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Marco D'Eramo: un Manifesto per Gesuiti

(Prima parte)

L'articolo è dell'anno scorso, per l'esattezza del 2 luglio 2002, ma l'argomento, e soprattutto la maniera di affrontarlo, è, e temo rimarrà ancora a lungo, di piena attualità. Quando lo lessi non conoscevo il suo autore, Marco D'Eramo, e ci misi 5 secondi a convincermi di essere di fronte all'ennesimo storpio parto di un pennaiolo di serie B, di quelli che a frotte riempiono della loro vacuità le redazioni dei giornali. Di quelli che, per ricordare un lontano esempio, una ventina d'anni fa strombettarono a lungo sulla panzana delle fine del mondo che sarebbe stata scatenata di lì a poco dagli effetti gravitazionali di un (inesistente) allineamento di pianeti. L'articolo di D'Eramo non è a livelli inferiori, questo no, ma per il solo fatto che più in basso di così era impossibile scendere.

L'argomento, o più esattamente il punto di avvio, dell'articolo, quasi dimenticavo di dirlo, sono i diritti, o meglio i "presunti" diritti, degli esseri senzienti non umani, i cosiddetti animali. Infine il periodico su cui l'articolo apparve è... no, non Civiltà Cattolica, bensì il quotidiano Il Manifesto. Il più a sinistra dei quotidiani italiani.

Mi convinsi, dicevo, di essere di fronte a un pennaiolo di serie B, ma un paio di note stranamente assonanti in mezzo alla generale cacofonia di stonature mi fecero nascere un dubbio. D'Eramo citava Singer e Regan, e, più oltre, sia pur per interposta persona, Darwin e Hume mentre un "giornalista tipo" notoriamente non sarebbe andato più in là di Licia Colò e Luciano de Crescenzo. Feci qualche ricerca e così appresi qualcosa su Marco D'Eramo: pennaiolo di serie B? Tutt'altro. Giornalista serio, attento, ben informato per ben informare. Di più ancora: intellettuale preparato e di buona cultura. Dunque? Dunque compresi di essere di fronte all'ennesima manifestazione di quel fenomeno patologico della psiche umana - e di conseguenza della nostra cultura - noto sotto il nome di antropocentrismo, il quale fa sì che anche intellettuali di notevole levatura, giunti sul confine della specie umana, nel momento in cui lo varcano subiscono una caduta verticale di capacità di intendere e di volere che li porta ad allinearsi diligentemente sulle posizioni dei più retrivi gesuiti, diventando del tutto indistinguibili da essi. Fra gli esempi più clamorosi Massimo Cacciari, intellettuale fra i più sofisticati, amico e collaboratore assiduo di quel Luigi Nono che possiamo senz'altro annoverare fra i più grandi compositori del nostro secolo, ma che, divenuto sindaco di Venezia, non ha saputo distinguersi dal più grossolano dei macellai nell'affrontare la nota questione dei piccioni. E potrei ancora andare avanti citando quello splendido poeta del cinema che è Silvano Agosti, ma può bastare. Torniamo a Marco D'Eramo e al suo articolo. Rileggiamolo passo per passo e analizziamone l'anatomia. Nel seguito, in corsivo il testo di D'Eramo, in caratteri normali i miei commenti.

Il ministero dell'ambiente inglese prepara un disegno legge di cui ancora si sa poco, ma che già viene definito dalla stampa "legge dei diritti degli animali". Le polemiche sono subito feroci. Il conservatore Daily Telegraph scrive che, "come piante, tavole e sedie, gli animali non hanno e non possono avere diritti". Il liberal The Independent sostiene che questa legge è eccellente per gli avvocati: "Apre tutta una nuova genia, letteralmente, di contendenti legali". Dispositivo legale a parte, questo progetto è un segno dei tempi. Giunge poco dopo un emendamento approvato il 21 giugno dal Bundestag alla costituzione tedesca, il cui paragrafo 20a dice ora che "gli animali, come gli umani, hanno il diritto di essere rispettati dallo stato e di veder protetta la propria dignità". È una grande vittoria per il movimento animalista i cui obiettivi e la cui filosofia sono esposti nei libri di Peter Singer, Animal Liberation, e Tom Regan, The Case for Animal Rights (University of California Press, 1983). La Germania è il primo stato dell'Unione europea (Ue) ad approvare una simile legislazione che incoraggerà gli animalisti di altri paesi (Inghilterra compresa). La Svizzera, che non è membro dell'Ue, approvò nel 1992 un emendamento alla propria costituzione per cui gli animali furono riconosciuti come "esseri" e non come cose.

Fin qui D'Eramo null'altro fa che esporre i fatti che sono il punto di partenza delle successive riflessioni. Ma già pone una chiave di lettura di essi, nel citare due e due soli commenti, entrambi negativi: quello arcaicamente cartesiano del Daily Telegraph e quello grossolanamente sarcastico del The Indipendent. Eppure qualche commento positivo da qualche parte ci sarà pur stato, no? Mi permetto di esserne convinto. Proseguiamo.

Che stia cambiando la sensibilità diffusa nei confronti degli animali, è evidente. Con quali conseguenze, è meno chiaro. Intanto non è evidente se si tratta di un estendersi della sensibilità, o di una sensibilità alternativa.

Qui D'Eramo enuncia quello che è di fatto l'esatto argomento della sua riflessione: non i diritti degli animali in sé, ma la sensibilità umana verso di essi. La scelta in sé sarebbe lecita se non fosse per un assunto sottinteso dall'insieme dell'articolo: che l'argomento "diritti degli animali" sia privo di consistenza ontologica (traduco: che non esista in quanto tale) ma che sia un prodotto dell'intelletto umano e che dunque non la "cosa" in sé meriti di essere trattata ma l'atteggiamento dell'uomo verso di essa. Detto ciò, D'Eramo si pone un problema che è certamente della massima importanza: "se si tratti di un estendersi della sensibilità, o di una sensibilità alternativa". Afferma che ciò "non è chiaro". Eppure ha appena finito di citare importanti autori che stanno alla base del pensiero filosofico antispecista, ne ha citato due fra le opere principali, ma a questo punto ci viene un dubbio: che di esse egli conosca solo i titoli ma non il contenuto. Perché per chiunque abbia un minimo di conoscenza del pensiero filosofico antispecista, sia nella versione utilitaristica di Peter Singer, che si rifà a Bentham, sia in quella giusnaturalista di Tom Regan, il problema posto da D'Eramo non si pone neanche: è della massima evidenza che si tratta di una estensione della sensibilità.
Ma non avendo letto ciò che avrebbe dovuto leggere a D'Eramo non restano che le frattaglie delle contraddizioni in cui si contorce la quotidianità della politica spicciola:

Il ministero dell'ambiente inglese (Department of Environment, Food and Rural Affairs, Defra) comprende un sottosegretario all'animal welfare, "benessere animale", il cui sottosegretario Eliot Morley supervede la formulazione del disegno legge. Già l'idea stessa di un dipartimento al benessere animale mostra da sé il mutamento delle sensibilità: un secolo fa sarebbe stato impensabile, e persino ridicolo. Ma non può non colpire che lo steso governo inglese che si preoccupa dell'animal welfare abbia snobbato il vertice della Fao che si è tenuto a Roma sulla fame nel mondo, ritenendolo perfettamente inutile. Un atteggiamento verbale in linea con le pratiche di spesa dei paesi ricchi. Il mercato statunitense dei prodotti per pets (animali domestici) vale nel 1996 25 miliardi di dollari, quattro volte il Prodotto lordo dell'Etiopia (6 miliardi di dollari per 57 milioni di abitanti), 2,5 volte quello del Kenia (10 miliardi di dollari, 28 milioni di abitanti), poco meno del doppio di quello dello Sri Lanka (13 miliardi di dollari, 18 milioni di abitanti). È come se la sensibilità nei confronti degli animali si estendesse a scapito di quella per gli umani.

Regan e Singer, appena apparsi un attimo a grande distanza, sono ormai scomparsi all'orizzonte. Ed è cominciata per D'Eramo la caduta libera verso l'animalismo "pet" alla Licia Colò, evidentemente l'unico di cui ha precisa cognizione. A questa approfondita carrellata sull'entità del mercato di prodotti "pets" dimentica di affiancare una altrettanto approfondita carrellata sull'entità del mercato della carne nei paesi occidentali e sugli effetti devastanti che quest'ultimo ha per i paesi del terzo mondo. Ed è una dimenticanza grave perché renderebbe evidente l'improponibilità della sua conclusione: "È come se la sensibilità nei confronti degli animali si estendesse a scapito di quella per gli umani". Un luogo comune tanto diffuso quanto lontano dalla realtà. Per restare nell'ambito dell'esempio citato dell'industria della carne, si veda Ecocidio di J. Rifkin e si scoprirà fino a che punto interessi dell'uomo e degli altri esseri senzienti siano in perfetta consonanza.
Di più, per fare una tale (rivoluzionaria) scoperta, non c'è alcun bisogno di far riferimento a realtà estere. Basta soffermarsi sulle vicende della corrente legislatura italiana, che attenta ai diritti dei lavoratori e spalanca le porte ai cacciatori, che liberalizza il commercio delle armi da guerra e impone assurde vessazioni a coloro che convivono con un cane. Ovvero che infierisce in uguale misura verso gli uomini e verso gli (altri) animali.
Ma ormai D'Eramo ha totalmente perso il controllo della situazione e infatti prosegue:

La prima misura antisemita varata dal regime nazista in Germania, fu una legge di protezione degli animali che vietava la macellazione kosher. È d'altronde stranoto l'amore per animali e fiori che provavano gli ufficiali delle Ss responsabili dei campi di sterminio.

Ora, immaginiamo un musicologo che volesse stroncare Wagner e che usasse fra i suoi argomenti il fatto che la sua musica era osannata nella Germania del Terzo Reich. I nazisti lo amavano, dunque è chiaro che come compositore è degno della tazza del water. Chi non gli riderebbe in faccia? E dunque spero che D'Eramo non si offenderà se a questo punto - appunto - gli rido in faccia. Chi cerca trova.
Qui giunti abbiamo toccato il fondo. Risalire è arduo, e per giunta D'Eramo non ci prova neanche. Il seguito è a livelli di puro pettegolezzo, stile Natalia Aspesi quando la mandavano al festival del cinema di Venezia per intenderci.

O, per arrivare a episodi meno tragici - ma pur sempre pericolosi nella loro comicità -il presidente degli Stati uniti George W. Bush è molto discreto per quanto riguarda le sue diciannovenni figlie gemelle, Jenna e Barbara, ma assai loquace sui suoi due cani, una spaniel inglese di 13 anni, Spot, e un terrier scozzese di un anno e mezzo, Barney. "La famiglia sta bene - ha detto Bush in una conferenza stampa - il cane Barney è in gran forma. Spot, la cagna nata nella Casa bianca, quando mamma e papà erano qui, ha un po' di acciacchi, ma sta bene". In un'altra occasione Bush ha rivelato che Barney è "un ragazzino favoloso" e ne ha parlato come del "figlio maschio che non ho mai avuto". Quest'"amore paterno" non impedirà - si suppone - a Bush di ordinare bombardamenti intelligenti se non umanitari in qualche area della terra i cui feriti e storpiati saranno però grati a un presidente dall'animo così sensibile da viziare i quadrupedi (doveva essere questo che intendeva quando parlava di "conservatorismo compassionevole").

Un piccolo confronto: alle opere di Regan e Singer D'Eramo ha dedicato lo spazio di appena due righe, al "pensiero domestico-animalista" di Bush ha dedicato 12 righe, cioè sei volte tanto. Intuitivo dedurre come questa proporzione sia sintomatica della formazione "culturale" di D'Eramo sull'argomento che sta affrontando.

Filippo Schillaci