|
Il giardino di Ecclesia
Ci imbattiamo nello stand del liceo d'Arte A. Passaglia di Lucca quando è ormai quasi buio. Sul pavimento una composizione di piatti di ceramica, alle pareti le grandi tavole a colori del Giardino di Ecclesia, progetto realizzato da quattro studentesse del liceo. Queste ultime (le tavole, non le studentesse) attirano la mia attenzione perché trovo lì raffigurato esattamente ciò che da vari anni ormai mi appare come l'unica struttura produttiva sostenibile per il futuro (e il presente) del pianeta.
Un tempo lo chiamavano "il brolo", era l'orto-giardino-frutteto, che insieme alla casa formava ciò che oggi potremmo chiamare l'unità bioabitativa, ovvero un luogo in cui erano racchiuse tutte le funzioni dell'abitare e del provvedere alle proprie necessità basilari attraverso l'autoproduzione. Una sorta di isola autosufficiente, che bastava a se stessa e che dunque racchiudeva in sé le potenzialità di un vivere libero da coercizioni esterne (penso all'attuale schiavitù: lavoro/automobile/supermercato) e in armonia col luogo e con la specifica biocenosi che lo caratterizza.
Potenzialità non significa realtà, è chiaro, ma sarebbe già un grande passo avanti rispetto alla vita inscatolata nei condomini urbani che caratterizza l'abitare tipico dell'occidente contemporaneo.
Il "brolo", che affiancava o circondava la casa, era ciò che faceva la differenza fra i due modi dell'abitare: quello dell'autosufficienza e quello dell'alienata dipendenza totale dal mercato.
Il brolo inoltre non faceva distinzione fra il produttivo e l'ornamentale: le due funzioni erano fuse insieme a simboleggiare un'unità fra mondo materiale e "spirituale", fra natura e cultura. Era insomma la spesso inconsapevole e inascoltata trasposizione produttivo/abitativa di una idea tutta orientale di superamento del mondo degli opposti.
Era e deve, con maggior consapevolezza, tornare a esserlo.
Una nota finale: da un breve dialogo con le autrici del progetto presenti nello stand ho appreso che la loro idea è stata pensata in funzione del metodo biodinamico, il che mi dà l'occasione per proporre qui un articolo sull'argomento apparso qualche anno fa sulla stampa. Ma con l'avvertenza che l'agricoltura biodinamica, pur essendo in sé inadatta alla grande produzione industriale e dunque intrinsecamente "altra" rispetto a "questo mondo impossibile", rimane espressione di una concezione antropocentrica. Basti pensare che essa richiede l'uso sistematico di sostanze di origine animale alcune delle quali ricavabili solo in maniera cruenta. Non è insomma espressione del famoso "altro mondo possibile" ma solo una versione più intelligente, dunque più funzionale e pertanto più duratura di questo stesso mondo. Cui al contrario io non mi sento di augurare lunga vita.
|
Corriere della sera 27 febbraio 2003
In un convegno in provincia di Varese il punto su una tecnica emergente che
si basa sull’antroposofia di Rudolf Steiner
«Il mio terreno rinasce con camomilla e minerali»
L’esperienza di un agricoltore pavese che utilizza la biodinamica: niente
chimica ma molta tecnologia
GAZZADA (Varese) - Per alcuni è un passo avanti oltre il biologico. Per
altri, solo un’invenzione alle frontiere della magia. Per chi la pratica è
una realtà totalizzante, che coinvolge la vita, il sentire, l’energia
vitale, e non un semplice lavoro. Scaturita dall’antroposofia di Rudolf
Steiner, l’agricoltura biodinamica è in questi giorni oggetto di studio nel
convegno «Il futuro della terra, rapporto con la tecnica, lavoro con il
vivente» promosso al Centro Convegni Villa Cagnola di Gazzada
dall’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica e Demeter, che tutela la
qualità biodinamica in Italia.
L’apertura del convegno, iniziato ieri pomeriggio, ha visto la
partecipazione di Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai e
appassionata sostenitrice della antroposofia e della biodinamica applicata
all’agricoltura. Tra i relatori anche un agricoltore pavese, Giovanni
Spada, impegnato nella biodinamica alle Cascine Orsine della Zelata
(Pavia). La sua esperienza è interessante, la classica storia di una
persona che sceglie di abbandonare la vita cittadina per dedicarsi
all’agricoltura, alla terra e a un nuovo modo di intendere la vita.
«Vent’anni fa mi sono avvicinato alla filosofia e alla scuola antroposofica
di Steiner - racconta oggi -. Allora insegnavo educazione fisica a Monza ma
stavo cercando un sistema diverso di insegnamento e soprattutto volevo dare
a mia figlia un’educazione che rispettasse il reale sviluppo del bambino.
Dopo quattro anni di ricerca e di convegni ci siamo convinti al
cambiamento e abbiamo abbandonato la Lombardia con mia moglie e mia figlia
per andare a lavorare in un’azienda agricola in Toscana. È stato un periodo
di rinascita, soprattutto per la piccola, ma anche per me, che ho appreso
sul campo ma anche attraverso gruppi di studio i principi della biodinamica.
Adesso ho trasferito le mie conoscenze in un’azienda pavese e sono
ritornato a vivere in Lombardia, dedicandomi più nello specifico ai
preparati che vengono usati solo in questo tipo di agricoltura e servono a
dare impulsi di vita al terreno e alle piante: la terra, impoverita dalle
coltivazioni continue, deve essere nutrita e aiutata a rivivere con
achillea, camomilla, ortica, tarassaco e minerali come la farina di
quarzo».
Una visione molto romantica dell’agricoltura, dunque: «Al contrario, c’è
una componente di tecnologia anche nella biodinamica. La tecnologia è
creata dall’uomo e quindi è collegata al vivente, bisogna solo affrontarla
con coscienza e utilizzarla in modo corretto». Com’è cambiata la sua vita,
da quando ha deciso di seguire questa scuola? «Ho imparato molto, vivo una
vita diversa: la biodinamica ci spinge anche a creare modelli sociali
diversi, slegati dal concetto di consumismo e di sfruttamento della terra.
Non è solo agricoltura, ma un nuovo modello di società».
Non è un pensiero tristemente lontano dalla realtà attuale? «No, non lo è.
Il biologico è nelle mense scolastiche, nei supermercati, è il primo passo
per il rispetto dell’ambiente. Il nostro è il passo successivo: abbiamo
tolto tanto alla natura e adesso dobbiamo aiutarla a riprendere la sua
vitalità».
Anna Prandoni
|
Filippo Schillaci
20 maggio 2006
Vedi anche:
L'orto ornamentale da Murabilia 2004.
|