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Eroi, gloria e galline

Questa volta sicuramente un copyright lo violiamo. Ci scuserà l’editore Sellerio, e ci scuseranno gli eredi di Ignazio Buttitta, ma crediamo che il testo che qui riproduciamo (e, si spera non troppo maldestramente, traduciamo) s’imponga all’attualità del momento. Perché oggi, 25 febbraio 2003, stiamo vivendo l’antefatto di quella che si prospetta come l’ennesima miserabile mattanza.

Dunque, pare che ancora una volta qualcuno si appresti a dichiarare guerra a qualcun’altro. E dov’è la novità? domanderà l’attento lettore di quei canovacci alla Dario Argento che sono i nostri libri di Storia. Già, dov’è? Il nuovo millennio è già stato inaugurato (celebrato?) con due nuovi massacri (il secondo per "punire" il primo) e dunque nulla di più "normale", nulla di più forsennatamente, tipicamente "umano" che si proceda sulla stessa via su cui ci si è da sempre così efficacemente incamminati.

Qualcuno sta per dichiarare guerra a qualcun altro. A qualcun altro che, pare, non stia facendo nulla per evitarlo. Di una cosa l’uno e l’altro sono certi: che non saranno loro in prima persona a pagarne le conseguenze, come non lo saranno coloro che in questi giorni applaudono dal divano di casa propria mentre si apprestano a godersi sciacallescamente lo spettacolo. Saranno altri che pagheranno. Altri che forse nemmeno sanno quale sia il debito che stanno pagando, e da chi è stato contratto e perché.

E intanto, in margine agli orrori che si prospettano, ce n'è uno di contorno, cosa di "poco" conto, da non meritare nulla più d’un trafiletto semi divertito sui giornali. Poiché si teme che il "nemico" usi armi chimiche e poiché, esaurita l’azione, si prevede che sarà un po’ difficile trovare un volontario disposto a togliersi per primo la maschera antigas per verificare se l’aria è tornata respirabile, in prima linea insieme ai marines ci saranno anche battaglioni di galline il cui compito sarà quello di essere esposte per prime all’aria "sospetta" e a rivelarne con la loro morte l’eventuale insalubrità.
Così dunque aggiungiamoci pure quest’infamia di contorno a quell’infamia totale che è la guerra. Aggiungiamoci l’infamia di questo ulteriore sfregio alla vita.

Ma non è solo per chiamare infamia ciò che lo è che ho voluto parlarne. C’è un’altro, irresistibile motivo: è che mi piace molto l’immagine del marine, emissario della più grande superpotenza del mondo, che si appresta a coprirsi di gloria nella battaglia facendosi scudo di... una gabbia di polli. A volte la guerra ha degli aspetti che a molti sfuggono: a volte è anche irresistibilmente, orrendamente ridicola.

Filippo Schillaci

Non lu dicu io
iddi u dicinu:
«Facevavu i guerri,
(i faciti ancora
e poviri di dintra
ed i populi di fora)
u re mannava a cartullina,
urdinava a mubilitazioni;
i matri accumpagnavanu
i figghi a stazioni,
i mugghieri u maritu;
i picciriddi chiancevanu
e vuàtri battevavu i manu.

Arrivavanu o campu,
u ginirali faceva a parlata;
u parrinu diceva a missa,
dava i santuzzi,
l’infirvurava:
"Cu mori cca,
acchiana ncelu",
e ghisava u iditu.

U diceva apposta;
i morti ristavanu suttaterra,
scattavanu;
i fimmini si vistevanu a luttu,
si scurciavanu l’ossa;
mmaledicevanu u nfernu,
u paradisu;
i figghi
taliavanu u ritrattu o muru,
u ritrattu du guardianu da casa,
mortu»

Non lu dicu io
iddi u dicinu:
«Ci facevavu u monumentu,
ci scrivevavu l’epigrafi:
nomi
cugnomi
gradu:
Morti per la patria».

Sgràccanu na bestemmia:
«Morti pi patruna!
Pi porci grassi!
Pi lupi!».

Non lu dicu io
iddi u diciunu:
«Fineva a guerra,
i vivi turnavanu;
l’orbi
i surdi
i muti,
i pazzi turnavanu;
turnavanu chiddi chi gammi tagghiati,
i sfriggiati,
i senzavrazza;
ci appizzavavu i midagghi,
- i frattagghi o pettu -

e i facevavu sfilari;
a banna sunava:
viva u re!
viva u re!
e vuàtri battevavu i manu».

(...)

Non lu dicu io
iddi u diciunu.
Io u pueta fazzu:
camminu supra i negghi,
leggiu nto celu,
cuntu i stiddi,
parru ca luna:
acchianu
e scinnu

(...)

U pueta fazzu,
e vogghiu a paci nta me casa
pi scurdari a guerra
nte casi di làutri;
a cuitudini nta me casa
pi scurdari u tirrimotu
nte casi di làutri:
sugnu un cani da vostra razza!

Non mi manca nenti,
non disidiru nenti;
sulu na curuna
pi ricitari u rusariu a sira,
e non c’è nuddu
chi mi la porta di ferru filatu
pi nchiaccarimi a un palu!

Settembre 1969

Ignazio Buttitta
Da: La mia vita vorrei scriverla cantando,
Sellerio Editore, Palermo 1999

Non lo dico io
loro lo dicono;
«Facevate le guerre,
(le fate ancora
ai poveri di dentro
e ai popoli di fuori)
il re mandava la cartolina,
ordinava la mobilitazione;
le madri accompagnavano
i figli alla stazione,
le mogli il marito;
i bambini piangevano
e voi battevate le mani.

Arrivavano al campo,
il generale faceva il discorso,
il prete diceva la messa,
dava i santini,
li infervorava;
"Chi muore qua,
sale in cielo",
e alzava il dito.

Lo diceva per beffa;
i morti restavano sottoterra,
schiattavano;
le donne si vestivano a lutto,
si scorticavano le ossa;
maledicevano l’inferno,
il paradiso;
i figli
guardavano il ritratto sul muro,
il ritratto del guardiano della casa,
morto

Non lo dico io
loro lo dicono:
«Gli facevate il monumento,
gli scrivevate l’epigrafe:
nome
cognome
grado:
Morti per la patria».

Sputavano una bestemmia:
"Morti per i padroni!
Per i porci grassi!
Per i lupi!".

Non lo dico io
loro lo dicono:
«Finiva la guerra,
i vivi tornavano;
i ciechi
i sordi
i muti,
i pazzi tornavano;
tornavano quelli con le gambe tagliate,
gli sfregiati,
i senzabraccia;
gli infilzavano le medaglie,
- le frattaglie al petto -

e li facevate sfilare;
la banda suonava:
viva il re!
viva il re!
e voi battevate le mani».

(...)

Non lo dico io
loro lo dicono.
Io il poeta faccio:
cammino sulle nubi,
leggo nel cielo,
conto le stelle,
parlo con la luna,
salgo
e scendo

(...)

Il poeta faccio,
e voglio la pace nella mia casa
per scordare la guerra
nelle case degli altri;
la quiete nella mia casa
per scordare il terremoto
nelle case degli altri:
sono un cane della vostra razza!

Non mi manca niente,
non desidero niente;
solo una corona
per recitare il rosario alla sera,
e non c’è nessuno
che me la porti di filo di ferro
per impiccarmi a un palo!

Settembre 1969

Ignazio Buttitta
Da: La mia vita vorrei scriverla cantando,
Sellerio Editore, Palermo 1999