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Re Umberto, un pomodoro in esilio
Cominciai a scoprire dell'esistenza del pomodoro Re Umberto leggendo una
riedizione dello stupendo libro di Vilmorin-Andrieux "The Vegetable Garden"
che a sua volta fu l'edizione americana di un volume pubblicato
precedentemente in Francia da questa famiglia di sementieri, il cui nome
spicca ancora oggi. Stampato la prima volta nel 1885, fu una raccolta di
notizie sulla biodiversità dei semi commerciali a quel tempo diffusi fra i
due continenti, e descrive centinaia di vegetali con cura meticolosa,
riportando anche informazioni sui loro usi culinari e la cultura a cui
erano legati. Contiene anche nozioni sulle tecniche dell'agricoltura prima
dei giorni della chimica. Contemplando le incisioni riportate su questo
libro degli antichi vegetali sono rimasto abbagliato dalle mutevoli forme
che la biodiversità dipinge sulla tavolozza dei campi e mi sono chiesto
perché abbiamo perso tutto questo senza fare niente, senza intervenire
prima. Per tanto tempo ho aspettato che sorgesse qualche iniziativa in
Italia che seguisse l'esempio dei seed savers del resto del mondo per
offrire la mia collaborazione, ma invano. Solo per questo motivo ho rotto
gli indugi e ho creduto opportuno di lanciare le mie proposte. E la storia
del pomodoro Re Umberto sembra fatta appositamente per farvi capire cosa è
successo alle vecchie varietà che senza di noi sono indifese. Il re
Umberto è uno dei pochi pomodori nazionali che all'epoca era apprezzato e
coltivato in mezzo mondo. Questa la ragione principale per riportarlo sul
libro di Vilmorin. Questo stesso pomodoro lo trovai di lì a qualche tempo
anche su tutta una serie di vecchi cataloghi della ditta Sgaravatti che
vanno dal 1910 al 1940, ricevuti in prestito da un collezionista. Le
descrizioni stringate a lui dedicate lo descrivevano come un "must":
nessun catalogo poteva fare a meno di lui. L'immagine riportata sui
cataloghi era sempre la stessa del libro di Vilmorin: un bel pomodoro
scuro dalla forma ovale. Anche le didascalie erano sempre molto generose.
Ma dov'è oggi il pomodoro Re Umberto? Cominciai a chiedere di lui presso
la mia cooperativa di moltiplicatori di sementi. Uno dei tecnici si
ricordava di averlo visto in un campo di prova dell'ENSE in mezzo ad altre
centinaia. Ma si può ancora acquistare? Dove posso trovarlo? chiedevo
senza che nessuno mi sapesse rispondere. Sui cataloghi commerciali a mia
disposizione non c'era e cominciai a sospettare che fosse stato cancellato
anche lui dai registri ufficiali. Così per farla breve rivolsi la domanda a
un funzionario del ministero per sapere quale ditta sementiera ne
conservasse in purezza il seme. Gentile la risposta negativa: Alberto Olivucci Quando Olivucci scrive: «se volete i semi non mettevi in fila che non ne ho per tutti» potete credergli: l'anno scorso glieli ho chiesti, me li ha promessi e non me li ha mandati (la gramigna possa infestargli l'orto!!!). Li ho ottenuti finalmente quest'anno, da un altro socio di Civiltà Contadina. E avendo così avuto modo di ospitare anch'io nel mio orto il Re Umberto, posso aggiungere che non vedo come lo si possa confondere con il San Marzano. Basti osservare la fotografia riportata in apertura di pagina, che riproduce un campione del raccolto, per rendersene conto. Inoltre, su un trattato degli anni '50 le due varietà sono entrambe citate come appunto due varietà distinte. Vale la pena di riportare integralmente il passo, che fra i pomodori da conserva elenca: «il San Marzano, originario della provincia di Salerno, cilindrico, allungato, con due depressioni laterali parallele, lungo 6-8 cm con polpa soda, rosso-viva, pochi semi e buccia rosso-viva;» e poche righe più sotto: «Fra i pomodori da serbo, molto ricercati nel Mezzogiorno, sono diffusi i Fiascone o Re Umberto, il Fiaschetto, o Pomodoro a mazzetto di Nocera; il Lampadina, che è probabilmente derivato dal San Marzano; (...) Queste varietà debbono essere tardive e maturate sulla pianta estirpata e appesa in luogo asciutto e possibilmente soleggiato; di solito si appendono alle case sui muri esposti a mezzogiorno» (*). Dunque non solo due varietà diverse ma anche appartenenti a due classi di varietà diverse, da conserva l'una, da serbo l'altra. Ma non cercate tutto ciò su trattati e cataloghi contemporanei: come giustamente nota Olivucci, del Re Umberto si sono perse le tracce. Filippo Schillaci (*) Enrico Pantanelli, Coltivazioni
erbacee, Edizioni Agricole, Bologna, 1955
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