La Casa di Gondrano vuol essere un luogo ispirato
all'idea dell'autosufficienza, ciò che io chiamo "unità bioabitativa",
cellula minima a sua volta di ciò che altri hanno chiamato, con un termine
che trovo molto felice, "bioregione". Gondrano non sarà il primo né
l'ultimo luogo ispirato a una tale idea. Altri ne esistono, altri ne
esisteranno. Cominciamo a parlarne dunque.
Un'unità bioabitativa è un luogo concepito come un piccolo ecosistema nel quale si
producono tutte o quasi le risorse necessarie a coloro che lo abitano e
lo compongono.
Ovviamente la prima risorsa, la più necessaria,
la più quotidiana, è il cibo; dunque cominciamo a parlare di cibo.
In un sistema etico non violento quale è il nostro, che implica il rispetto
di ogni forma di vita senziente, la produzione di cibo si identifica
primariamente con l'agricoltura e solo secondariamente con l'uso di risorse
ricavabili in maniera non violenta da fonte animale (le uova dalle galline,
il miele dalle api ecc.). Un'altra fonte preziosa è ciò che offre
spontaneamente la natura selvatica: funghi, castagne, erbe spontanee... Ma
comunque è all'agricoltura che guarda come fonte principale di cibo chi
mira a un sistema "pacificamente" autosufficiente.
Parliamo dunque di agricoltura, anzi di agricolture. Perché di modi di
coltivare la terra ne esiste ovviamente più d'uno, e ciascuno è il frutto
di una "cultura della natura", ovvero di un modo di porsi dell'uomo
rispetto a essa.
Quella che segue è dunque una breve panoramica dei principali modi di
coltivare oggi esistenti o sui quali, comunque, oggi circolano notizie.
Agricoltura industriale
Da citarsi, ovviamente, solo per prenderne le distanze. Essa
rappresenta l'esatto opposto di
quel che qui si vuole realizzare essendo totalmente dipendente da apporti
energetici esterni - oltre tutto tanto più consistenti quanto più alto è il
suo grado di meccanizzazione - ed essendo caratterizzata dunque dal massimo
livello di instabilità.
Instabilità accentuata poi ulteriormente dal fatto che essa è ormai
orientata in maniera pressoché esclusiva verso la coltivazione a
monocoltura, dunque verso un agroecosistema in cui la biodiversità è
ridotta ai minimi termini e che ha pertanto bisogno di essere continuamente
sostenuto in maniera artificiale.
L'atteggiamento di questo tipo di agricoltura è ben esemplificato
dal suo modo di intervenire su un particolare elemento dell'agroecosistema,
il ciclo dell'azoto. Semplificando molto, l'azoto presente nell'atmosfera e
nei composti organici viene fissato da particolari batteri in composti
organici. Da essi si forma ammoniaca che, ossidandosi, forma i nitriti,
insolubili, dai quali si formano a loro volta i nitrati, solubili e dunque
assimilabili dalle piante.
L'agricoltura industriale prescinde da tutto ciò e somministra
direttamente dall'esterno dei nitrati di produzione industriale; essa in
altre parole anzichè considerare il terreno come un organismo vivo e
stimolarne la vitalità lo riduce a puro supporto inerte della pianta
e delle sostanze nutritive immesse dall'esterno. Agire così è
come pretendere di nutrire a tempo indeterminato un individuo tramite
fleboclisi.
Sul piano etico l'agricoltura industriale rispecchia le concezioni dominanti
presso la specie umana: essa agisce come se la biosfera non esistesse e
sostituisce ai suoi cicli, come già detto, processi interamente antropici.
Esattamente come avviene in ogni altro aspetto, materiale
e non, della vita umana.
Agricoltura biologica
Questa forma di agricoltura tiene in piena considerazione i processi vitali
che si svolgono nel terreno e la sua strategia è attivarli il
più possibile. La concimazione è esclusivamente organica,
realizzata tramite processo di compostazione. La lotta antiparassitaria
avviene per mezzo di sostanze naturali (piretro) o anticrittogamici di prima
generazione (solfato di rame e zolfo), nonché attraverso lo sfruttamento
artificiale di antagonismi presenti in natura (insetti entomofagi, batteri
e nematodi entomoparassiti, ecc.).
Sul piano etico essa rappresenta un passo avanti rispetto all'agricoltura
industriale perché se non altro nel riconoscere la natura biologica dei
processi produttivi del cibo essa riconosce implicitamente all'uomo la
natura di essere biologico. Tuttavia non si va nelle pratiche realizzazioni
al di là di questo. Il metodo biologico è infatti oggi pienamente
attuato da una molteplicità di aziende perfettamente inserite per
il resto in un contesto produttivo di tipo tradizionale, cioè
esclusivamente economico.
Agricoltura biodinamica o steineriana
Oltre a far propri i concetti dell'agricoltura biologica utilizza
intensivamente le consociazioni, un piano di rotazioni basato sulla
suddivisione delle colture in piante da frutti, fiori, foglie e radici, e
tiene conto, nello stabilire il calendario delle semine, oltre che del
selenetropismo, anche di ulteriori influenze astrali che non so bene
però quale attendibilità scientifica abbiano. E' piuttosto difficile ad
esempio non restare perplessi quando si legge di influenze sul clima
terrestre da parte di Urano e Plutone.
Particolare importanza ha in biodinamica la preparazione del composto, del
quale entrano a far parte sei preparati che hanno lo scopo di amplificarne i
processi vitali. Altri due preparati, cornoletame e cornosilice, vengono
usati per la concimazione diretta.
I preparati biodinamici implicano l'uso di organi animali e sono pertanto,
nel nostro contesto, inutilizzabili, almeno nella loro versione
originale.
Il metodo delle rotazioni inoltre presuppone una uguale superficie
coltivata a piante da foglia, frutto, fiori, ecc. Nella pratica questo
raramente avviene.
La biodinamica nasce nell'ambito dell'antroposofia, elaborata dal tedesco
Rudolf Steiner negli anni successivi alla prima guerra mondiale; dottrina
filosofica dai connotati fortemente misticheggianti e nettamente
antropocentrica, ma che nonostante ciò vede l'universo come un insieme di
forze dinamicamente interagenti ed ha dunque nei confronti
dell'agroecosistema un approccio globale vedendo ogni elemento, vivente e
non vivente, come parte di esso. L'uso delle consociazioni inoltre
va nella direzione di un ecosistema basato sulla reciproca cooperazione,
anziché sull'antagonismo fra le specie. Antagonismo cui invece si continua
a far ricorso, come nella agricoltura biologica propriamente detta, nella
lotta antiparassitaria.
L'agricoltura biodinamica tende infine a eliminare ogni apporto energetico
esterno, e dunque mira di fatto all'autosufficienza.
Permacoltura

L'idea di fondo è quella di realizzare un agroecosistema forestale
complesso dotato di caratteristiche di stabilità e autoregolazione basato
su piante perenni. Un organismo di questo genere richiede molto tempo per
evolversi ma, una volta raggiunto lo stadio climax dovrebbe essere in
grado di produrre a tempo virtualmente indeterminato con un minimo numero
di interventi umani. Presuppone un modello di sviluppo centrato su piccole
comunità che vivano in stretta relazione simbiotica con il proprio luogo,
ed è dunque, sotto questo aspetto, estremamente interessante. Non mi
risulta tuttavia che esistano, almeno in Italia, esperienze degne di nota.
Credo dunque che essa vada considerata fra i metodi sperimentali, benché
degna del massimo interesse.
Una caratteristica della permacoltura è che, essendo basata esclusivamente
su piante perenni, esclude la cerealicoltura, optando piuttosto per
prodotti sostitutivi.
Anche sul piano etico la permacoltura è di estremo interesse poiché
presuppone una drastica mutazione dell'atteggiameno dell'uomo nei confronti
del proprio agire all'interno della bisofera: non soltanto qualcosa da
conservare ed ammirare dall'esterno quest'ultima (come per l'idea
ambientalista classica) ma una rete di relazioni di cui l'uomo è un nodo
interagente. Anche la permacoltura tende, come la biodinamica, ad
incoraggiare l'armonia di tali interazioni, riducendo il più possibile gli
elementi di competizione fra le specie componenti l'agroecosistema.
Sul piano etico essa coincide con le posizioni del bioregionalismo o
"ecologia profonda"
Naturalmente, come spesso capita, le idee sono migliori di chi le ha avute.
E infatti una cosa è la permacoltura, un'altra sono i suoi ideatori.
Dedicheremo un successivo articolo all'atteggiamento di costoro nei
confronti degli animali. Anticipiamo intanto che il padre della
permacoltura, l'australiano Bill Mollison, è un ex cacciatore di pellicce.
Il che ci dice già qualcosa.
Agricoltura naturale
Definibile come l'agricoltura del non fare, consiste semplicemente nel
lasciare che ogni cosa, nell'agroecosistema, vada secondo natura: niente
potature, concimazioni, lotte antiparassitarie, lavorazioni del terreno:
perché la natura è perfetta e provvede a tutto da sé.
Se la permacoltura è da considerarsi da un punto di vista sperimentale,
l'agricoltura naturale è a mio avviso da considerarsi da un punto di vista
utopistico, come un ideale di perfezione, uno stato di armonia assoluta a
cui tendere, ma quanto di tutto ciò sia attuabile al presente decisamente
non saprei, né le argomentazioni del suo ideatore, il giapponese
Masanobu Fukuoka sono da ritenersi solidissime. Una sola, fra tutte, merita,
a mio modo di vedere, attenzione: ho fatto così e funziona; che a
ben pensarci è in fondo la più solida di tutte. Ciò che si dice tuttavia
non sempre coincide con cio' che si fa... Da provare comunque. Anche
perché c'è in essa un aspetto particolarmente interessante: la
coltivazione dei cereali in regime rigorosamente sodivo, cioé senza alcuna
lavorazione del terreno.
Sul piano etico l'agricoltura naturale rispecchia la visione del mondo del
Buddhismo, nonché, secondo me, del Taoismo.
Filippo Schillaci
28 luglio 2003