo stesso
versante.
Succede tutto tra le sette e le otto, quando
l'operazione, organizzata in ogni dettaglio e gestita come impone la legge con
ricetrasmittenti, giubbotti e postazioni fisse, è solo agli inizi. In sedici si
sono ritrovati nel centro di Prarolo, cinquanta anime, come si dice dei borghi
semi abbandonati dell'entroterra. «Siamo una squadra di fratelli», dice orgoglioso
il loro capo Paolino Bobbio, 53 anni, impiegato. Si sono incontrati con
l'entusiasmo di sempre e si sono incamminati verso i posti battuti da una vita:
«Da 44 anni vado a caccia - ricorda Mirabelli - ed è dal 19 settembre che non
perdiamo un solo giorno consentito».
Sono quasi tutti in postazione, alla distanza
prestabilita di trenta, cinquanta metri l'uno dall'altro, quando la situazione
precipita. Il battitore con i cani non è ancora partito. Le comunicazioni si
succedono via radio. Tutto è sotto il controllo di Gianpiero Ponte, 41 anni,
metalmeccanico ed Ezio Valente, 49 anni, operaio Enel. «Di solito i cinghiali
non dovrebbero muoversi se i cani non si sono ancora incamminati. Ma se capita
si può sparare anche prima». Alessandro Castelnuovo, ragazzo preciso «non un
esaltato», ne individua uno. «C'erano eccome - ricorda Ponte - si erano già
visti». Anche Filippo Ferrando ne ha scorto uno. La braccata ha inizio. La
norma e il buonsenso vogliono che non ci si muova dalle postazioni fisse, senza
avvisare via radio i compagni spiegando dove ci si dirige: «Di solito ci
mettiamo anche il giubbotto speciale che facilita l'avvistamento dei compagni
di caccia», spiega Mirabelli.
Che cosa accada esattamente sarà l'inchiesta della
procura e dei carabinieri di Isola del Cantone ad appurarlo. Secondo le prime
testimonianze Ferrando lascia la sua postazione, probabilmente per mettersi
all'inseguimento di un cinghiale, senza indossare il giubotto catarifrangente.
Entra nell'area tenuta sotto tiro dall'amico, Castelnuovo. Il trentunenne vede
qualcosa muoversi davanti a sé, 35 metri più in basso. Siamo in un versante
impervio, è buio. Spara: «Avevo visto i cinghiali - racconterà ai carabinieri -
Ho notato del movimento e ho premuto il grilletto». Il proiettile in palla
trafigge al fianco il compagno di braccata. Via radio, alle orecchie dei sedici
della squadra arrivano le prime notizie della tragedia.
In pochi istanti viene raggiunto il corpo del
sessantenne. Una telefonata mobilita la centrale del 118 Genova soccorso e
verso la valle del rio della Fossa partono i vigili del fuoco di Busalla via
terra e un elicottero del 118 del Piemonte. Quando i soccorritori arrivano al
ferito non c'è più nulla da fare. Alessandro Castelnuovo sotto choc cade a
terra per la disperazione, sviene. Viene sostenuto dall'affetto dei compagni di
caccia e degli amici, accompagnato a valle, nella caserma dei carabinieri.
Dovrà chiarire che cosa è successo, con l'aiuto degli altri testimoni. E
spiegare il perché di quello sparo nel buio.
Graziano Cetara
(Il Secolo XIX, 10 gennaio ’05)
La vedova: «Alessandro sarà quello che soffrirà di più»
Il dolore di Cecilia Marthyn: «Sono distrutta, mio
marito e quel ragazzo erano come padre e figlio» LA FAMIGLIA DELLA VITTIMA Un
rapporto stretto legava Filippo Ferrando, ferroviere in pensione, al
trentaduenne che ha provocato l'incidente
Era una amicizia nata nell'ambiente della caccia e quasi sublimata in
rapporto di affetto padre-figlio, quella tra il pensionato vittima e il più
giovane compagno di squadra che ha sparato, uccidendolo. E' il retroscena
straziante che intreccia le prime impressioni raccolte a caldo dalla famiglia
di Filippo Ferrando, ieri mattina, a poche ore dal tragico incidente avvenuto
nei boschi di Isola del Cantone. Non c'è spazio per dubbi, rancori o
recriminazioni nel nido in cui si è rifugiata la famiglia Ferrando nella
frazione di Prarolo. Si sono riuniti dal consuocero Sergio Cornero, assessore
comunale, quasi dirimpetto alla casa dell'altro cacciatore che ha esploso il
colpo di fucile. «Penso che adesso Alessandro è forse quello che soffre più di
tutti - dice Cecilia Marthyn, la moglie della vittima - erano come padre e
figlio con mio marito. Qui tutti sono grandi amici, ma proprio fra loro due...
è una tragedia nella tragedia».
I familiari del ferroviere descrivono una delle tante
storie di vita che si annodano in questi paesi. L'unico figlio del pensionato
Diego Ferrando mette su casa a Prarolo accanto ai consuoceri. Così il padre
Filippo, pur continuando ad abitare a Ronco Scrivia con la moglie, si inserisce
nell'ambiente dei frazionisti e partecipa alle battute della squadra
Mereta-Prarolo.
Tra il pensionato e Alessandro Castelnuovo, che ha
trent'anni di meno, nascono subito una grande amicizia e un grande affetto. «A
Natale Alessandro gli aveva regalato le calze termiche da caccia - prosegue
Cecilia Marthyn - mio marito le ha messe per la prima volta proprio questa
mattina. Scherzava, diceva che se non avessero preso il cinghiale le avrebbe
ridate ad Alessandro perché portavano sfortuna». E' una storia di sentimenti
semplici che circonda anche la figura del pensionato nel quartiere di residenza
a Ronco Scrivia. Una manciata di chilometri da Isola, zona Mereta, una miriade
di mini alloggi costruiti in cooperativa tra gli occupanti. «Era un uomo che
aveva una buona azione per tutti - dice Giudo Spena, vicino di casa - davvero
disponibile, oltre alla caccia era appassionato di piccolo artigianato,
organizzava dei mercatini per le feste e la parrocchia».
Molti dei presepi ancora accesi negli appartamenti dei
condomini di via Primo Maggio li aveva costruiti con le sue mani e regalati ai
vicini. Ora la moglie improvvisamente ricorda che sul tavolo della cucina c'è
ancora il biglietto scritto dal pensionato prima di uscire di casa. "Se va
tutto bene ti telefono a mezzogiorno, poi vengo a mangiare". Ma
nell'appartamento silenzioso il telefono è squillato un paio di ore prima per
annunciare la disgrazia.
(Il Secolo XIX, 10 gennaio ’05)
È il terzo episodio dall'inizio della stagione venatoria
Nel 2003, con sei morti, la Liguria è stata al primo posto nella
triste classifica delle vittime della caccia. Il dato è della Lega per
l'abolizione della caccia (Lac) che nella stagione venatoria conclusasi
all'inizio del 2004 ha contato cinquanta morti tra i cacciatori a livello
nazionale, più una persona coinvolta per errore. Nello stesso periodo si sono
registrati ottantotto feriti gravi, sempre sul territorio nazionale. L'anno
scorso il bilancio è stato relativamente meno drammatico. Il 7 gennaio 2004,
sulle alture di Albenga, Emilio Di Marco, 52 anni, imprenditore agricolo, ex
consigliere comunale di Camporosso, aveva perso la vita durante una battuta di
caccia al cinghiale: l'uomo era stato centrato in pieno petto da un compagno.
Il 12 dicembre 2004 un analogo incidente mortale è
accaduto nei boschi di Velva, nel comune di Castiglione Chiavarese. Un
pensionato di Lavagna, Bruno Venuti, 69 anni, detto Aldo, è stato colpito da un
altro cacciatore. All'origine della tragedia, anche l'imprudenza dell'anziano
che aveva abbandonato la propria postazione per scendere a valle e sparare a un
cinghiale ferito. Ha fatto scalpore poi la tremenda fine di un cacciatore
siciliano, Antonio Grasso, 38 anni, residente a Zaffarena Etnea, il quale si è
tolto la vita il 18 settembre 2004 dopo aver ucciso per errore il figlio
dodicenne durante una battuta venatoria sulle pendici dell'Etna.
Ieri la tragedia di Isola del Cantone. Tragedia che,
secondo la Lac, «si poteva evitare rispettando le leggi statali». «L'articolo
18 della legge 157 del '92 - si legge in un comunicato della Lac - prevede che
la caccia al cinghiale duri al massimo tre mesi. In Provincia di Genova la
caccia al cinghiale è iniziata il 19 settembre e quindi doveva concludersi il
19 dicembre. Ma l'amministrazione provinciale ha prorogato la caccia al
cinghiale a tutto gennaio applicando un codicillo illegittimo inserito nel 2001
nella legge regionale».
(Il Secolo XIX 10 gennaio ’05)
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Ferito dalla fucilata di un compagno |
Marciana Marina
Il ferito a caccia non denuncerà lo sparatore
MARCIANA MARINA. Concluse le indagini per l'incidente di caccia di
sabato scorso in cui Angelo Mazzei, 59 anni, di Marciana Marina, è rimasto
ferito a un polpaccio da una fucilata di un compagno di battuta. A sparare
colpendo l'uomo, un compagno di caccia residente a Pisa che ha partecipato con
regolari licenze come ospite alla sfortunata battuta al cinghiale. Per il
momento Mazzei non avrebbe denunciato l'amico e per questo non ci sarebbero né
indagati né denunce per lesioni.
Secondo una prima ricostruzione dell'incidente
avvenuto alle 14 di sabato in località Campobagnolo nel comune di Marciana
Marina, l'uomo avrebbe sparato per errore in direzione del Mazzei mentre nella
zona passava un cinghiale.
I carabinieri di Marciana Marina dopo un soprallugo
sul luogo dell'incidente e dopo aver sentito tutti i compagni di battuta, hanno
inviato il fascicolo al pm livornese Paola Rizzo.
Intanto migliorano le condizioni di Mazzei ancora
ricoverato con 21 giorni di prognosi nel reparto di chirurgia e che nella
giornata di sabato è stato sottoposto a intervento chirurgico per la
ricostruzione del tessuto muscolare danneggiato.
(Il Tirreno, 13 gennaio ’05)
Cacciatore precipita in un dirupo:
salvato dall'elicottero dei vigili del fuoco
Brutta
avventura per un cacciatore finito in un dirupo durante una battuta di
cinghiale nelle campagne di Villanova Monteleone. L'uomo, Mario Masia, 45 anni,
originario di Ossi ma residente a Sassari ormai da molti anni, si trovava in
località Scomunigada, a una quindicina di chilometri dalla periferia del paese,
una zona impervia e piuttosto frequentata dai cacciatori, quando ha messo un
piede in fallo cadendo rovinosamente lungo un dislivello roccioso. Uno
scivolone di qualche metro che gli ha procurato una brutta frattura alla
caviglia destra. Il cacciatore è rimasto bloccato sul costone per diverse ore
ad attendere i compagni che si trovavano alla posta in punti lontani dal luogo
dell'incidente, ignari di quanto era accaduto al loro amico. Mario Masia, però,
non si è fatto prendere dalla sconforto: ha slacciato la scarpa per alleviare
il dolore e ha aspettato con pazienza che qualcuno lo venisse a cercare.
Intorno alle 14.30 i componenti della compagnia di caccia hanno fatto rientro
alle macchine rendendosi così conto che uno di loro mancava all'appello. Lo
hanno cercato per una buona mezz'ora e, una volta individuato, alcuni hanno
anche tentato un'operazione di recupero che si è rivelata molto più difficile e
pericolosa di quanto potessero immaginare. Immediata la richiesta di aiuto al
118. I soccorsi però non sono stati in grado di raggiungere il cacciatore via
terra. Il punto in cui si trovava l'infortunato, infatti, è particolarmente
ricco di vegetazione spontanea, un ambiente inaccessibile ai mezzi di trasporto
gommati. Così si è reso necessario chiedere l'intervento del nucleo elicotteri
dei vigili del fuoco di Fertilia. Alle 15.45 Drago 59 si è levato dal piazzale
e in pochi minuti ha raggiunto il costone in prossimità della discoteca la
Siesta, dove, parcheggiata sulla strada a poche centinaia di metri dal luogo
dell'incidente, si trovava anche un autoambulanza della Misericordia. Un vigile
si è calato con le funi, portando con sé l'imbracatura necessaria per
assicurare il ferito. Ci sono stati momenti di tensione per l'uomo che,
stremato dal dolore e dalla stanchezza, ha tentato di agevolare i suoi
soccorritori per quanto poteva. L'elicottero ha trasportato Mario Masia fino
alla strada principale e da qui ci hanno pensato i volontari della Misericordia
ad accompagnarlo al pronto soccorso dell'Ospedale civile. Il cacciatore, dopo
una prima visita, è stato poi trasferito nel reparto di ortopedia dell'ospedale
Marino dove i medici gli hanno riscontrato una frattura del piede. Caterina
Fiori
(L'Unione Sarda 10 gennaio ’05)
ANSAweb
La testimonianza di Barbara Conti
Pallottola in casa Si esclude l'attentato
COMUNANZA - I carabinieri della compagnia di Montegiorgio escludono in
maniera categoria la pista dell'attentato riguardo all'oscuro episodio accaduto
ieri mattina in contrada Passafiume ricadente nel territorio di Comunanza.
«Erano circa le ore 11 - racconta la signora Barbara
Conti - e stavo facendo le pulizie di casa. Nell'altra stanza c'era mio figlio
di otto anni. Ad un certo punto abbiamo sentito degli spari provenire dalla
collinetta prospiciente ed un proiettile ha forato la finestra del salone per
andarsi a conficcare nel muro. Per me lo spavento è stato enorme: immaginare
che potevo essere sulla traiettoria della pallottola mi ha gelato il sangue! E
se mio figlio fosse entrato in quel momento nel salone dove c'ero io? Dopo
essermi ripresa dallo spavento - prosegue la signora Conti - ho provveduto ad
informare i carabinieri».
Quest'ultimi sono arrivati sul posto poco dopo. Il
proiettile recuperato è ora al vaglio degli specialisti dell'Arma. Dal calibro
si deduce che sia compatibile con il fucile (carabina) utilizzato per la caccia
al cinghiale. Nella zona, vicina al laghetto di Villa Pera, infatti, ogni fine
settimana si ritrovano spesso diversi cacciatori. I militari dell'Arma
proseguono le indaganiper risalire agli autori, probabilmente cacciatori
iscritti a qualche associazione venatoria del circondario. Non si esclude
nemmeno che in quel momento qualcuno stesse provando un fucile nuovo. La
collina dal quale presumibilmente è partito il colpo di fucile, dista centinaia
e centinaia di metri dall'abitazione in contrada Passafiume e sarebbe quindi da
escludere ogni ipotesi di attentato. Insomma nessun cecchino tra i Sibillini
come qualcuno ha messo in giro la voce nel paese... Secondo una prima
ricostruzione dei carabinieri di Montegiorgio quindi si tratta probabilmente di
un colpo di fucile partito per pura fatalità.
(Corriere Adriatico 11 gennaio ‘05
E' successo a Caletta
Si uccide in giardino con il fucile
CASTIGLIONCELLO. Dopo colazione è uscito di casa, fucile in custodia,
per recarsi a caccia. Dopo pochi metri si è ucciso nel giardino dell'abitazione
di Caletta, puntandosi le canne direttamente alla testa.
La moglie, udito il colpo, è subito accorsa. Si è
trovata davanti una scena raccapricciante: il corpo del marito riverso in un
lago di sangue.
Inutili i soccorsi. Si tratta di M.C.; aveva 67 anni,
anni fa aveva perduto un figlio. Da allora pare che l'uomo non fosse stato più
bene.
Il corpo, sottoposto al controllo del medico legale
Luigi Papi, è stato trasportato all'obitorio del cimitero comunale e messo a
disposizione dell'autorità giudiziaria.
Il magistrato di turno ha dato il nullaosta alla
rimozione del cadavere, dopo aver ricevuto il rapporto della squadra
anticrimine del commissariato e quello con le dichiarazioni del medico che ha
praticato la ricognizione esterna.
(Il Tirreno, 12 gennaio ’05)
MERCATELLO SUL METAURO
(PESARO URBINO): INTERROTTA DAI FORESTALI BATTUTA DI CACCIA NOTTURNA
Quattro uomini, a bordo di una jeep e pronti a sparare con un
fucile automatico alla selvaggina, sono stati intercettati e bloccati da
forestali e carabinieri. Uno di loro si è assunto la responsabilità ed è stato
denunciato
12
Gennaio – Quattro cacciatori sono usciti in piena notte a bordo della loro
jeep, con un fucile automatico pronto a sparare: un vero e proprio safari per
abbattere qualunque capo di selvaggina si parasse loro davanti. Ma nelle
campagne di Mercatello su Metauro i quattro bracconieri si sono imbattuti in
una pattuglia del Corpo Forestale dello Stato e una dei Carabinieri. Il
proprietario della jeep e del fucile automatico (con un colpo in canna) è stato
denunciato a piede libero per caccia dopo la chiusura dell’attività venatoria e
per aver sparato dall’auto in corsa ad una lepre ritrovata morta. Gli agenti
hanno sequestrato l’arma e quindici cartucce a pallini. L’uomo che la
possedeva, un operaio cinquantenne di Mercatello, si è assunto ogni responsabilità
per la caccia notturna, scagionando i compagni.
(www.newsletterrcorpoforestale.it, 12 gennaio
’05)
Sedicenne uccide la madre mentre gioca col fucile
IN VALLE D'AOSTA
AOSTA - È stata uccisa con un colpo di fucile partito da una doppietta
che stava armeggiando il figlio sedicenne. È accaduto ieri pomeriggio in una
villetta in frazione Rapy di Verrayes, piccolo paese a pochi chilometri da
Saint Vincent. La vittima è Lorella Perrin, di 40 anni, che è morta sul colpo
dopo che il proiettile, entrato dalla spalla, le ha leso degli organi vitali.
In quel momento in casa non c'era il padre, Renzo Navillod, presidente della
sezione locale dei cacciatori. Secondo quanto hanno ricostruito i carabinieri, Renzo
Navillod sarebbe rincasato verso mezzogiorno dopo una battuta di caccia e
avrebbe consegnato il fucile (in casa ne ha parecchi) al figlio sedicenne, con
il compito di riporlo. Il ragazzo, invece di limitarsi a eseguire l'ordine,
avrebbe armeggiato per alcuni minuti con l'arma e a un tratto la madre, che
passava per caso in quel posto, sarebbe stata raggiunta dal proiettile partito
accidentalmente dal grilletto azionato dal figlio.
(Giornale di Brescia, 16 gennaio ’05)
Armeggia con fucile, uccide madre
La vittima e' una quarantenne valdostana
(ANSA) - AOSTA, 15 GEN - Una donna di 40 anni e' stata uccisa con un colpo di
fucile partito da una doppietta che stava armeggiando il figlio sedicenne. E'
accaduto in una villetta di un paese a pochi chilometri da Saint Vincent. La
vittima e' morta sul colpo. In quel momento in casa non c'era il padre,
presidente della sezione locale dei cacciatori.
Secondo i carabinieri, il colpo letale e' partito mentre il figlio stava
maneggiando i fucili da caccia del padre.
Aosta. Il 16enne aveva in mano l'arma del padre. Vittima
la 40enne Lorella Perrin
Uccide la mamma col fucile Disgrazia per imprudenza
AOSTA - «Una disgrazia causata dall'imprudenza», così gli inquirenti
definiscono il fatto di sangue in cui una donna di 40 anni, Lorella Perrin, di
Verrayes (Aosta), è morta sabato pomeriggio per un colpo di fucile fatto
partire inavvertitamente dal figlio sedicenne. La procura dei minori di Torino
ha aperto un fascicolo, a carico del ragazzo, per omicidio colposo. La procura
di Aosta (pm Luca Ceccanti) ha invece avviato un'inchiesta nei confronti di
Renzo Navillon, di 48 anni, marito della donna e presidente della locale
sezione dei cacciatori, ipotizzando i reati di omessa custodia di arma da fuoco
e incauto affidamento di arma a minore. E' stata eseguita l'autopsia: «Un atto
dovuto», dicono gli inquirenti, precisando che l'omicidio non presenta zone
d'ombra. I carabinieri di Saint Vincent ritengono infatti di aver fatto piena
luce sull'episodio che ha gettato nello sconforto l'intera comunità di
Verrayes, piccolo centro agricolo-turistico situato su una balconata a poco più
di 1000 metri di quota, sulla destra orografica della Dora Baltea, che domina
il fondo valle tra Aosta e Saint Vincent. Alla tragedia ha assistito la figlia
quattordicenne della donna, non era invece presente la figlia di soli quattro
anni. La ragazza ha confermato la versione fornita ai carabinieri dal padre e
dal ragazzo, assistititi rispettivamente dagli avvocati del Foro di Aosta:
Stefano Moniotto e Adele Murino. Rientrato nella villetta in frazione Rapy da
una battuta di caccia, Renzo Moniotto - che tra l'altro gestisce un bar
ristorante - ha consegnato la carabina semiautomatica calibro 12 al figlio
perché la riponesse nell'armadio di sicurezza assieme agli altri fucili. Il
ragazzo invece di eseguire l'ordine si è messo ad armeggiare ed ha fatto
entrare in canna la cartuccia a pallini che si trovava nel serbatoio. Così
facendo ha armato il fucile e quando, inconsapevolmente, ha premuto il
grilletto e fatto partire il colpo, la rosa di pallini ha colpito la donna ad
un fianco. Oltre a conficcarsi nel braccio i pallini hanno raggiunto l'addome
di Lorella Perrin che è morta dopo pochi minuti.
(La Provincia, Quotidiano di Cremona e Crema, 17 gennaio
’05))
Cacciatore ferito ai glutei da una fucilata
Era con un fucile da caccia nelle campagne di Santa Maria Capua
Vetere, nei pressi del carcere, quando è stato raggiunto ai glutei da una
fucilata. Paolo Brandi, di San Giovanni Valdarno e ospite presso alcuni amici
di San Tammaro, è stato ricoverato all'ospedale di Santa Maria Capua Vetere e
se la caverà con pochi giorni di riposo. Ai poliziotti ha detto di essersi
ferito da solo ma sono in corso indagini per verificare se in realtà era in
compagnia di qualcuno a cui sarebbe partito accidentalmente un colpo di fucile.
(Il Mattino Online, 17 gennaio ’05)
Ucciso dal compagno di caccia
Santa Fiora, tragedia durante la battuta al cinghiale
SANTA FIORA. Cacciata mortale al Serpentaio, sotto il Monastero della
Selva, nel Comune di Santa Fiora. Una battuta al cinghiale come le tante del
sabato, per la famosa squadra santafiorese "I Draghi". Ma questa
volta è finita in tragedia. Tra la cinquantina di persone, alcune delle quali
sono forestieri che si aggregano con frequenza al gruppo, tanto da diventare
parte integrante della squadra, c'era anche Pietro Lelli, un cinquantanovenne
romagnolo (era nato il 4 giugno 1946 a Imola e risiedeva a Massa Lombarda, in
provincia di Ravenna). Ormai era considerato un membro del gruppo, ed è toccato
proprio a lui di trovare la morte.
I Draghi, dopo aver cacciato la mattina in una zona
delle Bagnore, di pomeriggio hanno cambiato località e hanno stabilito le poste
sotto il Convento della Selva, al Vallone, in località Serpentaio. Verso le
quattro del pomeriggio la tragedia. Pietro Lelli cade a terra colpito a un
fianco da una fucilata mortale che lede organi vitali e lo uccide praticamente
sul colpo. Un ragazzo bolognese, suo vicino di posta, si accorge dell'accaduto.
Vede il Lelli esanime, con il sangue che fuorisce dal fianco, e comincia a
urlare. Uno ad uno i cacciatori si precipitano a soccorrere l'amico, ma il
Lelli è moribondo, in un lago di sangue. Si ferma immediatamente la caccia e si
cominciano a chiamare i soccorsi.
Arriva la Misericordia di Castel del Piano. Si allerta
l'elisoccorso Pegaso, che atterra ma che ritorna indietro senza paziente:
perché Pietro Lelli è morto.
Il cadavere del cacciatore, dopo gli accertamenti di
rito da parte delle autorità è stato trasferito all'obitorio di Castel del
Piano. E fino a tarda sera la tenenza di Arcidosso ha ascoltato i cinquanta
cacciatori (dei quali ha sequestrato i fucili) per capire da quale arma sia
partito il colpo che ha ferito a morte il Lelli. Secondo una prima
ricostruzione, sembra comunque che il colpo abbia seguito una traettoria dal
basso in alto. E dunque si suppone che sia arrivato sulla vittima non direttamente
ma di rimbalzo.
(Il Tirreno, 17 gennaio ’05)
Caccia tragica a S. Fiora
Un calibro 12 ha ucciso Pietro Lelli
CASTEL DEL PIANO. E' stata una palla di fucile calibro 12 a uccidere
Pietro Lelli di Massalombarda (Ravenna), morto sabato scorso durante una battuta
al cinghiale nei boschi della Selva di Santa Fiora. Lo ha stabilito l'autopsia
effettuata ieri pomeriggio, dai medici legali di Siena all'ospedale di Castel
del Piano, dove la salma era stata portata nello stesso pomeriggio di sabato. I
medici senesi, alla presenza dei carabinieri di Arcidosso, dei periti di parte
nominati dalla famiglia (perito medico dottor Primo Pasqualitti), dell'avvocato
di Castel del Piano Roberto Ginanneschi (incaricato dalla famiglia dell'ucciso
a tutela dei suoi diritti), hanno dunque stabilito quale tipo di arma, fra le
varie utilizzate dai cacciatori della squadra "I Draghi", è stata
quella letale per lo sfortunato ravennate. Intanto proseguono (sembra con
riscontri positivi) le indagini della tenenza dei carabinieri di Arcidosso. La
salma del Lelli dopo l'autopsia è stata messa a disposizione della famiglia,
che ha fissato i funerali domani a Massalombarda.
(Il Tirreno, 20 gennaio ’05)
Tragica battuta, muore cacciatore
MASSA LOMBARDA - Ucciso da un colpo "vagante" durante una
battuta di caccia in terra toscana.Pietro Lelli, 59 anni, di Massa Lombarda è
morto ieri pomeriggio alle 16 nel comune di Santa Fiora; un paesino alle
pendici del Monte Amiata, in provincia di Grosseto.L'uomo stava partecipando a
una caccia al Cinghiale nei boschi della località Serpentaio.Nella stessa
battuta erano impegnate almeno una cinquantina di persone. La zona dell'Amiata,
infatti, è nota tra gli appassionati per le tante battute organizzate da vere e
proprie squadre.Lelli faceva parte dei "Draghi" di Santa Fiora. Era
uno dei "forestieri" che ogni tanto si aggregava al gruppo di
cacciatori locali.La tragedia è avvenuta verso le 16 di ieri. Pochi minuti dopo
l'inizio della seconda caccia prevista nel programma. In mattinata Lelli era
stato infatti impegnato in un'altra zona, quella delle Bagnore.Stando a una
prima ricostruzione, fatta dai carabinieri della stazione di Santa Fiora e da
quelli della Compagnia di Arcidosso giunti sul posto per le prime indagini,
Lelli è stato colpito a un fianco.Il proiettile - quelli utilizzati per la
caccia al cinghiale sono di calibro notevole - aveva purtroppo centrato gli
organi vitali. Il 59enne di Massa Lombarda ( avrebbe compiuto gli anni il 4
giugno prossimo) è caduto al suolo esanime in una pozza di sangue.E' stato un
suo compagno di caccia, originario di Bologna, ad accorgersi dell'accaduto e a
chiamare aiuto.Gli altri cacciatori si sono subito avvicinati al ferito
interrompendo la battuta, ma per Lelli non c'è stato nulla da fare. I medici
del 118 di Grosseto, arrivati in elicottero sul luogo dell'incidente, non hanno
potuto fare altro che constatare il decesso.Il corpo dell'uomo dopo gli
accertamenti di rito è stato trasferito all'obitorio di Castel del Piano.Fino a
tarda sera i carabinieri hanno interrogato i cinquanta cacciatori e sequestrato
i loro fucili per accertare, con future perizie, da quale arma sia partito il
colpo che ha ucciso lo sfortunato uomo.Pare che la traiettoria del proiettile
mortale sia stata dal basso verso l'alto. Appare probabile, quindi, l'ipotesi
di un colpo di rimbalzo.L'autorità giudiziaria ha disposto l'autopsia sul corpo
dello sfortunato cacciatore.
(Corriere Romagna, 16 gennaio ’05)
La caccia, passione fatale
MASSA LOMBARDA - Era la sua grande, irrefrenabile passione, l'attività
con la quale impiegare tutto il suo tempo libero.Al punto che, se gli si
chiedeva quali fossero i suoi principali hobby, rispondeva secco e sicuro:
"La caccia e la pesca, null'altro".Un amore, che coltivava da anni,
che però questa volta l'ha tradito, fatalmente.E' stata infatti una pallottola
vagante, probabilmente un proiettile di rimbalzo, a togliere la vita a Pietro
Lelli, il massesse di 59 anni (avrebbe compiuto gli anni il 4 giugno) morto
durante una battuta di caccia al cinghiale, sabato pomeriggio, nelle colline
toscane.Sposato con Antonia, aveva due figli: Ivan, 33 anni, che abitava ancora
con i genitori, in via S.Lucia 40/B, e Nadia, 35 anni, trasferitasi, dopo il
matrimonio con il marito Marco, in via Ettore Ricci, sempre a Massa.Lelli era
titolare di un autolavaggio, in via Lasie 9/D, a Imola, città dove era nato e
dove aveva vissuto fino all'estate del 2003.Aveva deciso di spostarsi a Massa
perché, a suo dire, era una località più tranquilla, meno chiassosa e caotica,
dove si respirava una buona aria di campagna, dove i riti e le abitudini
quotidiane erano facilmente vivibili e meglio gestibili.E per un amante degli
spazi aperti e della vita a diretto contatto con l'ambiente, il piccolo centro
di Massa Lombarda, se non l'ideale, almeno ci si avvicinava.Da qualche tempo si
dilettava anche con la bicicletta. Affiliato alla Ciclistica Massese, locale
società amatoriale, Lelli era solito fare lunghe pedalate, a volte solo, a
volte insieme ai nuovi amici neo concittadini.L'incidente mortale si è
verificato attorno alle ore 16 di sabato, nel comune di Santa Fiora, un paesino
alle pendici del Monte Amiata, in provincia di Grosseto.Lelli stava
partecipando a una maxi battuta al cinghiale nei boschi della località
Serpentaio, una zona particolarmente impervia. Vi partecipavano almeno una
cinquantina di persone: vere e proprie squadre, come ci si è soliti organizzare
in occasioni di quella particolarissima caccia che è quella al cinghiale.Fra i
team formatisi, il massese era schierato con i "Draghi" di Santa
Fiora.La tragedia è capitata pochi minuti dopo l'inizio della seconda caccia
prevista nel programma; in mattinata Lelli era stato infatti impegnato in
un'altra zona, quella delle Bagnore.Un proiettile lo ha centrato a un fianco,
ledendogli organi vitali. La morte è stata pressoché instantanea.Ad accorgersi
dell'accaduto, e ad avvistare il corpo oramai senza vita a terra, circondato da
una pozza di sangue, è stato un suo compagno di battuta, che ha immediatamente
allertato i soccorsi.I medici del 118 di Grosseto, arrivati in elicottero sul
luogo dell'infortunio, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso.La
battuta di caccia è stata immediatamente sospesa. Grande lo sconforto tra i
compagni, visibilmente affranti e addolorati.Erano giunti in quella tenuta del
Grossetano un po' da tutta Italia, con l'unico scopo di vivere e trascorrere
una giornata spensierata, un po' speciale, d'accordo, ma in totale relax, una
giornata però presto tramutatasi in vera e propria tragedia.Dopo gli
accertamenti di rito, il corpo è stato trasferito all'obitorio di Castel del
Piano, a disposizione dell'autorità giudiziaria. Il magistrato ha disposto
l'effettuazione dell'autopsia, che dovrebbe essere effettuata nella mattinata
odierna. Dopo il via libera da parte di quest'ultimo, la salma potrà quindi
essere trasferita. I familiari, spostatisi in Toscana appena messi al corrente
dell'accaduto, non hanno ancora deciso se svolgere le esequie a Massa o, più
probabilmente, a Imola.La ricostruzione dell'accaduto e della dinamica
dell'incidente è stata portata a termine dai carabinieri della stazione di
Santa Fiora e da quelli della compagnia di Arcidosso.I compagni di caccia sono
stati interrogati dai militari fino a sera inoltrata, e i loro fucili
sequestrati, per accertare, con future perizie, da quale arma sia partito il
colpo mortale.In ogni caso, pare assodato che la traiettoria del proiettile
mortale sia stata dal basso verso l'alto, tanto da avvalorare l'ipotesi
originaria, quella di un colpo di rimbalzo.
m.s.
(Corriere Romagna, 17 gennaio ’05)
Olbia. L'episodio è accaduto nel pomeriggio di ieri nelle
campagne di San Pantaleo
Tragica battuta di caccia al cinghiale
Un artigiano muore per un colpo partito incidentalmente
È stato un incidente, un maledetto drammatico incidente. Il cacciatore
che scivola, il fucile che sbatte su un pezzo di roccia, lo sparo e il
compagno, due metri più in là, che si accascia in un lago di sangue. Rino
Solinas, 50 anni di San Pantaleo, è morto così, ucciso dall'arma di Giovanni
Pileri, il suo amico più caro. La tragedia si è consumata nel primo pomeriggio
di ieri a San Giovanni, nelle campagne vicino Cugnana al termine di una battuta
di caccia al cinghiale. Solinas e Pileri stavano andando a recuperare alcuni
cani che si erano allontanati troppo. Chiacchieravano come sempre, pensando a
quell'ultima incombenza prima del rientro in paese. Invece, a rovinare la
giornata, ci si è messo un movimento goffo, una cosa normale quando si cammina
in campagna. Quel colpo isolato, dal fondo di un pendio piuttosto ripido, è
stato avvertito dal resto della compagnia "Sabauda". E poi le urla di
Giovanni che chiedeva aiuto perché mai avrebbe potuto trascinare Rino in alto
per portarlo in ospedale. Erano passate le tre da un quarto d'ora. Una prima
telefonata al 118, girata ai vigili del fuoco che hanno subito fatto decollare
l'elicottero della Protezione civile con una squadra di salvataggio a bordo.
Difficile anche indicare il punto esatto ai soccorritori che solo mezz'ora più
tardi dal decollo sono riusciti a recuperare Rino Solinas quando le speranze di
salvarlo si erano davvero ridotte al lumicino. I pallettoni gli hanno
trapassato la coscia recidendo l'arteria femorale. Stando ai medici, una ferita
del genere non gli avrebbe comunque lasciato scampo. Il poveretto è morto
dissanguato mentre veniva issato sull'elicottero. Il coordinamento del 118
aveva predisposto la staffetta con un'ambulanza all'aeroporto di Olbia. Ma è
stato tutto inutile. Sull'episodio, sul quale stanno lavorando i carabinieri
del nucleo operativo della compagnia, è stata aperta un'inchiesta. Giovanni
Pileri, che non riusciva a darsi pace per l'accaduto, è stato interrogato a
lungo dai militari. E lui, nello sconforto più totale e ancora sotto choc per
aver causato la morte dell'amico di sempre, ha cercato di rispondere nel modo
più preciso possibile. Anche gli altri compagni di battuta hanno poi spiegato
quei drammatici trenta minuti di attesa. Intanto, il procuratore della
Repubblica di Tempio Valerio Cicalò ha disposto l'autopsia sul corpo di Rino
Solinas che sarà eseguita questa mattina nella camera mortuaria dell'ospedale.
Quindi, la salma sarà restituita alla famiglia per i funerali. La notizia della
tragedia ha fatto subito il giro del paese e non solo. Rino Solinas era un apprezzato
fabbro, i suoi lavori in ferro battuto sono finiti nelle ville più importanti
della Costa Smeralda, compresa quella del principe Karim Aga Khan. Più che un
artigiano era considerato quasi un artista nel suo genere. La passione per il
lavoro l'aveva appresa dal padre e lui aveva voluto continuare a occuparsi
dell'azienda di famiglia che divideva con il fratello Davide. V. F.
(L'Unione Sarda, 17 gennaio ’05)
Montecassino
Spari intorno all'Abbazia: bracconieri denunciati
di ALESSIO PORCU
Qualcuno ha pensato che fossero tornate le truppe
neozelandesi e polacche, decise ad approfittare del freddo e della nebbia per
riconquistare il colle di Montecassino e strapparlo alle truppe scelte tedesche
appostate sul pendio. Gli spari sentiti all'alba di ieri attorno all'abbazia
hanno lasciato perplesso più di qualcuno tra i monaci che abitano quelle mura.
E' dai tempi della seconda guerra mondiale che intorno all'Abbazia non si odono
più riecheggiare colpi di arma da fuoco. Allora è stato deciso di telefonare ai
carabinieri per segnalare quei colpi di arma da fuoco che risuonavano nitidi
tra una preghiera e l'altra.
Sul colle sono intervenuti gli uomini del nucleo
operativo con il maggiore Angelo Megna e gli agenti della polizia provinciale
dell'assessore Oreste Della Posta. Hanno iniziato a rastrellare l'area
segnalata: quella a ridosso del cimitero polacco. E' stato lì che hanno
individuato, a ridosso di un dirupo, un giovane: armato con una doppietta, un
binocolo, cartucce ad elica e radio ricetrasmittente per tenersi in contatto
con il resto del plotone. Non era l'anima di un fante morto su quel monte, ma
solo il caposquadra di un gruppo composto da venti persone che stava cacciando
in modo abusivo all'interno dell'area protetta e riservata al ripopolamento. Il
loro nemico non erano i tedeschi ma i cinghiali.
I carabinieri e la polizia provinciale hanno disarmato
il cacciatore e lo hanno denunciato per caccia di frodo. Ha 25 anni ed abita a
Cassino. Rintracciati più tardi i suoi complici. Per tutti scatterà la multa.
(Il Messaggero, 17 gennaio ’05)
Cacciatore stroncato da un infarto
Altra tragedia sull'Amiata, ventiquattr'ore dopo la
fucilata killer
SANTA FIORA. Caccia al cinghiale tragica, quella che si è svolta
sull'Amiata in questo fine settimana di metà gennaio. Quasi per un terribile
gioco del destino muore infatti, dopo la tragedia di sabato pomeriggio, un
altro cacciatore durante una battuta al cinghiale. Stessa ora circa e stessa
area, quella compresa fra i comuni di Arcidosso e Santa Fiora.
Nell'arco di ventiquattr'ore, dunque, due persone che
stavano partecipando a una cacciata al cinghiale muoiono, uno il pomeriggio di
sabato e l'altro il pomeriggio di domenica. Ieri però non è stata una fucilata
sparata da un compagno di caccia, come è successo sabato a Pietro Lelli, nelle
campagne di Selva di Santa Fiora, a dare la morte. Questa volta a uccidere
Marcello Giomini è stato un infarto fulminante, che lo ha stroncato proprio
accanto ai castagni di sua proprietà verso le cinque del pomeriggio.
La squadra di Giomini è quella delle Piane del Maturo,
un pugno di case immerse nel bosco di castagni sopra Arcidosso, squadra assai
conosciuta e molto attiva nel circondario. Il gruppo dei cacciatori di
cinghiali si era, dunque, appostato sopra le Piane del Maturo, in località
Sasso di Siena, zona circondata da castagneti secolari, un appezzamento dei
quali era proprio di proprietà del Giomini. Il quale proprio nei pressi del suo
castagneto è stato fulminato da un infarto per il quale ogni soccorso è stato
vano. Si sono accorti del malore mortale i compagni di squadra che hanno
allertato subito la Misericordia col 118, ma immediatamente è apparso chiaro
che ormai per lui non c'era più nulla da fare.
Il Giomini, che di mestiere faceva il boscaiolo ed era
stato sempre appassionato di caccia, era persona assai conosciuta in zona.
Tanto che come quasi tutti gli abitanti della montagna aveva anche il suo bravo
soprannome, "Spacca", con il quale tutti lo indicavano. Sessantenne,
nativo di Arcidosso e abitante per quasi tutta la vita proprio alle Piane del
Maturo, si era da non molto tempo trasferito a Santa Fiora, dove risiedeva
attualmente con la nuova compagna, dopo essere rimasto vedovo da tempo. Il suo
corpo è stato composto all'obitorio dell'ospedale di Castel del Piano. Lo
stesso luogo dove si trova ancora, nella cella frigorifera, il corpo di Pietro
Lelli, il cacciatore ravennate ucciso sabato da una fucilata. La salma di Lelli
domani sarà sottoposta ad autopsia. I parenti dell'uomo hanno nominato un
perito medico e uno balistico per fare luce sull'incidente mortale.
Fiora Bonelli
(Il Tirreno, 18 gennaio ’05)
FREGONA Diverbio tra un gruppo di uomini armati di
doppietta e l'assessore Alberto Fossa che accusa: «Sono stato minacciato»
«Quei cacciatori sul mio terreno violano la legge»
Fregona
Minacciato ed insultato da un cacciatore. Alberto
Fossa, titolare dell'azienda agrituristica Val Barè e assessore comunale per
Ambiente, Turismo, Agricoltura e Protezione Civile, suo malgrado domenica
scorsa si è trovato al centro di un episodio increscioso sfociato in un
diverbio al quale hanno assistito quasi impassibili altri appassionati della
doppietta impegnati in una battuta alla volpe.
«Quel signore - afferma Fossa - si era appostato ad
una ventina di metri dai miei fabbricati, per cui mi sono avvicinato
invitandolo a rispettare le distanze previste dalla legge e ad allontanarsi.
Nel frattempo sono sopraggiunti altri suoi compagni di battuta ed anche a loro
ho chiesto lumi sulla regolarità del loro operato. Ne è nata una discussione,
che si è fatta piuttosto accesa quando il cacciatore che avevo diffidato ha
cominciato ad insultarmi, anche con minacce più o meno velate».
Secondo Alberto Fossa si tratta di un atteggiamento
prepotente che non può rimanere impunito: «Anche perchè - prosegue - qualche
anno fa con la stessa persona si era creata la medesima situazione. Già allora
gli avevo vietato di entrare nella mia proprietà, mi pare che a quel signore
sia stata poi anche sospesa la licenza di caccia. Domenica, quando l'ho visto
nei pressi delle mie case, considerati i precedenti ho pensato ad una
provocazione. Non sono contrario alla caccia, anzi pensavo di conseguire la
licenza, ma quanto mi è accaduto non deve passare sotto silenzio. Ho quindi
deciso di informare carabinieri, sindaco, Provincia e il presidente della
riserva comunale. E invito i cittadini che si sentono vittime di questi soprusi
a venire a denunciarli in municipio».
«Non eravamo in assetto di caccia - ribatte uno dei
consiglieri della riserva presenti - la battuta era già terminata e ci stavamo
ritirando. Poi qualcuno, il signor Fossa compreso, si è scaldato e la
discussione ha alzato i toni, ma nessuna minaccia».
Il presidente dei cacciatori Giacomo De Martin smorza
la polemica: «Purtroppo sono episodi incresciosi che non fanno bene a nessuno.
Sono dispiaciuto per l'accaduto, non vorrei però si prendesse lo spunto per
criminalizzarci. La maggior parte di noi - e Fossa lo sa - nella sua proprietà
si è sempre comportata correttamente».
Giorgio Marenco
(Il Gazzettino, 18 gennaio ’05)
CASTEL DI SANGRO
Multati in tredici, cacciavano sulla neve
CASTEL DI SANGRO - Brillante operazione di prevenzione e repressione
di illeciti in materia ambientale quella degli agenti del corpo forestale di
Castel di Sangro in collaborazione con i forestali di Forli Del Sannio nel
Molise. Sono stati sorpresi 13 cacciatori intenti ad esercitare la caccia su
terreno ricoperto di neve, violando così l'art. 50 della Legge Regionale
10/2004 in materia di caccia. L'operazione di controllo e monitoraggio del
territorio che rientra in una più ampia attività del Corpo Forestale dello
Stato, è iniziata alle prime ore dell'alba di ieri e si è conclusa nella tarda
mattinata con la contestazione di verbali amministrativi di una consistente somma
di denaro. La zona interessata di alto valore naturalistico, è "località
Brionna" e ricade nel comune di Castel di Sangro.
So.Pa.
(Il Messaggero, 20 gennaio ’05)
AGNOSINE. Dramma della depressione a Renzana: muore 47enne
sposato con due figli
Si spara col fucile davanti al fratello
Il suicida, originario del paese, viveva da tempo a
Cunettone
Venerdì sera, a Renzana di Agnosine si è verificato un episodio
drammatico. Erano da poco passate le 19 quando un 47enne nativo di Renzana, ma
da oltre 20 anni abitante a Cunettone di Salò, ha messo in atto la tragica
scelta di togliersi la vita. L'uomo, sposato, aveva due figli di 25 e 27 anni,
e si è ucciso davanti al fratello. Inutilmente il congiunto, che ha 35 anni, ha
cercato di dissuaderlo con un tentativo disperato: il suicida, dicevamo, non si
è fermato e si è sparato sotto gli occhi del parente.
Solo il caso ha voluto che la tragedia non si
consumasse anche alla vista del padre del valsabbino: era andato a cercarlo in
compagnia dell'altro figlio, ma a causa della neve, una volta individuata la
sua localizzazione, era rimasto in auto ad aspettare.
Tutto ha avuto inizio nel tardo pomeriggio di venerdì,
quando la moglie dello scomparso, da Cunettone di Salò (la località nella quale
la coppia abitava da oltre vent'anni, gestendo un negozio di parrucchiere) ha
chiamato il cognato a Renzana: quest'ultimo abita tutt'ora con i genitori nella
casa un tempo abitata anche dal fratello maggiore.
La donna era preoccupata perchè da parecchie ore non
aveva notizie del marito.
In casa, inoltre, mancavano le chiavi del fienile
della frazione di Agnosine nel quale l'uomo si recava spesso per cacciare
(accanto al fabbricato rurale esiste anche un appostamento fisso). Così la
moglie, preoccupata per la lunga assenza, ha chiesto al parente di recarsi
proprio in quella costruzione, per assicurarsi che il marito non avesse avuto
qualche incidente.
Salito subito in auto insieme al padre, il frattello
del suicida ha lasciato la frazione e, alla vicina curva dell'Alberù, ha
imboccato la stradina laterale che in discesa porta al fienile sotto l'abitato.
Arrivato a pochi metri dalla costruzione, a causa della neve ha parcheggiato il
veicolo, e mentre il genitore è rimasto ad aspettare l'ha raggiunta a piedi.
Giusto in tempo per vedere il fratello che imbracciava il suo fucile da caccia.
Disperato e purtroppo inutile il tentativo di
dissuaderlo dal premere il grilletto: il 47enne non si è fermato.
Stando alle notizie raccolte in paese, a spingere
l'uomo a un gesto così estremo potrebbe essere stata una seria forma di
depressione. Fino a due anni fa, infatti, il suicida era in cura per questo suo
disagio. Poi aveva interrotto le terapie, perchè si sentiva abbastanza bene e
il problema sembrava superato. Ma da qualche mese la depressione sarebbe
tornata a manifestarsi. E il valsabbino si era rifiutato di sottoporsi di nuovo
a una cura. Forse contava sulla possibilità di farcela da solo.
Nonostante la famiglia si fosse trasferita a Salò da
oltre vent'anni, era comunque ancora molto legata ad Agnosine. I due coniugi
erano cresciuti proprio a Renzana, a poche decine di metri l'uno dall'altro.
Proprio per questo il funerale, che verrà celebrato
quest'oggi a partire dalle 15.30, sarà officiato nella chiesa parrocchiale del
paese. E anche la tumulazione della salma avverrà nel cimitero locale.
Il corpo dell'uomo tornerà in paese dalla camera
mortuaria dell'ospedale di Gavardo, nella quale è stato ricomposto subito dopo
la tragedia.
Massimo Pasinetti
(BresciaOggi,23 gennaio ’05)
OSIMO
Spara a due cani, denunciato quattro volte
I carabinieri: porto illegale d'arma, esplosioni in
luogo pubblico, pericolo per la gente e maltrattamenti
di MARIA PAOLA CANCELLIERI
SI poteva resistere a tutto salvo che ai due cani della vicina che
continuavano ad abbaiare mentre lui voleva schiacciare il solito pisolino
pomeridiano. Così, esasperato e arrabbiato, ha imbracciato la doppietta, l'ha
caricata, è uscito dalla sua casa di Campocavallo, ha preso la mira e si è
fatto giustizia da solo. Ha impallinato gli animali rompiscatole, innocui per
qualcuno, non certo per lui. Uno dei due è rimasto ferito davanti
all'abitazione della proprietaria, l'altro è andato a morire lontano. La
vendetta dell'agricoltore osimano, 61 anni, si è spenta sotto la pioggia
ghiacciata di quattro denunce presentate dai carabinieri della caserma di via
Saffi. La padrona delle bestiole, sconcertata dal gesto, ha chiesto aiuto ai
militari dell'Arma tratteggiando l'identikit del cacciatore. I carabinieri
hanno suonato ad una delle porte che costellano quest'angolino di città
chiedendo all'uomo di esibire la licenza di caccia e detenzione di armi. Il
61enne, con i documenti, ha mostrato due fucili regolarmente denunciati e mai
usati. I carabinieri, però, non hanno mangiato la foglia e poco dopo si sono
visti consegnare dal coltivatore mortificato il "corpo del reato", la
doppietta calibro 16 ancora fumante. Fucile detenuto illegalmente perché non
denunciato e quindi sequestrato insieme agli altri due a titolo cautelativo.
Nonostante il rimorso e il pentimento per gli spari ai
bastardini, l'uomo disarmato è stato anche denunciato all'autorità giudiziaria
per aver portato in luogo pubblico un'arma da sparo e per avervi esploso colpi
da fuoco, per aver maltrattato animali e per aver omesso di denunciare
all'autorità di Pubblica sicurezza la stessa arma.
(Il Messaggero, 25 gennaio ’05)
CAMPOBASSO: IDENTIFICATO E DENUNCIATO UN BRACCONIERE CHE
AVEVA SPARATO AD UN ALTRO CACCIATORE
Un uomo, in compagnia di altri tre bracconieri, stava
utilizzando richiami illegali vivi. Un altro cacciatore aveva sparato agli
uccelli, credendoli selvaggina. Da qui è nato il diverbio: alla fine il
bracconiere gli ha sparato alle gambe e poi si è allontanato, fuggendo prima a
bordo di una fuoristrada e poi a bordo di un taxi. Ora è stato identificato e
denunciato per tentato omicidio, mentre altre tre persone sono state denunciate
per attività di bracconaggio
26 Gennaio - Gli agenti del Comando Stazione Forestale di Campobasso
hanno denunciato un uomo per tentato omicidio e altre tre persone per attività
di bracconaggio. La vicenda risale allo scorso 15 gennaio, ma solo oggi, al
termine delle indagini, si è giunti all'identificazione dei responsabili della
vicenda. A San Giovanni in Galdo (Campobasso), un cacciatore del posto aveva
sparato ad alcuni piccioni legati ai rami, credendo si trattasse di selvaggina
e poi era stato aggredito verbalmente dai quattro bracconieri che stavano
adoperando i richiami vivi - pratica che è illegale - per cacciare. Al culmine
della lite un bracconiere di 34 anni, originario della provincia di Frosinone,
aveva esploso un colpo di fucile contro l'uomo, ferendolo a una gamba. Il
cacciatore aveva chiamato la Forestale per chiedere aiuto. Nonostante gli
agenti Forestali si fossero messi subito alla ricerca dei bracconieri, non
avevano trovato altro che un fuoristrada con soli due cacciatori a bordo. Gli
altri due, tra i quali il bracconiere che aveva sparato, si erano allontanati
nel bosco, arrivando nel frattempo fino al campo sportivo di Toro (Campobasso).
Da qui avevano chiamato un taxi che li aveva portati fino a Venafro (Isernia).
Nei giorni successivi, tuttavia, i quattro bracconieri sono stati identificati
dagli agenti del Corpo Forestale dello Stato di Campobasso, che per risolvere
il caso si sono avvalsi della collaborazione dei loro colleghi di Anagni
(Frosinone).
(Corpo Forestale dello Stato, 26 gennaio ’05)
Cacciatore "caricato" da un cinghiale
RIVALTO. A volte i cinghiali di ribellano quando vengono feriti
durante le battute di caccia. Ora la sa bene Sergio F., 52 anni, nato a
Pontedera e residente a Rivalto che ieri mattina è stato "caricato"
da un cinghiale sulle colline di Rivalto nel comune di Chianni. Secondo i primi
accertamenti, l'uomo era caccia al cinghiale insieme ad altri amici. Ha sparato
ad un in cinghiale e lo ha ferito gravemente.
Ma non lo ha ucciso. Così quanto Sergio F. si è
avvicinato all'ambita preda, il cinghiale ha reagito andando contro il
cacciatore il quale, a sua volta e con modalità che non sono ancora state
accertate, si è ferito a una gamba.
I primi soccorsi il cacciatore li ha ricevuti dagli
altri componenti della squadra di cinghialai che lo hanno portato con la
propria macchina fino alla Capannina di Lari. Da qui è stato soccorso da
un'ambulanza e dal medico della Misericordia di Lari, in servizio per il 118.
Non sembra che l'uomo sia ferito in maniera grave.
Tuttavia è stato trasportato al pronto soccorso dell'ospedale Lotti di
Pontedera dove è stato trattenuto per le cure necessarie.
(Il Tirreno, 26 gennaio ’05)
Grosseto/Un uomo di Sabaudia ferito durante una battuta di
caccia dal compagno
Parte un colpo, ferisce l'amico
di EBE PIERINI
Una normale battuta di caccia fra amici ha avuto un risvolto
inaspettato. Il bilancio è di poca cacciagione ed un ferito. Ma le conseguenze
avrebbero potuto essere ben più gravi. Ad unire M.C. e C.R., amici di vecchia
data, è la passione per la caccia. Hobby che avrebbe potuto costare molto caro
questa volta. Molte altre volte i due uomini erano usciti insieme armati di
fucile, cartucce ed abiti mimetici per cacciare selvaggina. Ed insieme erano
partiti anche giovedì per una trasferta nelle campagne di Grosseto convinti che
sarebbero tornati a casa con un ottimo bottino di caccia. Poi una fatalità. Il
buio. La scarsa visibilità. L'incidente. Nella notte di giovedì un colpo
partito dal fucile di C.R., commercialista di Latina, non è andato a segno ed
ha raggiunto l'amico M.C, un pensionato di Sabaudia. I pallini di piombo,
fuoriusciti dalla cartuccia esplosa dal cacciatore pontino hanno raggiunto il
viso del compagno. Colpito l'occhio. Enorme lo spavento per tutti coloro che
stavano partecipando alla battuta. Immediato l'allarme e la corsa al più vicino
ospedale. L'uomo non è comunque in pericolo di vita. Le sue condizioni sono
stabili e non destano preoccupazioni. Alcuni pallini si sono però conficcati
nelle ossa della scatola cranica. I medici hanno reputato impossibile un
intervento chirurgico per la rimozione dei proiettili. Sono comunque fiduciosi
e sperano che la vista dell'occhio colpito non venga compromessa dal trauma
anche se sussiste comunque un rischio di complicanze. Il cacciatore di Sabaudia
dovrà rimanere sotto osservazione nell'ospedale toscano. A Grosseto è stato
raggiunto da familiari ed amici di Sabaudia immediatamente avvertiti di quanto
accaduto.
(Il Messaggero, 30 gennaio ’05)
Un incidente ha causato la morte del cacciatore
LUCCA. È stato un incidente a causare la morte di Angelo Marcolini, 58
anni, pensionato, il cui corpo è stato trovato venerdì intorno alle 13 in un
bosco del paese di Magnano, una frazione di Villa Collemandina, dove era andato
a caccia da solo. A comunicarlo sono i familiari, che sgombrano così ogni
dubbio sulle cause della morte e annunciano la data dei funerali, che si
svolgeranno oggi alle 15 nella chiesa di Corfino.
In un primo momento i carabinieri che hanno curato le
indagini non avevano scartato l'ipotesi del suicidio. Ma dai riscontri
effettuati è emerso che il pensionato è stato vittima di un incidente. Quando è
stato trovato nel bosco, Marcolini aveva una ferita da arma da fuoco al petto,
vicino al cuore e accanto al suo corpo c'era il fucile. Secondo la
ricostruzione il pensionato è scivolato e dal fucile, al momento dell'impatto
con il terreno, è partito il colpo che lo ha ucciso. È altrettanto certo che
non ci sono responsabilità di altre persone. Marcolini, che aveva lavorato alla
Smi, lascia la moglie e una figlia.
(Il Tirreno,31 gennaio ’05)
Siena, durante una battuta
Colpito alle spalle, muore cacciatore
SIENA. Incidente di caccia nei boschi della Valdarbia, nel Senese. Un
quarantenne di Siena, Roberto Tedeschi, è morto dopo essere stato raggiunto da
un colpo di fucile. La dinamica è al momento al vaglio dei carabinieri di
Montalcino perché ci sono degli elementi che non chiariscono fino in fondo
quanto accaduto. Tedeschi stava cacciando insieme ad un amico quando è stato
raggiunto alle spalle da un colpo.Pare che il colpo sia una piccola palla e non
è chiaro da quale arma sia partito. Ieri, infatti, era l'ultimo giorno di
caccia al cinghiale e generalmente i cacciatori usano palle molto più grosse di
quella che ha ucciso lo sfortunato quarantenne.
(Il Tirreno, 31 gennaio ’05)
CACCIATORI
"GIOCANO" CON PISTOLA: UN MORTO NEL SENESE
"E'
stata la tragica conseguenza di un "gioco", la morte di Roberto
Tedeschi, 40 anni, senese, abitante a Castellina in Chianti, avvenuta domenica
scorsa in un bosco nei pressi di Murlo, paese a pochi chilometri da Siena. Un
episodio che, in un primo momento, aveva fatto pensare ad un vero e proprio
giallo, ma che ora le indagini dei Carabinieri hanno dissolto. Domenica mattina
l'uomo era andato a caccia con due suoi amici. Oltre ai fucili, i tre avevano
anche una pistola calibro 8,34, con la quale, durante la pausa per il pranzo,
hanno deciso di dedicarsi al tirassegno.
La Repubblica,
31 gennaio 2005
ALTAVILLA,
IL FERITO È DI CAVA DE' TIRRENI
Incidente
nei boschi colpito al volto da un cacciatore
Tragedia durante una battuta di caccia ieri mattina ad Altavilla. Pensando
di colpire una preda, un cacciatore ha sparato con un fucile a pallini,
ferendo invece un altro uomo. Resta sconosciuta la sua identità: preso dalla
paura si è dato alla fuga. A finire nel mirino della misteriosa doppietta E.
S. 72 anni, residente a Cava dei Tirreni, che aveva approfittato dell'ultimo
giorno permesso dalla legge, per trascorrere con un gruppo di amici la
giornata di chiusura della stagione venatoria. Ora è ricoverato nel reparto
di oculistica dell'ospedale San Leonardo dove potrebbe essere sottoposto ad
intervento chirurgico per evitare la perdita della vista. Lascia senza
parole l'episodio accaduto ieri mattina nei boschi di Altavilla Silentina:
difficile riuscire a comprendere il comportamento di chi capace di uccidere
un animale, non trovi il coraggio di soccorrere un uomo. Per una volta è
toccato all'anziano cacciatore ferito fare la fine del bersaglio: ha
chiamato aiuto a lungo, ma invano. Solo dopo alcuni minuti è stato
rintracciato dal fratello e dal nipote che insieme a due amici lo avevano
accompagnato lasciando Cava dei Tirreni di primo mattino. Si trovavano a
poco più di 300 metri di distanza quando hanno sentito le sue grida e
seguendole si sono incamminati nella giusta direzione. Lo hanno trovato
dolorante, con una mano poggiata sull'occhio. Un colpo lo aveva raggiunto
probabilmente per errore. Ma del responsabile nessuna traccia: forse ha
preferito darsela a gambe. d.d.s.
Il
Mattino (Salerno) 1 febbraio 2005
ARTICOLI VARI
Sono presumibilmente i cacciatori a provocare, indirettamente , gli
incidenti stradali attribuiti
ai cinghiali.
E' quanto emerge da uno studio statistico del Dipartimento
Caccia e Pesca della Provincia, consegnato al presidente Raffaele Costa e
all'assessore Silvano Dovetta. Commenta il dirigente Paolo Balocco: «Emerge un
alto numero d'incidenti causati dagli ungulati nei mesi d'apertura della
caccia: 88 da metà a fine settembre, 105 ad ottobre, 88 a novembre e 48 a
dicembre. Secondo il parere degli esperti il notevole aumento nei 4 mesi
d'apertura della caccia al cinghiale può essere spiegato dalle battute che
vengono organizzate con la partecipazione di squadre di non meno di 15
cacciatori, accompagnati dai cani, che provocano la fuga degli cinghiali dal
loro habitat con conseguente attraversamento delle strade e collisione con le
vetture. (…) Impressionanti i dati
degli incidenti stradali che si riferiscono al periodo 1999-2004: 549 opera dei
cinghiali, 201 dei caprioli, 20 delle volpi e solo due dai camosci e
altrettanti da stambecchi. (…) Nel
2004 e fino a mercoledì le guardie venatorie della
Provincia, per iniziativa dell'assessore Silvano Dovetta, hanno controllato 180
allevamenti di fauna selvatica e per gli allevamenti di cinghiali sono state
elevate 15 contravvenzioni amministrative. Si tratta di contestazioni relative
all'irregolarità nella tenuta dei registri e per mancanza del contrassegno
inamovibile sui capi. A Pianfei e a Bagnolo sono stati scoperti due allevamenti
abusivi di cinghiali, i cui responsabili sono stati sanzionati con una multa di
210 euro a capo.
(La Stampa, 15 gennaio ’05)
Milano
NORME SULLA CACCIA
CENTOTRENTA DENUNCE
Sono
130 le persone denunciate in Lombardia per violazioni, nell’ultimo anno, delle
norme sulla caccia.
Il
dato emerge dal rapporto delle Guardie venatorie del Wwf. In particolare sono
state elevate contravvenzioni per 30 mila euro e sequestrati, a cacciatori e
negozianti, 250 animali vivi, destinati ad essere messi in commercio
illegalmente, mentre altri 450 sono stati abbattuti illegalmente.
Corriere
della Sera Lombardia, 1 febbraio ‘05
La vicenda
NB Fatto accaduto nel novembre 2003
Un'allegra scampagnata d'autunno
finita in tragedia dopo pochi minuti
Al processo per omicidio colposo sentiti tutti i
testimoni tra i singhiozzi e gli aspetti poco chiari
La vittima Mauro Pedrotti
Dopo l'incidente mortale sono sorti molti dubbi sulla dinamica, a tal
punto che inizialmente si pensava addirittura all'omicidio. I fucili di tutti i
cacciatori, comunque, sono stati esaminati con cura ed è emerso che il colpo è
proprio partito da quello di Mario Pedrotti. E lo sparo è avvenuto da distanza
molto ravvicinata con una traiettoria che lascia pochi dubbi circa la casualità
dello scoppio.
La svolta è arrivata la mattina del 22 novembre 2003.
Dopo aver contattato la polizia, Mario Pedrotti è riuscito a trovare la forza
di dire al sostituto procuratore Marco Gallina come sono andate le cose. È
riuscito a recuperare nella sua memoria l'attimo fatale che è costato la vita
al suo amico.
Accompagnato dall'avvocato Alessio Pezcoller, è andato
in procura per raccontare i fatti dopo il blocco psicologico dettato,
inevitabilmente, dallo choc. Ha così ricordato che stava camminando a circa un
metro dalla vittima lungo il bordo della stradina che costeggia il campo dove
Mauro è caduto. Ad un certo punto ha sentito scivolare dalla spalla la cinghia
del fucile e ha cercato di afferrarlo perché non cadesse a terra. Un gesto
brusco e la mano ha inavvertitamente toccato il grilletto. È partita una
scarica di pallini che ha colpito Mauro da distanza ravvicinata al fianco
destro.
A far pensare al giallo, c'è stato il ritrovamento
della doppietta da caccia carica. Mario Pedrotti, pur con qualche difetto di
memoria, ha fornito una spiegazione: sotto choc ha aperto l'arma e ha
ricaricato; un gesto dettato dal momento di confusione forse per capire come
potesse essere partito il colpo. Un riflesso inconsulto che non voleva certo
modificare il quadro delle prove. Mario Pedrotti, comunque, è riuscito a
superare il muro del blocco mentale che lo ha paralizzato per una settimana
grazie all'aiuto di uno psicologo. di NICOLA GUARNIERI
Una drammatica battuta di caccia, quella di alcuni amici
di Pomarolo nei boschi della Destra Adige; una gita domenicale in pieno autunno
che avrebbe dovuto essere gioiosa ma che ha portato lacrime e lutto.
Era il 16 novembre 2003 e il protagonista involontario
della tragedia all'inizio non è riuscito a spiegare e spiegarsi l'accaduto.
Mario Pedrotti è così rimasto per sei giorni con la mente sconvolta. Sconvolta
a causa di quel maledetto colpo partito dal suo fucile, dalla vista del suo
amico Mauro Pedrotti a terra morente.
Dopo cinque mesi, la procura ha tirato le fila
dell'inchiesta. I periti a cui il sostituto procuratore Marco Gallina ha
affidato i quesiti - Il responsabile del poligono di tiro alla Baldresca Marco
Leonardi e il medico legale De Battisti - nei loro elaborati hanno parlato di
possibile incidente e il magistrato, una volta depositate le perizie, ha
ufficialmente chiuso il fascicolo.
Il gup ha rinviato a giudizio con l'accusa di omicidio
colposo Mario Pedrotti che ieri ha affrontato il secondo atto del pubblico
dibattimento davanti al giudice Ettore Di Fazio.
Alla prima udienza, l'imputato ha chiesto di
patteggiare. Ad una prima soluzione bassa (sei mesi di reclusione) ne è seguita
una più sostanziosa (un anno) ma la procura non ha accettato la proposta. E
questo anche e soprattutto perché non sono stati liquidati i danni alla vedova
Marina Rovro e alle due figliolette.
La famiglia della vittima, d'altro canto, da tempo
aspetta un'offerta di risarcimento. La stessa assicurazione dell'associazione
cacciatori - alla quale è iscritto Pedrotti - ha versato 350 mila euro,
ritenuto però un acconto.
La parte civile - che inizialmente chiedeva due
milioni di euro visto che la tragedia ha lasciato soli una giovane moglie e due
figli piccoli - si accontenterebbe delle metà pur di uscire dal processo ed
evitare di trascinare per anni un ricordo che è assolutamente doloroso.
Di questo, però, ormai si parlerà in una successiva
causa civile. La difesa, infatti, ieri ha deciso di affrontare il processo con
tutti i testimoni citati dalle tre parti.
Un'udienza che ha avuto toni anche drammatici perché
la vicenda è stata dolorosa per tutti. In primo luogo per la povera vedova,
duramente colpita dalla perdita dell'amato marito ed ora sola ad allevare due
creature che soffrono terribilmente la mancanza del padre.
E tremendamente dura è stata anche per Mario Pedrotti,
molto amico di Mauro che se l'è visto morire tra le braccia. E in aula, durante
la sua deposizione, è scoppiato a piangere, un lungo singhiozzo che è servito
forse anche da sfogo.
La ricostruzione di quella maledetta battuta di caccia
ha fatto riaffiorare dolori mai sopiti.
Da una parte i testimoni della parte civile non sono
riusciti a trattenere le lacrime. Soprattutto la cognata di Marina Rovro che ha
descritto la vita d'inferno seguita alla scomparsa di Mauro.
Dall'altra l'imputato che ha ripetuto allo sfinimento
il profondo legame che c'era tra lui e la vittima.
Il legale della famiglia (l'avvocato Nicola
Canestrini) ha comunque insistito sui rapporti con la vedova dopo l'incidente e
su alcune operazioni effettuate da Mario Pedrotti (la vendita della casa e lo
scioglimento della floricoltura che gestiva con il fratello).
La difesa (avvocati Alessio Pezcoller ed Emiliano
Ballardini) ha cercato invece di tenere il caso dentro i binari della tragedia
che ha colpito tutti, anche l'imputato, costretto per lunghi mesi a farsi
assistere da uno specialista, il dottor Eraldo Mancioppi.
La richiesta di citare il medico come teste, però, è
stata rigettata da Di Fazio. E così, chiuso il dibattimento, il 17 febbraio
toccherà al pubblico ministero e ai legali esporre le proprie conclusioni prima
dell'attesa sentenza che farà calare il sipario sul primo atto di una tragica
scampagnata tra amici.
(L'Adige, 20 gennaio ’05)
Le dichiarazioni di mario pedrotti
«Era un amico, un grande amico»
Mario Pedrotti, l'imputato, ha deciso di sottoporsi all'esame, al
fuoco incrociato delle domande di accusa e parte civile. In aula era teso,
forse ancora choccato per quella maledetta mattina. Non a caso la frase più
ricorrente, ripetuta allo sfinimento, è stata «Mauro era mio amico, mio amico».
«Quel giorno siamo andati a uccellini, a merli e a
tordi. Ci eravamo messi d'accordo la sera prima e alle 7.30 siamo partiti per
la battuta di caccia. Abbiamo sparato in tre: io, mio padre e Mauro. Con me
avevo la doppietta e un'altra l'ho prestata a Mauro perché il suo fucile non
funzionava bene, ogni tanto non sparava. Davanti, sulla stradina, c'eravamo io
e Mauro. Mauro era vicino a me, sulla sinistra. Io tenevo il fucile sulla
spalla sinistra. Stavamo scherzando, accordandoci su chi avrebbe fatto il caffè
dopo la caccia alla baita che abbiamo lì vicino.
Ad un certo punto ho sentito due colpi, ho detto a
Mauro: "Ci stanno sparando addosso ma chi è?". Poi mi sono girato e
ho visto Mauro cadere a terra mentre mi chiamava. È assurdo, eravamo molto
amici. Non so cosa sia successo. Non ho mai avuto la sensazione di perdere il
fucile».
Il pm d'udienza Elisa Beltrame ha contestato questo
passaggio, ricordando che il 22 novembre 2003 l'imputato aveva riferito alla
polizia di essersi invece accorto della doppietta che gli scivolava dalla
spalla.
«Ero confuso, so solo che ho preso Mauro sulle gambe e
non volevo più lasciarlo. È stata la polizia a convincermi a lasciarlo andare
sull'elicottero. Ancora adesso non mi rendo conto di cosa sia successo. Solo
dopo un'ora ho visto la cinghia del fucile rotta. Non riesco a spiegarmi
nemmeno perché ho ricaricato il fucile. Penso sia stato un gesto istintivo.
Quando ho buttato il fucile per prendere Mauro forse l'ho aperto e
involontariamente ricaricato. Ero in stato di choc, non sapevo nemmeno dov'ero
in quel momento. Non ricordo se il colpo è partito dal mio fucile; ricordo solo
la sensazione del fucile che cade dalla spalla ed io che tento di prenderlo.
Mauro, una volta colpito, si è girato su se stesso e poi è caduto a due metri
da me».
La parte civile ha rivolto domande sui rapporti con la
famiglia della vittima e su alcune operazioni di mercato successive alla
tragedia.
«Sono andato spesso a trovare Marina e le bimbe poi ad
aprile mi ha detto di non andare più perché turbavo le piccole in quanto
pensavano che io avevo ucciso il loro padre.
Per quanto riguarda la vendita della casa in aprile,
l'ho fatto per tutelare mio figlio. Se succedesse qualcosa a me, infatti, non
avrebbe niente. Per l'azienda, invece, era da tempo che i rapporti tra me e mio
fratello erano deteriorati; quindi meglio scioglierla. Ora la floricoltura la
gestiscono i genitori».
In merito al risarcimento, «l'assicurazione dei
cacciatori ha un massimale di un milione di euro ed è già stato versato un
acconto di 350 mila euro».
Mario Pedrotti è scoppiato in lacrime quando gli è
stato chiesto delle visite ad uno specialista per farsi aiutare a uscire dallo
choc.
«Era un mio grande amico e ho avuto bisogno di aiuto
da parte di un medico».
Il giudice Di Fazio ha negato una sospensione
temporanea dell'esame nonostante i singhiozzi di Pedrotti e poi, prima di
chiudere, ha tirato una stoccata all'imputato: «Lei non ricorda troppe cose».
(L'Adige, 20 gennaio ’05)
Domusnovas Incidente di caccia, condannato. NB Si riferisce ad episodio avvenuto nel ‘98
Due colpi di fucile contro una sagoma in movimento. Un uomo cade a
terra ferito al volto. Era l'8 dicembre del 1998 quando Salvatore Mereu di
Decimoputzu, morì in ospedale dopo un incidente di caccia. Una morte per la
quale il processo di primo grado si chiuse senza un colpevole. L'imputato,
Giampaolo Deligia, 45 anni di Domusnovas, fu assolto per non aver commesso il
fatto. Ieri i giudici della Corte d'Appello di Cagliari hanno ribaltato la
sentenza e lo hanno condannato per omicidio colposo a 7 mesi (con la
condizionale) e al risarcimento ai parenti della vittima». Quella mattina di
dicembre la compagnia di caccia di Domusnovas era uscita nella località
Squiddargiu. C'erano due ospiti di Decimoputzu, uno di questi era Salvatore
Mereu. Nella boscaglia erano partiti tre colpi quando la battuta era già
terminata. Due li aveva esplosi Deligia pensando di colpire un cinghiale.
Invece i pallettoni centrarono Tore Mereu. Deligia chiese aiuto. Così hanno
ricordato gli agenti forestali accorsi dopo gli spari: al Pronto soccorso gli
sentirono dire di aver sparato contro un cinghiale e di essersi poi reso conto
di aver colpito una persona. Una sorta di confessione che Deligia (difeso
dall'avvocato Gianfranco Cortis) ha poi smentito e che, secondo il giudizio di
primo grado, non poteva essere utilizzata per arrivare a sentenza. Non si era
nemmeno potuto provare che i pallettoni uccisero Mereu fossero stati esplosi da
Deligia. Era stato il pm a ricorrere in Appello, con lui i familiari di Mereu
rappresentati dagli avvocati Luigi Trudu e Sandra Mura. La tesi che ha prevalso
sarebbe stata (bisogna attendere le motivazioni) proprio quella della confessione.
Inoltre l'accusa ha sostenuto che Deligia avesse nascosto i bossoli del suo
fucile per evitare che venissero utilizzati come prove. «Siamo contenti che
Salvatore abbia avuto giustizia - hanno commentato i parenti di Mereu - ma non
portiamo alcun rancore nei confronti di Deligia».
(L'Unione Sarda, 28 gennaio ’05)