Intervista di Andrea Turetta del sito web Babylonbus a Filippo Schillaci.
Andrea: La prima cosa da chiedere è quasi un dovere. Com'è nata in te l'idea di far nascere il libro "Caccia all'uomo"?
Filippo: Dall'essermici trovato in mezzo. Dall'aver scelto la vita in campagna, come molti, in cerca di tranquillità ed essermi trovato letteralmente in mezzo a una guerra. E dall'aver scoperto infine che il "mio" problema non era "mio" ma di molte, moltissime persone in ogni parte d'Italia e in termini di tale gravità da potersi definire un'emergenza nazionale sommersa.
Andrea: Un'attività quella della caccia, dalla cui lettura del libro, si vengono a conoscere i lati più pericolosi…
Filippo: … e sconosciuti. Come il numero delle vittime umane che essa provoca ogni anno (47 nel 2001 secondo l'EURISPES), lo stato di allarme sociale diffuso nelle campagne, i danni alle attività economiche, prime fra tutte turismo e agricoltura. E infine l'anacronismo di una legge che consente l'uso di armi da fuoco sul territorio senza imporre praticamente alcun vincolo di sicurezza.
Andrea: I cacciatori, seppur in numero notevole, calano di anno in anno… eppure hanno ancora tanti privilegi, specie in campo legislativo.
Filippo: La ragione è semplice ed efficace: i cacciatori hanno una visione così esaltata della caccia da farne motivo di scelta elettorale. Da ciò la compiacenza che molti politici hanno nei loro confronti.
Dalla parte opposta, dalla parte cioè dei cittadini normali - e ben più numerosi - ciò non è ancora avvenuto, non perché il problema non sia sentito ma perché solo negli ultimi anni si è cominciato a "sentirlo" collettivamente, ad acquisire cioè consapevolezza di essere in tanti, di essere più forti di loro. Una cosa di cui i politici faranno bene a tenere conto.
Andrea: Casi come quelli che si raccontano nel tuo volume, sono davvero gravi. Eppure spesso vengono relegati in qualche angolo di quotidiano, con uno spazio limitato…
Filippo: C'è una sorta di assuefazione all'esistenza della cosiddetta "caccia" ma c'è anche la sopravvivenza di un luogo comune arcaico e ormai abbandonato in ogni altro contesto: quello che vede nell'incidente una "fatalità", qualcosa che comunque era "inevitabile" che accadesse, piuttosto che il frutto di irresponsabili comportamenti umani. E se una cosa è "fatale" non è problematica, dunque non è un "caso", non val la pena di parlarne.
Andrea: Le statistiche che riporti nel libro parlano comunque di un problema importante visto che in proporzione, la caccia fa più morti di quanti ce ne siano nel mondo del lavoro…
Filippo: Ripeto: è un'emergenza nazionale sommersa che coinvolge ogni anno milioni di persone in termini di disagio, paura, tensione, limitazione dei propri diritti, scadimento della propria qualità della vita e non ultimi concreti rischi per la propria vita.
Andrea: Abbiamo tra l'altro delle Leggi in materia davvero molto vecchie eppure, sembra che se le stesse dovessero subire aggiornamenti, sarebbero in peggio.
Filippo: La proposta di legge Onnis, attualmente per fortuna ferma alla Camera - ma temo soltanto in attesa delle prossime elezioni politiche - rappresenta un attentato non soltanto contro la fauna e l'ambiente ma anche contro i più elementari diritti di tutti noi: quelli alla sicurezza e alla libertà di movimento.
Andrea: Rispetto agli altri paesi, noi come siamo messi in tema sicurezza ed attività venatoria?
Filippo: Non ho approfondito la situazione all'estero ma ho notizie di numerosi incidenti mortali in vari altri Paesi. Ricordo ad esempio il caso sconcertante di un cacciatore danese che uccise per sbaglio con una fucilata il proprio fratello che in quel momento si trovava a 2 Km di distanza. In termini legislativi, pur mancandomi termini di paragone, non so immaginare una situazione più arretrata dell'Italia, la cui legislazione venatoria semplicemente ignora il tema della sicurezza, come se i cacciatori imbracciassero mazze da golf anziché armi da fuoco.
Andrea: Scrivendo il libro, sei partito da una domanda: "Sappiamo veramente che cos'è la caccia oggi"? Tu pensi gli italiani lo sappiano?
Filippo: No. Si continua a parlare dell'attività a mano armata definita "caccia" come di un problema che riguarda soltanto ambientalisti e animalisti e non ci si rende conto che essa, pur essendo anche tutto ciò che gli uni e gli altri affermano - con argomentazioni che io condivido -, è, a monte di ciò, un grave problema di ordine pubblico.
Andrea: Da notare che spesso il cacciatore si erge a paladino della difesa ambientale… quanto c'è di vero in questa affermazione?
Filippo: Nulla. Nessuno mi ha ancora spiegato come si possa difendere qualcosa prendendolo a fucilate. I cacciatori stessi oltre tutto nell'ultimo trentennio hanno perso interesse per la tutela degli ecosistemi, un tempo vista come necessaria al mantenimento di buone popolazioni di selvaggina. Da tempo ormai essi puntano sui ripopolamenti, spesso addirittura con specie non autoctone, ovvero su una caccia totalmente "artificializzata".
Andrea: E' stato lungo il lavoro di ricerca che ti ha portato a far nascere questo lavoro?
Filippo: Più che altro lo è stato il lavoro di selezione della gran quantità di materiale, soprattutto giornalistico, che l'attività dei cacciatori genera in continuazione. In questo senso possiamo dire che questo libro lo hanno scritto loro.
Andrea: Difficile trovare chi accettasse di pubblicarti?
Filippo: Non sono in grado di rispondere perché Stampa Alternativa è stato il primo editore cui mi sono rivolto. Non ho termini di paragone.
Andrea: Come vedi in futuro, la coesistenza tra cittadino e cacciatore?
Filippo: Non la vedo. Non può esserci coesistenza fra vita civile e sparatorie. Per la caccia non c'è più posto, almeno finché esisterà una parvenza di società civile.
Andrea Turetta, Filippo Schillaci
7 dicembre 2005
Filippo Schillaci, Caccia all'uomo, Ed. Stampa Alternativa, Viterbo, 2005, pp. 160
Prefazione |
Recensione del quotidiano Il Tirreno |
Servizio di Telemolise |
Intervista all'autore