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Murabilia 2005
Lucca, 2-3-4 settembre 2005

Gli argomenti di quest'anno:

Il sito ufficiale di Murabilia




 

Il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale

I nostri corsi d'acqua sono oggi più poveri di vita; sono più inquinati e soffrono di magre più spinte e prolungate; sono più dritti, dove prima erano sinuosi; sono più corti per le rettifiche subite; sono più stretti per le arginature; sono più profondi (incisi), per le ghiaie estratte e per quelle intrappolate da dighe e briglie; sono più lisci, per difese spondali, canalizzazioni, cementificazioni; sono più rigidi, perché "inchiodati" in diversi punti fissi (ponti, soglie, derivazioni) e disseminati di opere di difesa (gabbionate, scogliere, muri); sono più tristi. In una parola, i nostri fiumi sono stati "artificializzati".

Dalla presentazione del volume La riqualificazione fluviale in Italia, CIRF, 2006.

Siccità in estate e alluvioni in autunno: ogni anno il rapporto "malato" fra l’acqua e gli italiani si ripropone e ogni volta viene presentato sotto la solita e in fondo ben digeribile etichetta fatalista della "calamità naturale". In realtà né la siccità né le alluvioni sono frutto del caso. Innanzi tutto in Italia di acqua ce n’è a sufficienza, in molte regioni in sovrabbondanza. Perfino in Sicilia, la regione con minori risorse idriche insieme a Puglia e Sardegna, la disponibilità d’acqua è di 350 l/abitante/giorno, nettamente superiore ai 200 l considerati ovunque sufficienti.
Il problema non è dunque costruire nuove dighe, acquedotti e grandi opere di approvigionamento ma razionalizzare l’uso della risorsa acqua, oggi largamente sprecata. Sul versante opposto, le alluvioni non nascono dal nulla ma sono in gran parte frutto di una miope gestione del territorio. Urbanizzazione e agricoltura industriale hanno provocato una progressiva impermeabilizzazione dei suoli favorendo il rapido deflusso verso i fiumi delle acque piovane che dovrebbero essere naturalmente trattenute dal suolo stesso alimentando nel contempo le falde sotterranee.
Un ruolo grave l’ha avuto il processo di "ricomposizione fondiaria" ovvero il riaccorpamento di proprietà frammentate per potervi più facilmente applicare la coltivazione meccanizzata. Ciò ha portato alla eliminazione di gran parte dei fossi, delle siepi, delle anse dei corsi d’acqua, visti come tare aziendali.
Si è impedito così al suolo di compiere la sua naturale funzione di spugna e magazzino d’acqua trattando con ciò l’acqua stessa come un rifiuto di cui liberarsi anziché come una risorsa da preservare. L’acqua, sottratta al naturale assorbimento del suolo, provoca così le piene autunnali dei fiumi. Inoltre, la mancata ricarica delle falde, che alimentano sotterraneamente i fiumi durante l’estate, causa le magre falsamente attribuite alla siccità. Siccità e inondazioni insomma non sono due diversi problemi ma uno solo essendo l’acqua mancante in estate proprio quella in cui siamo affogati durante le piene autunno-invernali.
Come se non bastasse mentre da una parte è stato accresciuto il rischio di piene anomale, dall’altra molte aree tipicamente fluviali destinate ad accogliere le piene naturali sono state invase da opere di urbanizzazione. Da ciò quello che viene chiamato "rischio idraulico", come se a causarlo fosse il fiume e non la pretesa umana di poter fare e disporre prescindendo dai meccanismi naturali in cui, che ci piaccia o no, viviamo inseriti.
Una volta creato il rischio, il rimedio è stato quello di imbrigliare i fiumi chiudendoli in argini di cemento e rettificandone i corsi: aggiungendo cioé danno al danno. Si tratta infatti di soluzioni che migliorano la situazione localmente ma, accelerando il flusso delle acque, la peggiorano a valle. Si è innescata così negli ultimi decenni una sequenza impressionante di rettifiche, restringimenti, arginature che hanno profondamente alterato la fisionomia e naturalmente, gli equilibri dei fiumi. E tanto più si sono intensificati questi eventi tanto più sono divenute frequenti le cosiddette calamità "naturali". Le cause? Parecchie. E vanno da una inadeguata impostazione amministrativa per cui l’organismo che gestisce il fiume non è quasi mai lo stesso che gestisce il territorio, a una forma mentis ferma sull’arcaica contrapposizione uomo-natura che ha ancora come immagine di riferimento quella del "fiume da domare" mentre è del tutto assente il modello mentale della reciproca coesistenza nel reciproco rispetto per un reciproco beneficio, un modello mentale questo in cui il fiume, con le sue aree inondabili, il bacino e le comunità viventi - fra cui quella umana - che lo popolano costituiscono un tutto unico e inscindibile. In una tale visione si mira a un deflusso più lento, alla conservazione di aree naturali inondabili, zone umide a loro volta utilizzabili per fitodepurazione, produzione di biomasse legnose, alcune attività agricole. Ma, a monte di ciò, occorre un approccio basato sul principio del non imporre e del cercare un consenso responsabile, riconoscere il ruolo dei piccoli gestori diffusi del territorio. Una gestione decentrata, consapevole, operata da una molteplicità di soggetti interconnessi che sia specchio dell’entità molteplice e complessa che si vuol gestire.
Questa è la via che il buon senso e la ragione consigliano di seguire ed è anche la via che, ostinatamente non si segue. Con i sempre più massicci risultati che ogni anno vediamo e subiamo.

E’ in questa non esaltante situazione e per operare nella direzione descritta sommariamente nelle ultime righe che è nato il CIRF, Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, «un'associazione culturale tecnico-scientifica senza fini di lucro fondata nel luglio 1999 da un gruppo di tecnici di diversa estrazione disciplinare e professionale per favorire la diffusione della cultura della riqualificazione fluviale e dei "saperi" ad essa connessi». Fra gli obiettivi che esso si pone vi sono l’essere «un luogo di incontro, confronto, coordinamento con gli analoghi centri internazionali», «permettere alla ricerca teorica di avere una ricaduta reale attraverso la sua applicazione», «promuovere, coordinare, supportare progetti-interventi a carattere innovativo» nella cui realizzazione siano coinvolti «tutti i soggetti interessati alla gestione dei corsi d'acqua in Italia».

Il CIRF oltre a essere presente a Murabilia 2005 con un suo stand ha curato nello spazio incontri una serie di interventi durante i quali sono stati affrontati i seguenti temi: Giacomo Bonetto ha parlato di vegetazione e corsi d’acqua, dei loro ruoli e delle opportunità che da essi derivano; Giuliano Trentin ha parlato di ingegneria naturalistica, ovvero dell’utilizzo di piante nella realizzazione di alcuni tipi di opere edili, Riccardo Bresciani dell’utilizzo di piante nella depurazione delle acque, ovvero della fitodepurazione (di cui abbiamo parlato in un altro articolo) e dei sistemi filtro forestali; Paolo Solarino della biomassa ricavabile dalla vegetazione riparia. Infine ha concluso Laura M. Leone esponendo le attività e i progetti del CIRF in Toscana.

Ci vogliamo soffermare in conclusione su due di questi argomenti: i sistemi filtro forestali e l’ingegneria naturalistica.

I primi sono aree forestate in cui sono presenti specie arboree che favoriscono i processi di degradazione di sostanze inquinanti naturali, altrimenti destinate ad accumularsi nelle acque dei corsi d'acqua che sono la loro destinazione finale.
I sistemi filtro forestali sono utilizzabili anche per il finissaggio delle acque reflue provenienti dai depuratori civili. La tecnica è da tempo nota all'estero, dove acque reflue pretrattate sono state utilizzate per irrigare impianti per la produzione di biomassa. Questo procedimento ha consentito allo stesso tempo di migliorare la qualità delle acque in uscita, di incrementare la produzione di biomassa e di impiegare minor quantità di fertilizzanti sintetici.

Con il termine ingegneria naturalistica si indica invece l'insieme di quelle tecniche consistenti nell'utilizzo di piante vive o parti di esse come materiale da costruzione, prevalentemente nelle opere di consolidamento realizzate per ridurre il rischio di erosione del terreno. Le piante possono essere impiegate anche in unione a materiali naturali inerti (legno, pietrame o terra), materiali artificiali biodegradabili (biostuoie, geojuta) o anche non biodegradabili (reti zincate, geogriglie, georeti, geotessili) ma comunque non cementizi. In Italia l'ingegneria naturalistica cominciò a diffondersi alla fine dell'800, in unione al diffondersi delle tecniche di gestione forestale ed ebbe un successo progressivamente crescente per le sue caratteristiche di rapidità di messa in opera e di relativa economicità (ad esempio l'uso di materiali naturali reperibili direttamente sul luogo). Per contro si ha l'inconveniente che le opere così realizzate, per la loro stessa natura necessitano di manutenzione periodica (sfalcio della copertura erbosa, potatura delle piante arboree), con relativo incremento dei costi.



Filippo Schillaci

21 agosto 2006


Bibliografia:
A. Nardini, G. Sansoni (curatori), La riqualificazione fluviale in Italia. Linee guida, strumenti ed esperienze per gestire i corsi d'acqua e il territorio, Mazzanti editore, Mestre, 2006. 832 pagine, 333 figure, 93 tabelle, 55 box di approfondimento.

E. Lemmi e L. Muccini (a cura di), Il ruolo dell’acqua nella valorizzazione di un territorio, il caso del bacino del serchio, In.f.e.a., Senza data.

Le cause delle grandi alluvioni: la posizione del CIRF, a cura del Direttivo CIRF, in Acque Chiare, anno III, n. 1, 4 marzo 2003.

Sito web: www.cirf.org