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Un comunicato fallace e inopportuno

Il 16 luglio scorso su Promiseland e probabilmente anche altrove appariva un comunicato intitolato Notizie dalla campagna "Caccia il cacciatore" che non poteva non destare perplessità in chiunque abbia una approfondita conoscenza delle problematiche sociali connesse alla barbarie venatoria.

Il comunicato mira sostanzialmente a dare un'immagine potenzialmente criminale della figura del cacciatore ponendo l'accento su vari gravi episodi dolosi di cui alcuni di essi si sono resi responsabili recentemente e mettendo in notevole evidenza una lettera (della cui autenticità non dubito) di una lettrice che lamenta una lunga serie di azioni criminali quali minacce, uccisioni di animali domestici, incendi dolosi compiuti verosimilmente o certamente dai cacciatori ai suoi danni.
Il comunicato è in realtà fallace e inopportuno. Vediamone insieme i motivi.

Fallacia
Il comunicato, dicevo, mira a dipingere i cacciatori come potenziali criminali sempre pronti a mettere mano alle armi e a compiere efferate rappresaglie contro chiunque osi opporsi ai loro capricci.
Distinguiamo fra atti dolosi aventi moventi esterni o interni all'attività venatoria. I primi sono certamente atti atipici, casi limite (benché tutt'altro che infrequenti) compiuti da individui isolati e che pertanto non interessano la figura del cacciatore intesa in senso sociologico. Lo stesso Tolstoj nel suo saggio Contro la caccia parlava esplicitamente di atti efferati che i cacciatori compiono contro gli animali e che mai compirebbero contro gli esseri umani. Ciò non impedisce ovviamente di ipotizzare una diffusa tendenza all'aggressività in chi pratica la caccia (io stesso sono alla ricerca di studi psicologici o psichiatrici sull'argomento) ma è una tendenza che solo in casi appunto isolati si spinge fino all'omicidio compiuto dolosamente. Questa tesi è confortata dalla vasta (e non certo completa) casistica di fatti di cronaca raccolta negli ultimi anni da Gondrano, nella quale gli episodi dolosi di questo tipo e gravità sono largamente minoritari rispetto a quelli colposi.

Quanto agli atti dolosi contro persone normali compiuti da cacciatori per motivi connessi all'attività venatoria vale un discorso più sfumato. L'esperienza sul campo insegna che essi si verificano in quelle situazioni in cui i cacciatori innanzi tutto "fanno branco" e inoltre tale "branco" gode di una certa radicazione nel tessuto sociale, il quale in qualche modo fa loro da scudo contro il prevalere dello stato di diritto. Questo stato di cose in cui la "tribalità" prevale sulle leggi e più in generale sul moderno contesto sociale, è ormai fortunatamente tipico solo di realtà periferiche, quali piccoli o piccolissimi centri urbani, o di aree caratterizzate da forte densità venatoria.

In particolare la recente esperienza maturata in provincia di Roma dimostra che anche quando ci si espone in prima persona e con successo per contrastare l'arbitrio degli squadroni armati con licenza di caccia, non si va incontro ad altro che a vane minacce o infantili "dispetti" e che i cacciatori, di fronte alla determinazione della gente, arretrano senza ritegno.

Il comunicato in ultima analisi è fallace perché l'individuo armato denominato "cacciatore" non è temibile se non secondariamente ed eccezionalmente per quello che può fare in maniera dolosa per qualsivoglia motivo contro le persone inermi; egli è temibile per quello che può fare colposamente nell'irresponsabile e "normale" esercizio della cosiddetta "attività venatoria", è temibile non per l'eventualità che egli trascenda macroscopicamente i limiti della legge ma per ciò che una legge arcaica e ormai improponibile gli consente di fare in mezzo a noi.

Inopportunità
Oltre che fallace il comunicato è inopportuno perché esso, mentre si propone di suscitare indignazione nella gente, ha invece l'effetto di suscitare timore, e dunque inibire ogni speranza che i cittadini si attivino in prima persona, condizione al contrario necessaria per il successo, per ogni successo, in un regime di democrazia.

Aggiungo che un tale diffuso timore l'ho constatato di persona nell'azione sul campo nel luogo in cui vivo. Benché l'influenza del vicino tessuto sociale fortemente urbanizzato sia sensibile il timore di esporsi e dunque divenire oggetto di "dispetti" è forte e diffuso. E' un timore spesso infondato, ripeto, o, quando non lo è, il "rischio" di essere soggetti a rappresaglie è quasi sempre di entità tale da non poter essere neanche confrontato col rischio che viene dalla coesistenza forzata col cacciatore non contrastato, col cacciatore lasciato libero di agire a suo arbitrio (significa: sparare dove vuole, quando vuole, quanto vuole).

I cacciatori insomma, non sono la mafia e la gente ha molto più da temere a star ferma che a muoversi, ma questo comunicato tende a dirci l'opposto. Personalmente, sono terrorizzato all'idea che esso circoli fra i miei vicini di casa: due anni di lavoro di informazione e sensibilizzazione sarebbero gettati nell'immondezzaio.

Conclusione
Su questo non proprio azzeccatissimo comunicato non c'è altro da dire. Non posso fare a meno però di notare come esso sia sintomo di una fase di regressione del progetto nato lo scorso anno dai principi contenuti nel mio studio Se la caccia fosse un lavoro. Dopo la grave fuga forzata di cervelli di cui il progetto ha sofferto nel marzo scorso sembra che i residui membri di quello che è stato il suo staff non siano più in grado di comprenderne la strategia e si limitino a scimmiottarla maldestramente. Un sintomo allarmante, considerati i positivi risultati conseguiti lo scorso anno, che preannunciavano ben altri esiti. Non ci rimane che sperare in un tempestivo apporto di "forze fresche" e nuove energie creative all'interno di uno "staff" che non sembra possederne più. E nel frattempo rimboccarci le maniche e seminare altrove.

Filippo Schillaci

25 giugno 2005