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Le gerarchie animaliste e il movimento animalista

Nell’Indice generale del sito Rinascita Animalista fra i vari link ve n’è uno un po’ anomalo. Il titolo non ha apparentemente nulla di strano: Animali di affezione, ma accanto a esso è riportata una sibillina frase, questa:

"Sezione chiusa. Costituisce il fallimento della visione illuministica del Collettivo maturata quando ancora riponeva speranze nel movimento animalista italiano. Eppure, monumento concettuale per comprendere sordità e sterilità dell'associazionismo animalista".

Il progetto sui cosiddetti "animali d’affezione" rappresenta uno dei molti tentativi compiuti nel corso degli anni per indurre l’insieme delle Associazioni Animaliste a una riflessione comune sulle tematiche che ci stanno (o dovrebbero starci) a cuore. Un progetto che letteralmente si dissolse, così mi raccontarono alcuni membri del Collettivo, in quel nulla perfetto e assoluto che fu uno spesso e invalicabile muro di silenzio.

Molti altri hanno fatto, a vari livelli e in vario modo, la stessa esperienza. Non li elencherò. Ci basti sapere che sono molti. L’ultimo in ordine di tempo a sollevare la questione è stato Massimo Tettamanti con la sua recente lettera aperta Movimento per gli animali: unito o diviso?

Una lettera importante perché non solo ribadisce l’esistenza di un muro, di una palude, di un nulla insomma, nel quale sembrava fosse giocoforza sguazzare mentre tutto intorno a noi continua indisturbato il massacro, ma ci conferma anche ciò che eravamo in molti a sospettare: che al di là di questo muro, di questa palude, di questo nulla che sono i vertici delle grosse Associazioni "istituzionalizzate" e gerarchizzate, esiste un’altra realtà, una realtà spontanea, viva e, soprattutto, efficace. Bene, ne prendo atto, e ne prendo atto con soddisfazione e vivissimo interesse. Ma adesso voglio soffermarmi invece sull’altro versante della questione: quello del buio, del silenzio, della palude, del nulla: dell’associazionismo ufficializzato insomma, nel quale sembra esistere una regola di proporzionalità inversa: più l’organizzazione è grande, robusta, provvista di mezzi e dunque in grado di ottenere risultati, più alimenta la palude dell’immobilismo. Perché?

Il fenomeno io credo vada al di là dell’ambito dei diritti degli animali, credo sia ben più generalizzato. Fenomeni degenerativi analoghi li riscontriamo da sempre anche in tutt’altri contesti: cito qui le organizzazioni sindacali e religiose a puro titolo di esempio. E credo anche che per comprenderne la dinamica una chiave di lettura solida ed efficace possa essere costituita dalla filosofia politica di Foucault.

Chi ha letto la sua Microfisica del potere probabilmente sa già dove voglio arrivare: Foucault dissente dalla Scuola di Francoforte non vedendo egli il mondo diviso in oppressi e oppressori secondo quei grandi blocchi che dal marxismo in poi hanno avuto il nome di classi. La dinamica del potere è per Foucault molto più fine, distribuita, polverizzata. Si attua a ogni scala possibile: dagli individui all’interno della famiglia fino ai rapporti fra le nazioni. Si attua in quanto il rapporto di potere è connaturato al gruppo organizzato (e già due individui fra i quali esiste un rapporto "istituzionalizzato" - esempio: padre/figlio - sono un gruppo organizzato). Organizzare significa strutturare, strutturare significa attribuire dei ruoli differenziati, da tale differenziazione nasce la gerarchia, la gerarchia innesca il meccanismo del potere.

Innescato un tale meccanismo il processo degenerativo è inevitabile e irreversibile e porterà con sé una conseguenza: il gruppo organizzato, totalmente immerso in una rete di rapporti interni di potere, perderà di vista le ragioni per cui è nato e diventerà autoreferenziale, ovvero, proprio come, ci insegna Laborit, accade negli organismi biologici, la conservazione della propria struttura diventerà il suo unico scopo.

A questo punto è chiaro perché un organismo sociale giunto a un simile stadio sia improponibile come interlocutore.

Supponiamo che io abbia fondato una associazione che si propone la messa fuori legge delle automobili di grossa cilindrata e che questa associazione abbia subìto il processo degenerativo che ho appena descritto. E immaginiamo che un bel giorno il Parlamento approvasse una proposta di legge che imponga un tetto massimo alla cilindrata delle automobili, ovvero che la mia associazione abbia raggiunto il suo scopo. Sarebbe la catastrofe: avendo raggiunto il proprio obiettivo l’associazione non ha più ragione di esistere. Tutti coloro che si erano iscritti perché erano contro le grosse automobili non avranno più motivo di rinnovare la propria iscrizione. L’organismo si disgrega e con esso i rapporti di potere che si erano creati al suo interno. Ecco dunque che una organizzazione nata per il conseguimento di un certo scopo e poi degenerata per il dilagare interno di meccanismi di potere e divenuta pertanto autoreferenziale, si guarderà bene dall’operare per il reale conseguimento di quello scopo. Perché ciò costituirebbe la sua fine.

Molti anni fa udii durante una intervista televisiva il presidente di una associazione di non vedenti dichiarare: "noi siamo l’unica associazione che mira al proprio scioglimento per mancanza di iscritti", cioè per mancanza di non vedenti. Ecco cosa è una organizzazione che mira davvero al conseguimento del proprio obiettivo. Ora domando: quanti presidenti di grandi associazioni ambientaliste o animaliste hanno mai rilasciato dichiarazioni simili? Se lo domandassero a me non saprei citarne neanche uno.

Possiamo dunque ora comprendere le ragioni che stanno dietro l’esperienza di Tettamanti: un movimento spontaneo, non strutturato in una organizzazione rigida, è un movimento fra i cui membri non si crea né può crearsi alcun rapporto di potere poiché ciascuno stabilisce da sé, autonomamente, il proprio ruolo e autonomamente può modificarlo in qualsiasi istante. Lo scopo finale non viene in tal modo messo in ombra da null’altro, rimane, e continua a essere davvero lo scopo finale.

C’è senza dubbio un prezzo da pagare nella spontaneità: un grado di organizzazione debole, instabile, probabilmente aleatorio nel tempo, e dunque incerti livelli di efficienza. C’è il prezzo insomma della precarietà. Ma se l’alternativa è quella che ho appena descritto, a ben pensarci, è un prezzo davvero basso. Un motore con un rendimento dell‘1% è una schifezza ma chi non lo preferirebbe a un motore che non funziona?

Concludiamo: se dunque, nonostante la palese e durevole evidenza dei fatti e delle esperienze maturate e nonostante - mi permetto di aggiungere - quanto ho appena scritto, qualcuno volesse ancora ritenere valida la strada dei "buoni rapporti conviviali" con i vertici delle grandi Associazioni, nulla di illecito in ciò, certamente. Ma se egli vuole anche che la sua scelta abba diritto di cittadinanza sul pianeta vasto ma poco popolato delle cose serie, deve preliminarmente fare le seguenti cose: a) prendere visione dei precedenti tentativi fatti in tal senso da altri o almeno dei principali fra essi, b) analizzare a livello di dettaglio l’esatta anatomia di ciascuno, c) individuare le cause che hanno portato al loro fallimento, d) individuare la maniera di rimuovere o aggirare quelle cause. Un lavoro enorme e difficile, insomma. Un lavoro lungo. Un lavoro, aggiungo, dall’esito incerto. Fatto necessariamente il quale egli potrà finalmente cominciare. Buon lavoro e buona fortuna. Nel frattempo però ci sarà chi avrà continuato a essere torturato e massacrato.

Filippo Schillaci

22 agosto 2003


Vedi anche:

Movimento per gli animali: unito o diviso?, lettera aperta di Massimo Tettamanti

Problemi di struttura, dialogo col Collettivo di Rinascita Animalista