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Nel novembre 2004 tenni presso l'associazione Oltre la Specie una conferenza sul tema sviluppato precedentemente nello studio Se la caccia fosse un lavoro. Feci precedere una introduzione in cui analizzavo lo stato della lotta alla caccia e facevo qualche considerazione sulle cause della sua inefficacia. A distanza di tre anni credo che quelle considerazioni siano tutt'ora attuali. Lo stato di stallo in cui ci troviamo è totale, nonostante vi siano tutti gli elementi potenziali per uscirne. Ripropongo dunque quel testo, che è oggi per me base di ulteriori riflessioni. (F. S.)
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Prima di entrare nell'argomento è necessario sgombrare il campo da una leggenda, tanto radicata quanto ormai infondata: quella del cacciatore "invincibile".
E' una leggenda nata probabilmente negli anni '70, quando avevamo da una parte 2 milioni di cacciatori, dall'altra un'opinione pubblica ancora del tutto priva di quella sia pur epidermica coscienza ambientalista che si è successiovamente sviluppata. Erano gli anni in cui si viveva ancora immersi nell'illusione del cosiddetto "miracolo industriale", pompata anche da intellettuali di rilievo come Vittorini e in cui la natura era nell'immaginario popolare "oggetto" estraneo, simbolo di arretratezza, "cosa" da usare o da cui difendersi.
Oggi siamo ben lontani da una consapevolezza diffusa e profonda della posizione dell'uomo all'interno del mondo vivente, nonostante ciò il termine "natura" ha assunto a livello di costume un significato ben diverso, valenze positive, qualcosa da ritrovare. In questo nuovo quadro il cacciatore è chiaramente un elemento estraneo, contrapposto.
I cacciatori si sono ormai ridotti a 800.000, una esigua minoranza in continua diminuzione, in gran parte anziani, in genere malvisti dalla popolazione, a volte perfino dagli stessi familiari. Nonostante questa colossale decadenza si continua a descriverli come una potenza contro cui non si può far nulla. Perché?
Il punto è che non si riesce a rendersi conto del fatto che la compiacenza che i politici mostrano nei loro riguardi nasce dal fatto che i cacciatori hanno una visione così follemente amplificata della caccia da farne motivo di scelta elettorale, mentre le tendenze genericamente "anticaccia" della gente comune non sono così radicate da tradursi in un voto politico.
Il problema di fondo della caccia è dunque quello di elevare il livello del dissenso popolare contro di essa fino a farne per tutti una questione politica.
Vorrei fare un parallelo con la storia del risorgimento: abbiamo tutti studiato che i moti carbonari fallirono perché non si posero il problema del coinvolgimento della gente mentre la Giovane Italia di Mazzini riuscì essendosi trasformata in un movimento popolare di ampie dimensioni.
Le lotte anticaccia sono state fino a oggi condotte - esclusivamente da organizzazioni ambientaliste e animaliste - prescindendo dal tipo di sensibilità che la gente ha, o può avere, verso il problema e non preoccupandosi di creare un aggancio fra le istanze etico-ambientaliste e quelle più immediatamente percepite dall'opinione pubblica.
Un esempio di questo atteggiamento lo troviamo nel seguente comunicato stampa emesso da una associazione animalista dopo una manifestazione anticaccia tenutasi nel luglio del 2002. L'associazione parla di "una mostra itinerante sulla caccia e sui suoi aspetti più deleteri, quali l'uccellagione e i richiami vivi". Ma nello stesso comunicato si legge: "Sono stati numerosissimi i cittadini che si sono lamentati degli spari vicini alle proprie case, delle piogge dei pallini da caccia nei propri giardini, dell'invasione dei cacciatori nei propri terreni. Moltissimi sono stati quelli, in particolare imprenditori agricoli, che hanno chiesto come vietare l'accesso dei cacciatori nei propri fondi".
Questo comunicato dà la misura della distanza fra le associazioni protezioniste (la cui attenzione si rivolge in maniera esclusiva ad aspetti indubbiamente atrocissimi ma non "coinvolgenti") e la gente, che ovviamente parte dal qui e dall'adesso, dai propri bisogni e problemi personali e si aspetta di trovare nell'associazione anticaccia un valido interlocutore, cosa fin qui non avvenuta.
Filippo Schillaci
Novembre 2004
Su Gondrano dal 15 marzo 2007