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Il "loro" mondo


Comunicazione zero

1. Remore preliminari. Ovvero: il gattino, l'extracomunitario e una manifestazione strampalata.
Sempre più spesso con l'avanzare dell'età e, forse, di una parvenza di saggezza, ogni volta che mi trovo a dover dire peste e corna di qualcuno - e figuratevi se in un mondo così storpio non mi capita con inaudita frequenza - mi domando chi sono io per farlo, se in fondo egli lo merita davvero, se quel tale in un'altra situazione, davanti a un altro problema non saprebbe cavarsela molto meglio di me e se alla fine non sia più utile di me. Un paio di giorni fa - e non per la prima volta - mi è capitato di farne esperienza diretta davanti al "piccolo" problema di un gattino annidatosi nel vano motore di un'automobile e che in nessuna maniera si riusciva a stanare. Dopo ventiquattr'ore di fallimenti risolse tutto un extracomunitario dall'aria trasandata, dai lineamenti grossolani, dall'aspetto insomma che induce alla distanza. Distanza? Fu bravissimo: lo prese a mani nude e riuscì a tenerlo per tutto il tempo che mi ci volle per correre a casa a riprendere la gabbietta che, dopo l'ultimo tentativo fallito, avevo già messo via. Riuscì da solo dove aveva fallito una squadra di pompieri, dove non avevano nemmeno tentato le varie associazioni "animaliste" locali, dove io infine ero ormai sul punto di arrendermi. Immagino quanto disprezzo colleziona ogni giorno quell'uomo da gente che in molti frangenti sarebbe, è, molto, molto da meno di lui.
E' stato proprio in occasione di questa vicenda che mi è tornata alla mente la manifestazione anticaccia di Firenze del 15 settembre scorso: ho pensato a quante fra quelle mille e più persone che qualcuno ha sprezzantemente chiamato "animalettisti", accorse lì da mezza Italia a far solo un po' di inutile chiasso, davanti a un problema come questo avrebbero saputo più e meglio di me cosa fare. Ho pensato a quanti di loro fanno antibracconaggio, dove io non saprei neppure da che parte cominciare. Ma d'altra parte come rimanere indifferente di fronte a una così mastodontica e generalizzata prova di sordità e sconclusionatezza, e in particolare davanti a una così eclatante affermazione della totale inutilità di cinque anni del mio lavoro? Come tacere di fronte a tante energie sperperate quando un minimo di riflessione avrebbe potuto meglio indirizzarle?
Separare i fatti dalle persone, dicono i teorici della nonviolenza, e dicono bene. Anche perché ciascuno è quel che è non perché "buono" o "cattivo", "stupido" o "intelligente" ma perché è il prodotto di milioni di anni di evoluzione sociobiologica che lo hanno condotto a occupare, qui e adesso, in questa sociocultura, un posto anziché un altro, a seguire certe spinte anziché altre, a prestare orecchio a certi istinti piuttosto che a certe ragioni. A perseguire, nel nostro caso, irrazionalmente uno scopo razionale così come altri, vedremo, perseguono razionalmente uno scopo irrazionale.
I fatti dunque, e non le persone. Inevitabile critica, esecrazione, messa in ridicolo dei primi senza disprezzo per le seconde. E' possibile? Ci proverò.

2. Tamburi e giullari. Ovvero: prima che la festa cominci.
Dunque, io c'ero. Per la prima e, giuro, ultima volta io c'ero. Mi convinse un attivista d'assalto che, per evitargli guai e rappresaglie, chiamerò Signor X. Mi convinse però anche la constatazione che da una vita dicevo ogni male possibile delle manifestazioni senza, a ben pensarci, averne mai vista una. Dunque andai. E ora sì che posso davvero fare fuoco e fiamme.

Firenze, ore 14.30 del 15 settembre 2007. Giungiamo a piazza della Repubblica dove è previsto il raduno. C'è ancora poca gente, alcuni stand e un angolo della piazza lastricato da grandi striscioni della LAV inneggianti alla LAV. C'è un tale vestito da cacciatore, con pupazzi di peluche appesi a testa in giù alla cintura, che brandisce il fodero di un fucile e si fa fotografare mentre con esso "spara", facendo con la bocca un fragoroso "bum", a un altro tale che indossa una testa di lupo. Poi gli passa il fodero e adesso tocca al "lupo" "sparare" al "cacciatore". Attorno a questo teatrino per bambini (perché nessuno mi ha detto che la manifestazione era a uso e consumo degli asili?) orbita intanto un uomo di mezz'età che sfoggia un tintinnante cappello da giullare.
Molti tintinnii dopo la piazza è sufficientemente gremita e sotto i sontuosi porticati hanno fatto la loro apparizione, discreta ma per poco, i Sambanda, con i loro poderosi tamburi che tra breve sarebbero divenuti i veri, grandi protagonisti della giornata. Bravissimi, travolgenti, simpaticissimi, ma forse, hic et nunc (si scrive così mi pare) un po' fuori luogo. Li avrei visti molto meglio a guidare dionisiache danze nello spazio musica di Veganch'io o a celebrare un omaggio a Carl Orff nel Teatro Antico di Taormina o in mille altri luoghi e occasioni. Ma non qui.
Ore 15 o giù di lì: il corteo prende forma. A dare il segnale di avvio è una prima, virtuosistica e fragorosa stamburata dei Sambanda che sparge il terrore fra i pochi piccioni della piazza. Per una manifestazione anticaccia non si potrebbe immaginare gaffe più clamorosa.
E si parte.

2. Rap, filastrocche e danze della pioggia. Ovvero: la manifestazione vista con gli occhi della gente.
Aprono il corteo i Sambanda con i loro ben presto roventi tamburi, intorno volteggia il vitalissimo giullare dimenandosi al ritmo dei suddetti in una danza della pioggia per fortuna inefficace… come tutto il resto. Segue un'automobile con altoparlanti e dietro a essa, armato di microfono, un uomo con occhiali scuri che mi pareva di aver già visto ma non saprei dire né quando né dove. E poi la lunga, ordinata processione variopinta di bandiere e striscioni delle varie associazioni. Pensai di fronte a tanto ordine all'organizzazione che senza dubbio c'era dietro, e di riflesso al buon Aldo Sottofattori di Rinascita Animalista che dal suo eremo di Ivrea da anni lancia vani appelli all'organizzazione del movimento, all'organizzazione, organizzazione! Mi domandai se, qualora fosse stato lì, avrebbe prevalso in lui la gioia di constatare che in fondo momenti di organizzazione non sono così impossibili o l'impulso suicida conseguente alla travolgente evidenza del nulla cui cotanta organizzazione era devoluta. Come il buon Aldo avrebbe insomma lasciato Firenze? Pieno di gaudio su uno scintillante eurostar o avvolto dalle tenebre e dal silenzio nella corrente dell'Arno dopo essersi buttato giù da Ponte Vecchio?
Propendo per la seconda ipotesi, ma mettiamo da parte le domande oziose e pensiamo piuttosto a non perdere di vista il corteo. Eravamo rimasti ai variopinti striscioni delle molte associazioni fra le quali, non potei evitare di notarlo, brillava per la sua prestante assenza l'associazione Familiari e Vittime della Caccia (che al di là dell'infelice struttura grammaticale vuol significare: "vittime della caccia e loro familiari"). L'impatto più grande tuttavia non era quello visivo bensì quello acustico. Dei Sambanda e dei loro tamburoni ho già detto. A essi si aggiungevano una canzonetta rap a tema, diffusa a più riprese dagli altoparlanti, e gli slogan urlati dall'uomo col microfono. Il tutto alternato con sapiente regia. Sapiente e degna, se non di miglior causa, certamente di migliori contenuti. Perché la canzonetta ripeteva le solite cose già dette e ridette, che ogni signor Rossi sa e risà, come sa e risà della fame nel mondo, della guerra in Afghanistan, delle violazioni dei diritti umani in Birmania… tutte cose che non esita a condannare… e che non lo riguardano. Quanto all'uomo del microfono, andava pure peggio: non faceva altro che ripetere un'insulsa filastrocca in rima (slogan si chiamano queste cose quando si declamano in una manifestazione) che non diceva nulla al di là del ribadire un fritto e rifritto luogo comune. Deliziatevi malcapitati lettori:

Ma quale caccia, ma quale tradizione!
Il cacciatore è solo distruzione.

Cosa mancava? Mancava qualsiasi cosa che fosse informazione anzi, diciamolo meglio: che fosse comunicazione. Perché cosa giungeva di nuovo, di diverso ai numerosi "Signori Rossi" che affollavano le vie in cui la manifestazione serpeggiava? Cosa giungeva, soprattutto, di coinvolgente, quale messaggio che potesse generare in loro il pensiero: "ma guarda un po', la faccenda riguarda anche me!"?
"La dimostrazione", sostiene Polanyi "deve essere integrata da forme di persuasione capaci di indurre alla conversione". Lì, mancando sia la dimostrazione che la persuasione, cosa restava? Cosa giungeva alla gente? Vediamo un po'.

Perché adesso è giunto il momento di parlare proprio di lei, della gente, di loro, dei "Signori Rossi" che facevano ala al passaggio del corteo. Ben presto infatti mi resi conto che, più che il corteo, erano proprio loro che mi interessava osservare. I più erano, come si usa, indifferenti: credo che molti non abbiano neanche percepito per cosa si manifestava. Al secondo posto c'erano i divertiti, ovvero coloro che erano attratti dal lato pittoresco della faccenda, che decisamente non difettava. Poi c'erano i blandi simpatizzanti che, fra un souvenir e l'altro, fra una vetrina e l'altra trovavano anche uno o due secondi per dirsi a vicenda: "bè, sì, in effetti hanno ragione, anch'io sono contro la caccia. Adesso sbrighiamoci, stanno per aprire i negozi". Poi c'era quel ragazzo che, seguito da un paio di amici, commentava tenendo un'estemporanea conferenza peripatetica su come sia stato grazie alla caccia che l'uomo della preistoria bla bla…, vecchi e falsi luoghi comuni tristemente condivisi che tamburi e filastrocche non ci pensavano minimamente a confutare. Poi… poi è il momento di parlare di ciò che non c'era: un'attenzione consapevole, una curiosità attenta, una sorpresa per qualcosa che… "accidenti questo non lo sapevo! Ma davvero la caccia è anche questo? Che roba!"

3. Un fragoroso silenzio. Ovvero: tutto ciò che non devi sapere sulla caccia.
Che roba! Già. Ma "anche questo" cosa? Anche, ad esempio, tutto ciò che mi sono affannato a sviscerare in questi ultimi cinque anni e di cui non ho visto traccia in quel fiorire di bandiere, filastrocche e tamburi. Anche i danni sociali dunque: i morti e i feriti "accidentali", l'inferno delle famiglie che vivono in campagna circondate dalle sparatorie degli squadroni armati a uso venatorio. Silenzio, silenzio totale. Nenti sacciu e nenti vogghiu sapiri.
Tanto che a un certo punto, sentendo crescermi la tentazione di rimediare all'assenza di Aldo Sottofattori buttandomi io in sua vece da Ponte Vecchio, in un rigurgito d'istinto di conservazione mi avvicinai all'uomo col microfono e gli proposi di parlare di queste cose. "Ah, sì!" mi rispose come chi ricorda improvvisamente una cosa seppellita nei più profondi recessi della memoria. E: "hai uno slogan?" Perfino Gandhi sosteneva che sì, la nonviolenza è una gran cosa ma accidenti, quando il randello ci vuole ci vuole!! Soprassedetti anche per non rischiare di esser scambiato per un cacciatore di passaggio e pazientemente precisai che uno slogan non mi pareva necessario, che bastava raccontare con poche, semplici frasi. Acconsentì. E io rimasi accanto a lui apprestandomi a fargli da suggeritore in base alla considerazione: "se non ne ha parlato fin qui vuol dire che non ne sa molto". Ma mi resi ben presto conto che non aveva nessun bisogno di suggeritori: parlò del numero dei morti, della gente che non può uscire di casa perché rischia di essere impallinata, degli agricoltori costretti a lavorare in mezzo a scenari di guerra. Sapeva tutto. E aveva taciuto. A quel punto accadde qualcosa: intorno a lui il fragore della manifestazione per alcuni istanti si dissolse, si fece per una decina di secondi uno strano silenzio. Difficile da interpretare, però… sarò prevenuto, sarò tutto quello che volete voi ma a me parve un silenzio gelido, un silenzio che esprimeva affilata disapprovazione. E se avesse urlato: "Poveri Bambi, sigh! Poveri fringuelli, sob!"? Credo che il clamore attorno a lui si sarebbe entusiasticamente centuplicato. Come pure l'indifferenza dei Signori Rossi circostanti. Di fronte a ciò che invece avrebbe potuto finalmente farli sentire coinvolti, ancora una volta: amen.
E l'uomo del microfono sembrò aver percepito tutto ciò perché nel seguito solo un'altra volta, e solo su mia nuova sollecitazione, e solo telegraficamente ritornò sul tema vietato. Per tutto il resto del tempo, l'avete già capito: "ma quale caccia, ma quale tra…". Fermai un passante: "Scusi, sa dirmi in che direzione è Ponte Vecchio?"

4. L'orsa Jurka. Ovvero: quando si dice centrare il problema.
Mi distolse il pensiero che anche il Signor X, sempre attrezzatissimo, aveva portato con sé un megafono. Feci invano due o tre volte su e giù per il corteo alla sua ricerca, poi mi ricordai del cellulare e lo chiamai. Accettò di buon grado di giocarsi la reputazione e riuscì perfino a inventarsi lì per lì uno slogan che per una volta univa la rima all'informazione, tanto che perfino mi dispiace di non averlo annotato. Rimandai l'appuntamento con il Ponte Vecchio ma subito dopo mi imbattei in qualcosa che nuovamente me ne fece sentire la mancanza.
Già da un po' avevo notato che distribuivano volantini, e che li distribuivano in maniera massiccia e capillare. Secondo logica mi sarei aspettato che riguardassero l'argomento del giorno, l'art. 842 del Codice Civile che concede al mastodontico esercito venatorio l'inaudito diritto di violare le altrui proprietà private. Ho dimenticato infatti di dire che uno degli scopi fondamentali della manifestazione era, almeno nominalmente, sostenere la proposta di legge dell'on. Bruno Mellano della Rosa nel Pugno che appunto ne propone l'abrogazione. Nulla di tutto ciò giungeva in realtà né agli occhi né alle orecchie della gente. E mi domando quanti degli stessi manifestanti sapessero che erano lì soprattutto per quello. Quando vidi che stavano distribuendo volantini pensai che almeno questi riguardassero il tema centrale. Ne sbirciai uno e ogni speranza svanì. Riguardavano l'orsa Jurka, che da qualche tempo sembra essere il centro dell'universo per l'associazione No alla Caccia cui i volantini appartenevano, l'associazione No alla Caccia che "non ha i soldi" per stampare manifesti sui danni sociali della caccia, pur riconoscendone nominalmente l'importanza, ma ne ha per occuparsi a tappeto dell'orsa Jurka. Ma di che si tratta infine? Due parole per definire il caso, passaggio necessario per capirne la marginalità, la non pertinenza con l'argomento caccia e dunque l'insulsaggine del volantinaggio. Jurka è uno degli orsi immessi a suo tempo nel parco nazionale dello Stelvio in Trentino. Qualche tempo fa è stata confinata in un recinto perché "colpevole" di avvicinarsi troppo ai centri abitati in cerca di cibo. Ho dato un'occhiata alla copiosa documentazione su questo caso presente sul sito web della Regione e ho constatato che non vi appare mai la parola "aggressività". Dobbiamo dunque inserire il caso fra i numerosi, miseri episodi di zoofobia di massa che ormai dilagano ovunque in maniera epidemica. Ma a parte ciò, cosa c'entra con la caccia? E inoltre, è un episodio così rilevante da giustificare che un'intera associazione vi dedichi ogni sua energia mentre 800.000 fucili si apprestano e mettere ancora una volta a ferro e fuoco le campagne? Ebbene, per l'associazione No alla Caccia sembra proprio di sì. E se constatiamo che quei volantini erano gli unici che siano stati distribuiti ed erano infine l'unica emanazione avente i connotati di un "messaggio", cosa ne risultava agli occhi dei "Signori Rossi"? Semplice: "stanno manifestando per liberare l'orsa Jurka imprigionata dai cacciatori".
Decisi di arrendermi e, con un ultimo nostalgico pensiero al Signor X che intanto ci dava dentro con entusiasmo nel suo megafono, mi avviai decisamente verso Ponte Vecchio.

5. Le strade deserte di Torvaianica. Ovvero: un'altra occasione perduta.
Non saprei dirvi perché non lo raggiunsi. Né so spiegarvi perché nonostante da oltre un anno ormai io dica e ripeta: "basta, mi arrendo", non l'ho ancora fatto. Non che io nutra ancora speranze, e qualora ciò fosse residualmente stato, dopo il 15 settembre di Firenze non sarebbe più. Insomma mi ritrovai in un baruncolo deserto a consumare un solitario succo di frutta e una sfoglia alla mela mentre in lontananza echeggiava il cupo rimbombo degli imperterriti tamburi. E qui mi immersi in ulteriori, remoti e ancor più cupi pensieri.
Mentre la processione anticaccia prosegue la sua marcia trionfale per strade maestre, vicoli e vicoletti al ritmo dei Sambanda, lasciamola dunque un momento e trasferiamoci a Torvaianica dove gli "amanti della natura" a mano armata spingono la loro sfrontatezza fino a sparare a pochi metri dal centro abitato. Lo scorso anno numerosi residenti avevano chiesto al sindaco un'ordinanza di divieto a tutela dell'incolumità pubblica e puntualmente l'ordinanza era stata emanata… a due passi dalla chiusura della stagione di caccia. Pochi giorni prima del 15 settembre però era giunta la notizia che l'ordinanza era stata sottoposta a modifiche così drastiche che di fatto equivalgono a una revoca. Anche questa volta con grande tempismo, subito prima dell'apertura della nuova stagione di caccia, sicché l'ordinanza è di fatto rimasta in vigore da febbraio ad agosto, insomma nei mesi in cui la caccia è chiusa. Una beffa, una presa per i fondelli della gente, del diritto, del buon senso, del buon gusto, di tutto. E a Torvaianica adesso, mentre io scrivo, mentre voi mi leggete, nuovamente si spara e si sparerà, se possibile con maggior sfrontatezza di prima. Pensai, davanti a quel succo di frutta e a quella sfoglia, che si sarebbe dovuto manifestare lì, a Torvaianica, che mille persone che manifestano a Firenze per… boh! Per l'orsa Jurka? Per… non si sa cosa, sono niente, mille persone che manifestano a Torvaianica per un'ordinanza beffa sbattuta in faccia alla gente, elevandola a simbolo della servile politica filovenatoria delle istituzioni, sono una massa enorme, una risposta titanica: una lezione pesante per il sindaco e un monito tagliente per suoi eventuali epigoni. E' vero, come mi è stato fatto giustamente notare, che la cosa si è saputa all'ultimo istante e che forse era troppo tardi per deviare la manifestazione… forse, ma anche se si fosse saputo uno, due, tre mesi prima, credete che sarebbero davvero andati a Torvaianica? Credete che avrebbero attribuito a quell'evento la giusta importanza? Dopo cinque-anni-cinque di sconclusionate, spesso ridicole esperienze posso garantirvi di no: tutti a Firenze, e : "liberate l'orsa Jurka!", e "ma quale caccia ma quale tra…", e…

6. Pensieri in controcanto su un uomo che ha capito tutto. Ovvero: elogio di un cacciatore.
Nome: Ettore.
Cognome: Zanon.
Fedina penale: (in ordine di gravità crescente) cacciatore, giornalista ed esperto di comunicazione.
Mi imbattei per la prima volta in lui nell'estate del 2006, quando mi giunse di rimbalzo un suo comunicato sul "prelievo selettivo" (lo chiamano così) di varie migliaia di caprioli deciso dalla provincia di Bolzano. Stavo raccogliendo materiale per l'aggiornamento di Se la caccia fosse un lavoro e dunque mi attrasse in particolar modo un paragrafo dal titolo accattivante: Incidenti venatori e disturbo in montagna: non ci sono. Lo lessi attentamente e mi colpì l'abilità dell'autore nell'esporre argomenti fragilissimi in una forma tale da farli apparire di grande solidità (*).
Un po' di tempo dopo feci qualche ricerca sul suo conto e mi imbattei in due suoi articoli decisamente di grande acume che mi portano oggi ad additarlo a esempio al caracollante mondo anticaccia (**); esempio di ciò che in apertura ho chiamato perseguire razionalmente uno scopo irrazionale. E ci mancherebbe che non lo facessi, visto che egli dice ai suoi alleati esattamente le stesse cose che io da cinque anni vanamente dico ai miei presunti tali. Con la fondamentale differenza che egli le dice con successo; una differenza di cui in quel 15 settembre, davanti a quella desolante processione di mille e più persone al seguito di tamburi e giullari, avvertii più che mai la vertiginosa vastità.
I due articoli meriterebbero un'esegesi dettagliata, quasi parola per parola, tanto sono lucidi e mirati al cuore del problema, tanto sono precisi persino nell'amplificare il poco che può far bella mostra di sé e nel tacere il molto che è imbarazzante realtà. Già il titolo del primo articolo merita una sosta: Come siamo e come sembriamo. Lavorare sull'immagine dei cacciatori. Lavorare sull'immagine, ovvero sulla percezione che il "Signor Rossi" ha del problema che ci sta a cuore. Perché il cuore di tutto è proprio lì, è proprio lui, il "Signor Rossi": le lenti, quasi sempre deformanti, attraverso cui egli vede il mondo. Le lenti della sociocultura in cui egli si identifica e che, qui e adesso, si chiamano mass media, quei mass media che, contrariamente a quanto con candida fantasia afferma Zanon poco più sotto, proprio le organizzazioni (?) anticaccia non sanno usare.
Lavorare sull'immagine dunque. Ma andiamo avanti: Zanon è molto abile nel dar forma a questa immagine, al punto da appropriarsi a tal fine perfino di argomenti di stampo ambientalista. L'articolo infatti comincia descrivendo, oltre tutto con buone doti affabulatorie, l'immaginario ma verosimile incontro di un gruppo di cacciatori immersi nel silenzio della natura con un gruppo di escursionisti chiassosi e vestiti con abiti dai colori pacchiani e stridenti. Come non essere dalla sua parte? Quante volte durante le mie escursioni in montagna, il mio silenzio e i miei vecchi giacconi grigi o marroni hanno fatto a pugni con il vociare e le giacche a vento orripilanti di orde di escursionisti d'assalto?
E come non essere d'accordo con Zanon quando ci dice che "In città la natura è sentita come un bisogno e facilmente percepita come 'ideale', c'è molta astrazione e poco vissuto. Anche i rapporti più aggressivi con gli animali sono mediati (noi potremmo dire falsati): la bistecca avvolta nel cellophane fa 'rimuovere' il manzo macellato, che pure ne è l'origine". Un argomento di parte animalista addirittura, qui ribaltato e utilizzato per dimostrare l'incoerenza, l'emotività, l'ignoranza che stanno dietro le posizioni anticaccia del "Signor Rossi" cittadino. Come dargli torto? Ed è così spontaneo dargli ragione che ci dimentichiamo totalmente dell'altro "Signor Rossi", quello campagnolo, quello che nella sua vicinanza quotidiana e coatta con le armate venatorie non ha bisogno di alcuna astrazione, di alcuna visione mediata della realtà per averne piene le scatole di loro. E chi non avesse una tale esperienza diretta non esiterebbe a dargli ragione perfino quando tenta di spacciare il cacciatore per un "corretto e affidabile gestore, capace di prendersi cura del patrimonio faunistico a vantaggio di tutti". "A vantaggio di tutti": avessi mai trovato un animalista in grado di pronunciare a pilastro delle proprie tesi queste poche, semplici, chiare paroline magiche capaci di incrinare il più solido muro che si erge fra lui e i risultati: la diffusa percezione degli interessi degli "animali" come contrapposti agli interessi "umani". Eppure l'animalista avrebbe ben più solidi argomenti del cacciatore. Comunicazione nel suo caso significherebbe semplicemente avvolgere d'una veste empatica un corpo fatto di informazione oggettiva, non di mistificazione e nebbia. Ma è proprio ciò che egli non sa neppur da lontano concepire: la "veste", o in altre parole l'interfaccia, la creazione del punto d'aggancio fra il messaggio e i punti di ricettività empatica del suo destinatario, quell'aggancio che trasforma l'inerte informazione in viva comunicazione. "La comunicazione" che, continua Zanon, "non tollera inerzie: o la fai o la subisci". E le organizzazioni anticaccia appunto, non facendola, la subiscono.
Che fare dunque? Ma prima di ciò, che atteggiamento mentale acquisire? Ce lo dice sempre Zanon quando, in conclusione, esorta i suoi colleghi ad avvicinare gli escursionisti disgustati dalla sanguinolenta vicinanza dei cacciatori, li esorta a parlare loro e raccontare la caccia con civiltà e pacatezza, insomma a comportarsi da comunicatori. "Escludendo i casi limite (animalisti ideologici)" conclude "vi accorgerete che gli atteggiamenti cambiano e gli sguardi, prima irriducibili, si fanno più aperti". E io non ne dubito. Ma fermiamo ancora una volta l'elegante incedere del nostro comunicatore a mano armata ed esaminiamo sotto la lente d'ingrandimento altre due paroline magiche che egli usa: l'animalista "ideologico" descritto come "caso limite". Caso limite. Prendiamo innanzi tutto un paio di punti trigonometrici: siamo di fronte a un "caso limite" - il cacciatore - all'interno di una sociocultura - l'occidente industrializzatosi all'ombra della religione espansionista del PIL - la quale rappresenta a sua volta un "caso limite" nell'ambito dell'intera storia umana. Ed è proprio a tale sociocultura che appartiene il "Signor Rossi" che egli vorrebbe convertire alla religione a mano armata di Diana Cacciatrice. Immerso in una tale somma di estreme lontananze, in una tale truculenta congerie di estremismi egli - il cacciatore - non c'è dubbio che veda come "caso limite" chi al contrario se ne estranea facendosi portatore di un'etica della moderazione e del rispetto nell'approccio al vivente. Ma il guaio è che lo vede come tale anche il "Signor Rossi", essendo anch'egli un prodotto della stessa sociocultura che in altre epoche ha generato il cacciatore, per cui l'auspicato cacciatore-comunicatore ha facilmente buon gioco nel fargli l'occhiolino e nel portarselo dalla sua parte. E tanto più ha buon gioco quanto più l'animalista "ideologico" non ritiene di doversi porre i problemi che saggiamente si pone Zanon: come siamo e come sembriamo: lavorare sull'immagine… Come siamo e come sembriamo. Come sembriamo! Se lo è mai chiesto l'animalista "ideologico" come sembriamo? Quale percezione ha di lui il "Signor Rossi"? Posso dirglielo io: fanatico e violento. E non parlo del "Signor Rossi" bancario e con tre cellulari in tasca, ma del "Signor Rossi" alternativo o giù di lì, quello che fa parte di Bilanci di Giustizia o che presiede un'associazione di fattorie biologiche. E se questa è l'immagine che si ha in quegli ambienti, figurarsi fra bancari e massaie… Ecco, si è mai posto il problema l'animalista "ideologico"? Diciamolo una volta per tutte esplicitamente: alcune frange dell'animalismo radicale se lo sono posto nell'ottica di alimentare irresponsabilmente questa immagine. Ma in generale, nella vasta e desolata generalità, la risposta è una sola: un cubitale, monolitico, lapidario No.
E ora torniamo al nostro acuto (l'aggettivo, ahimè, non è ironico) cacciatore-comunicatore e passiamo al secondo articolo dove egli sistematizza il suo "che fare" (che non si limita ovviamente alle quattro chiacchiere con l'escursionista incontrato per caso) stabilendo innanzi tutto che bisogna darsi "una compiuta strategia di comunicazione e quindi predisporre un concreto progetto di lavoro, quantomeno a medio termine". Ed ecco irrompere un'altra parolina magica: "progetto", l'enunciazione di una mentalità progettuale, pianificatrice, e subito dopo un'altra: "termine", ovvero una strutturazione del progetto come programma distribuito nel tempo. Leggo con tetra meraviglia queste cose uscite dalla penna di un avversario mentre ancor più ripenso a quante volte, fin dall'ormai lontano 2002, io ho detto simili cose al vuoto perfetto.
E Zanon continua: continua individuando come prima cosa i bersagli cui rivolgere il proprio progetto: la stampa, la gente (senza intermediari mediatici), il presenzialismo in convegni, fiere ecc., le scuole e infine i cacciatori stessi come soggetti da formare a questi fini (formare: altra parolina magica mai vista nel campo avverso). E non manca di precisare che non si tratta di obiettivi scorrelati bensì fra loro intersecantesi, il che implica ovviamente che le iniziative di cui egli parla devono essere un insieme coerente e internamente strutturato.
Con quale eco Zanon ha detto tutto ciò? Eccone un esempio relativamente alla voce scuole: il progetto Rudy. Qualcuno dei magnifici mille di Firenze ne ha mai sentito parlare? No? Eppure è un vero capolavoro, un esempio raffinatissimo di arti magiche comunicatorie. Un anno fa, con proditoria e truffaldina azione alla Bonny & Clyde io e la mia intrepida compagna ci siamo procurati l'intera documentazione. E ora parliamone.
Il progetto Rudy è nient'altro che un progetto di educazione ambientale rivolto alle scuole medie e curato dall'Associazione Cacciatori Trentini di cui Zanon è membro. Ho studiato accuratamente il materiale e non posso che levarmi tanto di cappello: è eccellente; Fulco Pratesi e Carlo Consiglio in persona non avrebbero saputo fare di meglio. Ma è qualcosa più che eccellente, è un esempio di genialità comunicativa. Perché in nessun punto, nessuno, si fa cenno alla caccia. Niente. Tanto, tantissimo in quantità e qualità su flora, fauna, habitat ma neanche una sillaba su quantèbellalacaccia, quantèbuonalacaccia! Neanche una sillaba esplicita voglio dire, ed è qui la genialità: perché in realtà è noto a tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dal target principale, i ragazzi, che tutta quella profusione di sapere e sensibilità ecologica, anzi ecologista, viene dall'Associazione Cacciatori Trentini, perché le lezioni sono tenute in prima persona da membri dell'Associazione Cacciatori Trentini, perché l'intero progetto Rudy nasce e vive all'ombra dell'Associazione Cacciatori Trentini. Ed infine perché a tutti i partecipanti viene donato un magnifico e simpatico gadget: un bellissimo cappellino color rosso sangue con la scritta… ma sì, avete indovinato: Associazione Cacciatori Trentini. Ne ho uno anch'io.
Il messaggio dunque, mai espresso a chiare lettere ma guidato attraverso cunicoli sotterranei, tale cioè da "giungere alle budella del destinatario senza passare per il cervello" (frase di un "comunicatore" della RAI) è semplice e chiaro: l'amore per la natura, la conservazione della natura, tutto ciò che è bello e buono nella natura, tutto ciò che è natura, siamo noi. Noi cacciatori.
Esattamente ciò che, sul versante opposto, da cinque-anni-cinque tento invano di realizzare anch'io. Parlando e riparlando al vuoto perfetto. Al vuoto perfetto.
E concludiamo questa tappa lasciando ancora spazio alle sagge riflessioni di Ettore Zanon: "Lavorare sulla nostra immagine non è un'idea rivoluzionaria, neanche soltanto innovativa. Piuttosto, a mio parere, si tratta di recuperare molto del tempo perduto. Per presentarci compatti e preparati ad affrontare le sfide della società che, sempre più velocemente, cambia intorno a noi". Sottoscrivo. Sottoscrivo ogni sillaba. Riconosco in queste parole le mie. Di diverso c'erano soltanto i destinatari. E dunque l'eco che esse hanno avuto… Come dite? Questo l'ho già detto? Mi sto ripetendo? Lo so, lo so… sigh! La ridondanza era voluta.
Ma basta così, anche perché è giunto il momento di lasciare Ettore Zanon e riavviarci a mesti passi verso i Sambanda e il loro nutrito seguito che è ormai vicino alla meta. E lo faccio, lo feci effettivamente all'uscita del baruncolo, non senza aver prima indugiato su un equivoco, inquietante pensiero: se un giorno incontrassi il dott. Ettore Zanon resisterei alla tentazione di stringergli la mano?

7. Chiusura del cerchio, discorso dell'onorevole e mesto ritorno a casa.
Convergemmo dunque, io e il corteo, su piazza della Repubblica, che ne era anche il punto di arrivo. Lì, i Mille formarono con perfetta coreografia un cerchio nel centro della piazza e al centro del cerchio l'on. Mellano pronunciò un entusiastico discorso in cui ringraziò e ringraziò per il sostegno che lì, in quel fausto giorno, era stato dato alla sua proposta di legge. Lo ascoltai perplesso: ma non avevamo manifestato per liberare l'orsa Jurka? Boh! Concluse il tutto un breve e tautologico intervento del prof. Carlo Consiglio. E il cerchio magicamente si dissolse.
Di lì a poco mi ritrovai a lasciare Firenze insieme ad altri due stanchi reduci su uno scintillante eurostar. Ma l'animo più che al gaudio era vicino alla corrente dell'Arno.
Avrei appreso in seguito che solo qualche TV privata aveva dato notizia dell'evento. E per il resto niente, silenzio e vuoto perfino sui quotidiani locali. E come dar loro torto? Io stesso non avrei saputo che raccontare.
La mattina dopo 800.000 fucili ripresero puntualmente a sparare. Dei Mille di Firenze non ho più saputo nulla.

8. Congedo.
Un'ultima riflessione, un ultimo dubbio mentre l'eurostar corre nella verde campagna toscana e il sole volge al tramonto: sono riuscito a mantenere i miei buoni propositi iniziali? Non so. Ci ho provato ma forse no, non ci sono del tutto riuscito. Però, che volete farci? Hanno un bel dire i filosofi Zen che bisogna prendere la vita così com'è, ma io non riesco, proprio non riesco a riconoscere all'umanità il diritto di essere ciò che è. E mille e mille volte non riesco a riconoscerlo a quella che dovrebbe esserne la parte migliore.

Filippo Schillaci

Ottobre 2007

Su Gondrano dal 25 ottobre 2007


Note:
(*) Testo del paragrafo e commento sono riportati in Se la caccia fosse un lavoro, versione settembre 2007, par. 7.3.

(**) I due articoli di Ettore Zanon citati sono presenti sul sito web dell'Associazione Cacciatori Trentini. I loro titoli sono:
Come siamo e come sembriamo: lavorare sull'immagine dei cacciatori trentini.
Il cacciatore-gestore… e comunicatore.