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Un comunicato fallace e inopportuno
Il 16 luglio scorso su Promiseland e probabilmente anche altrove appariva un comunicato intitolato Notizie dalla campagna "Caccia il cacciatore" che non poteva non destare perplessità in chiunque abbia una approfondita conoscenza delle problematiche sociali connesse alla barbarie venatoria. Il comunicato mira sostanzialmente a dare un'immagine potenzialmente criminale della figura del cacciatore ponendo l'accento su vari gravi episodi dolosi di cui alcuni di essi si sono resi responsabili recentemente e mettendo in notevole evidenza una lettera (della cui autenticità non dubito) di una lettrice che lamenta una lunga serie di azioni criminali quali minacce, uccisioni di animali domestici, incendi dolosi compiuti verosimilmente o certamente dai cacciatori ai suoi danni. Fallacia Quanto agli atti dolosi contro persone normali compiuti da cacciatori per motivi connessi all'attività venatoria vale un discorso più sfumato. L'esperienza sul campo insegna che essi si verificano in quelle situazioni in cui i cacciatori innanzi tutto "fanno branco" e inoltre tale "branco" gode di una certa radicazione nel tessuto sociale, il quale in qualche modo fa loro da scudo contro il prevalere dello stato di diritto. Questo stato di cose in cui la "tribalità" prevale sulle leggi e più in generale sul moderno contesto sociale, è ormai fortunatamente tipico solo di realtà periferiche, quali piccoli o piccolissimi centri urbani, o di aree caratterizzate da forte densità venatoria. In particolare la recente esperienza maturata in provincia di Roma dimostra che anche quando ci si espone in prima persona e con successo per contrastare l'arbitrio degli squadroni armati con licenza di caccia, non si va incontro ad altro che a vane minacce o infantili "dispetti" e che i cacciatori, di fronte alla determinazione della gente, arretrano senza ritegno. Il comunicato in ultima analisi è fallace perché l'individuo armato denominato "cacciatore" non è temibile se non secondariamente ed eccezionalmente per quello che può fare in maniera dolosa per qualsivoglia motivo contro le persone inermi; egli è temibile per quello che può fare colposamente nell'irresponsabile e "normale" esercizio della cosiddetta "attività venatoria", è temibile non per l'eventualità che egli trascenda macroscopicamente i limiti della legge ma per ciò che una legge arcaica e ormai improponibile gli consente di fare in mezzo a noi. Inopportunità Aggiungo che un tale diffuso timore l'ho constatato di persona nell'azione sul campo nel luogo in cui vivo. Benché l'influenza del vicino tessuto sociale fortemente urbanizzato sia sensibile il timore di esporsi e dunque divenire oggetto di "dispetti" è forte e diffuso. E' un timore spesso infondato, ripeto, o, quando non lo è, il "rischio" di essere soggetti a rappresaglie è quasi sempre di entità tale da non poter essere neanche confrontato col rischio che viene dalla coesistenza forzata col cacciatore non contrastato, col cacciatore lasciato libero di agire a suo arbitrio (significa: sparare dove vuole, quando vuole, quanto vuole). I cacciatori insomma, non sono la mafia e la gente ha molto più da temere a star ferma che a muoversi, ma questo comunicato tende a dirci l'opposto. Personalmente, sono terrorizzato all'idea che esso circoli fra i miei vicini di casa: due anni di lavoro di informazione e sensibilizzazione sarebbero gettati nell'immondezzaio. Conclusione Filippo Schillaci 25 giugno 2005 |